Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 44158 del 27/05/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 44158 Anno 2015
Presidente: LOMBARDI ALFREDO MARIA
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da

Manfredi Stefano, nato a Cremona il 06/03/1965

Simeone Francesco, nato a Napoli il 18/04/1960

avverso la sentenza emessa il 19/07/2013 dalla Corte di appello di Milano

visti gli atti, la sentenza impugnata ed i ricorsi;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Pasquale Fimiani, che ha concluso chiedendo:

l’annullamento della sentenza impugnata, quanto al ricorso del Manfredi,
limitatamente alle statuizioni civili, con dichiarazione di inammissibilità nel
resto;

dichiararsi l’inammissibilità del ricorso del Simeone;

udito per i ricorrenti l’Avv. Lucia Lucentini, la quale ha concluso chiedendo
l’accoglimento dei ricorsi e l’annullamento della sentenza impugnata

Data Udienza: 27/05/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con la pronuncia indicata in epigrafe, la Corte di appello di Milano
riformava parzialmente la sentenza emessa dal Tribunale della stessa città, in
data 15/12/2009, nei confronti di più soggetti, appartenenti al Nucleo
Radiomobile dei Carabinieri di Milano, imputati di avere commesso diversi reati
nell’ambito dello svolgimento delle attività di servizio.
Fra costoro, a Stefano Manfredi si addebitava – capo 1C) – di avere
attestato il falso in una annotazione di polizia giudiziaria curata il 07/07/1999,

di tale Fatellah El Charkaoui in ordine a condotte poste in essere da due militari
del suddetto Nucleo (gli Appuntati Grasso e Bertaglia): i profili di falso
ideologico, secondo l’ipotesi accusatoria, riguardavano l’avere il Manfredi
sostenuto che, avvicinandosi all’extracomunitario, questi aveva indicato lui (e
non invece gli Appuntati di cui sopra) quali autori di una sottrazione di denaro ai
propri danni, nonché di avere riferito che un secondo straniero ivi presente Hicham Gourich – aveva affermato nella circostanza che la somma di 3 milioni di
lire, indicata dall’El Charkaoui come sottrattagli dal Grasso e dal Bertaglia,
corrispondeva a denaro che egli aveva già prestato e chiesto in restituzione alla
presunta persona offesa.
A un secondo imputato, Francesco Simeone, si contestava fra l’altro un reato
commesso nel marzo 2004, quando egli, consapevole per ragioni di ufficio
dell’esistenza di indagini a carico di colleghi, rivelava tale riservata notizia al
M.Ilo Marco Marabitti, aiutando costui e gli altri indagati a eludere le
investigazioni in corso, in particolare riferendogli che erano in corso attività per
l’installazione sulle auto di istituto di strumenti di captazione dei colloqui che vi
sarebbero stati intrattenuti (capo 10).
La decisione di primo grado, nei limiti di odierno interesse, era stata
favorevole al Manfredi ed al Simeone, entrambi assolti dai reati sopra ricordati
per insussistenza del dolo: secondo il Tribunale, non poteva ritenersi provato che
il Manfredi fosse consapevole della falsità delle circostanze rappresentate
nell’annotazione, né che il Simeone intendesse agevolare militari non meglio
identificati (confidando nella prospettiva che il Marabitti facesse circolare la
notizia a lui rivelata, oggetto di già diffuse voci all’interno della caserma), dato il
tono sostanzialmente scherzoso della conversazione, che era stata intercettata,
in occasione della quale si era verificata la condotta contestata.
La Corte di appello, invece, su impugnazioni del Pubblico Ministero e di
alcune parti civili, tra cui il ricordato El Charkaoui, dichiarava non doversi
procedere nei confronti del Manfredi e del Simeone, quanto ai reati sopra

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quando personale della Polizia di Stato era intervenuto a seguito di una richiesta

descritti, per intervenuta prescrizione, adottando le conseguenti statuizioni
civilistiche (anche in punto di responsabilità civile del Ministero dell’Interno).
In particolare, in ordine al reato sub 1C), osservava:
«va riconosciuto che la situazione si presentasse confusa, con El Charkaoui che
ribadiva le sue accuse, Grasso e Bertaglia che negavano ogni cosa e svuotavano
le tasche offrendo il mezzo di servizio per i controlli, con almeno altri due
cittadini extracomunitari che potevano riferire elementi utili per la ricostruzione
degli avvenimenti, con la Polizia che doveva decidere cosa fare e che era in
contatto con la centrale operativa per concordare il trasferimento presso la

abbia anche indicato con il braccio gli autori della rapina e che Manfredi si
trovasse in quel momento nella direzione indicata dal denunciante. Sul
dettaglio, tuttavia, è significativo che il solo Manfredi mostri di avere equivocato,
perché non vi è un solo teste presente ai fatti che abbia riferito di avere
percepito che quel gesto era inteso ad accusare del misfatto il Manfredi.
E’ verosimile che l’annotazione di servizio sia stata redatta diverse ore più tardi e
che nel frattempo Manfredi avesse continuato a parlare con Grasso e Bertaglia,
ricevendo anche da loro – che ne parleranno nella relazione a loro firma conferma della circostanza, sì da radicarsi nel convincimento di un effettivo,
erroneo riconoscimento, tra ricordi veri e ricordi suggeriti dall’interlocuzione con
gli (interessati) colleghi.
Tali ultimi rilievi non sono tuttavia dotati, a ben vedere, di alcuna forza
giustificatrice: era invece naturale che il Manfredi – proprio a causa di una
situazione che era stata confusa – prendesse prudenzialmente le distanze dalle
interessate versioni e dalle spiegazioni dei colleghi, oltre che dalla forza
suggestiva che dette versioni avrebbero potuto inserire nel suo racconto.
Analoghe ragioni valgono in ordine al particolare del preteso credito di Gourich, il
quale può aver commentato la sparizione dei soldi ad esempio come perdita
definitiva, con espressioni fraintese da Manfredi e vivificate nel ricordo, ma in
modo interessato, da Grasso e Bertaglia. Nel contesto di una situazione
connotata dalla presenza di più soggetti intenti a ribadire le proprie ragioni o a
scegliere le soluzioni da perseguire, appare credibile quanto indicato
dall’imputato circa l’iniziale, sommaria percezione delle frasi. Anche qui, se
l’impressione si fosse tramutata in convincimento di uno specifico contenuto per
l’intervento di Grasso e Bertaglia, ugualmente ciò non costituirebbe una
ricostruzione attendibile.
A un militare esperto come il Manfredi, infatti, non poteva sfuggire che il suo
ruolo imponeva un resoconto del tutto asettico sui fatti a cui aveva assistito,
maggiormente doveroso anche in rapporto alla circostanza – di certo appresa nel

Caserma Montebello. In tale contesto non può essere escluso che El Charkaoui

giro di poche ore, comunque non dopo il momento della redazione del suo
resoconto – per cui il Grasso e il Bertaglia si erano di fatto sottratti
fraudolentemente al controllo delle loro persone e della loro vettura, come
concordato coi Carabinieri intervenuti.
L’associazione dei due particolari confusivi (quello relativo al palesemente falso
riconoscimento della sua persona come di uno dei responsabili, e quello
dell’esistenza di una giustificazione plausibile del presunto mendacio
dell’accusatore, proveniente da un elemento appartenente alla stessa schiera di
connazionali di quest’ultimo) era elemento destinato ad enfatizzare ciascuno di

Anche alla luce di tale particolare, che certo non sfuggiva all’imputato, non
appare per nulla credibile che il resoconto del Manfredi sia stato
inconsapevolmente fuorviante, dovendosi invece riconoscere negli stessi
elementi sostanziali della vicenda il segno di una volontà di presentare gli
avvenimenti in maniera falsa e difforme da quella in cui si erano svolti».
Con riguardo invece al reato contestato al Simeone al capo 10), le
considerazioni della Corte territoriale erano le seguenti:
«secondo i primi giudici, Simeone certamente sapeva che erano in corso indagini
nei confronti di colleghi, ma non nei propri o nei confronti di Marabitti, e dunque
non poteva voler aiutare quest’ultimo (che a sua volta, nella telefonata, mostra
scarso interesse per quanto gli viene detto). Orbene, il tono anche scherzoso
della telefonata, la sostanziale neutralità dell’attegiamento di Marabitti di fronte
alla notizia, l’indicazione di un soggetto mai indagato quale destinatario dell’atto
di p.g. e nella cui macchina non risultano essere mai state posizionate “cimici”, le
diffuse voci all’interno della caserma circa lo svolgimento delle indagini, i rapporti
di amicizia tra i due militari, introducono elementi che, pur a fronte della
condotta materiale del reato, lungi dal consolidare nel senso della colpevolezza
un quadro indiziario ritenuto debole, impediscono – secondo i primi giudici – di
ritenere adeguatamente provata quella volizione del fatto antigiuridico
costituente l’elemento soggettivo richiesto dalla norma incriminatrice».
La Corte milanese, manifestando avviso contrario rispetto alle
argomentazioni appena sintetizzate, e previo richiamo di alcuni precedenti
giurisprudenziali di legittimità, considerava irrilevante la circostanza che l’autore
della rivelazione del segreto fosse o meno a conoscenza che il reato (in ordine al
quale si stavano apprestando strumenti finalizzati alla ricerca delle prove) fosse
stato commesso da una persona piuttosto che da un’altra. Era invece dirimente
il rilievo
«della specificità dell’indicazione fornita dal Simeone rispetto alla generica diceria
che fossero in corso indagini»,

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essi, dando loro maggior forza persuasiva.

dovendosi considerare il fatto che
«è sufficiente che l’agente si fosse rappresentato come conseguenza della
propria condotta, in termini di certezza, probabilità od anche solo possibilità, la
verificazione dell’evento di agevolazione preso in considerazione dalla norma, e
l’abbia voluto, direttamente o no, avendo accettato il rischio che esso si
verificasse, agendo a costo di determinarlo».

2. Propone ricorso il difensore del Manfredi, che deduce tre motivi di
doglianza.

artt. 129 e 531 del codice di rito, nonché vizi di motivazione della sentenza
impugnata, esistendo in atti – contrariamente a quanto argomentato dai giudici
di appello – prove evidenti circa la necessità di confermare la prima decisione
assolutoria.
2.2 Con il secondo motivo, viene rappresentata la violazione dell’art. 578 del
codice di rito, atteso che una statuizione di condanna in ordine alle restituzioni
od al risarcimento del danno deve avere come necessario presupposto una
affermazione di responsabilità penale (che nella fattispecie non risulta
intervenuta, essendosi preso atto della maturata prescrizione).
2.3 Con il terzo motivo, si deduce infine inosservanza ed erronea
applicazione dell’art. 192 cod. proc. pen., nonché mancanza e manifesta illogicità
della motivazione.
La Corte territoriale, alla luce delle indicazioni fornite dalla pronuncia di
primo grado sulla descrizione del contesto di estrema confusione in cui si erano
verificati gli episodi, oggetto della successiva annotazione di servizio, non
avrebbe tenuto presenti le dichiarazioni di alcuni testimoni, secondo i quali non si
poteva escludere che l’El Charkaoui avesse davvero indicato (anche) il Manfredi
come autore del reato denunciato; inoltre, appare arbitrario il rilievo secondo cui
l’imputato non avrebbe dovuto inserire nel proprio atto, perché fuorviante, la
circostanza dell’intervento e delle dichiarazioni del Gourich, per come egli li
aveva percepiti, giacché ciò comporterebbe per il verbalizzante un invito a
redigere atti che sappia incompleti.
In definitiva, ad avviso del ricorrente, non vi sarebbe stato un esame globale
ed unitario di tutte le emergenze processuali, e gli elementi di prova
parzialmente valutati appaiono interpretati in via univoca nella sola direzione di
conferma dell’ipotesi accusatoria.

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2.1 Con il primo, la difesa lamenta omessa ed erronea applicazione degli

3. Propone altresì ricorso il difensore del Simeone, che lamenta
contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata ed erronea
applicazione della legge penale.
Nell’interesse dell’imputato si evidenzia che entrambe le pronunce di merito
danno per assodato che presso il Nucleo Radiomobile dei Carabinieri di Milano
circolassero da tempo voci in ordine a controlli ed intercettazioni, tanto che come dimostrato da altre conversazioni captate – altri militari commentavano i
fatti con tono scherzoso già in data anteriore rispetto alla telefonata del Simeone
al Marabitti. La Corte di appello, inoltre, non avrebbe affatto considerato la

l’attività di installazione dei dispositivi per le intercettazioni ambientali nelle auto
di servizio iniziò dopo che egli aveva partecipato ad una riunione a ciò finalizzata,
tenutasi il 9 marzo 2004 (vale a dire, lo stesso giorno della telefonata de qua):
ergo, a quella data non vi erano “cimici” già attivate o pronte per esserlo,
derivandone la conclusione che non esisteva in proposito alcun segreto d’ufficio
ma solo voci rimaste oggetto di battute fra colleghi. Nella prospettiva appena
indicata, i giudici di secondo grado avrebbero offerto, omettendone la disamina,
un diverso apprezzamento del contenuto di una testimonianza rispetto a quanto
avvenuto ad opera del Tribunale, con la conseguente violazione dei consolidati
principi della giurisprudenza di legittimità – anche alla luce delle sentenze
emesse dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, a partire dal noto caso Dan c/
Moldavia – in tema di riforma in appello di decisioni assolutorie.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso del Simeone non può trovare accoglimento, mentre quello del
Manfredi è in parte fondato.

2. Quanto al reato di cui al capo 1C), al di là della evidente genericità del
primo motivo, deve ricordarsi che secondo le Sezioni Unite di questa Corte
(sentenza n. 25083 dell’11/07/2006, ric. Negri), «la disciplina di cui all’art. 578
cod. proc. pen. non è applicabile allorché appellante o ricorrente sia la parte
civile, alla quale l’art. 576 cod. proc. pen. riconosce il diritto ad una decisione
incondizionata sul merito della propria domanda. L’art. 578 cod. proc. pen. si
riferisce invece al caso in cui l’impugnazione sia dell’imputato o del P.M., e solo
in questa ipotesi richiede che, in presenza di una declaratoria di amnistia o di
prescrizione, per decidere agli effetti civili, vi debba essere stata in precedenza
una valida pronuncia di condanna alla restituzione o al risarcimento. In altri

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decisività di una deposizione – del Magg. Iasson – da cui era emerso che

termini l’art. 576 e l’art. 578 disciplinano situazioni processuali diversificate,
mirando l’art. 578, nonostante la declaratoria della prescrizione, a mantenere, in
assenza di un’impugnazione della parte civile, la cognizione del giudice
dell’impugnazione sulle disposizioni e sui capo della sentenza del precedente
grado che concernono gli interessi civili, mentre l’art. 576 conferisce al giudice
dell’impugnazione il potere di decidere sulla domanda al risarcimento ed alle
restituzioni, pur in mancanza di una precedente statuizione sul punto […]. Il
giudice investito dell’impugnazione della parte civile, contro una sentenza di
assoluzione per gli interessi civili, ripete per intero le sue attribuzioni dall’art.

un’eventuale simultanea impugnazione ai fini penali, talché una declaratoria di
sopravvenuta prescrizione, esito di questa simultanea impugnazione, in nulla
influisce sulla necessità di pronunziarsi sulla domanda civile. Così il giudice
dell’impugnazione, adito ai sensi dell’art. 576 cod. proc. pen., ha, nei limiti del
devoluto e agli effetti della devoluzione, i poteri che il giudice di primo grado
avrebbe dovuto esercitare. Se si convince che tale giudice ha sbagliato
nell’assolvere l’imputato ben può affermare la responsabilità di costui agli effetti
civili e (come indirettamente conferma il disposto di cui all’art. 622 cod. proc.
pen.) condannarlo al risarcimento o alle restituzioni, in quanto l’accertamento
incidentale equivale virtualmente – oggi per allora – alla condanna di cui all’art.
538 cod. proc. pen., comma 1» (v. anche, per una recente conferma dei
medesimi principi, Cass., Sez. V, n. 37684 del 15/01/2013, Szokolay).
Ne deriva l’infondatezza del secondo motivo di doglianza, mentre è il terzo a
meritare accoglimento.
Secondo la costante giurisprudenza di legittimità, infatti, «nel giudizio di
appello, per la riforma di una sentenza assolutoria non basta, in mancanza di
elementi sopravvenuti, una mera e diversa valutazione del materiale probatorio
già acquisito in primo grado ed ivi ritenuto inidoneo a giustificare una pronuncia
di colpevolezza, che sia caratterizzata da pari o addirittura minore plausibilità
rispetto a quella operata dal primo giudice, occorrendo, invece, una forza
persuasiva superiore, tale da far venir meno ogni ragionevole dubbio» (Cass.,
Sez. VI, n. 45203 del 22/10/2013, Paparo, Rv 256869; v. anche Cass., Sez. VI,
n. 8705 del 24/01/2013, Farre, Rv 254113, secondo cui «nel giudizio di appello,
in assenza di mutamenti del materiale probatorio acquisito al processo, la
riforma della sentenza assolutoria di primo grado, una volta compiuto il
confronto puntuale con la motivazione della decisione di assoluzione, impone al
giudice di argomentare circa la configurabilità del diverso apprezzamento come
l’unico ricostruibile al di là di ogni ragionevole dubbio, in ragione di evidenti vizi
logici o inadeguatezze probatorie che abbiano minato la permanente sostenibilità

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576 cod. proc. pen.. Per la sussistenza di tali attribuzioni […] è irrilevante

del primo giudizio»).

Principi, questi, che debbono altresì valere nel caso in cui

a una decisione assolutoria in primo grado faccia seguito una sentenza
comunque sfavorevole all’imputato, che si limiti a rilevare l’intervenuta
prescrizione del reato addebitato, a fortiori qualora venga pronunciata condanna
ai fini civilistici.
Tanto premesso, vi è almeno un particolare che la Corte milanese risulta non
avere considerato, rispetto a quanto esposto dal Tribunale a sostegno della
decisione liberatoria.
Il successivo, per quanto certamente interessato, intervento del Grasso e del

plausibile dagli stessi giudici di secondo grado a causa della concitazione del
contesto) non si esaurì in sollecitazioni più o meno capziose affinché l’odierno
imputato enfatizzasse alcuni particolari o ne trascurasse altri: vi fu anche – v.
pag. 110 della sentenza del Tribunale – il rintraccio del Gourich da parte del
Grasso, con tanto di presunta assunzione di sommarie informazioni dello stesso
(che questi avrebbe poi disconosciuto). A quel punto, pure ammettendo che il
Manfredi fosse, al momento della materiale redazione dell’atto, in possesso di
informazioni sulla non cristallina posizione dei suoi colleghi, pretendere da lui
una presa di distanze equivale a descrivere il comportamento che ci si dovrebbe
attendere da un sottufficiale avveduto e prudente: ma il fatto che il Manfredi si
regolò altrimenti non equivale, nel contempo, a descriverlo giocoforza come il
consapevole autore di un falso ideologico.
Il percorso argomentativo seguito dalla Corte di appello si fonda su
prospettazioni sostanzialmente ipotetiche, evidenziando quello che avrebbe
dovuto essere il contegno ideale di un militare esperto; ma non esclude la
possibilità che quel militare, piuttosto che essersi orientato a favorire colleghi in
mala fede, sia stato responsabile di un atteggiamento superficiale, sia pure
indotto dalla colposa convinzione che il Grasso e/o il Bertaglia non stessero
cercando di ingannarlo.
Si impongono pertanto le determinazioni di cui al dispositivo, quanto alle
statuizioni civilistiche di condanna del Manfredi in favore dell’E! Cherkaoui. La
condanna dell’imputato nei confronti della parte civile Ministero dell’Interno, che
non risulta avesse appellato la sentenza di primo grado, deve invece essere
annullata senza rinvio.

3. In ordine al reato di cui al capo 10), e diversamente da quanto rilevato
per la posizione del primo imputato, deve escludersi che l’analisi svolta dai
giudici di appello sia stata parziale. La difesa del Simeone rappresenta che la
Corte territoriale avrebbe pretermesso la disamina del contributo del teste Magg.

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Bertaglia per avvalorare quella possibile percezione del Manfredi (ritenuta

Iasson, sino al punto da doversene imporre un esame diretto (in ossequio alla
giurisprudenza sovranazionale) ma il rilievo non può essere condiviso: già la
sentenza di primo grado, invero, aveva chiarito che l’allora comandante del
Nucleo Radiomobile aveva riferito della riunione cui era stato convocato per il
09/03/2004, aggiungendo però che «prima della riunione in Procura – ma non
sapeva dire quando – il Cap. Vitagliano gli aveva accennato i contorni della
vicenda, tuttavia non ricordava se della necessità di installare le microspie fosse
venuto a sapere solo il giorno della riunione» (pag. 90 della motivazione della
pronuncia del Tribunale). Un contributo, dunque, che ai fini delle successive
argomentazioni sviluppate dalla Corte milanese si palesa irrilevante.
Come correttamente ricordato nella sentenza oggetto di ricorso, la
giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di affermare che «il dolo costitutivo
del delitto di favoreggiamento personale (art. 378 cod. pen.) consiste nella
coscienza e volontà di prestare aiuto ad una persona in relazione ad un reato
commesso, per eludere le investigazioni o per sottrarsi alle ricerche. Pertanto, è
irrilevante che il favoreggiatore ritenga che il reato sia stato commesso da una
persona piuttosto che da un’altra od anche che conosca o meno l’autore del
reato» (Cass., Sez. I, n. 10735 del 26/04/1994, Leotta, Rv 200165; v. altresì
Cass., Sez. II, n. 20195 del 09/03/2015, Aquino, Rv 263524, secondo cui «in
tema di favoreggiamento personale, per la sussistenza dell’elemento soggettivo
è sufficiente il dolo generico, che deve consistere nella cosciente e volontaria
determinazione delle condotte con la consapevolezza della loro natura elusiva
delle investigazioni e delle ricerche dell’autorità e della finalizzazione delle stesse
a favorire colui che sia sottoposto a tali investigazioni o ricerche»).
In definitiva, il Simeone riferì al Marabitti di “insetti all’interno delle
macchine”, facendo un ovvio riferimento al doppio significato della parola
“cimice”, in un momento in cui era certamente assodato che quelle attività
fossero – se non iniziate – quanto meno imminenti, e ciò a prescindere
dall’indicazione dell’auto di un militare (tale Schiavone, stando alla trascrizione
del colloquio riportata nella sentenza di primo grado) che in realtà non venne poi
interessata da installazioni di sorta.
Ineccepibile è la conclusione ricavata dalla Corte territoriale, in termini di
ravvisabilità (quanto meno) di un dolo eventuale: il Simeone si prefigurò
necessariamente l’evenienza – tutt’altro che azzardata, come poi confermato
dallo sviluppo degli accertamenti – che il Marabitti potesse giovarsi di quella
informazione, o che la stessa notizia, ulteriormente divulgata dal primo
destinatario, venisse alle orecchie di altri, interessati ad eludere le investigazioni.
Fu dunque, per richiamare una pur superata ricostruzione concettuale del dolo
eventuale, una accettazione del rischio che la notizia (vera) fosse utile al

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soggetto che ne veniva posto a conoscenza o ad altri dopo di lui, non sapendo
l’imputato se il Marabitti fosse allora indagato ma verosimilmente potendolo
essere al pari di molti altri appartenenti a quell’ufficio; mentre l’interpretazione
in chiave scherzosa di quel colloquio avrebbe un senso solo laddove si ipotizzi
che il Simeone avesse “accettato il rischio” del dato presupposto, e cioè che
fosse vera la notizia. Ma, sul punto, non vi era alcuna evenienza da prefigurarsi:
la notizia era senz’altro vera, perché proprio in quei momenti se ne stavano
delineando i particolari.
Il rigetto integrale del ricorso del Simeone ne comporta la condanna al

P. Q. M.

Annulla la sentenza impugnata, agli effetti civili, nei confronti di Manfredi
Stefano:
senza rinvio, relativamente alla condanna nei confronti del Ministero
dell’Interno;
con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello,
relativamente alla condanna nei confronti di El Charkaoui Fatellah.
Rigetta nel resto il ricorso del Manfredi.
Rigetta il ricorso del Simeone, che condanna al pagamento delle spese
processuali.

Così deciso il 27/05/2015.

pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.

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