Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 4019 del 12/11/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 4019 Anno 2016
Presidente: NAPPI ANIELLO
Relatore: BRUNO PAOLO ANTONIO

SENTENZA

Sul ricorso proposto da

VUOLO Alda, nata a Roma il 15/12/1974
avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma del 7 ottobre 2014;

udita la relazione del consigliere Paolo Antonio Bruno;
sentito il Procuratore Generale, in persona del Sostituto Gabriele Mazzotta, che ha
concluso chiedendo l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per
intervenuta prescrizione.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte d’appello di Roma, in parziale
riforma della sentenza del Tribunale di questa stessa città del 21 marzo 2013,
riduceva, nei termini di giustizia, la pena inflitta ad Alda Vuolo, ritenuta colpevole
dei reati di cui agli artt. 217 e 224 legge fall. perché nei tre anni anteriori alla
dichiarazione di fallimento, quale amministratrice della Coral Service s.r.I., dal
22.3.2005 al 21.5.2006 alla data del fallimento

(1.12.2006)

regolarmente i libri e le altre scritture contabili prescritti dalla legge.

non teneva

Data Udienza: 12/11/2015

2. Avverso l’anzidetta pronuncia il difensore dell’imputata, avv. Aldo Areddu, ha
proposto ricorso per cassazione, denunciando inosservanza ed erronea applicazione
della legge penale; mancanza, manifesta illogicità o contraddittorietà della
motivazione, con riferimento alla mancata concessione del beneficio della non
menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale.
Si osserva, in proposito, che il giudice di appello aveva negato la
concessione del beneficio, espressamente richiesto nei motivi di appello, sul rilievo
che la pubblicità derivante dalla mancata concessione del beneficio rispondeva alle

reiterazione di analoghi reati da parte dell’imputata. Così argomentando il giudice di
appello aveva, però, disatteso pacifico insegnamento giurisprudenziale di questa
Corte di legittimità, secondo cui l’apprezzamento in ordine al beneficio in parola era
subordinato esclusivamente alla valutazione dei parametri di cui all’art. 133 cod.
pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. La censura relativa al profilo della penale responsabilità è destituita di
fondamento, considerato che la struttura motivazionale della sentenza impugnata
ha, congruamente, giustificato il ribadito giudizio di colpevolezza a carico
dell’imputata, facendo, peraltro, corretta applicazione di indiscusso insegnamento
giurisprudenziale in ordine all’imputazione, anche a titolo di colpa,
all’amministratore di diritto del reato di bancarotta documentale semplice, in
ragione della sua stessa qualità e degli obblighi di legge ad essa connessi, quanto
alla regolare tenuta delle scritture contabili.
E’, invece, fondata la seconda censura, posto che, per indiscusso insegnamento
di questa Corte regolatrice, la valutazione, meramente discrezionale, in merito alla
concedibilità del beneficio della non menzione deve essere parametrata ai criteri
dettati dall’art. 133 cod. pen., pur senza la necessità di specifica esposizione delle
ragioni della relativa decisione (Sez. 3, n. 7608 del 17/11/2009, dep. 2010. Rv.
246183; Sez. 1, n. 560 del 22/11/1994, dep.1995, Rv. 200029, secondo cui il
giudizio sulla concedibílità del beneficio della non menzione della condanna nel
certificato del casellario giudiziale è subordinato esclusivamente alla valutazione
delle circostanze di cui all’art. 133 cod. pen., sicché resta precluso ogni altro criterio
di valutazione. In particolare, non è giustificato il diniego in base alla considerazione
che l’iscrizione può costituire una remora per il compimento di altri reati da parte
del colpevole. Tale motivazione, infatti, è erronea perché l’annotazione della
condanna non costituisce un fattore dissuasivo da illeciti futuri, mentre la norma
dell’art. 175 cod. pen. è diretta proprio al raggiungimento dell’effetto opposto, che è
quello di favorire il ravvedimento del condannato mediante l’eliminazione di talune

2

esigenze di tutela sociale, fornendo un’ulteriore garanzia riguardo a possibile

conseguenze del reato, che possano compromettere o intralciare la sua possibilità di
lavoro).
Per quanto, precede, la sentenza impugnata dovrebbe essere annullata in parte
qua. Sennonché, sulla pronuncia di annullamento prevale, com’è ovvio, il rilievo
dell’intervenuta estinzione del reato per maturata prescrizione, alla cui declaratoria
sarebbe, comunque, tenuto il giudice del rinvio.
Ed allora, in accoglimento dell’eccezione sollevata dal P.G. all’odierna udienza,
può farsi luogo alla pertinente dichiarazione.

data di commissione del reato (1.12.2006) ed al periodo di sospensione, per la
complessiva durata di giorni 179 – il reato è prescritto il 30.11.2014.
Non resta, allora, che prenderne atto e, previo annullamento senza rinvio della
sentenza impugnata, dichiarare estinto il reato per intervenuta prescrizione, non
risultando in atti – tanto più a fronte di doppia conforme in punto di penale
responsabilità – l’evidenza delle condizioni per una più favorevole pronunzia di
proscioglimento nel merito.

2. Non resta, pertanto, che provvedere come da dispositivo.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio perché il reato é estinto per
prescrizione.
Così deciso il 12/11/2015

Ed invero, l’eccezione è, certamente, fondata, in quanto – avuto riguardo alla

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