Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 38754 del 08/05/2015


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 38754 Anno 2015
Presidente: BRUNO PAOLO ANTONIO
Relatore: GUARDIANO ALFREDO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
Di Giosia Tiziano, nato a Roseto degli Abruzzi, il 4.3.1960, e da Di
Giosia Roberto, nato a Roseto degli Abruzzi, 1’8.12.1985, avverso
l’ordinanza adottata dal tribunale di Teramo il 5.1.2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Alfredo Guardiano;
udito il pubblico ministero nella persona del sostituto procuratore
generale dott. Gabriele Mazzota, che ha concluso per
l’inammissibilità dei ricorsi;

Data Udienza: 08/05/2015

udito per i ricorrenti, l’avv. Gianfranco Iadecola, sostituto
processuale del difensore di fiducia, avv. Gennaro Lettieri, del
Foro di Teramo, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

1. Con ordinanza emessa il 5.1.2015 il tribunale di Teramo, in
funzione di tribunale del riesame, adito ex art. 322, c.p.p.,
confermava il decreto con cui il giudice per le indagini preliminari
presso il tribunale di Teramo aveva disposto il sequestro
preventivo finalizzato alla confisca per valore equivalente nei
confronti di Di Giosia Tiziano, legale rappresentante della “DI.ME.
s.r.l.”e socio recedente dalla suddetta società, e di Di Giosia
Roberto, legale rappresentante della immobiliare “Di Giosia s.a.s.
di Di Giosia Roberto e c.”, in relazione ai reati di cui agli artt. 216,
co. 1, n. 1, 219, co. 1 e 2, n. 1), 223, co. 1, I. fall., e 11, d. Igs.
74/2000, fatti contestati come commessi in concorso con
Bellachioma Giancarlo, legale rappresentante della “DI.ME s.r.l.”,
già “Diesel Meccanica di Bellachioma Giancarlo & C. s.n.c.”,
dichiarata fallita il 21.3.2013, e con Bellachioma Nicolino, figlio Di
Bellachioma

Giancarlo

e

legale

rappresentante

della

“Dieselmeccanica s.r.l.”
2. Avverso l’ordinanza del tribunale del riesame, di cui chiedono
l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione
Di Giosia Tiziano e Di Giosia Roberto, a mezzo del loro difensore di
fiducia, lamentando violazione di legge per insussistenza del
“fumus commissi delicti” e del “periculum in mora”, in relazione ai
quali, ad avviso dei ricorrenti, la motivazione del tribunale del
riesame è assolutamente carente, anche perché non ha tenuto

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FATTO E DIRITTO

conto delle osservazioni svolte dalla difesa volte a contestare,
anche attraverso la produzione di idonea documentazione, la
sussistenza dei suddetti elementi.
Evidenziano, al riguardo, i ricorrenti come le operazioni consacrate
negli atti notarili del 27.9.2011, ritenute dal tribunale del riesame

“Diesel Meccanica s.n.c.”, debbano ricondursi in realtà, come
dimostrato dalla documentazione prodotta, alla definizione di un
conflitto sorto tra i soci originari della suddetta società,
Bellachioma Giancarlo e Di Giosia Tiziano, che conduceva
quest’ultimo alla determinazione di recedere già alla fine del 2009
dalla suddetta società in favore del Bellachioma.
L’impossibilità di ricondurre le ipotesi di reato innanzi indicate ai
Di Giosia, appare evidente, ad avviso dei ricorrenti, ove si
consideri che il Di Giosia Roberto, all’epoca dei fatti per cui è
processo, lavorava come semplice operaio della società fallita, non
facendo parte della compagine sociale, mentre il Di Giosia Tiziano,
sin dal gennaio del 2010, era rimasto estraneo alla gestione
societaria.
Difetta, dunque, ad avviso dei ricorrenti, la dimostrazione
dell’elemento soggettivo, in relazione ai reati innanzi indicati,
nonché del “periculum in mora” per i reati fallimentari.
3. I ricorsi vanno dichiarati inammissibili.
4. Ed invero i ricorsi dei Di Giosia risultano fondati su motivi che
esulano dalla nozione di “violazione di legge”, unico vizio
deducibile, ai sensi dell’art. 325, co. 1, c.p.p., con il ricorso per
cassazione avverso i provvedimenti adottati dal tribunale del
riesame ai sensi dell’art. 324, c.p.p., come delineata dalla

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dolosamente preordinate alla spoliazione del patrimonio della

costante giurisprudenza della Suprema Corte, condivisa dal
Collegio.
In tale nozione, difatti, rientrano, oltre l’inosservanza di
disposizioni di legge sostanziale e processuale, anche la mancanza
di motivazione, nei casi in cui la motivazione stessa risulti del

logicità, al punto da risultare meramente apparente o
assolutamente inidonea a rendere comprensibile il filo logico
seguito dal giudice di merito, ovvero quando le linee
argomentative del provvedimento siano talmente scoordinate e
carenti dei necessari passaggi logici da far rimanere oscure le
ragioni che hanno giustificato la decisione, ma non vi rientra la
illogicità manifesta della motivazione, la quale può denunciarsi nel
giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo
motivo di ricorso di cui alla lett. e) dell’art. 606 c.p.p. (cfr. Cass.,
sez. IV, 30/11/2011, n. 4049; Cass., Cass., sez. I, 12/10/2012,
n. 45033).
Peraltro, come è stato affermato da un condivisibile arresto del
Supremo Collegio, in materia di misure cautelari reali non è
consentito in sede di legittimità verificare la sussistenza del fattoreato, ma solo accertare se il fatto contestato è configurabile
come fattispecie astratta del reato nei termini di sommarietà tipici
della fase delle indagini preliminari, potendo essere proposto
ricorso per cassazione solo per violazione di legge (cfr. Cass., sez.
III, 02/12/2011, n. 920).
Orbene appare evidente che il ricorso di cui si discute non appare
conforme ai menzionati principi.
A fronte di una motivazione articolata ed immune da vizi, che dà
pienamente contezza dei presupposti per l’applicazione del

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tutto priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e di

provvedimento cautelare reale e della infondatezza dei rilievi
difensivi articolati in sede di riesame (cfr. pp. 1-8 dell’impugnata
ordinanza), infatti, i rilievi prospettati dai ricorrenti si risolvono
tutti in censure di merito sulla sussistenza del fatto, non
consentite in questa sede di legittimità ovvero nella manifesta

Peraltro, con particolare riferimento al profilo dell’elemento
soggettivo dei reati in contestazione, va rilevato che esso ha
formato oggetto di disamina da parte del tribunale del riesame,
che ne ha affermato la sussistenza (cfr. p. 7), per cui sul punto le
doglianze difensive appaiono anche manifestamente infondate,
posto che, secondo quanto affermato dall’orientamento
prevalente in sede di legittimità, in sede di riesame dei
provvedimenti che dispongono una misura cautelare reale, il
giudice può rilevare anche il difetto dell’ elemento soggettivo del
reato, purché lo stesso emerga “ictu oculi” (cfr. Cass., sez. VI,
6.2.2014, n. 16153, rv. 259337; Cass., sez. IV, 21.5.2008, n.
23944, rv. 240521).
Per quanto riguarda, infine, le censure riguardanti il “periculum in
mora”, va innanzitutto rilevato che, trattandosi di decreto di
sequestro preventivo per valore equivalente finalizzato alla
confisca, previsto per i reati tributari, risulta del tutto irrilevante la
valutazione del “periculum in mora”, che attiene ai requisiti del
sequestro preventivo impeditivo, di cui all’art. 321, co. 1, c.p.p.
(cfr. Cass., 15.4.2015, n. 20887, rv. 263408) e che, comunque, è
stata effettuata in sede di applicazione della misura cautelare
reale.
Con riferimento ai reati fallimentari, va rilevato che il tribunale del
riesame opera un (consentito) richiamo alla motivazione del

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illogicità o contraddittorietà della motivazione.

decreto di sequestro preventivo sulla sussistenza delle esigenze
cautelari, rilevando come le valutazioni operate sul punto dal
giudice per le indagini preliminari non risultano “neppure
affrontate dall’argomentare difensivo in parte qua” (cfr. p. 8) e sul
punto i rilievi difensivi, svolti in particolare nelle pagine 12-13

5. Sulla base delle svolte considerazioni i ricorsi di cui in premessa
vanno, dunque, dichiarati inammissibili, con condanna di ciascun
ricorrente, ai sensi dell’art. 616, c.p.p., al pagamento delle spese
del procedimento ed, in favore della cassa delle ammende, di una
somma che si ritiene equo fissare in 1000,00 euro, tenuto conto
dei profili di colpa relativi alla evidente inammissibilità
dell’impugnazione (cfr. Corte Costituzionale, n. 186 del
13.6.2000).
P.Q.M.
Dichiara

inammissibili

i

ricorsi e condanna

i

ricorrenti

singolarmente al pagamento delle spese processuali e della
somma di euro 1000,00 in favore della cassa delle ammende.
Così deciso in Roma lì 8.5.2015

dell’atto di impugnazione, appaiono del tutto generici.

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