Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 3861 del 09/12/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 3861 Anno 2016
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: DI STASI ANTONELLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:

SECK ABOU LAHAR, nato a Pikine (Senegal) il 29/10/1969

avverso la sentenza del 30/01/2014 della Corte di Appello di Salerno

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott.ssa Antonella Di Stasi;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale
dott.ssa Paola Filippi, che ha concluso chiedendo la declaratoria di inammissibilità
del ricorso;
udito per l’imputato l’avv. Giovanni Gioia, che ha concluso riportandosi ai
motivi del ricorso.

Data Udienza: 09/12/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 13.11.2008, il Tribunale di Salerno, pronunciando nei
confronti dell’odierno ricorrente SECK ABOU LAHAR, imputato del reato di cui
all’art. 81 cpv cod. pen. -171 bis e ter, commi 1 e 2, legge 22.4.1941 n. 633 per
avere, in esecuzione del medesimo disegno criminoso, detenuto e posto in vendita
al fine di lucro, n 100 CD musicali, 38 DvD, 23 CD contenenti programmi per
elaboratori, illecitamente riprodotti e privi del marchio S.I.A.E. (capo A) e del reato

precedente capo, riceveva, per procurarsi un profitto, il materiale suindicato (capo
B), lo dichiarava responsabile dei reati ascrittigli e , previa concessione delle
attenuanti generiche e dell’attenuante speciale di cui all’art. 648, comma 2, cod.
pen. valutate come prevalenti sulle contestate aggravanti, con l’aumento per la
continuazione e la riduzione per il rito abbreviato prescelto, lo condannava alla
pena di mesi quattro di reclusione ed euro 200,00 di multa, concedendo il beneficio
della sospensione condizionale della pena.
Con sentenza del 30.1.2014, la Corte di appello di Salerno, a seguito
dell’appello proposto dall’imputato, confermava la sentenza emessa dal Tribunale
di Salerno e condannava l’appellante SECK ABOU LAHAR al pagamento delle spese
del grado.

2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione, SECK ABOU
LAHAR, tramite il difensore di fiducia, deducendo i motivi di seguito enunciati nei
limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173
comma 1, disp. att. cod. proc. pen:
Erronea applicazione della legge penale (art. 606, comma 1 lett. b cod. proc.)
pen.- Mancanza e/o manifesta illogicità della motivazione (art. 606, comma 1 lett.
e cod. proc.)
Il ricorrente lamenta la contraddittorietà della motivazione nella parte in cui
richiama il motivo di appello fondato sulla inapplicabilità delle norme relative al
contrassegno SIAE al privato e, poi, senza alcuna osservazione contrariaconferma la sentenza di condanna.
Deduce, altresì, che la Corte territoriale si è limitata a richiamare gli argomenti
esposti dal primo Giudice, senza rispondere agli specifici motivi di appello a cui
non era stata data risposta in primo grado, in particolare quelli relativi alla
qualificazione giuridica del reato di cui all’art. 648 cod. pen., alla mancanza di
qualsiasi accertamento sui beni caduti in sequestro, alla mancata verifica della
disponibilità della strumentazione per l’illecita duplicazione.

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di cui all’art. 648, 61 n. 2 cod. pen. , poiché al fine di eseguire il reato di cui al

Conclude, quindi, per l’annullamento della sentenza impugnata con ogni
provvedimento conseguente.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è manifestamente infondato.
2. Va ricordato che è pacifica acquisizione della giurisprudenza di questa
Suprema Corte come debba essere ritenuto inammissibile il ricorso per cassazione

infondate dal giudice del gravame, dovendosi gli stessi considerare non specifici.
La mancanza di specificità del motivo, infatti, va valutata e ritenuta non solo per
la sua genericità, intesa come indeterminatezza, ma anche per la mancanza di
correlazione tra le ragioni argomentate dalla decisione impugnata e quelle poste a
fondamento dell’impugnazione, dal momento che quest’ultima non può ignorare
le esplicitazioni del giudice censurato senza cadere nel vizio di aspecificità che
conduce, a norma dell’art. 591 comma 1, lett. c) cod. proc. pen, alla
inammissibilità della impugnazione (in tal senso sez. 2, n. 29108 del 15.7.2011,
Cannavacciuolo non mass.; conf. sez. 5, n. 28011 del 15.2.2013, Sammarco, rv.
255568; sez. 4, n. 18826 del 9.2.2012, Pezzo, rv. 253849; sez. 2, n. 19951 del
15.5.2008, Lo Piccolo, rv. 240109; sez. 4, n. 34270 del 3.7.2007, Scicchitano, rv.
236945; sez. 1, n. 39598 del 30.9.2004, Burzotta, rv. 230634; sez. 4, n. 15497
del 22.2.2002, Palma, rv. 221693).
Ancora di recente, questa Corte di legittimità ha ribadito come sia
inammissibile il ricorso per cassazione fondato sugli stessi motivi proposti con
l’appello e motivatamente respinti in secondo grado, sia per l’insindacabilità delle
valutazioni di merito adeguatamente e logicamente motivate, sia per la genericità
delle doglianze che, così prospettate, solo apparentemente denunciano un errore
logico o giuridico determinato (sez. 3, n. 44882 del 18.7.2014, Cariolo e altri, rv.
260608).
Va, poi, evidenziato che ci si trova di fronte ad una “doppia conforme”
affermazione di responsabilità e che, legittimamente, in tale caso, è pienamente
ammissibile la motivazione della sentenza di appello per relationem a quella della
sentenza di primo grado, sempre che le censure formulate contro la decisione
impugnata non contengano elementi ed argomenti diversi da quelli già esaminati
e disattesi.
E’, infatti, giurisprudenza pacifica di questa Suprema Corte che la sentenza
appellata e quella di appello, quando non vi è difformità sui punti denunciati, si
integrano vicendevolmente, formando un tutto organico ed inscindibile, una sola
entità logico- giuridica, alla quale occorre fare riferimento per giudicare della

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fondato su motivi che riproducono le medesime ragioni già discusse e ritenute

congruità della motivazione, integrando e completando con quella adottata dal
primo giudice le eventuali carenze di quella di appello (Sez. 1^, 22/11/19934/2/1994, n. 1309, Albergamo, riv. 197250; Sez. 3″, 14/2- 23/4/1994, n. 4700,
Scauri, riv. 197497; Sez. 2^, 2/3- 4/5/1994, n. 5112, Palazzotto, riv. 198487;
Sez. 2^, 13/11-5/12/1997, n. 11220, Ambrosino, riv. 209145; Sez. 6^,
20/113/3/2003, n. 224079). Ne consegue che il giudice di appello, in caso di
pronuncia conforme a quella appellata, può limitarsi a rinviare per relationem a
quest’ultima sia nella ricostruzione del fatto sia nelle parti non oggetto di specifiche

prospettate dall’appellante. In questo caso il controllo del giudice di legittimità si
estenderà alla verifica della congruità e logicità delle risposte fornite alle predette
censu re.
Inoltre, secondo la giurisprudenza di questa Corte, nella motivazione della
sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto a compiere un’analisi
approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame
dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che,
anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in modo logico e adeguato,
le ragioni del suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto
decisivo. Ne consegue che in tal caso debbono considerarsi implicitamente
disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano
logicamente incompatibili con la decisione adottata (cfr. sez. 6 n. 49970 del
19.10.2012, Muià ed altri rv.254107; Sez 3 n.7406 del 15/01/2015, Rv.262423).
Nella specie, il Giudice di appello ha argomentato, congruamente e senza
illogicità, in merito alla infondatezza dei motivi di appello, rispondendo
specificamente alle singole censure formulate.
La aspecificità dei motivi di appello e, di contro, la adeguatezza e congruità
della motivazione della sentenza impugnata, inducono alla declaratoria di
inammissibilità del ricorso.
3. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen,
non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del
ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al
pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.

censure, dovendo soltanto rispondere in modo congruo alle singole doglianze

Così deciso il 9/12/2015

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