Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37591 del 26/06/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 37591 Anno 2018
Presidente: PETITTI STEFANO
Relatore: CALVANESE ERSILIA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Cerrito Alessandro, nato a Torino il 20/05/1960

avverso la sentenza del 11/10/2016 della Corte di appello di Torino

visti gli atti, il provvedimento denunziato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Ersilia Calvanese;
udite le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore
generale Ciro Angelillis, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe indicata, la Corte di appello di Torino
confermava la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva condannato
Alessandro Cerrito per il reato di cui agli artt. 81 e 348 cod. pen.
L’imputato era stato riconosciuto responsabile del suddetto reato, per aver
esercitato, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso (effettuando
sui pazienti visite mediche, manovre riservate al medico, formulazione di
diagnosi e prognosi, asportazione di lipomi ed escrescenze), la professione di
medico chirurgo, non avendo mai conseguito la laurea in medicina, né la
prescritta abilitazione statale.

Data Udienza: 26/06/2018

La Corte di appello in particolare respingeva la richiesta dell’imputato di
escludere la recidiva specifica e reiterata: dopo le pregresse condanne, la ripresa
dell’esercizio abusivo della medesima professione con i risvolti di pericolosità
evidenziati in sentenza (cura di flebite ed ipertensione, somministrazione di
anestetici senza verifiche adeguate allergologiche, effettuazione di piccoli
interventi invasivi) e il lasso di tempo rilevante (dal 1990, anno dei fatti
pregressi, al dicembre 2011) in cui tale attività si è perdurata mettevano in luce
la chiara progressione criminosa in termini di accentuata colpevolezza e

La stessa Corte territoriale riteneva di non concedere il beneficio sospensivo
della pena, in considerazione della assoluta inaffidabilità dell’imputato, rivelata
dalla totale indifferenza dimostrata rispetto alle precedenti vicende giudiziarie e
dalla stessa convinzione, ammessa dal medesimo, di essere all’altezza del
compito svolto.
Né potevano avere valore positivo gli elementi indicati dalla difesa: la
confessione era intervenuta a fronte di un quadro probatorio oramai pacifico;
l’eco mediatica suscitata dalla vicenda era comunque relativa ad un ambito
territoriale ristretto; l’assenza di nuove contestazioni di reati non era significativa
alla luce della personalità dell’imputato.

2. Avverso la suddetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione
l’imputato, a mezzo del suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati
nei limiti di cui all’art. 173, disp. att. cod. proc. pen.
2.1. Vizio di motivazione in ordine alla mancata esclusione della recidiva.
Dopo aver ricordato gli interventi della Corte costituzionale, che hanno
disegnato un quadro normativo in cui la recidiva reiterata è circostanza
facoltativa, il ricorrente ritiene non convincente la motivazione della sentenza
impugnata, in quanto non avrebbe tenuto conto del fatto che per esse erano
state emesse sentenze di patteggiamento per pena pecuniaria, risalenti ai primi
degli anni ’90, nonché della confessione.
2.2. Vizio di motivazione sulla mancata concessione del beneficio sospensivo
della pena.
La sentenza non avrebbe formulato un serio e legittimo giudizio prognostico,
avendo preternnesso la valutazione del leale, corretto ed ammissivo
comportamento processuale dell’imputato, l’assenza dal 2012 di nuove
contestazioni; nonché l’eco mediatico della vicenda che veniva di fatto a
paralizzare ogni sorta di reiterazione.

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maggiore pericolosità.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Il primo motivo, enunciato esclusivamente come vizio di motivazione, si
limita ad enunciare la mera non condivisione delle ragioni espresse dalla Corte di
appello per la conferma del punto relativo alla recidiva, senza che sia denunciata
una reale violazione di cui all’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen.

ordine alla recidiva, deve basarsi su parametri individualizzanti significativi della
personalità del reo e del grado di colpevolezza, al di là del mero e indifferenziato
riscontro formale dell’esistenza di precedenti penali, quali la natura dei reati, il
tipo di devianza di cui essi sono il segno, la qualità e il grado di offensività dei
comportamenti, la distanza temporale tra i fatti e il livello di omogeneità
esistente tra loro, l’eventuale occasionalità della ricaduta (Sez. U, n. 35738 del
27/05/2010, Calibe’, Rv. 247838).
Nella specie, la Corte di appello, con motivazione non manifestamente
illogica, ha ritenuto la reiterazione dell’illecito in concreto espressione di una
maggiore colpevolezza e pericolosità sociale dell’imputato, in considerazione
della progressione criminale dimostrata. Contrariamente all’assunto del
ricorrente, la sentenza impugnata, nell’esaminare la sussistenza della suddetta
circostanza aggravante, ha preso quindi in considerazione in modo specifico le
precedenti vicende delittuose.

2. Il secondo motivo ripropone una rilettura di elementi logicamente e
congruamente valutati dalla Corte di appello, nella preclusa prospettiva di una
rivisitazione in questa sede della conclusione adottata dalla sentenza impugnata.
Quel che rileva ai fini del controllo di legittimità è che la motivazione sul
punto del diniego della sospensione condizionale della pena sia – come nella
specie – adeguata, anche in relazione alle deduzioni difensive, e sostenuta da
argomentazioni non manifestamente illogiche.

3. Alla declaratoria di inammissibilità segue, a norma dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed
al versamento a favore della cassa delle ammende della somma a titolo di
sanzione pecuniaria, che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo
quantificare nella misura di euro 2.000.

3

Va rammentato che la verifica in concreto che deve condurre il giudice in

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000 in favore della cassa delle
ammende.

Così deciso, il 26/06/2018.

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