Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 42225 del 19/11/2014


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 42225 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: SAVINO MARIAPIA GAETANA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
STAGNO VIRGINIA N. IL 31/12/1973
avverso l’ordinanza n. 2681/2013 TRIB. LIBERTA’ di FROSINONE,
del 17/04/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. MARIAPIA GAETANA
SAVINO;
teitté/sentite le conclusioni del PG Dott.U. O (4 rt
k,tk,‘LDQ

n

Udit i difensor Avv.;

v

v

L.

Data Udienza: 19/11/2014

Ritenuto in diritto

Stagno Virginia ha proposto, per il tramite del proprio difensore di fiducia, ricorso per Cassazione
avverso l’ordinanza del 17.4.2014 con la quale il Tribunale del riesame di Frosinone — provvedendo
sull’istanza di riesame dalla predetta proposta avverso il decreto di sequestro preventivo emesso dal
GIP del Tribunale di Cassino il 17.3.2014 avente ad oggetto i terreni di cui al catasto foglio 16

acquistato nel 2011 dalla ricorrente, oltre recinzioni e pertinenze, due strade abusive una a monte
della Cappella del Colloquio — respingeva l’istanza e confermava il decreto del GIP.
In particolare, il suddetto sequestro preventivo era stato disposto nell’ambito di un procedimento
penale per il reato di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edificatorio in località Santa Scolastica,
posta nel comune di Santa Lucia, e classificata originariamente come area a vocazione agricola.
Nel 2000 la società immobiliare Domus AD s.r.1, aveva acquistato, da due distinti venditori, i
terreni suindicati facenti parte di tale area con destinazione agricola, che insisteva intorno alla
cappella del Colloquio, bene di rilevante interesse storico ed artistico sottoposto al vincolo di cui
all’art. 10 della legge 42/2004.
Secondo l’ipotesi accusatoria, gli indagati realizzavano una lottizzazione abusiva di terreni a scopo
edificatorio, per complessivi mq 30.000 circa, attraverso il frazionamento delle originarie particelle,
la divisione e la vendita dei terreni in lotti, mediante trasformazione urbanistica ed edilizia delle
aree da agricole a residenziali, attesa la natura degli interventi edificatori consistenti nella
realizzazione, previo rilascio dei relativi permessi di costruire e di ulteriori titoli abilitativi, di
cinque ville di notevole dimensione, con relative recinzioni e strade interne e, una di esse, dotata
anche di piscina; peraltro, in una delle proprietà frazionate veniva inglobata anche una stradella
poderale, costituente, da tempo immemorabile, l’unico accesso dalla via pubblica alla cappella del
Colloquio.
Tali interventi erano del tutto avulsi dalla conduzione dei fondi agricoli ed in contrasto con gli artt.
65 co. 2, 54,55 della L. R. Lazio n. 38/99, come modificata dalla L.R. n. 8/03, nonché con gli artt.
12 co. 2, 15 co. 2 dpr 380/01, e con l’art. 23 L.R. Lazio 15/2008.
Ritenevano i giudici del riesame che il frazionamento dei terreni, la vendita in lotti, la presenza di
opere di urbanizzazione consistite nella realizzazione di due strade di accesso abusive che servivano
più lotti oltre a strade interne di collegamento dei lotti, unitamente alla assenza in capo ai venditori
ed agli acquirenti della qualifica di imprenditori agricoli o coltivatori diretti che potesse giustificare

particelle 294,296,288,324,325,326 ed i relativi immobili su di essi edificati, tra cui quello

edificazioni a scopo abitativo nella zona, sottendevano inequivocamente un piano di lottizzazione
abusiva.
I permessi di costruire venivano rilasciati prima dell’adozione, nel 2002, del piano regolatore
generale da parte del comune di Santa Lucia, approvato dalla regione Lazio solo il 18.10.05.
Dunque, in assenza del piano regolatore, permaneva un situazione di inedificabilità per le aree
esterne al centro urbano; peraltro, in pendenza dell’approvazione regionale del piano regolatore, i

imprenditore agricolo del beneficiario, la connotazione rurale dei fabbricati cui il permesso di
riferiva, il requisito del lotto minimo; inoltre, essendo quattro dei cinque organismi ancora in corso
di ultimazione, risultavano superati i limiti triennali di validità dei permessi.
All’edificazione da parte dei privati acquirenti delle porzioni di terreno, si aggiungeva la previsione,
in deroga allo strumento urbanistico, da parte dell’amministrazione comunale, della realizzazione di
due strade in zona agricola prive di attinenza con la finalità di coltivazione dei campi, finalizzate a
costituire nuovo accesso alla chiesa, in sostituzione dell’antico percorso, che era stato inglobato in
una delle aree frazionate e vendute a privati per la realizzazione di unità abitativa.
Detta operazione amministrativa ed edificatoria aveva dato luogo ad interventi di trasformazione del
territorio e dell’assetto idrogeologico essendo stati realizzati cinque organismi edilizi di notevoli
dimensioni che avevano richiesto sbancamenti di terreno e la realizzazione di due strade abusive;
discendeva da tali interventi la trasformazione dell’area agricola, per giunta con la presenza di un
bene di rilevante interesse storico ed artistico, in una zona a vocazione residenziale, con opere di
urbanizzazione primaria che avevano richiesto sbancamenti e riporti di terreno. Le trasformazioni
apportate al territorio avevano, inoltre, inciso sull’assetto idrogeologico determinando un rischio di
instabilità.
I giudici del riesame, recependo l’assunto accusatorio, hanno ritenuto che negli anni in cui vennero
richiesti i permessi di costruire, il comune di Santa Lucia era sprovvisto di PRG, adottato ma non
approvato (l’approvazione intervenne solo nel maggio 2005) per cui si sarebbe dovuto dare
applicazione, per la realizzazione dei progetti, alle misure di salvaguardia ex L. 1902/1952, e,
poiché l’autorità locale non era dotata di idoneo strumento urbanistico, doveva valere il disposto
dell’art. 65 L. regionale 38/99, in forza del quale doveva vigere l’inedificabilità assoluta per le aree
esterne al centro urbano.
In ogni caso, anche attenendosi ai criteri del PRG, i permessi di costruire non avrebbero potuto
essere rilasciati in zona agricola per difetto dei requisiti soggettivi in capo ai beneficiari e dei

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permessi di costruire non avrebbero potuto essere rilasciati in quanto mancava la qualifica di

requisiti oggettivi: difatti mancava la qualifica di imprenditore agricolo del beneficiario, la
connotazione oggettiva di fabbricato rurale, il requisito del lotto minimo.
Illegittimi erano dunque i permessi di costruire rilasciati e parimenti illegittimi i successivi permessi
in variante, nonché le DIA e le SCIA successive al 2002 presentate dagli acquirenti degli immobili
per i lavori di completamento: essendo quattro dei cinque organismi ancora in corso di ultimazione,
risultavano superati i limiti triennali di validità dei permessi.

acquirente di una delle unità immobiliari realizzate nell’ambito di tale piano di lottizzazione
edificatoria, dunque subentrata nella titolarità di essa. Gli originari proprietari erano, infatti,
Marrocco Angelo, in qualità di legale rappresentante della Domus AD s.r1.1, Marroco Stefano e
Marrocco Valentina, Di Falco Valentiva e Carrino Fausta che avevano acquistato, con distinti atti
notarili, i terreni sopra descritti e, ottenuti i permessi di costruire n. 6,7,9,10/04, avevano edificato i
manufatti nelle loro parti strutturali, provvedendo a vendere agli altri indagati,fra cui l’odierna
ricorrente, con rogiti rogati stipulati fra il 2003 ed il 2011, le rispettive porzioni di immobile, sulle
quali gli acquirenti proseguivano i lavori edilizi di completamento.
La Stagno, quindi, è stata chiamata a rispondere del reato di lottizzazione abusiva, a titolo di
concorso doloso o, quantomeno, colposo ex art. 113 c.p., in quanto, resasi acquirente di uno dei
manufatti con rogito del 27.5.011, proseguiva le opere edilizie. Secondo l’assunto accusatorio,
nonostante tutti i precedenti permessi fossero scaduti, con SCIA del 19.8.011, n.5193, provvedeva a
nuovo livellamento del fondo con riporto di nuovo terreno e sistemazione delle pareti del fabbricato
da interrare, nonché alla realizzazione di condotta per le acque chiare, e sotterranee, e con DIA del
12.4.2012, n. 2381, effettuava un cambio di destinazione d’uso del piano seminterrato, non
assentibile perché non previsto in zona E, avente destinazione agricola, e realizzava una strada
abusiva di accesso all’immobile ed una strada di collegamento in quanto la SCIA non era assistita
da autorizzazione per le zone sismiche. Inoltre gli è stato contestato anche il reato di cui all’art. 44
lett. b DPR 380/01 perché gli interventi edilizi erano stati posti in essere dalla Stagno in assenza di
valido permesso di costruire.
A sostegno del ricorso la difesa della Stagno ha dedotto i seguenti motivi:
1) Erronea applicazione della legge penale ed omessa motivazione con riferimento alla
individuazione della disciplina urbanistica applicabile ed in particolare all’art. 30 co. 1 DPR 380/01,
125 co. 3 c.p.p.
Lamenta la difesa della ricorrente l’erronea interpretazione della disciplina urbanistica applicabile al
capo in esame.
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Orbene l’odierna ricorrente è stata indagata di concorso nel reato di lottizzazione abusiva in quanto

Premesso che tutte le richieste di permessi di costruire, ivi compreso il permesso n. 9/04 riguardante
l’immobile poi acquistato dalla Stagno, sono state presentate entro la data del 30.6.2002, che le
costruzioni sorgono al di fuori del perimetro del centro urbano, che all’epoca della presentazione
delle richieste e del successivo rilascio dei titoli autorizzatori, il comune di Villa Santa Lucia era
sprovvisto di PRG, approvato solo con delibera della Giunta comunale Lazio nel maggio 2005, la
difesa della ricorrente contesta l’errata applicazione, da parte dei giudici del riesame, della

30.1.2002 n. 4, che aveva introdotto modifiche all’art. 51 co. 2 L. regionale 38/1999, “consentendo
l’applicazione fino al 30.6.2002 degli strumenti urbanistici vigenti nelle zone agricole, definite
all’interno della stessa legge”.
Secondo l’assunto del Tribunale del riesame, l’art. 51 L.R. n. 38/1999 si riferisce alla disciplina
uniforme da utilizzare nella redazione dei nuovi strumenti urbanistici generali o nell’adeguamento
dei precedenti, e, quindi alle aree agricole in essi ricompresi; laddove l’art. 65 stessa legge, quale
norma transitoria, introduceva una nuova normativa di salvaguardia per tutte le aree agricole non
considerate dal PRG o da altri strumenti urbanistici, tant’è che la LR 4/2002 si riferisce alle sole
zone agricole definite all’interno degli strumenti urbanistici “vigenti” e, quindi, non era applicabile
al comune di Villa Santa Lucia in quanto sprovvisto di PRG vigente e di una zonizzazione delle
aree agricole.
La difesa della ricorrente ritiene non pertinente il richiamo alla norma menzionata dal Tribunale in
quanto, a suo avviso, non trovano applicazione né l’art. 51 né l’art. 65 LR Lazio 38/99, come
supposto erroneamente nell’ordinanza impugnata, bensì la norma speciale di deroga prevista
dall’art. 65 bis stessa legge regionale, dedicata espressamente alle zone agricole che, al comma 3,
così dispone: “fino alla scadenza del termine di cui al comma 2, in deroga a quanto disposto
nell’art. 51 co. 2, alle zone agricole definite all’interno degli strumenti urbanistici vigenti
continuano ad applicarsi le disposizioni previste dagli strumenti stessi.
Tale norma è stata oggetto di un’interpretazione autentica ad opera dell’art. 1 co. 153 LR Lazio
12/2001, in base alla quale “il comma 3 art. 65 L. R Lazio 38/99 va interpretato nel seguente modo:
ai titoli abilitativi e successive varianti, sempre che le richieste di titolo abilitativo siano pervenute
entro la data di cui al comma 2 (31.12.2001, prorogata al 30.6.2002 ex art. 8 1. reg n. 8/03) ed
anche se i titoli siano stati rilasciati successivamente a tale data, si applicano le disposizioni previste
rispettivamente dagli strumenti urbanistici vigenti, ovvero, nei comuni sprovvisti di pianificazione
urbanistica, nelle zone poste al di fuori del perimetro dei centri abitati, le disposizioni dell’art. 1 LR

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disciplina urbanistica laddove i medesimi negano l’invocata applicabilità dell’art. 1 L. regionale

Lazio 6.7.1977 n. 24 concernente la disciplina urbanistica – edilizia nei comuni sprovvisti di
strumenti urbanistici generali e successive modifiche.
Detta norma, come modificata dalla L.R. 86/90 dispone che “nei comuni sprovvisti di strumenti
urbanistici generali e nelle aree comunque prive di destinazione urbanistica, il rilascio delle
concessioni edilizie è subordinato alle seguenti prescrizioni”; Brall’esterno del perimetro dei centri
abitati sono consentire opere edilizie di cui non è prevista l’inclusione ai sensi dell’art. 13 L. 10/77

pari a 10.000 mq”.
Alla stregua di tale normativa, ritenuta quella applicabile, rileva la difesa che i permessi rilasciati
sono legittimi in quanto conformi ai parametri richiesti dalla norma suindicata, con conseguente
insussistenza del fumus della lottizzazione abusiva.
2) Erronea applicazione della legge penale ed omessa motivazione con riferimento alla
individuazione della disciplina urbanistica applicabile ed in particolare all’art. 30 co. 1 DPR 380/01,
125 co. 3 c.p.p. con riguardo alla individuazione della posizione della Stagno.
Assume la difesa la non applicabilità della misura cautelare reale nei confronti della Stagno in
quanto terza acquirente in buona fede; richiama in proposito pronunce di questa Corte in base alle
quali in tema di reati edilizi, la confisca di un immobile abusivamente lottizzato può essere disposta
anche nei confronti del terzo acquirente, qualora nei suoi confronti siano riscontrabili quantomeno
profili di colpa per non aver assunto le necessarie informazioni sulla sussistenza di un titolo
abilitativo e sulla compatibilità dell’intervento con gli strumenti urbanistici (Cass. Sez.
III, n. 15987/2013 Rv. 255416).
In particolare, a detta della difesa, la buona fede della Stagno emerge da una serie di elementi a
cominciare dal fatto che la stessa ebbe ad acquistare l’immobile, con rogito del notaio Colella del
27.5.2011, confidando nella totale regolarità dell’immobile. Peraltro, all’atto pubblico venivano
allegati, anche in esito alle verifiche catastali del notaio, il permesso di costruire n. 94/04 ed
ulteriori atti, di inequivoca valenza, idonei ad ingenerare nell’acquirente l’affidamento sulla
regolarità urbanistica dell’immobile tra i quali il certificato di destinazione urbanistica.
A ciò si deve aggiungere che era decorso un lasso di tempo prolungato (dal 2004 al 2011) durante
il quale le autorità amministrative deputate alla tutela del territorio, non avevano sollevato alcuna
questione in ordine all’edificazione della zona circostante la chiesa del Colloquio,
In definitiva, stante il tempo trascorso dall’acquisto del terreno da parte della Domus AD s.r.1„ e
degli altri coindagati, nonché rispetto alla realizzazione degli immobili, considerate le
compravendite delle altre unità abitative avvenute senza problemi, considerata, altresì, la totale
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reg. 10/77; “l’indice non può superare i mc 0,03per metro quadro edificabile ed il lotto minimo è

acquiescenza della PA, rassicurata dal rogito notarile e dalle previe verifiche catastali a cura del
notaio, nonché dalla esistenza di un permesso di costruire legittimante l’edificazione dell’edificio
oggetto della compravendita, allegato all’atto di compravendita, la Stagno confidava
ragionevolmente sulla regolarità della situazione edificatoria del bene acquistato. Ciò anche perché
nei comuni sprovvisti di PRG come il comune di Villa santa Lucia, la LR Lazio 86/90 continuava
ad essere applicabile ed a consentire l’edificazione in zona agricola senza limitazioni a favore dei
soli coltivatori diretti od imprenditori agricoli.

tecnico-giuridica della disciplina urbanistica non può essere posta a carico del privato acquirente,
rassicurato dalla presenza di un regolare permesso di costruire, al punto tale da contestargli una
partecipazione, consapevole, al programma di lottizzazione abusiva; tanto più che la Stagno non
era operatrice esperta del settore e si era affidata, quanto al controllo della regolarità dell’immobile,
alle capillari verifiche catastali ed urbanistiche svolte dal notaio rogante ed al fatto che il comune di
villa Santa Lucia aveva rilasciato, negli anni precedenti, altri permessi di costruire nella stessa zona.
Inoltre l’immobile era ubicato in un comprensorio già dotato di rete elettrica ed idrica, servito da
strade preesistenti realizzate in parte anche col contributo pubblico, il suo era l’ultimo immobile ad
essere acquistato, inserito in un contesto abitativo di case già esistenti da anni e servito da opere di
urbanizzazione primaria e secondaria.
Quanto, poi, alla sussistenza dei titoli abilitativi, con particolare riguardo alle opere di
completamento dell’immobile effettuate dalla Stagno dopo l’acquisto, avvenuto successivamente
alla scadenza del rilascio dell’originario titolo autorizzatorio nell’anno 2004, va osservato che, pur
essendo state effettuate le opere di completamento dopo la scadenza del termine triennale dal
rilascio del permesso di costruire, e non essendo stato richiesto altro permesso per le opere ancora
da eseguire, come prescritto dall’art. 15 co. 3 DPR 380/01, i lavori di completamento non sono
rimasti privi ti titolo autorizzatorio in quanto si trattava di opere per le quali era sufficiente la SCIA,
che è stata regolarmente richiesta. La suddetta norma prevede, infatti, che per le opere ancora da
eseguire scaduto il termine di durata del permesso di costruire, occorra richiedere un nuovo
permesso salvo che le stesse non rientrino tra quelle realizzabili mediante denuncia di inizio attività
ai sensi dell’art. 22 DPR 380/01.
Già prima della compravendita con DIA del 26.8.2010, era stato richiesto un nuovo titolo
autorizzatorio per il completamento del fabbricato; quindi il titolo edilizio valido cui deve farsi
riferimento per accertare la regolarità dei lavori effettuati dalla avente causa subentrata nella
titolarità dell’immobile, non è l’originario permesso di costruire bensì la DIA in questione. Quindi
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Peraltro, rileva la difesa, anche a ritenere diversa la situazione normativa-urbanistica, la complessità

l’ultimazione dell’opera non è stata realizzata senza titolo bensì in forza di DIA a norma dell’art. 22
DPR 380/01 richiamato dall’at. 15 co. 3 del medesimo DPR.
Successivamente all’acquisto è stata presentata una nuova DIA il 12.4.010, ma solo al fine del
cambio di destinazione da agricola a residenziale.

Il ricorso è infondato per le seguenti ragioni.
In particolare, nel caso di specie, l’accertamento del fumus riguarda due distinti profili: quello
concernente l’individuazione della normativa applicabile con riferimento agli strumenti urbanistici
vigenti, in base alla quale ritenere se sussista o meno la lottizzazione abusiva, e quello relativo alla
partecipazione concorsuale della Stagno alla condotta di lottizzatoria per aver la stessa acquistato
una porzione di terreno oggetto del frazionamento e l’edificio su di essa costruito nelle parti
strutturali, portando a completamento i lavori in forza di titoli abilitativi conseguiti dopo l’acquisto.
Il primo profilo è stato esaurientemente affrontato dal Tribunale del riesame che ha correttamente
individuato la normativa applicabile nelle misure di salvaguardia di cui alla legge 1902/1952 in
quanto negli anni in cui vennero richiesti i permessi di costruire, il comune di Santa Lucia era
sprovvisto di PRG, già adottato ma non ancora approvato (l’approvazione intervenne solo nel
maggio 2005). Di conseguenza, poiché l’autorità locale non era dotata di idoneo strumento
urbanistico, doveva valere il disposto dell’art. 65 L. regionale 38/99, in forza del quale doveva
vigere l’inedificabilità assoluta per le aree esterne al centro urbano.
Quanto al secondo profilo si tratta di chiarire la posizione del terzo acquirente rispetto al reato di
lottizzazione abusiva.
Orbene, come è noto, tale reato può essere posto in essere da una pluralità di soggetti, i quali, in
base ai principi che regolano il concorso di persone nel reato, possono partecipare alla commissione
del fatto con condotte anche eterogenee e diverse da quella strettamente costruttiva, purché ciascuno
di essi apporti un contributo causale alla verificazione dell’illecito e senza che vi sia alcuna
necessità di un accordo preventivo.
A ben vedere, infatti, la lottizzazione abusiva ha carattere generalmente plurisoggettivo dal
momento che all’interno di tale fattispecie confluiscono condotte convergenti verso un’operazione
unitaria caratterizzata dal nesso causale che lega i comportamenti dei vari partecipi diretti a
condizionare la programmazione territoriale riservata alla amministrazione.

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Ritenuto in diritto

Tanto premesso occorre richiamare l’orientamento, più volte espresso da questa stessa Corte,
secondo il quale la condotta dell’acquirente non configura un evento imprevisto ed imprevedibile
per il venditore, perché anzi inserisce un determinante contributo causale alla concreta attuazione
del disegno criminoso di quello, e, per la cooperazione dell’acquirente nel reato, non sono necessari
un previo concerto o un’azione concordata con il venditore: basta una semplice adesione al disegno
criminoso da quest’ultimo ideato, posta in essere anche attraverso la violazione (commessa

costituiscono diretta esplicazione dei doveri di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. (sentenza
Corte Costituzionale n. 364 del 1988).
Dunque l’acquirente non può considerarsi, solo per tale sua qualità, soggetto terzo estraneo al reato
di lottizzazione abusiva, ben potendo egli tuttavia, benché compartecipe al medesimo accadimento
materiale, dimostrare di avere agito in buona fede, senza rendersi conto, cioè, di partecipare ad
un’operazione di illecita lottizzazione (ex pluris Cass. sez. III n. 15987/2013; Cass. Sez. III n.
36844/2009).
Viceversa se l’acquirente risulta consapevole del carattere abusivo dell’intervento, o avrebbe potuto
esserlo impiegando la normale diligenza, la sua condotta si lega con intimo nesso causale a quella
del venditore ed in tal modo le rispettive azioni, apparentemente distinte, si collegano tra loro e
determinano la formazione di una fattispecie unitaria ed indivisibile, diretta in modo convergente al
conseguimento del risultato lottizzatorio.
Del resto la contravvenzione di lottizzazione abusiva ben può essere commessa per colpa non
ricorrendo in ambito di reati edilizi alcuna eccezione al principio generale stabilito per le
contravvenzioni dall’art. 42 co. 4 c.p. (Cass. Sez. III n. 15987/2013).
Peraltro questa Corte ha più volte affermato, in ossequio ai principi di cui all’art. 7 CEDU, che per
disporre la confisca prevista dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 44, comma 2, il proprietario della res
non deve essere necessariamente condannato, in quanto detta sanzione ben può essere disposta
anche quando sia stata comunque accertata la sussistenza del reato di lottizzazione abusiva in tutti i
suoi elementi, soggettivo ed oggettivo, anche laddove, per una causa diversa (come ad esempio
l’intervenuto decorso della prescrizione) non si pervenga alla condanna del suo autore ed alla
inflizione della pena (Cass. Sez. III, n. 45833/2012).
Tanto premesso il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna della ricorrente al
pagamento delle spese processuali.

8

deliberatamente o per trascuratezza) di specifici doveri di informazione e conoscenza che

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma in data 19 novembre 2014.

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