Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 436 del 21/11/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 436 Anno 2018
Presidente: DE CRESCIENZO UGO
Relatore: DI PAOLA SERGIO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
CASERTA FRANCESCO nato il 16/07/1963 a ARONA

avverso la sentenza del 06/06/2016 della CORTE APPELLO di MILANO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere SERGIO DI PAOLA;

RITENUTO IN FATTO E IN DIRITTO

La Corte d’Appello di Milano, con sentenza in data 06/06/2016, confermava la
condanna alla pena ritenuta di giustizia pronunciata dal Tribunale di Busto Arsizio, in
data 14/01/2015, nei confronti di CASERTA FRANCESCO in relazione al reato di cui alli
art. 648 cod. pen.
Propone ricorso per cassazione l’imputato, deducendo con il primo motivo di
ricorso vizio di motivazione con riferimento alla ritenuta responsabilità, mentre con il
secondo motivo censura la sentenza impugnata quanto alle statuizioni sul trattamento
sanzionatorio ritenendo eccessiva la pena irrogata.
Il ricorso è palesemente inammissibile, in quanto con il primo motivo si formulano
censure che non risultano essere stata previamente dedotta come motivo di appello,
secondo quanto è prescritto a pena di inammissibilità dall’art. 606 comma 3 cod. proc.
pen., come si evince dal riepilogo dei motivi di gravame (inerenti unicamente al

Data Udienza: 21/11/2017

trattamento sanzionatorio) riportato nella sentenza impugnata, che l’odierno ricorrente
avrebbe dovuto contestare specificamente nell’odierno ricorso, se incompleto o
comunque non corretto; per ciò che concerne il secondo motivo, è principio
pacificamente ricevuto quello secondo il quale la graduazione della pena, anche in
relazione agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed
attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che la esercita, così come
per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod.

ad una nuova valutazione della congruità della pena la cui determinazione non sia
frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico (Sez. 5, n. 5582 del 30/09/2013 dep.
2014, Ferrario, Rv. 259142), ciò che – nel caso di specie – non ricorre. Invero, una
specifica e dettagliata motivazione in ordine alla quantità di pena irrogata, specie in
relazione alle diminuzioni o aumenti per circostanze, è necessaria soltanto se la pena
sia di gran lunga superiore alla misura media di quella edittale, potendo altrimenti
essere sufficienti a dare conto dell’impiego dei criteri di cui all’art. 133 cod. pen. le
espressioni del tipo: ‘pena congrua’, ‘pena equa’ o ‘congruo aumento’, come pure il
richiamo alla gravità del reato o alla capacità a delinquere (Sez. 2, n. 36245 del
26/06/2009, Denaro, Rv. 245596). Nella specie, come specificamente indicato nella
motivazione della sentenza d’appello, la pena è stata fissata in misura non distante dal
minimo edittale, tenendo conto della gravità dei predenti che gravavano sull’imputato.
All’ inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento
delle spese processuali, nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost.
13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che ritiene equa, di euro tremila
a favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e al versamento della somma di tremila euro alla cassa delle ammende.
Così deciso il 21/11/2017
Il Consiglie e stensore
Sergg aola

pen.; ne discende che è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri

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