Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 43480 del 25/05/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 43480 Anno 2015
Presidente: ZAZA CARLO
Relatore: MICHELI PAOLO

SENTENZA
sul ricorso proposto nell’interesse di
Pila Umberto, nato a Torre Annunziata il 09/09/1968
avverso la sentenza emessa il 15/04/2014 dalla Corte di appello di Milano
visti gli atti, la sentenza impugnata ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott.
Eugenio Selvaggi, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avv. Guido Torti, il quale ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso, e l’annullamento della sentenza impugnata

RITENUTO IN FATTO
1. Con la pronuncia indicata in epigrafe, la Corte di appello di Milano
confermava la sentenza emessa dal Tribunale della stessa città, in data
21/12/2010, nei confronti di Umberto Pila, condannato a pena ritenuta di
giustizia in ordine ad ipotesi di bancarotta fraudolenta (per distrazione e
documentale), che si assumevano commesse nell’ambito della gestione della
“Panther s.a.s. di Pila Umberto e c.”, dichiarata fallita nel maggio 2004, e della
quale l’imputato era stato socio accomandatario.

Data Udienza: 25/05/2015

L’addebito di bancarotta patrimoniale riguardava la presunta distrazione di
una “Audi A4” che era stata concessa in leasing alla fallita con contratto del
09/10/2002: sul punto, la Corte territoriale richiamava precedenti della
giurisprudenza di legittimità nel senso della ravvisabilità del delitto anche in
ordine a beni detenuti a titolo di locazione finanziaria, e faceva osservare che la
distrazione aveva avuto quale oggetto, almeno, il valore residuo del veicolo
rispetto ai ratei già corrisposti. Quanto alla mancata convenienza del riscatto,
avendo il curatore riferito che sarebbe stato necessario un esborso di 12 milioni

giudici di appello osservavano che «ciò non eliminava il danno patrimoniale […]
causato alla massa dalla mancata acquisizione della medesima, perché questo
aveva comportato, come si è detto, l’insinuazione al passivo per il diverso (dal
prezzo di riscatto) valore residuo».
In ordine alla bancarotta documentale, non risultavano essere stati tenuti il
libro giornale e quello degli inventari, che secondo i giudici di merito «avrebbero
consentito, se regolarmente tenuti, di comprendere il movimento degli affari»;
mentre appariva irrilevante la circostanza che la contabilità fosse stata affidata
dal Pila alla propria sorella, dovendo l’imprenditore comunque «vigilare
sull’operato dei suoi delegati».
2. Propone ricorso per cassazione, che affida a tre motivi, il difensore del
Pila.
2.1 Con il primo, la difesa lamenta violazione degli artt. 216 legge fall., 530
e 533 cod. proc. pen., osservando che nel caso di specie non risultava superata
la soglia del dubbio ragionevole ai fini dell’affermazione della penale
responsabilità dell’imputato, segnatamente in punto di elemento soggettivo.
Quanto alla distrazione dell’auto in leasing, questa non era rimasta nella
disponibilità del Pila, bensì della moglie dell’imputato, dalla quale egli si stava
separando, e la donna aveva financo continuato a pagare le rate della locazione
finanziaria sino all’ottobre 2004, convinta della legittimità di quel possesso.
Inoltre, il curatore aveva comunque rappresentato (anche al Pila, e sin dalle
prime fasi della procedura concorsuale) di non avere interesse a subentrare nel
contratto: a tal fine aveva inviato una missiva anche alla società di leasing.

Era

stato poi documentato che il Pila e la moglie avevano cercato senza successo di
entrare in contatto con la locatrice per verificare come trattenere o restituire il
veicolo.
Il Pila era stato perciò in perfetta buona fede, atteggiamento confermato
dalla sua piena collaborazione con gli organi della procedura (fra l’altro, egli

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di lire, superiore a quanto ricavabile da un’eventuale vendita dell’auto usata, i

aveva agevolato il recupero dei crediti, mettendo a disposizione anche il 50%
della casa personale che poi il curatore aveva venduto)
Tutte le evidenze sopra richiamate, prospettate nei motivi di appello, non
erano state valutate dalla Corte territoriale; né si sarebbe tenuto conto dei
documenti da cui risultava una previsione – attestata dal curatore ed evidenziata
nella sentenza impugnata senza valutarne la reale portata – di soddisfacimento
dei creditori nella misura dell’80%. In realtà, dopo la pronuncia, era emerso
che, a fronte di un passivo accertato per circa 185.000,00 euro, l’attivo

previsione: il pagamento dei creditori era avvenuto integralmente, con tanto di
consegna al Pila di un assegno circolare per circa 20.000,00 euro quale
eccedenza (ed il curatore aveva espressamente rammentato per iscritto al Pila,
nella lettera cui allegava l’assegno e che viene prodotta in copia dal ricorrente, la
possibilità di richiedere la riabilitazione civile, visto l’esito della procedura).
Nell’interesse del ricorrente si ricorda altresì che, pur richiedendo il delitto di
bancarotta patrimoniale il solo dolo generico, sarebbe stato comunque
necessario dimostrare la consapevolezza dell’imputato di sottrarre risorse al
patrimonio sociale, con potenziale danno alle ragioni dei creditori in punto di
effettivo depauperamento.
In ordine alla bancarotta documentale, la difesa fa osservare che secondo la
Corte di appello erano emerse discrasie nell’indicazione di alcuni valori in
contabilità, ma ciò non aveva potuto comunque comportare profili di danno per i
creditori (che, per quanto sopra ricordato, non avevano sofferto pregiudizi di
sorta). Inoltre, il Pila si era affidato alla propria sorella, e costei aveva
dichiarato che il fratello, inesperto in materia, si era limitato a fornirle la
documentazione volta per volta da lei richiesta, senza avere conoscenza della
normativa applicabile in regime di contabilità semplificata. Tali emergenze
avrebbero dovuto intendersi decisive per escludere il dolo dell’imputato,
coerentemente alla condotta da lui tenuta nel corso dell’intera procedura
concorsuale.
2.2 Con il secondo motivo, correlato ai rilievi di cui al punto precedente, il
difensore del Pila deduce inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 217,
comma secondo, legge fall., giacché il fatto – relativamente alla irregolare
tenuta delle scritture – avrebbe dovuto meritare diversa qualificazione giuridica,
ravvisandosi il meno grave reato di bancarotta semplice (al più, il ricorrente
aveva manifestato poca diligenza nella scelta del professionista incaricato e nel
successivo controllo delle incombenze affidategli).
2.3 L’ultimo profilo di doglianza riguarda la lamentata inosservanza ed
erronea applicazione dell’art. 219, ultimo comma, legge fall.: la tesi difensiva è

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realizzato aveva superato i 212.000,00 euro, tanto da superare addirittura quella

che nella fattispecie sarebbe certamente configurabile l’attenuante invocata,
atteso che il danno patrimoniale non deve intendersi modesto (già la Corte di
appello disponeva del dato del soddisfacimento dei creditori chirografari nella
misura dell’80°/0), ma addirittura inesistente.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è parzialmente fondato.

ricordato che le ipotesi di distrazione di un bene che si trovi nella disponibilità del
fallito a titolo di locazione finanziaria vanno distinte da quelle in cui la distrazione
si assuma avvenuta attraverso la cessione a terzi del contratto di leasing.
2.1 Nel primo caso, la giurisprudenza di questa Corte ha affermato in linea di
principio la ravvisabilità del delitto, ferma restando la necessità che «l’utilizzatore
poi fallito sia entrato nella disponibilità di fatto del bene» (v. Cass., Sez. V, n.
29757 del 21/05/2010, D’Agostino, Rv 248262); ciò in quanto «la sottrazione o
la dissipazione del bene oggetto di contratto di leasing, in quanto comportano un
pregiudizio per la massa fallimentare che viene privata del valore del medesimo
bene e, allo stesso tempo, è gravata da un ulteriore onere economico scaturente
dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione alla società locatrice» (Cass., Sez.
V, n. 33380 del 18/07/2008, Bottamedi, Rv 241397; v. anche Cass., Sez. V, n.
9427 del 03/11/2011, Cannarozzo, Rv 251995, secondo cui «in tema di
bancarotta fraudolenta patrimoniale, in caso di bene pervenuto all’impresa a
seguito di contratto di leasing, qualsiasi manomissione del medesimo che ne
impedisca l’acquisizione alla massa integra il reato determinando la distrazione
dei diritti esercitabili dal fallimento con contestuale pregiudizio per i creditori a
causa dell’inadempimento delle obbligazioni assunte verso il concedente»).
Quando invece vi sia stata una cessione di contratto, accade di regola che
«all’atto del fallimento LI il patrimonio a garanzia dei creditori risulti decurtato
dei diritti e delle facoltà nascenti dal negozio, a partire dalla possibilità di riscatto
del bene nel momento di scadenza del rapporto. La distrazione è però
configurabile nel solo caso in cui la cessione abbia determinato un effettivo
nocumento nei confronti dei creditori, e cioè quando la permanenza del rapporto
negoziale nel patrimonio affidato al curatore avrebbe costituito in concreto, dal
punto di vista economico, una risorsa positiva e non un onere» (Cass., Sez. V, n.
30492 del 23/04/2003, Lazzarini, Rv 227705; v. anche, nello stesso senso,
Cass., Sez. V, n. 3612 del 06/11/2006, Tralicci).

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2. Con riguardo alla ipotizzata bancarotta patrimoniale, va preliminarmente

2.2 Tanto premesso, nel caso di specie non è dato rilevare una cessione del
contratto di leasing, bensì una apparente sottrazione del veicolo come tale, che
certamente era entrato nella disponibilità della Panther s.a.s. (la moglie
dell’imputato, che pare ne avesse conservato il possesso, era comunque stata
socia accomandante della fallita). Ne deriverebbe, alla luce dei principi sopra
richiamati, la valenza tout court distrattiva della condotta del Pila, il quale non
mise l’autovettura a disposizione della curatela: tant’è che la Corte di appello, sul
presupposto che la società di leasing ebbe poi ad insinuarsi al passivo, individua

bene rispetto ai canoni già in precedenza versati, in ordine al quale dovrebbe
intendersi avvenuta l’insinuazione de qua.
Sugli argomenti esposti dalla difesa a sostegno del difetto dell’elemento
soggettivo, tuttavia, la motivazione adottata dalla Corte milanese si rivela
carente: che l’auto in questione fosse stata trattenuta dalla moglie del Pila, nella
pur erronea convinzione di poterne continuare a disporre, è infatti circostanza
che parrebbe dimostrata dalle dichiarazioni della donna (la quale rappresentò
anche di avere continuato ad onorare i versamenti dei ratei di leasing, fino a
tutto il 2004, circostanza ritenuta invece non provata dai giudici di merito), sia
dalla deposizione resa dal curatore del fallimento, in uno con le missive prodotte
in atti e che attestano la mancanza di interesse della curatela a proseguire nel
rapporto. A fronte di ciò, le produzioni documentali offerte dalla difesa in
occasione del giudizio di appello, ed in particolare la distinta relativa alla
corrispondenza inviata dal curatore ai creditori insinuati (fra cui non vi è la
società di leasing) rimangono sostanzialmente ignorate dalla Corte territoriale:
attraverso il documento in questione, infatti, il difensore dell’imputato mirava a
evidenziare un obiettivo travisamento circa il dato storico della effettiva, o
quanto meno perdurante, insinuazione della Banca Agrileasing s.p.a., e
conseguentemente ad escludere che la condotta ipotizzata si fosse davvero
risolta nella diminuzione patrimoniale sopra ricordata.
Tali circostanze, in uno con la recente acquisizione di elementi chiaramente
dimostrativi dell’integrale soddisfazione di tutti i creditori (ritualmente sottoposti
all’attenzione di questa Corte ex art. 609, comma 2, cod. proc. pen., in quanto
sopravvenuti alla decisione di secondo grado), impongono l’annullamento della
sentenza impugnata in punto di responsabilità del Pila per il delitto di bancarotta
patrimoniale, con rinvio per nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello
di Milano: l’annullamento deve intendersi assorbente rispetto alla prefigurata,
eventuale ravvisabilità – anche alla luce delle anzidette, ultime prove
documentali – dell’attenuante ex art. 219, comma terzo, del r.d. n. 267/1942.

5

il depauperamento della massa in termini corrispondenti al valore residuo del

..
3. La pronuncia in epigrafe merita invece conferma in ordine alla ritenuta
responsabilità dell’imputato per il diverso addebito di bancarotta documentale.
Secondo la rubrica, le irregolarità afferenti le scritture contabili riguardano
non solo l’omessa tenuta del libro degli inventari e del libro giornale, ma anche
l’avere effettuato le annotazioni di legge sui registri IVA soltanto fino al gennaio
2003, a fronte di una dichiarazione di fallimento avvenuta oltre un anno dopo.
In quella situazione, il curatore si era certamente trovato nell’impossibilità di
ricostruire le reali operazioni poste in essere dalla Panther s.a.s., tanto più che –

breve periodo in cui la società aveva operato vi era stata una «girandola di
cessioni di attività», con annotazioni di «valori diversi fra gli atti di cessione e la
parziale contabilità tenuta» (né era stato possibile, prima che il Pila si rendesse
disponibile a fornire i dovuti chiarimenti, comprendere ragioni e destinazioni
effettive dei numerosi effetti cambiari dinanzi ai quali lo stesso curatore si era
trovato).
A nulla può rilevare l’incarico più o meno formale affidato dal ricorrente alla
sorella ai fini delle incombenze di tenuta delle scritture, atteso che «in tema di
bancarotta fraudolenta documentale, l’imprenditore non è esente da
responsabilità nel caso in cui affidi la contabilità dell’impresa a soggetti forniti di
specifiche cognizioni tecniche in quanto, non essendo egli esonerato dall’obbligo
di vigilare e controllare le attività svolte dai delegati, sussiste una presunzione
semplice, superabile solo con una rigorosa prova contraria, che i dati siano
trascritti secondo le indicazioni fornite dal titolare dell’impresa» (Cass., Sez. V, n.
2812 del 17/10/2013, Manfrellotti, Rv 258947).
4. Si impongono pertanto le determinazioni di cui al dispositivo.

P. Q. M.

Annulla la sentenza impugnata, limitatamente alla condotta di bancarotta
fraudolenta patrimoniale, con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di
Milano per nuovo esame sul punto.
Rigetta il ricorso nel resto.
Così deciso il 25/05/2015.

come evidenziato a pag. 7 della motivazione della sentenza impugnata – nel pur

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