Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 43043 del 04/05/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 43043 Anno 2015
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: MICHELI PAOLO

Data Udienza: 04/05/2015

SENTENZA

sul ricorso proposto nell’interesse di
D’Alessandro Luigi, nato a Vacri il 18/11/1952
avverso l’ordinanza emessa dalla Corte di appello di L’Aquila il 15/07/2014
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Paolo Micheli;
lette le conclusioni del Procuratore generale presso questa Corte, nella persona
della Dott.ssa Maria Giuseppina Fodaroni, che ha richiesto dichiararsi
l’inammissibilità del ricorso

RITENUTO IN FATTO
1. La Corte di appello di L’Aquila, con il provvedimento in epigrafe, statuiva
l’inammissibilità di una dichiarazione di ricusazione presentata da Luigi
D’Alessandro nei confronti del Dott. Aldo Manfredi, presidente del collegio
chiamato a decidere sull’appello avanzato dal medesimo D’Alessandro (imputato
di reati di bancarotta) nell’ambito del procedimento penale n. 2180/2011. Nella

motivazione dell’ordinanza, la Corte territoriale rilevava la manifesta
infondatezza dell’istanza, segnalando che:
– la dichiarazione di ricusazione era stata formalizzata dopo che, nel corso
dell’udienza tenutasi il 07/07/2014, il Dott. Manfredi aveva rappresentato che
all’udienza successiva (pendendo ricorso per cassazione nei riguardi di un
precedente provvedimento con cui era stata rigettata una prima richiesta ex art
38 cod. proc. pen.) la causa sarebbe stata comunque trattata,
indipendentemente dalla definizione o meno di quel ricorso in sede di legittimità;

avesse manifestato l’intenzione di non tenere conto del disposto di cui all’art. 37,
secondo comma, del codice di rito;
– pure ammettendo che il Dott. Manfredi avesse effettivamente pronunciato le
frasi indicate, delle quali non vi era traccia nel verbale datato 07/07/2014, egli
non aveva comunque palesato alcun pregiudizio sui fatti contestati al
D’Alessandro, evidenziando soltanto «l’intenzione di non concedere ulteriori rinvii
dell’udienza» a fronte delle previsioni codicistiche secondo cui la dichiarazione di
ricusazione «non determina automaticamente la sospensione dell’attività
processuale, ma preclude solamente la deliberazione della sentenza».

2. Propone ricorso per cassazione il difensore del D’Alessandro, lamentando
inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 37 cod. proc. pen.
Premesso che la Corte abruzzese avrebbe comunque violato il disposto
dell’art. 41, comma 3, del codice di rito, visto che il dubbio sulla rispondenza a
verità delle asserzioni dell’istante (circa le dichiarazioni del Dott. Manfredi all’atto
del rinvio ad altra data dell’udienza del 07/07/2014) avrebbe dovuto essere
sanato assumendo opportune informazioni, la difesa segnala che il magistrato ha
mostrato di ignorare i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità circa i
poteri del giudice ricusato, manifestando ostilità nei confronti del D’Alessandro:
l’intenzione di trattare comunque il processo venne infatti annunciata dal Dott.
Manfredi dopo che il rinvio era stato già disposto, e dunque con condotta extraprocessuale (quando, in quel momento, egli avrebbe dovuto non già occuparsi di
questioni “private e personali” afferenti i rapporti con l’odierno ricorrente, bensì
dedicarsi alla celebrazione degli altri giudizi fissati). Quell’annuncio, fatto in
presenza di più persone e con carattere urbi et orbi, appariva del resto in
contraddizione con quanto appena deciso, vale a dire con il rinvio del processo,
stante la pendenza del ricorso per cassazione avverso la pregressa decisione
della Corte aquilana sulla prima dichiarazione di ricusazione: nell’interesse del
D’Alessandro si fa osservare che il magistrato, ove fosse stato convinto della
legittimità del proprio operato nel decidere di proseguire nella trattazione del

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– il D’Alessandro aveva sostenuto come, in tal modo, il presidente ricusato

processo, non avrebbe dovuto rinviare l’udienza, mentre non aveva senso – se
non quello di rivelare inimicizia nei confronti dell’imputato appellante – disporre
il differimento e rappresentare pubblicamente l’intenzione, per l’udienza
successiva, di regolarsi diversamente.
Il Dott. Manfredi avrebbe pertanto reso evidente il «pre-giudizio già in lui
creatosi in ordine ai fatti di causa ed anticipatori della sentenza (sfavorevole
all’imputato appellante) che si andrà ad emettere», e dunque di essere “nemico”
del D’Alessandro, arrivando a proclamare «di essere disposto a violare fin’anche
una chiarissima norma procedurale (il secondo comma dell’art. 37 cod. proc.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso deve qualificarsi inammissibile, per manifesta infondatezza dei
motivi di doglianza.
Il Dott. Manfredi, infatti, non poteva concorrere a pronunciare la sentenza
relativa al processo a carico del D’Alessandro fino al momento in cui non fosse
intervenuta una decisione di inammissibilità o di rigetto della ricusazione, ai
sensi dell’art. 37, comma 2, del codice di rito; ma gli era certamente consentito,
quale presidente del collegio della Corte di appello, di trattare il processo
medesimo, raccogliendo eventuali istanze di carattere preliminare ed assumendo
le conseguenti ordinanze, acquisendo prove nell’ambito di una (ancora
eventuale) parziale rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, come pure dando
corso alla discussione. Evidentemente, il 07/07/2014 la Corte aquilana aveva
ritenuto di non svolgere alcuna di quelle attività, al fine di perseguire l’obiettivo
di una trattazione contestuale di tutte le incombenze correlate al giudizio de quo:
ma, anche alla luce della necessità di garantire una ragionevole durata del
processo medesimo, era assolutamente fisiologico che, per l’udienza successiva,
il collegio potesse determinarsi altrimenti. Le indicazioni del Dott. Manfredi,
pure ammettendo che egli certamente pronunciò le frasi censurate dalla difesa
dell’imputato, miravano dunque a preannunciare che la causa sarebbe stata
trattata, non certo a segnalarne un esito giocoforza negativo per il D’Alessandro.
Deve peraltro ricordarsi che, secondo la giurisprudenza delle Sezioni Unite di
questa Corte (sentenza n. 23122 del 27/01/2011, ric. Tanzi), nell’esito del
giudizio sulla dichiarazione di ricusazione si ravvisa «una causa di validità o
nullità secundum eventum della decisione irritualmente adottata in pendenza
della ricusazione medesima: l’inammissibilità o il rigetto la rendono valida;
l’accoglimento invalida»: ciò comporta che l’eventuale sentenza pronunciata in
violazione del divieto di cui al citato art. 37, comma 2, non sarebbe neppure

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pen.) […] pur di giudicarlo».

(necessariamente) viziata.

Osservano infatti le Sezioni Unite che «se, in

mancanza di una esplicita sanzione, si ritiene che l’invalidità dell’atto decisorio
risiede nell’assenza di terzietà e imparzialità che incide sulla capacità del giudice
per e nel singolo processo, deve riconoscersi che la incapacità del giudice non
può dipendere dalla mera esistenza di una denunzia di parte ma richiede un
accertamento ab extemo.

In relazione alla ipotesi di imparzialità denunziata da

una delle parti, tale accertamento è affidato nel sistema del codice di procedura
penale all’instaurazione di una procedura incidentale costituita dal sub-

procedimento principale. E come non può il giudice, a torto o a ragione
sospettato, decidere sulla sua ricusa, nello stesso modo non possono le parti che
lo sospettano determinare la sua sostituzione mediante la mera esternazione
delle proprie ragioni: giacché in entrambe le ipotesi verrebbe paradossalmente
elusa proprio la terzietà [..] della valutazione sulla ricusa, arbitrariamente
anticipandosene gli effetti sulla base delle opinioni degli interessati. Che la
denunzia di parte non possa di per sé determinare la sostituzione del giudice non
costituisce d’altra parte criterio opinabile, ma rappresenta necessità sistematica
del processo penale, non potendo rimettersi a iniziative dell’imputato, o di altra
parte, che si rivelino pretestuose la scelta del giudice chiamato a decidere sulla
sua posizione».
Nella stessa pronuncia delle Sezioni Unite si legge altresì che «la pronunzia
che definisce il giudizio eventualmente emessa dal giudice fondatamente ricusato
è da considerare viziata dalla carenza in concreto del potere di decidere sulla
regiudicanda. A parità di difetto e di divieto, il vizio non può che avere identica
natura vuoi nel caso in cui la pronunzia che rappresenta la manifestazione
definitiva dell’esercizio della potestà giurisdizionale nel processo sia stata resa
dopo che la decisione che ha accolto la ricusazione è divenuta definitiva, vuoi nel
caso in cui sia stata assunta nelle more del procedimento di ricusazione risoltosi
poi con l’accertamento della fondatezza della ricusa e il riconoscimento del
difetto. Mentre analoghe ragioni per ritenere tale incapacità particolare non
ricorrono se il divieto di astenersi dal pronunziare sentenza pendendo la
ricusazione è stato violato, ma la ricusazione è dichiarata inammissibile o
rigettata».
Infine, e – a questo punto –

ad abundantiam, il massimo organo di

nomofilachia ha chiarito che il divieto istituito dall’art. 37, comma 2, cod. proc.
pen. deve intendersi riferito «alla sola fase di merito del giudizio sulla
ricusazione»; ciò, fra l’altro, in quanto appare «insuperabile il riferimento
testuale alla “ordinanza che dichiara inammissibile o rigetta la ricusazione” che
compare nel comma 2 dell’art. 37. Non soltanto perché dovrebbe presumersi che
~41._

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procedimento di ricusazione, assistito da garanzie giurisdizionali pari a quelle del

il legislatore non ignorasse che la Cassazione investita da un ricorso pronunzia
sentenza, salvo i casi ora previsti dall’art. 610, comma 1, cod. proc. pen., di
ricorsi assegnati alla sezione che decide in caso di patente inammissibilità […], e
in pochi altri (di conversione o qualificazione dell’impugnazione), ma perché
l’eventuale sentenza della Cassazione sui ricorsi avverso le ordinanze dei giudici
di merito che hanno dichiarato inammissibile o infondata la dichiarazione di
ricusazione avrebbe ad oggetto la decisione sulla ricusazione, non la ricusazione
stessa».
Un difetto di capacità del Dott. Manfredi, pertanto, si sarebbe prodotto

42, comma 1, cod. proc. pen. (secondo cui il giudice “non può compiere alcun
atto del procedimento”, certamente a pena di nullità); sino a quel momento, il
collegio formato anche dal suddetto magistrato ben avrebbe potuto compiere le
attività processuali ricordate, e nulla di scorretto fece il presidente del collegio
medesimo nell’annunciare – senza palesare convincimenti di sorta sui fatti
oggetto della regiudicanda – che ciò sarebbe verosimilmente accaduto in
occasione dell’udienza successiva.
2. Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., segue la condanna del D’Alessandro
al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di
colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al versamento in
favore della Cassa delle Ammende della somma di C 2.000,00, così
equitativamente stabilita in ragione dei motivi dedotti.

P. Q. M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 04/05/2015.

soltanto dopo l’accoglimento della ricusazione, come non a caso statuisce l’art.

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