Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 39575 del 02/10/2014


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 39575 Anno 2015
Presidente: BONITO FRANCESCO MARIA SILVIO
Relatore: MAGI RAFFAELLO

ORDINANZA

sul ricorso proposto da:
FRANCESCHELLI ANTONIO N. IL 05/12/1990
avverso la sentenza n. 5323/2013 GIUDICE UDIENZA
PRELIMINARE di SALERNO, del 18/12/2013
dato avviso alle parti;
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. RAFFAELLO MAGI;

Data Udienza: 02/10/2014

IN FATTO E IN DIRITTO

1. Con sentenza emessa in data 18 dicembre 2013 il GIP del Tribunale di
Salerno applicava ai sensi degli artt. 444 e ss. cod. proc.pen. la pena di anni tre
e mesi quattro di reclusione – previa applicazione delle circostanze attenuanti
generiche con giudizio di prevalenza sulla contestata aggravante – nei confronti
di Franceschelli Antonio, in relazione al reato di cui agli artt. 56 e 575 cod.pen.,

2. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione Franceschelli
Antonio – a mezzo del difensore di fiducia – deducendo violazione di legge e vizio
di motivazione in riferimento alla qualificazione giuridica del fatto e alla
quantificazione della pena.

3. Il ricorso è manifestamente infondato.
Il Collegio premette che l’applicazione della pena su richiesta delle parti è un
meccanismo processuale in virtù del quale l’imputato ed il pubblico ministero si
accordano sulla qualificazione giuridica della condotta contestata, sulla
concorrenza di circostanze, sulla comparazione fra le stesse e sull’entità della
pena. Da parte sua il giudice ha il potere-dovere di controllare l’esattezza dei
menzionati aspetti giuridici e la congruità della pena richiesta e di applicarla,
dopo aver accertato che non emerga in modo immediatamente percepibile (e
diversamente da quanto prospettato dalle parti) una delle cause di non punibilità
previste dall’art. 129 c.p.p.
Ne consegue che – una volta ottenuta l’applicazione di una determinata pena
ex art. 444 c.p.p. – l’imputato non può rimettere in discussione profili oggettivi o
soggettivi della fattispecie, perché essi sono coperti dal patteggiamento, non
essendo stato manifestato – in sede di merito- dubbio alcuno sulla valenza degli
elementi ricostruttivi, nè essendo stata proposta una lettura alternativa delle
risultanze di fatto .
Tanto premesso, il Collegio osserva che i motivi di ricorso appaiono privi di
specificità e, comunque manifestamente infondati, atteso che il giudice,
nell’applicare la pena concordata, si è, da un lato, adeguato a quanto contenuto
nell’ accordo intervenuto fra le parti e, dall’altro, ha escluso la sussistenza dei
presupposti di cui all’art.129 c.p.p., con motivazione sintetica ma aderente alla
natura dell’istituto .
La motivazione espressa ha confermato la qualificazione giuridica del fatto
contestato con riferimenti precisi alla valenza dimostrativa di alcuni atti del
procedimento, noti alla parte, ed ha peraltro differenziato la posizione del

Z—

per fatto avvenuto il 30 maggio 2013 .

ricorrente da quella dei coimputati, così recependo la proposta di accordo
proveniente dalle parti.
La motivazione, nel far riferimento all’intervenuto accordo e alla valenza
dimostrativa degli atti acquisiti ha espresso, in modo sintetico ma conforme alla
legge, il risultato della valutazione operata.
Tale motivazione, avuto riguardo alla speciale natura dell’accertamento in
sede di applicazione della pena su richiesta delle parti, appare pienamente
adeguata ai parametri richiesti per tale genere di decisioni, secondo la costante

Di Benedetto; SS.UU. 27 settembre 1995, Serafino; SS.UU. 25 novembre 1998,
Messina).
Anche i passaggi determinativi della pena risultano espressi correttamente
ed in modo conforme alla proposta delle parti, nè risulta quantificata una pena
superiore a quella prevista dal legislatore per la fattispecie considerata.
Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue di diritto la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di
elementi atti ad escludere la colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 2000), al versamento a favore della
Cassa delle ammende di sanzione pecuniaria, che pare congruo determinare in
euro millecinquecento, ai sensi dell’art. 616 c.p.p.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento di euro 1.500,00 a favore della cassa delle
ammende.
Così deciso il 2 ottobre 2014

Il Consigliere estensore

Il Presidente

giurisprudenza di legittimità (si vedano tra le altre, Cass. SS.UU. 27 marzo 1992,

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