Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 38050 del 06/03/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 38050 Anno 2018
Presidente: GALLO DOMENICO
Relatore: TADDEI MARGHERITA

Data Udienza: 06/03/2018

SENTENZA

Sul ricorso proposto da
Varone Valerio , nato il 31.12.1978
avverso l’ordinanza n.5118 / 2017 del Tribunale del riesame di Napoli, del
16.10.2017;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Margherita B. Taddei;
udito lette le richieste il Pubblico Ministero in persona del

1

Sostituto

Procuratore generale, Olga Mignolo , che ha concluso per l’inammissibilità del
ricorso

MOTIVI della DECISIONE

Il Tribunale del riesame di Napoli ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare in

Valerio, in ordine ai reati di associazione a delinquere di stampo camorrista e
detenzione di armi. Avverso tale provvedimento propone ricorso l’imputato per mezzo
del suo difensore di fiducia, deducendo, sotto il profilo della assenza di gravità
indiziaria i motivi di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari, come
disposto dall’art. 173 disp. att. c.p.p., comma 1:
Violazione dell’art.606 comma 1 lett.

e) cod.proc.pen. per

mancanza e

contraddittorietà della motivazione in relazione alla sussistenza dei gravi indizi di
colpevolezza in ordine al reato associativo ed alla appartenenza al clan Gionta. Deduce
il ricorrente che gli elementi indizianti si deducono tutti dal contenuto di
conversazioni , telefoniche ed ambientali, intercorse tra Passeggia Raffaele e Palmieri
Oreste,( che a pag.3 del provvedimento impugnato, vengono dal giudice indicati come
coloro che ,con una chiarezza ed una auto eloquenza disarmante, colloquiavano e
commentavano , sin nei dettagli, le attività criminali compiute o da compiere su
incarico dei capi Della Grotta Luigi ed Amoruso Vincenzo) – ed in particolare quelle
relative ad un litigio intercorso tra Varone e Langella contro Auricchio e
Vitiello.Tuttavia l’interpretazione data dal Tribunale alle conversazioni n.1438,1450 e
1454 non valorizza la parte che dimostra, secondo il ricorrente,l’estraneità di Varone
al contesto associativo di cui fanno parte Passeggia e Palmieri e il rapporto di sola
amicizia, nata dalla comune detenzione, tra Della Grotta ,attuale reggente del clan
Gionta e Varone. Del tutto immotivata è poi la sussistenza dell’aggravante di cui
all’art.7 della legge n.230 del 1991.
Il ricorso è manifestamente infondato.
Il ricorrente, infatti, si limita a contrapporre alle valutazioni del materiale probatorio,
formulate dal Tribunale e sul quale è basato il provvedimento impugnato, le sue
personali valutazioni,

nell’intento di ottenere l’approvazione e la condivisione della

Corte di legittimità ma senza riuscire ad individuare alcun vizio della moti vazione.
Il ricorso, pertanto ,si pone fuori dallo schema tipico dell’art,606 cod.proc.pen, tanto

carcere n.5118/2017, emessa dal GIP del Tribunale di quella città a carico di Varone

più che, secondo il costante insegnamento di questa Suprema Corte, esula dai poteri
della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a
fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice
di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una
diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per
tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, riv. 207944; tra le più recenti:
Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il
quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo
convincimento. La novella codicistica, introdotta con la L. del 20 febbraio 2006, n. 46
,che ha riconosciuto la possibilità di deduzione del vizio di motivazione anche con il
riferimento ad atti processuali specificamente indicati nei motivi di impugnazione, non
ha mutato la natura del giudizio di cassazione, che rimane pur sempre un giudizio di
legittimità, sicché gli atti eventualmente indicati, che devono essere specificamente
allegati per soddisfare il requisito di autosufficienza del ricorso, devono contenere
elementi processualmente acquisiti, di natura certa ed obiettivamente
incontrovertibili, che possano essere considerati decisivi in rapporto esclusivo alla
motivazione del provvedimento impugnato e nell’ambito di una valutazione unitaria,
devono essere tali da inficiare la struttura logica del provvedimento stesso. Resta,
comunque, esclusa la possibilità di una nuova valutazione delle risultanze acquisite,
da contrapporre a quella effettuata dal giudice di merito, attraverso una diversa
lettura, sia pure anch’essa logica, dei dati processuali o una diversa ricostruzione
storica dei fatti o un diverso giudizio di rilevanza o attendibilità delle fonti di prova.
Il ricorso, che tende appunto ad una nuova valutazione delle risultanze acquisite ,
deve essere dichiarato inammissibile: alla dichiarazione di inammissibilità del
ricorso consegue di diritto la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali e, in mancanza di elementi atti ad escludere la colpa nella
determinazione della causa di inammissibilità, al versamento a favore della cassa
delle ammende di una sanzione pecuniaria che pare congruo determinare in curo
duemila, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen..
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e al versamento della somma di euro duemila alla Cassa delle ammende.
Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art.94 co-l-ter disp-att.

3

I motivi proposti tendono, appunto, ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei

cod.proc.pen.
orna, camera di consiglio del 06 marzo 2018
P

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