Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37856 del 24/04/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 37856 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: MICCOLI GRAZIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
LORENZONI DANIELE nato a RIMINI il 16/03/1958

avverso la sentenza del 25/01/2017 della CORTE APPELLO di BOLOGNA

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GRAZIA MICCOLI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore OLGA MIGNOLO
che ha concluso chiedendo

Il Proc. Gen. conclude per l’inarnrnissibilita’

Data Udienza: 24/04/2018

udito il difensore

‘‘\

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza del 25 gennaio 2017, la Corte d’appello di Bologna ha, in parziale riforma della
pronunzia del Tribunale di Forlì, confermato l’affermazione di responsabilità penale di Daniele
LORENZONI per fatti di bancarotta fraudolenta patrimoniale (capo A), documentale (capo B) ed
impropria (capo C) con riferimento al fallimento della societa VESPA S.r.l. (dichiarato con
sentenza del Tribunale di Forlì il 14 novembre 2008).
I fatti di bancarotta sono stati ascritti al LORENZONI nella sua qualità di amministratore di fatto

2. Avverso tale sentenza l’imputato ha proposto, per il tramite del proprio difensore, ricorso per
cassazione articolato in un unico motivo, con il quale si deducono violazione di legge e correlati
vizi motivazionali in ordine all’affermazione della penale responsabilità.

2.1.

Si sostiene che sulla base delle prove acquisite nel giudizio di merito (le

testimonianze del curatore fallimentare Simone Brandinelli e della dipendente della VESPA S.r.l.
Rossella Rossi) non sia possibile attribuire all’imputato un peso determinante nell’attività di
impresa – e, quindi, lo svolgimento di fatto delle funzioni di amministratore – ma, al più, “una
collaborazione sporadica e non apprezzabile dal punto di vista decisionale”.
In effetti dalle dichiarazioni rese dai testimoni era emerso “un quadro in cui la gestione era
riferibile genericamente alla famiglia LORENZONI”, giacche il figlio dell’imputato (Maurizio) era
stato amministratore di diritto della società fallita.
Il ricorrente, quindi, fa riferimento alle risultanze processuali (prova dichiarativa), che
correttamente valutate non indurrebbero a ritenere sussistenti gli elementi per attribuirgli
l’esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri inerenti alla funzione di amministratore
di diritto.

2.2. Il ricorrente censura, inoltre, la mancata applicazione delle circostante attenuanti
generiche, attesa la possibilità di concedere le stesse in considerazione del disvalore complessivo
del fatto e del positivo atteggiamento processuale dell’imputato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
Il ricorso è inammissibile.

L Si rende anzitutto necessario specificare che l’istanza di rinvio dell’udienza di discussione,
formulata dal difensore dell’imputato avv. Fabrizio Ragni, per la sussistenza di concomitanti
impegni professionali, deve essere rigettata in quanto generica e assolutamente priva di
documentazione a supporto.
E’ stato infatti chiarito dalle Sezioni Unite di questa Corte che l’impegno professionale del
difensore in altro procedimento costituisce legittimo impedimento che dà luogo ad assoluta
impossibilità a comparire, ai sensi dell’art. 420 ter, comma quinto, cod. proc. pen., a condizione
che il difensore prospetti l’impedimento non appena conosciuta la contemporaneità dei diversi
impegni, indichi specificamente le ragioni che rendono essenziale l’espletamento della sua
funzione nel diverso processo e rappresenti l’assenza in detto procedimento di altro codifensore
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della predetta ‘società.

che possa validamente difendere l’imputato, nonché l’impossibilità di avvalersi di un sostituto ai
sensi dell’art. 102 cod. proc. pen. sia nel processo a cui intende partecipare sia in quello di cui
chiede il rinvio (Sez. U, Sentenza n. 4909 del 18/12/2014, Rv. 262912).
Tali indicazioni sono del tutto assenti nell’istanza esaminata dal Collegio, con la quale ci si limita
a comunicare “la sussistenza di concomitanti impegni professionali che conducono lo scrivente
ad essere impossibilitato a presenziare all’udienza del 24/04/2018”, richiedendosi pertanto
“l’adozione dei provvedimenti consequenziali”.
E evidente che, come chiarito dalle Sezioni Unite con la pronunzia già citata, la mera

in tal modo si rimetterebbe all’arbitrio del difensore la decisione in merito a quale dei due
procedimenti privilegiare. Il rinvio per concomitante impegno professionale rappresenta, a ben
vedere, una condizione “obiettiva” (come tale positivamente scrutinata dal giudice) di
impossibilità assoluta di prestare la propria opera in una sede processuale, per l’esistenza di un
concomitante e (in quel momento) “prevalente” impegno difensivo.
L’istanza presentata dal difensore non consente di ritenere integrata tale condizione e va,
pertanto, respinta.

2.

Passando all’esame del primo motivo di ricorso, con il quale si sostiene che il LORENZONI

non avrebbe rivestito la qualità di amministratore di fatto della società fallita, avendo in realtà
svolto una mera attività di collaborazione sporadica con la stessa, si rende opportuno ribadire il
principio — espressione di un orientamento consolidato di questa Corte – secondo cui, in tema
di reati fallimentari, la prova della posizione di amministratore di fatto costituisce oggetto di una
valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta da congrua e logica
motivazione (Sez. 5, Sentenza n. 8479 del 28/11/2016, Rv. 269101; Sez. 5, Sentenza n. 35249
del 03/04/2013, Rv. 255767; Sez. 5, Sentenza n. 43388 del 17/10/2005, Rv. 232456; Sez. 5,
Sentenza n. 22413 del 14/04/2003, Rv. 224948).
Tale valutazione implica infatti l’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico
del soggetto con funzioni direttive, in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o
commerciale dell’attività della società, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti
ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo,
amministrativo, contrattuale o disciplinare.
Del resto, merita evidenziare che la censura in questione era già stata formulata con l’atto di
appello e compiutamente esaminata dalla Corte territoriale; quest’ultima ha infatti affermato,
con apprezzamento di fatto immune da vizi e dunque insindacabile in sede di legittimità, che la
responsabilità dell’imputato quale amministratore di fatto della società fallita è stata desunta
dall’esame delle risultanze processuali; in particolare, nella pronunzia impugnata vengono
valorizzate le dichiarazioni di due dipendenti della società – Rossi Rossella e Nasalean Floron
Lucian – secondo cui era il LORENZONI a gestire di fatto la società provvedendo all’assunzione
del personale, ai pagamento degli stipendi, nonché alla conclusione dei contratti commerciali.

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concomitanza di altri impegni professionali non può integrare di per sé un legittimo impedimento;

Tali dichiarazioni risultano peraltro implicitamente avvalorate dall’imputato, il quale ha
ammesso, nello stesso atto di appello, la propria presenza sui luoghi di lavoro, nonché i contatti
con fornitori e clienti; a parere insindacabile della Corte territoriale, tali attività risultano
giustificate soltanto alla luce di quanto affermato dai due dipendenti, essendo riconducibili
all’esercizio dei poteri inerenti alla funzione di amministratore di fatto rivestita dal LORENZONI.
Va del resto rammentato che, in tema di bancarotta fraudolenta, i destinatari delle norme di cui
agli artt. 216 e 223 L. fall. vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non
già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in

Sez. 5, Sentenza n. 19145 del 13/04/2006, Rv. 234428); la nozione di amministratore di fatto,
introdotta dall’art. 2639 cod. civ., postula infatti l’esercizio in modo continuativo e significativo
dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; significatività e continuità che non
comportano necessariamente l’esercizio di tutti i poteri propri dell’organo di gestione, ma
richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o
occasionale (Sez. 5, Sentenza n. 35346 del 20/06/2013, Rv. 256534; Sez. 5, Sentenza n. 43388
del 17/10/2005, Rv. 232456).
Detta attività gestoria è stata ritenuta sussistente dai giudici di merito, sulla base di un
apprezzamento delle risultanze processuali – come si è detto – insindacabile in questa sede.
3.

Prive di pregio appaiono anche le considerazioni del ricorrente in ordine alla valenza

dimostrativa delle dichiarazioni rese dal teste OLIVUCCI – in quanto, spiega il ricorrente, si
tratterebbe di una persona anziana – e dalla teste ROSSI, le quali non sarebbero state idonee a
dimostrare il ruolo gestorio rivestito dall’imputato; tali prospettazioni rappresentano, a ben
vedere, il tentativo di sollecitare una rivalutazione del compendio probatorio, peraltro su una
base valutativa selezionata in maniera del tutto arbitraria e parziale, senza indicare precise
carenze od omissioni argomentative ovvero illogicità della motivazione della sentenza
impugnata, idonee ad incidere negativamente sulla capacità dimostrativa del compendio
indiziario posto a fondamento della decisione di merito (Sez. 2, n. 30918 del 07/05/2015, Falbo,
Rv. 264441).
4.

Per quanto concerne il secondo motivo di ricorso, con il quale ci si duole della mancata

concessione delle circostanze attenuanti generiche, non può che condividersi l’argomentazione
già resa sul punto dalla Corte territoriale; quest’ultima ha infatti preliminarmente osservato come
la richiesta in esame fosse “assolutamente immotivata”, a fronte di una specifica e puntuale
motivazione del giudice di primo grado in ordine a detto diniego.
Il giudice di appello ha inoltre rimarcato l’assenza di circostanze che potessero essere
positivamente apprezzate ai fini dell’attenuazione della risposta sanzionatoria; si è anzi
sottolineata la presenza d “numerosi, gravi e specifici precedenti dell’imputato”, nonché la
gravità del fatto commesso, per escludere la concessione di dette attenuanti.
Nel pervenire a tale conclusione, la Corte d’appello si è sostanzialmente attenuta al principio di
diritto secondo il quale la concessione delle attenuanti generiche deve essere fondata
4

adempimento della qualifica ricoperta (Sez. 5, n. 41793 del 17/06/2016, Ottobrini, Rv. 268273;

sull’accertamento di situazioni idonee a giustificare un trattamento di speciale benevolenza in
favore dell’imputato.
D’altra parte, la “ratio” della disposizione di cui all’art. 62 bis cod. pen. permette al giudice di
limitarsi ad indicare gli elementi di preponderante rilevanza ritenuti ostativi alla concessione delle
attenuanti; ne deriva che queste ultime possono essere negate anche soltanto in base ai
precedenti penali dell’imputato, perché in tal modo viene formulato comunque, sia pure
implicitamente, un giudizio di disvalore sulla sua personalità (Sez. 5, Sentenza n. 43952 del
13/04/2017, Rv. 271269; Sez. 2, Sentenza n. 3896 del 20/01/2016, Rv. 265826; Sez. 1, n.

Merita altresì evidenziare che, laddove la richiesta di concessione delle circostanze attenuanti
generiche non specifichi gli elementi e le circostanze che, sottoposti alla valutazione del giudice,
possano convincerlo della fondatezza e legittimità dell’istanza, l’onere di motivazione per il
diniego dell’attenuante è soddisfatto con il richiamo alla ritenuta assenza dagli atti di elementi
positivi su cui fondare il riconoscimento del beneficio (Sez. 3, Sentenza n. 9836 del 17/11/2015,
Rv. 266460).
Per concludere si rileva che, in tema di attenuanti generiche, il giudice del merito esprime un
giudizio di fatto, la cui motivazione è insindacabile in sede di legittimità, purché sia non
contraddittoria e dia conto degli elementi, tra quelli indicati nell’art. 133 cod. pen., considerati
preponderanti ai fini della concessione o dell’esclusione (Sez. 5, Sentenza n. 43952 del
13/04/2017, Rv. 271269).
Alla luce di quanto suesposto, il motivo di ricorso formulato nell’interesse del LORENZONI si
appalesa generico (essendosi omesso ancora una volta di indicare quali circostanze positive il
giudice di merito avrebbe dovuto apprezzare) e manifestamente infondato, in quanto il giudice
di appello ha fatto buon governo dei principi costantemente affermati da questa Corte in materia.

4. Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., si impone la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa
di inammissibilità – al versamento in favore della Cassa delle Ammende della somma di euro
2.000,00, così equitativamente stabilita in ragione dei motivi dedotti.

P. Q. M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di euro 2000,00 in favore della cassa delle ammende.
Così deciso in Roma, 24 aprile 2018

12787 del 05/12/1995, Longo, Rv. 203146).

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