Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 38374 del 18/07/2018


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 38374 Anno 2018
Presidente: FUMU GIACOMO
Relatore: SERRAO EUGENIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
SANDRI GIUSEPPE nato a MONTECCHIO MAGGIORE il 20/03/1973

avverso la sentenza del 31/03/2016 della CORTE APPELLO di VENEZIA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere EUGENIA SERRAO;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore dott. SIMONE PERELLI,
che ha concluso per il rigetto del ricorso;
udito il difensore, Avv. NOVELLO FURIN, che ha concluso per l’accoglimento del
ricorso.

Data Udienza: 18/07/2018

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte di Appello di Venezia, con la sentenza in epigrafe, ha riformato la
pronuncia di condanna emessa nei confronti di Sandri Giuseppe e Sandri
Massimo in data 22/05/2014 dal Tribunale di Vicenza, assolvendo Sandri
Massimo dal reato ascritto al capo A) con formula «perché il fatto non costituisce
reato», dichiarando non doversi procedere nei confronti di entrambi gli imputati
per i reati ascritti ai capi B) e C) perché estinti per prescrizione, rideterminando

relazione al reato di cui al capo A) e condannando tale imputato al pagamento
delle spese di lite in favore della parte civile.

2. Si era contestato a Giuseppe Sandri, socio della Sandri Giuseppe e Sandri
Massimo s.n.c., impresa di scavi e movimentazione terra, di aver cagionato per
colpa generica e specifica il decesso del dipendente Mondin Alain, avvenuto per
trauma da schiacciamento toracico e della base del collo in quanto, operando a
bordo dell’autocarro aziendale MAN, dopo essere entrato nel cantiere per una via
non prevista dal P.S.C. e nonostante la delimitazione dell’area, eseguendo
manovre di carico e scarico di materiale di riporto su un viottolo sterrato, del
tutto inidoneo al transito dei mezzi pesanti in ragione della pendenza e delle
dimensioni, si era ribaltato rotolando a valle mentre stava scaricando materiale,
con il cassone alzato, alterandone il già precario equilibrio.
2.1. Il fatto per cui è processo è stato così ricostruito dal giudice di primo
grado: Mondin Alain si trovava, il 25 settembre 2009, con il datore di lavoro
Giuseppe Sandri in un cantiere temporaneo adibito alla costruzione di
un’abitazione privata sulle colline di Castelgornberto; inizialmente, mentre il
Sandri sbancava uno strato di roccia usando lo scavatore piccolo dotato di
martello pneumatico, il Mondin rimuoveva i resti dello scavo con lo scavatore più
grande dotato di pala, buttandoli in un’area adibita allo scarico dei materiali di
risulta; nel tardo pomeriggio, il lavoratore era alla guida di un imponente
autocarro MAN a tre assi largo m.2,50, dotato di cassone ribaltabile, e si era
posto su una strada sterrata (capezzagna) che passava in prossimità della zona
di scarico oltrepassando la linea di confine del cantiere, la cui rete di
delimitazione presentava in prossimità della stradina sterrata un varco di
ampiezza tale da consentire il passaggio dei mezzi; nella zona immediatamente
esterna al cantiere, l’autocarro aveva fatto due o tre manovre nello spazio a
disposizione sulla strada, larga m.2,70, ponendosi di traverso ma alcuni
testimoni che osservavano dalla loro abitazione tali manovre avevano riferito
che, allorchè il cassone era stato sollevato per scaricare il materiale a valle, si
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in un anno e mesi sei di reclusione la pena nei confronti di Sandri Giuseppe in

era ribaltato rotolando lungo il pendio; pur non essendo possibile stabilire se la
perdita di equilibrio del mezzo fosse ascrivibile al cedimento del ciglio stradale
verso valle, essendo presente uno smottamento, ovvero alla posizione instabile
assunta dall’autocarro, che aveva le ruote anteriori a monte in posizione più
elevata rispetto alle posteriori, il Tribunale aveva ritenuto tutte le manovre in
nesso di causa con l’evento, che in ogni caso non avrebbe provocato i gravissimi
politraumi a danno del lavoratore, in ragione del fatto che la cabina del camion
era rimasta integra, ove quest’ultimo avesse indossato la cintura di sicurezza

di sicurezza indicate nel P.S.C., che non autorizzava a percorrere la stradina
sterrata, alla quale si poteva invece accedere perché la rete di recinzione era
stata tagliata prima dell’infortunio, nonché l’omessa previsione nel P.O.S. del
rischio di ribaltamento dell’autocarro derivante dalla movimentazione del cassone
e l’omessa previsione di misure idonee ad evitare il rischio di ribaltamento
dell’autocarro da cedimento del fondo stradale, fatta eccezione per la cautela di
percorrere le zone all’interno del cantiere a velocità ridotta; il datore di lavoro
aveva, altresì, omesso di imporre al dipendente l’uso della cintura di sicurezza
all’interno dell’area di cantiere.
2.2. In replica alla tesi difensiva secondo la quale il lavoratore avesse
utilizzato un mezzo normalmente adibito a distributore di carburante, fosse
uscito dall’area di cantiere e si fosse posto in posizione precaria contravvenendo,
senza che il Sandri potesse rendersene conto dalla posizione in cui si trovava,
alle precise direttive impartitegli dal datore di lavoro alla presenza di terzi, la
Corte di Appello ha così ricostruito la dinamica dell’infortunio e le responsabilità
del datore: la posizione del cassone dopo il rotolamento del camion lungo la
scarpata, intatto e collegato al pianale, escludeva che l’autocarro avesse perso
aderenza al terreno per il sollevamento del cassone e, per altro verso, era dubbio
che i testimoni, la cui attendibilità andava comunque soppesata, avessero una
buona visuale dal loro punto di osservazione; il ribaltamento si era, piuttosto,
verificato mentre l’autista si spostava in retromarcia lungo il viottolo in pendenza
e su terreno sconnesso, avvicinandosi al deposito temporaneo di detriti
accumulato nei pressi dello scavo; il lavoratore aveva, pertanto, portato
l’autocarro in quel punto per caricare terra e detriti accumulati durante la
giornata, servendosi della pala cingolata che era sulla capezzagna in un punto
più vicino all’area di scavo, al fine di trasportare i materiali di risulta all’esterno
del cantiere onde conferirli in discarica; anche se usualmente il camion veniva
utilizzato dal Sandri entrando dalla strada principale del cantiere, prevista nel
P.S.C., quel giorno l’ingresso principale era ostruito dalla presenza delle
baracche; nessun testimone aveva dichiarato che il datore di lavoro avesse
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presente sul mezzo; al datore di lavoro era addebitabile la violazione delle regole

espressamente vietato al lavoratore di utilizzare il camion ed era ragionevole e
logico sviluppo delle operazioni svolte nell’arco della giornata che l’operaio
posizionasse l’autocarro in prossimità della montagnola dove era stato
accumulato il materiale di risulta, distante circa cinquanta metri dalla zona dello
scavo; il datore di lavoro era rimproverabile per avere omesso di prestare una
continuativa assistenza al dipendente e di sincerarsi che indossasse la cintura di
sicurezza, tanto più che l’ostruzione dell’entrata principale comportava rischi

3. Giuseppe Sandri propone ricorso per cassazione censurando la sentenza
impugnata per i seguenti motivi:
a) inosservanza o erronea applicazione degli artt.40, comma 2, e 43 cod.
pen. Ricostruendo le aree di rischio di rispettiva competenza del datore di lavoro
e del lavoratore in relazione alla lavorazione in corso, occorre escludere dall’area
di rischio del datore le condotte del lavoratore che non abbiano attinenza con la
lavorazione, non siano pertanto prevedibili

ex ante.

La Corte di Appello,

affermando che sul datore incombeva un obbligo di vigilanza sul lavoratore, ha
trascurato di considerare che il datore aveva apprestato tutti i presidi
antinfortunistici e che avesse impartito idonee prescrizioni comportamentali;
b)

inosservanza o erronea applicazione degli artt.40, comma 1, e 41,

comma 2, cod. pen. La Corte di Appello ha trascurato di considerare che il datore
di lavoro non fosse in condizione di prevedere che il lavoratore avrebbe con
iniziativa del tutto autonoma impiegato un mezzo che era rimasto fermo per
tutta la giornata lavorativa, anche perché per accumulare il terreno scavato non
era necessario uscire dal cantiere, interamente recintato. Il sinistro, si assume, è
la concretizzazione di un rischio alieno, diverso rispetto a quelli propri delle
attività lavorative in essere nel cantiere,

innescato dalla condotta

oggettivamente imprevedibile del lavoratore, idonea ad interrompere il nesso
causale;
c)

inosservanza o erronea applicazione dell’art.43 cod. pen. perché il

mancato esercizio della vigilanza non era soggettivamente rimproverabile
all’imputato. La Corte di Appello ha tralasciato di accertare se il datore di lavoro
fosse nella concreta condizione, mentre lavorava all’interno di una buca profonda
due metri e mezzo, di accorgersi dell’iniziativa assunta dal lavoratore e per
vigilare costantemente sul dipendente avrebbe dovuto smettere di lavorare;
d)

inosservanza o erronea applicazione degli artt.40, comma 1, e 41,

comma 2, cod. pen. nonché travisamento della prova e manifesta illogicità della
motivazione. Il decesso del lavoratore è pacificamente avvenuto a causa del (9/
mancato uso della cintura di sicurezza, ma la Corte territoriale ha tralasciato di

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aggiuntivi che avrebbero imposto la massima vigilanza.

considerare tale omissione, ascrivibile al lavoratore ed assolutamente
imprevedibile da parte di un autista esperto, quale elemento interruttivo del
nesso di causa;
e) inosservanza o erronea applicazione degli artt.192 e 526, comma 1,
lett.b) cod.proc.pen. nonché travisamento della prova e manifesta illogicità della
motivazione. L’affermazione di responsabilità si fonda su una motivazione in cui
sono state disattese le prove testimoniali e si è dato ingresso a congetture,
svilendo le dichiarazioni di coloro che avevano visto la manovra di sollevamento

si sarebbe sganciato e sulla supposizione che i tre testimoni avessero travisato
l’alzata del cassone; si è supposto che l’autocarro occorresse per conferire i
materiali in discarica, ma si tratta di argomento mai emerso; il teste Cracco
aveva udito il Sandri dire al Mondin che quel giorno si sarebbe lavorato solo con
l’escavatore e con la pala, ma i giudici di appello hanno apoditticamente escluso
l’attendibilità del teste; l’affermazione secondo la quale il passaggio dal retro del
cantiere sarebbe stato indotto dalla ostruzione dell’entrata principale è frutto del
travisamento della prova, in quanto i testi hanno escluso che i mezzi dell’impresa
fossero mai transitati attraverso la capezzagna;
f) inosservanza o erronea applicazione degli artt.181,191,192,194,354, 356
cod.proc.pen. e 114 disp.att. cod.proc.pen. ed omessa motivazione sul nono
motivo di appello (sesto e settimo motivo di ricorso) per avere la Corte di
Appello ritenuto utilizzabili gli accertamenti tecnici e la testimonianza
dell’ausiliario di Polizia Giudiziaria, sebbene avesse svolto attività di carattere
irripetibile senza dare avviso all’imputato, svolgendo accertamenti di carattere
tecnico ai sensi dell’art.220 cod.proc.pen. per eseguire rilievi sulla capezzagna in
violazione dell’art.360 cod.proc.pen. Tali prove sarebbero, in ogni caso,
inattendibili in quanto prive di rigore scientifico ed inerenti ad un esame dei
luoghi eseguito diversi giorni dopo l’infortunio su zona non sottoposta a
sequestro.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Logicamente preliminare è la soluzione delle questioni inerenti a vizi
procedurali incidenti sull’utilizzabilità della prova, dedotte con il sesto ed il
settimo motivo di ricorso.
1.1. Si tratta di motivi inammissibili.
La Corte di Appello non ha, infatti, omesso di esaminare la censura ed ha,
anzi, esaminato nella sua integralità (pag.17) l’analoga doglianza svolta nell’atto
di gravame, rimarcando che il cantiere era stato sottoposto nell’immediatezza

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del cassone sulla base dell’assunto congetturale che, se ciò fosse vero, il cassone

del fatto a sequestro preventivo, regolarmente convalidato dal Giudice per le
indagini preliminari con contestuale emissione del decreto di sequestro
preventivo eseguito il 2 ottobre 2009. E’, quindi, smentito dal tenore del
provvedimento impugnato il presupposto sul quale si basa la censura inerente
all’utilizzabilità delle prove, ossia l’irripetibilità degli accertamenti tecnici eseguiti
sullo stato dei luoghi in quanto, in assenza di sequestro, soggetti a
modificazione.
1.2. Ma, a monte di tale rilievo, va evidenziata la genericità della censura,

asseritamente inutilizzabili in quanto formate in base ad accertamenti tecnici non
ripetibili, che si sarebbero dovuti eseguire nel rispetto della procedura prevista
dall’art.360 cod.proc.pen.
1.3. Va chiarito, in tema di accertamenti urgenti, che nel concetto
di accertamento non sono comprese la constatazione o la raccolta dei dati
materiali pertinenti al reato o alla sua prova, i quali si esauriscono in semplici
«rilievi» di natura meramente ricognitiva, ancorchè connotati dal carattere
dell’urgenza; l’accertamento tecnico riguarda, piuttosto, lo studio e la
elaborazione critica dei medesimi dati materiali, onde la irripetibilità dei rilievi,
più specificamente dell’acquisizione dei dati da sottoporre ad esame, non implica
l’irripetibilità dell’accertamento tecnico in quanto il rilievo non comporta,
necessariamente, l’innmutazione dello stato delle persone, delle cose o dei
luoghi. La procedura prescritta dall’art.360 cod.proc.pen. concerne, invece,
esclusivamente gli accertamenti di natura tecnica da eseguire su persone, cose o
luoghi il cui stato sia soggetto a modificazione, con lo scopo di garantire
all’indagato di partecipare all’atto ovvero di conoscere la metodica seguita per
raggiungere l’elaborazione del dato. Non costituiscono, pertanto, accertamenti
tecnici ai sensi dell’art.360 cod.proc.pen. i rilievi meramente ricognitivi dello
stato dei luoghi che, in quanto privi di elementi valutativi, lascino impregiudicata
la formazione della prova nel contraddittorio delle parti (Sez. 1, n. 23156 del
09/05/2002, Maisto, Rv. 22162101).
1.4. Correttamente, dunque, la Corte territoriale ha affermato, circa le
garanzie difensive, che il diritto di difesa fosse garantito dal non essere precluso
all’imputato l’esame dei luoghi in costanza di sequestro né l’esame dell’ausiliario
in veste di testimone sulle misurazioni eseguite.
1.5. La genericità del motivo non consente, in ogni caso, di qualificare l’atto ?
come rilievo ovvero accertamento tecnico né, in quest’ultimo caso, di valutare se (
si sia trattato di accertamento tecnico irripetibile.

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che non indica quali siano le prove, poste a fondamento della decisione,

2. Esaminando il quinto motivo di ricorso, si tratta di censura che non
supera il vaglio di ammissibilità.
2.1. Esula dai poteri della Corte di Cassazione quello di una «rilettura» degli
elementi di fatto, posti a sostegno della decisione, il cui apprezzamento è
riservato in via esclusiva al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di
legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più
adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del
30/04/1997, Dessimone, Rv. 20794501). E la Corte regolatrice ha rilevato che

legge 20 febbraio 2006 n. 46, resta immutata la natura del sindacato che la
Corte di Cassazione può esercitare sui vizi della motivazione, essendo rimasta
preclusa, per il giudice di legittimità, la pura e semplice rilettura degli elementi di
fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi
parametri di ricostruzione o valutazione dei fatti (Sez. 5, n. 17905 del
23/03/2006, Baratta, Rv. 23410901). Pertanto, in sede di legittimità, non sono
consentite le censure che si risolvono nella prospettazione di una diversa
valutazione delle circostanze esaminate dal giudice di merito (ex multis Sez. 6,
n. 22445 del 08/05/2009, Candita, Rv.24418101). Delineato nei superiori
termini l’orizzonte del presente scrutinio di legittimità, si osserva che il ricorrente
invoca, in realtà, una inammissibile considerazione alternativa del compendio
probatorio ed una rivisitazione del potere discrezionale riservato al giudice di
merito in punto di valutazione della prova, senza confrontarsi con la dovuta
specificità con l’iter logico-giuridico seguito dai giudici di merito per affermare la
sua responsabilità penale.
2.2. Le censure proposte sotto l’egida del travisamento della prova si
risolvono, in realtà, in una istanza di nuova valutazione delle prove, che non è
ammessa nel giudizio di legittimità. La Corte territoriale ha, infatti, messo a
confronto le prove e gli indizi, segnatamente le tracce lasciate dall’autocarro, lo
stato del mezzo, i documenti sulla sicurezza P.C.S. e P.O.S., la rete di cinta del
cantiere aperta, la vicinanza del luogo dell’infortunio rispetto allo scavo, con la
prova dichiarativa, desumendone non illogicamente che il lavoratore intendesse
eseguire, a fine giornata, il carico dei materiali di risulta sul cassone del camion.
Ogni altro rilievo concerne passaggi non essenziali della sentenza (ad esempio, il
previsto conferimento dei materiali in discarica) ed è, in quanto tale, inidoneo a
cogliere’ nodi critici della motivazione senza sconfinare nel territorio del giudizio
di merito.
2.3. Le ragioni poste a sostegno di tale, discrezionale, valutazione non
risultano manifestamente illogiche, sono fondate su dati di fatto non travisati,
come ad esempio il contenuto dei documenti sulla sicurezza ovvero la

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anche dopo la modifica dell’art.606 lett. e) cod. proc. pen., per effetto della

sconnessione e la pendenza del terreno sul quale il lavoratore stava eseguendo
la manovra in prossimità dei detriti accumulati nei pressi dello scavo, e su
argomenti aderenti a chiare emergenze istruttorie, come ad esempio la limitata
visuale dalla quale alcuni testimoni avevano assistito al fatto ovvero la posizione
di quiete del camion e del cassone dopo il ribaltamento e le dichiarazioni
testimoniali dalle quali emergeva che il camion fosse utilizzato per caricare mezzi
e materiali.
2.4. Inoltre, in tema di prova nel processo penale, trova ingresso il principio

parti, espresso nel primo comma dell’art.192 cod.proc.pen., secondo cui «Il
giudice valuta la prova dando conto nella motivazione dei risultati acquisiti e dei
criteri adottati», nel caso in esame pienamente rispettato.

3. Esaminando, ora, i primi tre motivi di ricorso, con essi viene impugnato il
capo della sentenza in cui, escludendo l’abnormità della condotta del lavoratore,
si è pervenuti all’affermazione di responsabilità per omessa assistenza al
lavoratore e per omessa vigilanza sul suo operato da parte del datore di lavoro.
Si afferma, in sostanza, l’insussistenza dell’obbligo di vigilanza del datore con
riguardo a lavorazioni che siano fuori dall’area di rischio delimitata dalla
lavorazione in corso, perché rispetto a tali lavorazioni il datore non assumerebbe
la posizione di garante, trattandosi di rischi imprevedibili; si sostiene, quindi, che
le attività poste in essere dal lavoratore e concretanti rischi diversi da quelli
propri delle attività di cantiere sarebbero abnormi ed idonee ad interrompere il
nesso di causalità tra l’obbligo di vigilanza del datore di lavoro e l’evento; in ogni
caso, nessun rimprovero si sarebbe potuto muovere al datore di lavoro perché,
date le circostanze del caso concreto, egli non avrebbe potuto agire altrimenti:
l’osservanza dell’obbligo di vigilanza non sarebbe stato, in altre parole, da lui
esigibile.
3.1. Per un corretto inquadramento della fattispecie concreta, è bene subito
sottolineare che, secondo quanto si legge a pag.14 della sentenza di appello,
l’autocarro dal cui ribaltamento è derivato il decesso del lavoratore era indicato
nel P.O.S. dell’impresa Sandri s.n.c. tra gli attrezzi da lavoro ed aveva la
funzione di trasportare all’interno del cantiere «materiali da costruzione o
provenienti dagli scavi e dalle demolizioni»; con riferimento alla movimentazione
dell’autocarro all’interno del cantiere, il Piano di Sicurezza aveva previsto il
pericolo di cedimento del fondo e di ribaltamento dell’autocarro durante le
manovre, onde emerge l’inconsistenza dell’affermazione secondo la quale
l’infortunio si sarebbe verificato mentre il lavoratore svolgeva attività estranee al ,
rischio gestito dal datore di lavoro. Coerentemente, nella stessa decisione di

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del libero convincimento del giudice sulla base delle prove sottopostegli dalle

primo grado si era, con chiarezza, affermato che la destinazione tipica ed usuale
dell’autocarro fosse quella di trasportare il materiale di risulta dalla zona degli
scavi a quella del deposito temporaneo, percorrendo una distanza tale che
l’escavatore con pala meccanica, utilizzato nel corso della giornata dalla vittima,
non avrebbe potuto percorrere senza disperdere il materiale lungo il percorso.
Risulta, altresì, centrale il rilievo che il lavoratore deceduto fosse stato assunto
con le mansioni di autista e che fosse munito di patente abilitante alla guida
dell’autocarro in questione. L’utilizzazione dell’autocarro da parte del lavoratore

inserita, dunque, con piena aderenza ai fatti ed alle risultanze istruttorie,
nell’area di rischio gestita dal datore di lavoro.
3.2. Le considerazioni che precedono spianano la strada al giudizio di
infondatezza della censura inerente all’asserita estraneità della condotta del
lavoratore al rischio proprio delle attività di cantiere, dunque all’interruzione del
nesso causale tra le omissioni attribuite al datore di lavoro e l’evento.
E’ vero che, per moderare il rigore del principio di equivalenza delle cause
contenuto nell’art. 41, comma 1, cod. pen., il legislatore ha dato rilievo alle
cause sopravvenute che siano idonee ad interrompere il nesso causale; ed è
anche vero che non si può trattare di cause che inneschino un processo causale
del tutto autonomo da quello innescato dall’agente, perché altrimenti la
disposizione dell’art.41, comma 2, cod. pen. si sostanzierebbe in una mera
ripetizione del principio condizionalistico. E’, però, necessario che la causa
sopravvenuta con efficacia interruttiva del nesso causale sia idonea ad assorbire
per intero il processo causale, così da far degradare la condotta del trasgressore
a mera occasione dell’evento. Deve pertanto trattarsi di un processo non
completamente avulso dall’antecedente e tuttavia sufficiente a determinare
l’evento, secondo un’accezione di sufficienza che non indica tanto «totale
indipendenza dalla condotta dell’imputato» quanto piuttosto «probabilità minima,
trascurabile, di verificarsi» (Sez.4, n.49662 del 30/09/2014, Adamo, n.m.).
In tale accezione, la condotta del lavoratore che si inserisca a pieno titolo
nell’ambito delle mansioni per le quali è stato assunto e che rappresenti lo
sviluppo naturale dell’organizzazione delle lavorazioni alle quali afferisce la sua
opera, ancorchè caratterizzata da imprudenza, non può integrare una causa
sopravvenuta idonea ad escludere il nesso causale tra gli obblighi di protezione
gravanti sul datore e l’evento lesivo (Sez. 4, n. 9967 del 18/01/2010, Otelli, Rv.
24679701). Tanto vale per la condotta del lavoratore che abbia concorso nella
determinazione di quel medesimo evento cui avrebbe condotto il percorso
causale facente interamente capo al datore di lavoro, qualora non fosse
intervenuta quell’ulteriore addizione causale, ma vale anche nell’ipotesi in cui il

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per caricare i materiali di risulta dello scavo effettuato nella giornata è stata

fattore interferente, che si innesta nel decorso causale già innescato dalla
condotta del trasgressore, aggravi l’evento che si sarebbe prodotto. Anche in tali
casi non risulta comunque reciso il nesso causale e la concorrenza causale della
condotta del lavoratore assume valore solo sul piano sanzionatorio.
3.3. Partendo dalle ragioni espresse dai giudici di merito che, con giudizio
insindacabile in quanto sorretto dalla logica motivazione sopra richiamata, hanno
negato valore alla tesi difensiva che tendeva a dimostrare che l’autocarro fosse
nel cantiere come mero «distributore di carburante» in quanto dotato di

legittimità l’attribuzione da Giuseppe Sandri della posizione di garanzia in qualità
di datore di lavoro rispetto al corretto uso da parte del lavoratore degli «attrezzi
di lavoro»; e si perviene, altresì, a ritenere corretto il giudizio espresso con
riferimento al nesso di causalità tra omissione del datore di lavoro ed evento con
riguardo al profilo, qui in esame, dell’intraneità della condotta del lavoratore alle
lavorazioni in corso.
3.4. Il terzo profilo di censura concerne l’asserita inesigibilità di una diversa
condotta da parte di Giuseppe Sandri. Egli si trovava intento allo scavo, in una
posizione dalla quale non vedeva cosa facesse l’autista, senza possibilità di udire
rumori in quanto, utilizzando il demolitore con martello pneumatico, indossava le
cuffie. La Corte di Appello ha esaminato la questione ed ha attribuito rilievo alle
seguenti circostanze, per desumerne l’esigibilità da parte del datore di lavoro di
un atteggiamento di massima vigilanza sull’operato del lavoratore: nessun
testimone aveva dichiarato che il datore di lavoro avesse vietato al lavoratore di
usare il camion; l’operaio era munito di apposita patente per guidare quel
mezzo; il trasporto dei detriti prodotti dall’attività di scavo era funzionale
all’attività d’impresa; quel giorno, l’entrata principale del cantiere era ostruita ed
il rischio aggiuntivo causato dall’esecuzione della manovra in condizioni di
maggiore pericolo non poteva essere gestito autonomamente dal lavoratore.
Si trattava, in altre parole, secondo la Corte territoriale, di un controllo
esigibile dal datore di lavoro in quanto era prevedibile che l’uso del mezzo
meccanico in un’area con caratteristiche di pendenza e di larghezza tali da
rendere pericolosa la manovra potesse comportare la perdita di controllo dello
stesso, da ciò derivando la necessità di sollecitare l’attenzione del lavoratore,
assisterlo nella manovra ovvero vietare l’uso di quel mezzo. L’obbligo di
compiere, dunque, atti di vigilanza ed assistenza, quale logica conseguenza
dell’accertata strumentalità dell’uso dell’autocarro all’attività di trasporto dei
materiali di risulta dello scavo.
Se, poi, sia legittimo e conforme a legge asserire che il datore di lavoro sia
tenuto a vigilare, momento per momento, sull’attività del lavoratore non è
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serbatoio maggiorato, si giunge a ritenere congrua ed esente da vizi di

questione che possa essere posta in termini generali ed astratti, trattandosi di
questione che pone soluzioni diversificate caso per caso in relazione alla
struttura ed all’organizzazione dell’impresa. Qui viene in esame la figura del
corredo di obblighi che gravano sul datore di lavoro esecutore al quale non si
affianchino altre figure operative prossime al posto di lavoro, considerato che
tale era la struttura imprenditoriale nel cui ambito si è verificato l’infortunio e
sulla quale andavano calibrati i doveri datoriali. E non vi è dubbio che l’obbligo di
vigilanza datoriale, in imprese individuali ed in assenza di altri soggetti (preposto

rischio lavorativo, si sostanzi nel controllo, momento per momento, delle
modalità di svolgimento delle singole lavorazioni, non potendo incidere sul
giudizio di esigibilità della condotta la circostanza che il datore di lavoro svolga in
prima persona l’attività d’impresa unitamente ai lavoratori. La pronuncia si pone,
pertanto, in linea con il principio secondo il quale il datore di lavoro, quale
responsabile della sicurezza, ha l’obbligo, non solo di predisporre le misure
antinfortunistiche ma anche, di sorvegliare continuamente sulla loro adozione da
parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale
disposizione dì cui all’art. 2087 cod. civ., egli é costituito garante dell’incolumità
fisica dei prestatori di lavoro (Sez. U, n.5 del 25/11/1998, dep. 1999, Loparco,
Rv. 21257701; Sez. 4, n. 4361 del 21/10/2014, dep. 2015, Ottino, Rv.
26320001; Sez. 4, n. 20595 del 12/04/2005, Castellani, Rv. 23137001).

4. Si viene, ora, ad esaminare il quarto motivo di ricorso.
4.1. Va osservato che l’infortunio è stato messo in relazione causale con il
mancato utilizzo del dispositivo costituito dalla cintura di sicurezza, presente sul
veicolo ma non agganciata dal lavoratore allorchè si è posto alla guida; i giudici
di merito hanno affermato che non potesse «essere esclusa l’efficacia salvifica
delle cinture di sicurezza se indossate», con espressione dubbiosa ma anche
ovvia circa la possibile rilevanza causale dell’omesso uso di tale dispositivo.
4.2. La Corte di Appello, apprezzando il rimprovero mosso all’imputato per
la mancata vigilanza circa il mancato uso della cintura di sicurezza da parte
del lavoratore, ha in sostanza escluso che potesse ascriversi al datore di aver
messo a disposizione del lavoratore un mezzo insicuro. Il giudice di appello ha,
piuttosto, individuato quale ulteriore antecedente causale dell’evento la
violazione dell’obbligo di vigilare sull’utilizzo della cintura di sicurezza da parte
del lavoratore; ma siffatto obbligo rimanda alla primigenia area di rischio gestita
dal datore in assenza di preposti ai quali sia assegnato il compito di
sovrintendere alla attività lavorativa. Per altro verso, l’esecuzione di una
manovra su una stradina sterrata di larghezza quasi pari a quella dell’autocarro
11

o capo cantiere) ai quali siano trasferite competenze afferenti alla gestione del

rendeva di per sè evidente e prevedibile la possibilità che, in determinate
condizioni d’uso, il camion potesse scivolare o ribaltarsi se posto in posizione di
equilibrio precario.
4.3. Si è quindi affermato, con pronuncia che non ha riconosciuto efficienza
causale autonoma all’omesso uso della cintura di sicurezza, che l’imputato
avesse omesso di attuare una cautela il cui rispetto avrebbe evitato l’evento, sia
in rapporto alla componente di rischio connessa al cedimento del terreno sia in
rapporto alla componente di rischio connessa alle conseguenze dannose della

assicurarsi che il dipendente utilizzasse correttamente l’attrezzatura di lavoro,
nel caso di specie manovrando l’autocarro in zona esente da rischi di
ribaltamento, dovere derivante dalla sua posizione di garanzia e dal generale
dovere datoriale di salvaguardare l’integrità fisica del lavoratore.
4.4. Si tratta di decisione conforme al dettato normativo, che tempera con
l’art.41, comma 2, cod. pen. il principio condizionalistico ponendo un limite
all’imputazione di un evento ad una determinata condotta umana purchè si sia
accertata la presenza di una causa appartenente ad una serie causale
completamente autonoma ovvero inseritasi nella serie causale dipendente dalla
condotta dell’imputato e purtuttavia dotata di forza propria nella determinazione
dell’evento.

5. Conclusivamente, il ricorso deve essere rigettato; segue, a norma
dell’art.616 cod.proc.pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 18 luglio 2018
Il CoAé
. -19r- estensore
rrao

guida del veicolo senza cintura di sicurezza, disattendendo il dovere di

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