Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 38543 del 21/05/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 38543 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: MULLIRI GUICLA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
Marmo Carmela, nata a Nocera Inferiore il 27.9.65
imputata art. 10 ter d.lgs 74/00

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Milano del 13.11.14
Sentita la relazione del cons. Guida Mùlliri;
Sentito il P.M., nella persona del P.G. dr. Sante Spinaci, che ha chiesto il rigetto del
ricorso;
Sentito il difensore dell’imputata, avv. Giovanna Fiore in sost. dell’avv. Luigi De Lisa,
che ha insistito per l’accoglimento del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. Vicenda processuale e provvedimento impugnato – Pur riconoscendo le attenuanti
generiche e riducendo la pena, la Corte d’appello, con la sentenza impugnata, ha confermato la
condanna inflitta alla ricorrente per avere, nella sua qualità di titolare dell’omonima ditta,
omesso – nel termine di legge per la dichiarazione annuale relativa al 2006 – il versamento
dell’IVA per un ammontare pari a 147.135 C.

Data Udienza: 21/05/2015

Avverso tale decisione, l’imputata ha proposto ricorso, tramite

1) violazione di legge e vizio della motivazione
perché i giudici non hanno
tenuto conto della crisi di liquidità in cui versava l’azienda ed hanno considerato irrilevanti le
giustificazioni addotte in tal senso. Tra l’altro, trattandosi di reato a dolo generico, si sarebbe
dovuto considerare che la coscienza e volontà avrebbe dovuto investire la nuova soglia di
rilevanza penale del fatto all’indomani della sentenza della Corte costituzionale n. 80/14.
La ricorrente ricorda, altresì, la recente pronunzia n. 15176 /14 di questa stessa sezione
ove è stata riconosciuta rilevanza della crisi di liquidità ai fini della esclusione dell’elemento
soggettivo del reato de quo e critica la decisione impugnata anche per non aver tenuto conto
del ruolo esclusivamente formale svolto dalla donna che era una mera “testa di legno” rispetto
al marito che gestiva effettivamente la società;
2) violazione di legge in punto di quantificazione della pena perché i parametri
degli artt. 132 e 133 c.p. sono stati usati in modo incongruo.
La ricorrente conclude invocando l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Motivi della decisione genericità ed assertività.
3.

Entrambi i motivi di ricorso sono inammissibili per la loro

3.1. Il primo motivo reitera (peraltro, solo in parte), la tesi difensiva già sviluppata
dinanzi alla Corte di appello, eludendo, tuttavia, la replica puntuale della Corte.
Quest’ultima, infatti, ha subito evidenziato la infondatezza della deduzione difensiva di
esser stata, la donna, mera “testa di legno” e di essersi fidata delle iniziative societarie del
marito. E’, quindi, solo suggestivo, da parte della ricorrente, evocare delle pronunzie di questa
S.C. che, effettivamente (sez. m, 5.12.13, Mercutello n. 5467) hanno ammesso la possibilità di casi nei
quali possano essere ritenute l’assenza del dolo o l’assoluta impossibilità di adempiere
l’obbligazione tributaria.
Ciò, però, è sempre subordinato alla esistenza di una valida motivazione essendo infatti
necessario che siano assolti oneri di allegazione e di prova circa il fatto che «non sia stato
altrimenti possibile, per il contribuente, reperire le risorse necessarie a consentirgli il corretto e
puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le
possibili azioni, se del caso anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a
consentirgli di recuperare, in presenza di una improvvisa crisi di liquidità, quelle somme
necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla
sua volontà e ad egli non imputabili (sez. III, 6.2.14, Iaquinangelo, n. 15176).
Come anticipato, nulla è stato dedotto nella specie dalla ricorrente se non una generica
evocazione del suo ruolo di mero paravento per il marito, eventualità che, come detto, era già
stata ampiamente e motivatamente confutata dalla Corte d’appello ( v. seconda parte f. 2) senza che
la ricorrente abbia qui svolto un solo argomento che smentisca la giustezza di quegli assunti.
A tale stregua, il ricorso oltre che manifestamente infondato, sarebbe inammissibile già
per la sua genericità in quanto l’assenza di specificità va intesa non solo come
indeterminatezza, ma anche, come la mancanza di correlazione tra le ragioni argomentate
dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento della impugnazione. (ex plurimis, Sez. VI,
8.5.09, Candita, Rv. 244181; Sez. V, 27.1.05, Giagnorio, Rv. 231708).

3.2.
E’, poi, del tutto generica la censura svolta nel secondo motivo che, oltre
ad essere motivata con un’asserita – ma non meglio precisata – inosservanza degli artt. 132 e 133
c.p., confligge con il dato obiettivo che, tanto accurato è stato il vaglio della Corte in punto di
trattamento sanzionatorio, che, previo riconoscimento all’imputata delle attenuanti generiche,
alla stessa è stata ridotta la pena.

2

2. Motivi del ricorso difensore, deducendo:

Alla presente declaratoria segue, per legge, la condanna della ricorrente al pagamento
delle spese processuali ed al versamento alla Cassa delle Ammende della somma di 1000 C.

P.Q.M.
Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p.

Così deciso il 21 maggio 2015
Il Presidente

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna
la ricorrente
al pagamento delle spese
processuali ed al versamento alla Cassa delle Ammende della somma di 1000 C.

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