Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37608 del 21/05/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 37608 Anno 2015
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: CAIAZZO LUIGI PIETRO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MORFEI EMANUEL N. IL 19/05/1980
OPPEDISANO ROCCO N. IL 21/03/1979
avverso la sentenza n. 15/2014 CORTE ASSISE APPELLO di REGGIO
CALABRIA, del 13/10/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 21/05/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LUIGI PIETRO CAIAZZO
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. -4.k- ‘PQ°43″.e”e.,- t
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Data Udienza: 21/05/2015

RILEVATO IN FATTO
Con sentenza in data 28.9.2009 la Corte di assise di Palmi ha condannato MORFEI EMANUEL e
OPPEDISANO ROCCO alla pena di anni trenta di reclusione ciascuno, escludendo la contestata
aggravante della premeditazione, per l’omicidio di Di Masi Placido ed il tentato omicidio di Di
Masi Rosario, fatto commesso in San Pietro di Caridà il 14.9.2008, ed evento morte in Reggio
Calabria il 23.9.2008.
Secondo la ricostruzione del fatto ad opera del primo giudice, gli imputati, che sono tra loro

auto sono costrette a procedere lentamente poiché la strada è dissestata; al passaggio intorno
alle ore 15,20 dell’auto Mercedes condotta da Di Masi Rosario con a fianco il fratello Placido, i
quali erano diretti alla loro azienda agricola, gli imputati, che erano accovacciati sul ciglio della
strada, si erano alzati ed avevano fatto fuoco frontalmente contro la suddetta autovettura con
fucili calibro 12, esplodendo da brevissima distanza complessivamente cinque colpi caricati a
pallettoni.
La motivazione della suddetta sentenza si è diffusa nella dimostrazione che Morfei Emanuel ed
Oppesidano Rocco erano gli autori del fatto, respingendo le critiche mosse dalla difesa alla
credibilità di Di Masi Rosario, il quale aveva affermato di aver riconosciuto i predetti avendoli
visti in volto, e nello smontare l’alibi dedotto dagli imputati di essere andati quel giorno in
pellegrinaggio al Santuario di Polsi.
Quanto alla causale dell’omicidio, la Corte di assise ha premesso che, essendovi la prova
diretta della responsabilità degli imputati, non era necessario accertare il movente. Ha però
riportato quanto era emerso sui rapporti tra gli imputati e i suddetti fratelli Di Masi.
Morfei Emanuel era inserito in una famiglia mafiosa ben conosciuta nella zona. All’epoca era
l’unico dei tre fratelli in libertà. Di Masi Placido era tossicodipendente e si riforniva di droga da
Morfei Emanuel. Di Masi Rosario, venuto a conoscenza del fatto, aveva aspramente redarguito
il fratello, intimandogli di non acquistare più droga da Emanuel Morfei e di non frequentarlo. Di
Masi Placido aveva in seguito confessato al fratello Rosario di aver parlato con Manuel Morfei
della loro lite e del divieto che gli era stato imposto di acquistare droga dal predetto Morfei.

cugini, si erano appostati nei pressi di una curva di una stretta strada di campagna, dove le

Il 26 dicembre 2007 erano stati esplosi colpi di arma da fuoco contro l’auto fuoristrada di Di
Masi Rosario, e lo stesso aveva avuto modo di vedere che il fatto era stato commesso dagli
odierni imputati. Il Di Masi aveva denunciato il fatto ai Carabinieri, senza specificare nella
denuncia di aver riconosciuto gli autori del danneggiamento della sua auto, ma tutti sapevano
in paese che a sparare contro la suddetta auto erano stati gli odierni imputati, e questo
perché, secondo la Corte di merito, era stato lo stesso Di Masi ad indicarli in giro come gli
autori degli spari contro la sua auto.
Il primo giudice ha escluso l’aggravante della premeditazione in quanto, non essendo i suddetti
rapporti degli imputati con i fratelli Di Masi una adeguata causale del delitto, non era possibile
stabilire il momento in cui era insorta la risoluzione criminosa, e conseguentemente il tempo in
cui la stessa si era protratta.
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Con sentenza in data 22.2.2011 della Corte di assise d’appello di Reggio Calabria è stato
accolto l’appello della Procura della Repubblica di Palmi e, ritenuta sussistente l’aggravante
della premeditazione, il Morfei è stato condannato alla pena dell’ergastolo, mentre
l’Oppedisano, con le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti, è stato condannato alla
pena di anni 22 di reclusione.

Con sentenza in data 4.7.2012 la Corte di cassazione, prima sezione,

ha dichiarato

limitatamente alla premeditazione ed al trattamento sanzionatorio nei confronti di Morfei
Emanuel nonché, ai sensi dell’art.587 cod. proc. pen., nei confronti di Oppedisano Rocco,
rinviando per nuovo giudizio ad altra sezione della Corte di assise d’appello di Reggio Calabria.

Nel giudizio di rinvio, con sentenza in data 6.3.2013 la Corte di assise d’appello di Reggio
Calabria, esclusa per entrambi gli imputati l’aggravante della premeditazione, ha ridotto la
pena al Morfei ad anni 27 di reclusione e quella nei confronti dell’Oppedisano ad anni 21, mesi
11 e giorni 20 di reclusione.

Anche avverso questa seconda sentenza d’appello è stato proposto ricorso per cassazione dagli
imputati, nonché dalla Procura generale, e la quinta sezione della Corte di cassazione, con
sentenza in data 11.3.2014, ha annullato la sentenza impugnata limitatamente alla
premeditazione ed ha rinviato per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte di assise
d’appello di Reggio Calabria; ha inoltre dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati.

Nel secondo giudizio di rinvio, con sentenza in data 13.10.2014, la Corte di assise d’appello di
Reggio Calabria, riconosciuta l’aggravante della premeditazione e considerate le attenuanti
generiche concesse all’Oppedisano equivalenti alla predetta aggravante, ha condannato Morfei
Emanuel alla pena dell’ergastolo ed Oppesidano Rocco alla pena di anni 22 di reclusione.
La Corte di merito premetteva che nel corso del secondo giudizio d’appello era stata riaperta
l’istruttoria dibattimentale e si era proceduto all’esame dell’imputato Oppedisano, mentre il
Morfei aveva reso dichiarazioni spontanee.
Nel corso dello stesso giudizio erano state anche acquisite la sentenza di primo grado con la
quale gli odierni imputati erano stati ritenuti responsabili del danneggiamento aggravato
dell’auto di Di Masi Rosario e le trascrizioni rese in tale processo, nel contraddittorio delle parti,
da Oppesidano Rocco.
Riassumeva il contenuto delle diverse sentenze emesse nel presente processo e, con riguardo
alla seconda sentenza di annullamento, metteva in evidenza che i giudici di legittimità avevano
rilevato l’erronea convinzione dei giudici del primo giudizio di rinvio di essere sostanzialmente
vincolati dal contenuto della sentenza della Corte di cassazione, che avrebbe segnalato la
carenza di elementi idonei a consentire il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione,
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inammissibile il ricorso dell’Oppedisano avverso la predetta sentenza, che ha annullato

non considerando però che l’annullamento per difetto di motivazione rendeva il giudice di
rinvio del tutto libero da condizionamenti di sorta nell’esame della vicenda fattuale,
esplicandosi la forza cogente del vincolo di diritto solo nell’obbligo di non utilizzare gli
argomenti ritenuti illogici dalla sentenza rescindente. Pertanto, nel secondo giudizio di rinvio i
giudici dovevano riesaminare in tutti i suoi aspetti la complessiva vicenda, anche alla stregua
delle sopravvenienze processuali rappresentate dall’apporto collaborativo dell’Oppedisano, al
fine di accertare la sussistenza o meno dell’aggravante della premeditazione.

grado, la Corte di assise d’appello riteneva che si vedeva nella classica ipotesi dell’agguato e
condivideva pienamente il principio, affermato dalla Corte di cassazione nella seconda sentenza
di annullamento, secondo il quale un agguato, per le stesse modalità in cui è attuato, è idoneo
ad assumere rilievo dimostrativo della premeditazione, anche se tale astratta prospettiva è
destinata a cedere a fronte di situazioni particolari nelle quali sia ragionevolmente da escludere
il requisito ideologico o quello cronologico che caratterizzano l’aggravante in questione.
Nel caso di specie, secondo la Corte di merito, il fatto che si fosse trattato di un vero e proprio
agguato, elemento di per sè dimostrativo della sussistenza della premeditazione, era
confermato dalle dichiarazioni di Oppedisano Rocco, il quale aveva intrapreso negli ultimi anni
un percorso di collaborazione con la giustizia.
Già in interrogatori resi nel giugno e nel luglio 2011 davanti all’autorità giudiziaria di
Catanzaro, confermati nella sostanza nell’esame a cui si era sottoposto 1’8.1.2013 nel presente
processo, l’Oppedisano aveva ammesso di aver sparato con un fucile calibro 12, subito dopo il
Morfei che aveva sparato con una doppietta dello stesso calibro; aveva indicato la causale del
delitto, organizzato contro il solo Di Masi Rosario, nel timore che costui stesse preparando una
reazione contro di loro per il danneggiamento della sua auto fuoristrada, che egli
effettivamente aveva compiuto insieme al Morfei; si era voluto anche vendicare l’omicidio di
Pietro Morfei, fratello del coimputato, avvenuto nel 1997 ad opera del cognato di Di Masi
Rosario, tale Pietro Moricca; l’organizzazione del delitto era iniziata alcuni mesi dopo il
danneggiamento del fuoristrada ed erano stati effettuati vari appostamenti che non erano
andati a buon fine per il mancato passaggio della vittima, che però di solito utilizzava la strada
di campagna in cui è avvenuto il fatto per recarsi nella sua azienda agricola; il giorno del fatto
avevano atteso il Di Masi per due-tre ore ed avevano abbassato i passamontagna che
tenevano sul capo un momento prima di sparare, cosicché il Di Masi, per una frazione di
secondo, li aveva potuti vedere in faccia.
Secondo la Corte di assise d’appello, l’Oppedisano aveva reso dichiarazioni del tutto analoghe
anche nel procedimento relativo al danneggiamento del fuoristrada, nel quale aveva specificato
che il danneggiamento era stato commesso come ritorsione per avere Rosario Di Masi intimato
al fratello Placido di non frequentare il Morfei.
La versione resa dall’Oppedisano era, inoltre, riscontrata da altre emergenze processuali, quali
il contrasto tra il Morfei e il Di Masi, per aver quest’ultimo redarguito il fratello per la
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Dopo aver riassunto nei termini essenziali il fatto, come accertato dalla sentenza di primo

frequentazione con il Morfei; il riconoscimento del Di Masi degli autori del danneggiamento del
suo fuoristrada; le assenze del Di Masi dalla Calabria che, secondo l’Oppedisano, avevano
ritardato l’esecuzione del delitto.
Un’ulteriore conferma dell’attendibilità dell’Oppedisano doveva trarsi dalle dichiarazioni
spontanee del Morfei, il quale, pur sostenendo di essere andato quella mattina a caccia con
L’Oppedisano, aveva ammesso di aver visto transitare nei pressi il Di Masi; di aver proposto al
cugino di dargli una lezione, se fosse ripassato di lì, poiché aveva motivi di rancore per essere

solo quella di sparare al cofano dell’auto, al contrario di quello che aveva fatto l’Oppedisano.
La versione di quest’ultimo, secondo la Corte territoriale, risultava credibile anche con riguardo
all’indicata causale del delitto, nella logica intrisa di mentalità criminale degli imputati.
Secondo la Corte di merito, ulteriori elementi dimostrativi della sussistenza della
premeditazione erano costituiti dalla carica dei fucili a pallettoni, non adatta per la caccia ad
uccelli; dall’utilizzo di passamontagna; dalla conoscenza dei movimenti del Di Masi, facilmente
conseguibile da parte del Morfei, in quanto abitava a poche centinaia di metri dall’azienda
agricola dei Di Masi e quindi aveva la possibilità di vedere la vittima designata transitare,
accertando così la presenza della stessa in Calabria.
Infine, con riguardo alla richiesta della difesa dell’Oppedisano di riconoscere al proprio assistito
l’attenuante della collaborazione di cui all’art.8 della legge 203/1991, la Corte territoriale
rilevava che la questione era preclusa, avendo la Corte di cassazione già respinto la suddetta
richiesta, dichiarandola manifestamente infondata.

Avverso la sentenza hanno proposto ricorso per cassazione, con atti distinti, i difensori di
Morfei Emanuel, avvocato Giovanni Aricò ed avvocato Antonio Cimino, chiedendone
l’annullamento e deducendo i seguenti motivi.
La Corte di assise d’appello aveva ritenuto che si fosse in presenza di un agguato anche in
ragione del fatto che gli imputati avrebbero utilizzato dei passamontagna, ma detto elemento
non solo non era provato, poiché i passamontagna non erano mai stati trovati, ma era anche
smentito dal fatto che Di Masi Rosario aveva affermato di aver visto in volto gli imputati.
La Corte di merito non aveva, inoltre, considerato che la vittima era stata incontrata del tutto
casualmente, poiché dalle dichiarazioni della parte lesa e dello stesso Oppedisano risultava che
l’azienda agricola poteva essere raggiunta attraverso altre tre strade.
Neppure erano stati indicati gli elementi dai quali gli imputati sarebbero venuti a conoscenza
che in quel periodo il Di Masi era in Calabria, risultando invece dalle dichiarazioni della parte
lesa che la sua presenza in quel luogo era stata del tutto casuale, poiché sarebbe dovuto
partire per Roma tre giorni prima ed era stata estemporanea anche la decisione di recarsi con
il fratello quella mattina nell’azienda di famiglia.
Non erano stati rispettati i principi dettati dalla giurisprudenza di legittimità per la valutazione
della chiamata di correo, in quanto non era stata analizzata l’attendibilità dell’Oppedisano, il
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stato dallo stesso redarguito ed offeso in pubblico, precisando però che la sua intenzione era

quale aveva dato diverse versioni, prima sostenendo di essere andando in pellegrinaggio al
Santuario di Polsa; poi asserendo di essersi trovato in altri luoghi; successivamente di essersi
trovato sul posto, ma di non aver sparato, ed infine aveva reso l’ultima versione, peraltro non
in modo lineare, al dichiarato fine di ottenere la speciale attenuante della collaborazione.
Non si era tenuto conto che nel secondo giudizio di rinvio, nel corso del quale l’Oppedisano si
era sottoposto all’esame, la Corte di merito aveva ritenuto inattendibili le dichiarazioni rese dal
predetto ed inverosimile il suo narrato.

poteva incutere timore agli imputati, ed essendo per altro verso incomprensibile la volontà di
colpire il Di Masi per vendicare l’uccisione di Pietro Morfei, poiché il Di Masi aveva rotto i
rapporti con suo cognato Moricca Pietro, autore dell’omicidio.
Dalle dichiarazioni del Morfei si evinceva che il proposito di dare una lezione al Di Masi era
insorto quella stessa mattina, vedendolo passare, e quindi doveva essere ritenuto insussistente
anche l’elemento cronologico che caratterizza l’aggravante della premeditazione.
Dal complesso degli elementi di prova raccolti era emerso che la decisione di sparare contro il
Di Masi era stata presa quella stessa mattina, mentre gli imputati erano a caccia e si erano
imbattuti casualmente nel Di Masi; a distanza di poco tempo dal detto incontro casuale, troppo
esiguo per ritenere provata la sussistenza della premeditazione, era stato compiuto il delitto.

Avverso la sentenza ha proposto ricorso per cassazione anche il difensore di Oppedisano
Rocco, chiedendone l’annullamento, con il primo motivo, poiché la Corte di assise d’appello non
aveva acquisito un documento necessario ai fini della decisione, la sentenza della Corte di
assise d’appello di Catanzaro che aveva condannato il ricorrente per il delitto di cui all’art.416bis cod. pen.
Con il secondo motivo, connesso al primo, ha criticato la mancata concessione all’imputato
dell’attenuante della collaborazione di cui all’aert.8 legge 203/1991, poiché dall’acquisizione
della suddetta sentenza risultava che l’Oppedisano aveva fatto parte di un clan di stampo
mafioso, e quindi il reato di cui al presente processo doveva essere inquadrato nell’attività
mafiosa dallo stesso svolta all’epoca.
Conseguentemente la collaborazione del ricorrente, decisiva per l’accertamento del fatto per
cui è processo, doveva essere premiata con la concessione della suddetta attenuante speciale.

CONSIDERATO IN DIRITTO
I motivi di ricorso presentati in favore di Morfei Emanuel sono infondati.
La sentenza impugnata ha ricostruito il fatto, nei passaggi essenziali, nel modo seguente.
Circa un anno prima dell’omicidio e del tentato omicidio di cui trattasi, Di Masi Rosario, venuto
a conoscenza che il fratello Placido si riforniva di sostanze stupefacenti da Morfei Emanuel,
appartenente ad una nota famiglia mafiosa, aveva vietato al fratello non solo di continuare ad
acquistare sostanze stupefacenti, ma anche di frequentare il predetto Morfei.
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Non era stata considerata l’illogicità del movente, non essendo il Di Masi un soggetto che

Placido Di Masi aveva riferito al Morfei il divieto impostogli dal fratello ed il Morfei, insieme a
suo cugino Oppedisano Rocco, nel dicembre 2007 aveva danneggiato l’auto fuoristrada di Di
Masi Rosario, attingendola con vari colpi d’arma da fuoco; il Di Masi, nella denuncia che aveva
sporto, non aveva accusato i predetti come gli autori del danneggiamento, ma aveva detto in
giro che aveva riconosciuto gli stessi mentre sparavano contro la sua autovettura.
Gli imputati, poiché intrisi di valori criminali, avevano deciso di punire il Di Masi, anche perché
lo stesso – secondo quanto spontaneamente riferito da Morfei Emanuel nel corso del secondo
processo d’appello – l’aveva verbalmente aggredito, offendendolo, umiliandolo e

“dicendogliene di tutti i colori”.
Il Morfei e l’Oppedisano avevano deciso così di uccidere Di Masi Rosario non solo per le ragioni
suddette, ma anche per prevenire una reazione del predetto e per vendicare l’uccisione di
Pietro Morfei (fratello di Emanuel) ad opera del cognato del Di Masi.
Il suddetto intento, pur essendo maturato nei primi mesi del 2008, non era stato realizzato, e
perché il Di Masi era spesso assente dalla Calabria, e perché gli appostamenti effettuati su uno
dei percorsi utilizzati dal predetto per raggiungere la sua azienda agricola erano andati a vuoto
per il mancato passaggio della vittima designata.
Il giorno del fatto, avendo accertato che Di Masi Rosario era in Calabria (Morfei Emanuel,
abitando nei pressi della suddetta azienda agricola, poteva facilmente rendersi conto della
presenza in luogo del Di Masi), gli imputati avevano deciso di compiere un ulteriore tentativo di
uccidere il predetto, appostandosi sulla strada che il Di Masi era solito percorrere. Si erano
muniti di passamontagna, avevano caricato i fucili da caccia a pallettoni ed avevano atteso per
alcune ore il passaggio in auto del Di Masi, appostandosi in una curva nella quale l’auto era
costretta a percorrere ad andatura molto bassa, poiché la strada era dissestata.
Quando l’auto era giunta nella suddetta curva, gli imputati – che erano accovacciati per non
essere visti – si erano alzati in piedi, abbassando nel contempo il passamontagna che avevano
sul capo, ed avevano entrambi esploso complessivamente cinque colpi di fucile da brevissima
distanza, stando di fronte all’auto. I colpi avevano ferito mortalmente Di Masi Placido, che era
seduto accanto al fratello, mentre costui, che era alla guida dell’autovettura, era riuscita ad
allontanarsi con l’auto da lui condotta.
La suddetta ricostruzione del fatto – che comprende la causale, i preparativi e la dinamica
dell’omicidio – è stata effettuata dai Giudici di merito in base alla valutazione di tutte le
risultanze processuali, costituite, oltre che dai dati obiettivi raccolti nel corso delle indagini,
dalle testimonianze raccolte, in particolare quella di Di Masi Rosario, e dalle dichiarazioni degli
imputati.
Un particolare rilievo, tra le fonti di prova, è stato dato alle dichiarazioni di Oppedisano Rocco,
il quale, dopo avere nel giudizio di primo grado negato di avere partecipato al fatto, ha in
seguito deciso di collaborare con la giustizia e, secondo la sentenza impugnata, già nel
processo per il danneggiamento dell’auto fuoristrada del Di Masi (nel quale gli attuali imputati
sono stati condannati per porto abusivo di armi da sparo e per danneggiamento) aveva reso la
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versione che ha poi ribadito nel corso del secondo giudizio d’appello, versione che è stata
ritenuta del tutto attendibile, anche perché aveva trovato specifiche conferme nelle altre
risultanze processuali, finanche nelle dichiarazioni rese (nello stesso giudizio d’appello) da
Morfei Emanuel, il quale aveva ammesso che l’obiettivo della loro azione era Di Masi Rosario,
per le offese e le umiliazioni che egli aveva ricevuto dallo stesso; che era stato esso Morfei,
avendo visto che il Di Masi era in Calabria, a proporre al cugino Oppedisano, con il quale era
andato a caccia, di “dare una lezione” al Di Masi; che anche esso Morfei aveva sparato,

persone che viaggiavano nell’auto; che, subito dopo il fatto, prima si erano recati a casa
dell’Oppedisano e poi questi l’aveva accompagnato nella sua abitazione.
Contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa del Morfei, la Corte di assise d’appello ha
valutato l’attendibilità dell’Oppedisano nel rispetto dei principi elaborati da questa Corte di
legittimità in tema di valutazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
Al fine di dimostrare l’incostanza delle dichiarazioni del predetto collaboratore di giustizia, la
difesa ha richiamato versioni del fatto date dall’Oppedisano prima che iniziasse, in modo
convinto, la sua collaborazione con la giustizia, ma correttamente la Corte di merito ha preso
in esame solo la versione data dal predetto (nel luglio 2011), nel contraddittorio delle parti, nel
corso del processo per il danneggiamento del fuoristrada del Di Masi a carico degli stessi
imputati, quando l’Oppedisano aveva deciso di collaborare pienamente con la giustizia,
constatando che il predetto aveva sostanzialmente reso la stessa versione poi (circa un anno e
mezzo dopo) ribadita nel presente processo nel corso del secondo giudizio d’appello.
Nei motivi di ricorso, peraltro, non è stata indicata alcuna difformità tra le versioni dei fatti
rese dall’Oppedisano e prese in considerazione dalla Corte di merito, ed appare non rilevante,
ai fini della valutazione dell’attendibilità del predetto, che prima della collaborazione lo stesso
abbia negato di aver commesso il fatto, ovvero abbia tentato di sminuire le sue responsabilità.
Nella sentenza impugnata è stata ritenuta coerente, logica e verosimile la versione del fatto
resa dall’Oppedisano, ed in effetti – come si vedrà nel prosieguo – non sussistono le
incongruenze e le inverosimiglianze denunciate nei motivi di ricorso.
Nella sentenza impugnata è stato possibile ricostruire più approfonditamente la vicenda,
rispetto a come ricostruita dai Giudici di primo grado, poiché i Giudici del terzo giudizio
d’appello si sono potuti avvalere della confessione dell’Oppedisano (oltre che delle ammissioni
del Morfei), elemento questo che ha consentito di chiarire in tutti i suoi risvolti la vicenda.
Nel ricorso si è anche denunciata una carenza motivazionale della sentenza impugnata, poiché
non avrebbe contestato il giudizio di scarsa attendibilità dato dai Giudici del secondo giudizio
d’appello alle dichiarazioni dell’Oppedisano.
Ma a prescindere dal fatto che la sentenza del secondo giudizio di appello è stata annullata
perché aveva male interpretato i principi di diritto contenuti nel secondo annullamento di
questa Corte, con una possibile ricaduta dell’errata interpretazione di detti principi anche sul
giudizio sull’attendibilità delle dichiarazioni dell’Oppedisano, si deve rilevare che nella sentenza
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mirando però alla carrozzeria dell’auto, mentre suo cugino aveva sparato per primo contro le

impugnata, analizzando e valutando attentamente in tutti gli aspetti la versione data dal
predetto, è stata chiaramente data – quanto meno implicitamente – una risposta a tutti i dubbi
contenuti nella motivazione della sentenza in data 6.3.2013, con riguardo all’attendibilità
dell’Oppedisano.
Si deve, peraltro, aggiungere che la doglianza del ricorrente è generica, poiché non si indica
alcun argomento, sul quale era stato basato il giudizio di scarsa attendibilità delle dichiarazioni
dell’Oppedisano, che non risulti superato dalla approfondita motivazione della sentenza

decisione di collaborare con la giustizia.
Non è significativo che l’Oppedisano, secondo quanto affermato dal ricorrente, avrebbe
ammesso di aver deciso di collaborare con la giustizia per poter usufruire dei benefici previsti
per coloro che collaborano con la giustizia, perché questi benefici sono concessi solo se
risultano veritiere le dichiarazioni del collaboratore, il quale ha quindi anche uno specifico
interesse a riferire circostanze corrispondenti al vero, altrimenti rischia di vedere peggiorata
non di poco la sua posizione.
Nella sentenza impugnata, oltre a valutare positivamente l’attendibilità intrinseca delle
dichiarazioni del predetto collaboratore di giustizia, sono stati indicati significativi elementi
esterni di riscontro, risultanti da altre emergenze processuali, che confermano le dichiarazioni
rese dall’Oppedisano.
La chiamata in correità è stata confermata dall’ammissione del Morfei di avere proposto
all’Oppedisano una spedizione punitiva contro Di Masi Rosario e di avere anche lui
nell’occasione sparato, seppure il Morfei ha tentato di ridurre le sue responsabilità, asserendo
di aver sparato in direzione del cofano dell’auto, senza alcuna intenzione di uccidere, e
addossando tutta la responsabilità dell’omicidio sull’Oppedisano.
Anche la causale dell’omicidio, siccome indicata dall’Oppedisano, ha trovato significative
conferme, oltre che nelle dichiarazioni del Morfei, nella deposizione resa da Di Masi Rosario sui
contrasti che aveva avuto con lo stesso Morfei. Ed è logicamente di particolare momento che,
dopo detti contrasti, non risulta – né dalla motivazione della sentenza né dai motivi di ricorso che vi sia stato un qualsivoglia altro motivo di risentimento da parte degli imputati che avrebbe
potuto giustificare l’intento di “punire” Di Masi Rosario.
Le dichiarazioni del collaboratore, infine, secondo la Corte di merito, sono state confermate e si
accordano con tutti i dati obiettivi raccolti nel corso delle indagini; ed è stata data una logica
spiegazione anche al ritardo con il quale era stato eseguito il delitto – deciso nei primi mesi
dell’anno 2008, dopo i contrasti con il Di Masi – con le comprovate assenze di Di Masi Rosario
dalla Calabria ed il fallimento degli appostamenti eseguiti, poiché il predetto non era passato
dove gli imputati si erano appostati e l’avevano atteso.
La difesa del Morfei ha contestato anche la ricostruzione del fatto contenuta nella sentenza
impugnata, asserendo che dagli atti risulterebbe smentite la circostanza che gli imputati si
sarebbero travisati con un passamontagna (essendo stati riconosciuti dal Di Masi) e la
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impugnata, con riguardo alla attendibilità delle dichiarazioni rese dall’Oppedisano dopo la sua

circostanza che avrebbero atteso per due-tre ore il passaggio del Di Masi (il quale sarebbe
stato invece visto, per caso, una quindicina di minuti prima del fatto dal Morfei, il quale
estemporaneamente avrebbe proposto al cugino di dargli una lezione).
Prima di esaminare le suddette obiezioni della difesa, è opportuno ricordare che il controllo di
legittimità da parte di questa Corte non si esplica verificando se quanto affermato dal giudice
di merito corrisponde al contenuto degli atti, la cui conoscenza è di regola preclusa in questa
sede, ma accertando se la motivazione del provvedimento impugnato rispetta le regole del

contenere contraddizioni e deve svilupparsi, sulla base delle prove raccolte, attraverso
passaggi consequenziali, dando alle stesse un significato compatibile con il senso comune e nei
limiti di una plausibile opinabilità di apprezzamento.
Il vizio logico deve risultare dal testo del provvedimento impugnato e non dal confronto con i
dati processuali, che sono esaminati ed interpretati esclusivamente nel giudizio di merito.
Ne consegue che in sede di legittimità non possono essere presi in considerazione contenuti
parziali di un atto, poiché gli stessi devono essere invece esaminate nel contesto dell’atto e
insieme a tutti gli altri atti del processo, compito questo che, come si è detto, compete
esclusivamente al giudice di merito.
La modifica dell’art. 606 lett. e del codice di rito introdotta dalla legge 46/2006 (secondo la
quale il vizio di motivazione può risultare anche da altri atti del processo specificamente
indicati nei motivi di gravame) non ha mutato la natura del giudizio di legittimità, dovendosi
intendere l’estensione del controllo da parte di questa Corte riferita esclusivamente al
travisamento della prova, che ricorre nel caso in cui il giudice di merito abbia fondato il proprio
convincimento su una prova che non esiste o su un risultato di prova obiettivamente ed
incontestabilmente diverso da quello reale.
Questa Corte non può diversamente interpretare i dati processuali e non può neppure prendere
in considerazione la diversa lettura, rispetto a quella data dal giudice di merito, delle risultanza
processuali proposta dalla parte ricorrente, quantunque la ricostruzione alternativa risulti
dotata di una qualche plausibilità.

diritto e risponde ai canoni fondamentali della logica; l’apparato motivazionale non deve

I suddetti principi sono stati sempre ribaditi dalla giurisprudenza di questa Corte, che ha messo
in evidenza come il sindacato di legittimità, secondo quanto dispone l’art. 606.1 lett. e) cod.
proc. pen., è circoscritto nei limiti della assoluta “mancanza o manifesta illogicità della
motivazione, quando il vizio risulta dal testo del provvedimento impugnato”. Tale controllo di
legittimità è diretto ad accertare che a base della pronuncia esista un concreto apprezzamento
delle risultanze processuali e che la motivazione non sia puramente assertiva o palesemente
affetta da vizi logici, restando escluse da tale controllo non soltanto le deduzioni che
riguardano l’interpretazione e la specifica consistenza degli elementi di prova e la scelta di
quelli determinanti, ma anche le incongruenze logiche che non siano manifeste, ossia
macroscopiche, eclatanti, assolutamente incompatibili con le conclusioni adottate o con altri

G

passaggi argomentativi utilizzati dai giudici. La verifica di legittimità riguarda cioè la /j
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sussistenza dei requisiti minimi di esistenza e di logicità della motivazione, essendo inibito
dall’art. 606.1 lett. e) cit. il controllo sul contenuto della decisione. Ne consegue che non
possono trovare ingresso in sede di legittimità i motivi di ricorso fondati su una diversa
prospettazione dei fatti addotta dai ricorrenti ne’ su altre spiegazioni fornite dalla difesa, per
quanto plausibili e logicamente sostenibili (V. Sez. 6 sentenza n. 1662 del 4.12.1995, Rv.
204123).
Con riguardo ai passamontagna utilizzati dagli imputati prima di aprire il fuoco, non si rileva

poiché i Giudici di merito (basandosi sul racconto dell’Oppedisano) hanno affermato che gli
imputati, mentre attendevano il passaggio del Di Masi, avevano messo il passamontagna sul
capo, senza coprirsi il viso; quando si sono alzati per sparare, nel contempo si sono calati il
passamontagna sul volto, dando così – seppure per pochi attimi – la possibilità al Di Masi di
vederli in volto e riconoscerli.
La difesa ha anche negato la presenza dei passamontagna per il fatto che detti indumenti non
sono stati rinvenuti nel corso delle perquisizioni; ma queste non sono state eseguite
nell’immediatezza del fatto, e comunque anche dalle dichiarazioni spontanee del Morfei si
evince che gli imputati hanno avuto tutto il tempo di sbarazzarsi dei passamontagna.
Con riguardo alla estemporaneità della decisione del Morfei di dare una lezione al Di Masi,
risulta solo dalle dichiarazioni del Morfei – ritenute ispirate solo da evidenti intenti difensivi che il predetto imputato, mentre era a caccia con il cugino, avrebbe visto poco tempo prima il
Di Masi ed avrebbe quindi proposto all’Oppedisano di dargli una lezione.
La Corte di merito ha, invece, con congrua motivazione, ritenuto che gli imputati abbiano
organizzato un vero e proprio agguato, ritenendo attendibile la versione dell’Oppedisano, il
quale aveva precisato che, dopo aver accertato che il Di Masi era in Calabria, gli imputati
avevano deciso di provare ancora una volta ad ucciderlo, appostandosi sulla strada di solito
percorsa dallo stesso; si erano quindi armati dei fucili da caccia che possedevano ed avevano
portato con loro i passamontagna, attendendo per alcune ore il passaggio del Di Masi.
La versione dell’Oppedisano è stata ritenuta attendibile, perché all’evidenza gli imputati non
stavano effettuando una battuta di caccia, essendosi portati i passamontagna, e soprattutto
perché non si va a caccia di uccelli caricando i fucili con pallettoni.
Il fatto che il Di Masi avesse avuto in programma di partire qualche giorno prima e che avesse
deciso di recarsi nella sua azienda agricola con il fratello solo quella mattina non smentisce in
alcun modo la versione dell’Oppedisano, il quale – secondo quanto risulta dalla sentenza
impugnata – ha precisato che la decisione di uccidere il Di Masi era stata presa pochi mesi
dopo il danneggiamento del fuoristrada; che essendo venuti a conoscenza che il predetto era in
Calabria, avevano deciso di compiere un ulteriore tentativo di ucciderlo, e per questo si erano
equipaggiati come detto e si erano appostati per alcune ore nel luogo in cui il Di Masi era solito
passare per recarsi nella sua azienda agricola.

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alcuna illogicità per il fatto che il Di Masi abbia dichiarato di aver riconosciuto gli imputati,

Neppure è ravvisabile una qualche incongruità logica nella causale dell’omicidio, come
ricostruita nella sentenza impugnata.
Secondo la Corte di assise d’appello, per comprendere la decisione degli imputati bisognava
innanzi tutto tenere conto della mentalità criminale degli stessi, i quali avevano considerato
un’offesa intollerabile che il Di Masi avesse vietato al fratello di frequentare il Morfei e che
fosse andato in giro ad accusarli di aver danneggiato la sua auto; la decisione di uccidere il
predetto era anche motivata dal fatto che il Di Masi era un congiunto di colui che aveva ucciso
il fratello del Morfei e dal fatto che (essendo lo stesso una persona facoltosa) avrebbe potuto

Del resto, che la causale dell’omicidio fosse costituita dal suddetto coacervo di ragioni è
logicamente comprovato dal fatto che non risulta in alcun modo provato che dopo i suddetti
contrasti tra il Morfei e Di Masi Rosario, ve ne siano stati altri nel corso dell’anno 2008.
Dovendosi rilevare che nella ricostruzione della vicenda i Giudici di merito non sono incorsi in
alcuna incongruenza logica e che neppure hanno travisato il significato di prove (travisamento
peraltro neppure denunciato dal ricorrente), risulta di tutta evidenza la ritenuta sussistenza
dell’aggravante della premeditazione, la quale è integrata – secondo la costante giurisprudenza
di legittimità – da due elementi: uno, ideologico o psicologico, consistente nel perdurare,
nell’animo del soggetto, di una risoluzione criminosa ferma e irrevocabile; l’altro, cronologico,
rappresentato dal trascorrere di un intervallo di tempo apprezzabile fra l’insorgenza e
l’attuazione di tale proposito, tale da consentire un ripensamento, considerando la gravità del
fatto e delle conseguenze che un siffatto delitto comporta.
Risulta evidente la sussistenza dell’elemento cronologico, poiché la decisione di uccidere Di
Masi Rosario era stata presa dagli imputati nei primi mesi dell’anno 2008, in conseguenza dei
riferiti contrasti risalenti a quel periodo, senza che in seguito siano insorti altri motivi di
contrasto tra il Di Masi e gli imputati.
Risulta altresì evidente la sussistenza dell’elemento ideologico in capo agli imputati, non solo
perché gli stessi, accertato che il Di Masi era in Calabria, hanno organizzato un vero e proprio
agguato contro il predetto eseguendo il delitto nei modi sopra indicati, ma anche perché non
risulta in alcun modo che – dopo i contrasti con il Di Masi in conseguenza dei quali avevano
deciso di uccidere il predetto – abbiano in seguito abbandonato la suddetta decisione, eseguita
a distanza di tempo dai contrasti solo per le suddette ragioni indicate dai Giudici di merito.
Pertanto, i motivi di ricorso in favore di Morfei Emanuel devono essere rigettati, con
conseguente condanna del predetto al pagamento delle spese processuali.

Deve, invece, essere dichiarato inammissibile il ricorso presentato in favore di Oppedisano
Rocco per le ragioni già indicate nella sentenza impugnata.
Questa Corte, con la seconda sentenza di annullamento, aveva dichiarato inammissibile il
ricorso del predetto imputato nella parte in cui il ricorrente aveva criticato il mancato
riconoscimento dell’attenuante della collaborazione, di cui all’art.8 della legge 203/1991,
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vendicarsi per il danneggiamento della sua autovettura.

correttamente giustificato dalla Corte di assise d’appello anche in ragione della mancanza di
prove in ordine al collegamento dell’episodio delittuoso con fatti di criminalità organizzata.
La questione, riproposta con il ricorso in esame, era quindi preclusa, avendo peraltro i Giudici
dell’ultimo giudizio di rinvio il compito di esaminare solo la sussistenza o meno dell’aggravante
della premeditazione.
Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso segue di diritto la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali nonché – valutato il contenuto dei motivi e in difetto della
ipotesi di esclusione di colpa nella proposizione dell’impugnazione – al versamento a favore

dispositivo.
I ricorrenti, infine, devono essere condannati a rimborsare alle costituite parti civili le spese
sostenute per questo giudizio, che si liquidano come da dispositivo.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso di Oppedisano Rocco e condanna il predetto al pagamento
delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Rigetta il ricorso di Morfei Emanuel e condanna il predetto al pagamento delle spese
processuali.
Condanna i ricorrenti in solido a rimborsare alle costituite parti civili le spese sostenute in
questo giudizio che liquida rispettivamente in euro 5.000,00 cadauna, oltre accessori di legge,
in favore di Ardelean Alena Adriana e Di Masi95511=
Così deciso in Roma in data
Il Consigliere estensore

A maggio 2015

della Cassa delle Ammende della somma che la Corte determina nella misura indicata nel

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