Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37570 del 21/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 37570 Anno 2018
Presidente: CASA FILIPPO
Relatore: FIORDALISI DOMENICO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
D’ORAZIO SANDRO nato a MESSINA il 15/08/1973

avverso l’ordinanza del 19/05/2017 della CORTE APPELLO di ROMA
udita la relazione svolta dal Consigliere DOMENICO FIORDALISI;
lette/s~ le conclusioni del PG

Data Udienza: 21/03/2018

Il Procuratore generale, Luigi Cuomo, chiede il rigetto del ricorso.

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

1.

D’Orazio Sandro ricorre avverso l’ordinanza del 19.5.2017 della Corte di

appello di Roma con la quale, in sede di esecuzione, è stata rigettata l’istanza di
applicazione della disciplina del reato continuato tra le sentenze di condanna
relative ai reati giudicati dal G.i.p. del Tribunale di Latina in data 18.7.2012 e

2.

Deduce il ricorrente la nullità dell’impugnata ordinanza ex art. 606 lett. e)

cod. proc. pen. in relazione agli artt. 81 cod. pen. e 671 cod. proc. pen. per
mancanza di motivazione, comunque generica, contraddittoria ed apparente e
per erronea interpretazione ed applicazione di norma di legge.
La motivazione dell’impugnato provvedimento è illogica e contraddittoria,
perché non ha considerato quanto riportato nella sentenza di condanna del
6.2.2015 della Corte di appello di Roma su incontri reiterati tra Farneti con
D’Orazio, già emersi in occasione di detto procedimento.
L’ordinanza isola illogicamente i delitti della condanna emessa dal G.i.p. di
Latina, pur ricadenti nel periodo di commissione dell’estorsione al Farneti, le cui
modalità concrete, portavano (come risulta dalla sentenza della Corte di appello)
il d’Orazio ad evadere munendosi di un mezzo per coprire la distanza di oltre 50
chilometri tra il luogo in cui era detenuto e quello in cui si trovava il Farneti,
sicché la detenzione dell’arma doveva ritenersi logicamente connessa o alla
esecuzione della minaccia o alla difesa del D’Orazio in caso di pericolo personale
durante la commissione del reato.
Non sarebbe stato, altresì, considerato che nonostante il d’Orazio fosse
continuamente monitorato con intercettazioni telefoniche, non è risultato nelle
medesime sentenze che le evasioni fossero diversamente finalizzate nemmeno
quella di cui al capo A) della sentenza di Latina del 18/07/2012; da qui deriva
una motivazione contraddittorla ed illogica.
Non bisognava aver riguardo solo al reato di evasione in sé, ma al fine
perseguito dal reo di evadere più volte per incontrare il Farneti, nei cui confronti
egli aveva effettuato le estorsioni.
Per lo stesso motivo era necessaria l’auto di cui al capo d) della sentenza del
G.i.p del Tribunale di Latina trovata in suo possesso il 19.1.2012 con all’interno
l’arma.
In contrasto con quanto scritto dalla Corte di appello il 6.2.2015 sulla
destinazione delle somme provento dei reati per acquistare lo stupefacente

2

dalla Corte di appello di Roma in data 6.12.2015.

necessario a soddisfare i bisogni dell’imputato, il giudice dell’esecuzione ha
errato a pag. 3 del provvedimento impugnato asserendo che non emerge in
alcun modo che sia stato proprio lo stato di tossicodipendenza a determinare la
commissione di entrambi i reati.

3.

Il Procuratore generale argomenta la propria richiesta di rigetto del

ricorso sul fatto che i reati di evasione ed estorsione sono stati commessi senza
alcuna connessione logica o materiale tra loro, mentre lo stato di

disegno criminoso relativamente ai reati che servono all’approvvigionamento di
droga o, comunque, di danaro per acquistarla (Sez. 6 n. 22553 del 29.3.2017
Rv. 270391).

4. Si premette in diritto che, ai sensi dell’art. 671 cod. proc. pen., il giudice
dell’esecuzione può applicare in executivis l’istituto della continuazione nel caso
di più sentenze o decreti penali irrevocabili, pronunciati in procedimenti distinti
contro la stessa persona, e rideterminare le pene inflitte per i reati
separatamente giudicati sulla base dei criteri dettati dalla stessa norma.
Secondo principi consolidati nella giurisprudenza di legittimità, per la
configurabilità della continuazione è necessaria un’unica complessa deliberazione
preventiva, alla quale segua, per ogni singola azione, una deliberazione specifica,
mentre deve escludersi che un programma solo generico di attività
delinquenziale o un mero sistema di vita siano idonei a far riconoscere la
continuazione tra diversi reati, perpetrati a distanza di tempo, qualora non venga
a risultare, in qualche modo, che essi, tutti o in parte, siano ricompresi,
effettivamente, in un piano criminoso già deciso, almeno a grandi linee, all’inizio
(tra le altre, Sez. 1, n. 44862 del 05/11/2008, Lombardo, Rv. 242098; Sez. 5, n.
49476 del 25/09/2009, Notaro, Rv. 245833; Sez. 1, n. 35639 del 02/07/2013,
Piras, Rv. 256307), rilevando la generica deliberazione di reiterare
comportamenti penalmente illeciti soltanto, in quanto espressiva di un’attitudine
soggettiva a violare la legge, a fini del tutto diversi -e negativi per il reo- come la
recidiva e l’abitualità criminosa (tra le altre, Sez. 5, n. 10917 del 12/01/2012,
Abbassi, Rv. 252950).
La prova di detta congiunta previsione – ritenuta meritevole di trattamento
sanzionatorio più benevolo per la minore capacità a delinquere di chi si
determina a commettere gli illeciti in forza di un singolo impulso, invece che di ((
spinte criminose indipendenti e reiterate – deve essere di regola ricavata, poiché
attiene alla «inesplorabile interiorità psichica» del soggetto, da indici esteriori
significativi, alla luce dell’esperienza, del dato progettuale sottostante alle

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tossicodipendenza non stabilisce una presunzione iuris tantum sull’unicità del

condotte poste in essere (tra le altre, Sez. 4, n. 16066 del 17/12/2008, dep.
2009, Di Maria, Rv. 243632).
In tale prospettiva si è chiarito che indici esteriori apprezzabili della
preordinazione di fondo che cementa le singole violazioni vanno individuati in
elementi costituiti dalla distanza cronologica tra i fatti, dalle modalità delle
condotte, dalla tipologia dei reati, dal bene tutelato, dalla omogeneità delle
violazioni, dalla causale, dalle condizioni di tempo e di luogo (Sez. 1, n. 44862
del 05/11/2008, citata), senza che ciascuno di essi, singolarmente considerato,

mentre, aggiunto a un altro, incrementa la possibilità dell’accertamento
dell’esistenza di un medesimo disegno criminoso, in proporzione logica
corrispondente all’aumento di circostanze indiziarie favorevoli (Sez. 1, n. 12905
del 17/03/2010, Bonasera, Rv. 246838).
In tal modo, di per sé l’omogeneità delle violazioni e la contiguità temporale di
alcune di esse, seppure indicative di una scelta delinquenziale, non consentono,
da sole, di ritenere che i reati siano frutto di determinazioni volitive risalenti a
un’unica deliberazione di fondo (tra le altre, Sez. 3, n. 21496 del 02/05/2006,
Moretti, Rv. 235523; Sez. 3, n. 3111 del 20/11/2013, dep. 2014, P., Rv.
259094), con la conseguenza che l’identità del disegno criminoso deve essere
negata qualora la successione degli episodi sia tale da escludere, nonostante la
contiguità spazio-temporale e il nesso funzionale tra le diverse fattispecie
incriminatrici, la preventiva programmazione dei reati, ed emerga, invece,
l’occasionalità di quelli compiuti successivamente rispetto a quello
cronologicamente anteriore (tra le altre, Sez. 6, n. 44214 del 24/10/2012,
Natali, Rv. 254793).
L’applicazione della disciplina del reato continuato in sede esecutiva impone,
pertanto, una riconsiderazione dei fatti giudicati, volta alla specifica verifica della
prospettata unitarietà progettuale degli illeciti, che è indispensabile requisito per
il riconoscimento del rapporto descritto nell’art. 81 cod. pen.
A tal fine la cognizione del giudice dell’esecuzione dei dati sostanziali di
possibile collegamento tra i vari reati va eseguita in base al contenuto decisorio
delle sentenze di condanna, conseguite alle azioni o omissioni che si assumono
essere in continuazione e, attraverso il loro raffronto, alla luce delle ragioni
enunciate dall’istante, gravato in tema di esecuzione -quando invoca
l’applicazione della disciplina del reato continuato- non da un onere probatorio,
ma dall’onere di allegare, e cioè di prospettare e indicare elementi specifici e
concreti a sostegno dell’istanza, (tra le altre, Sez. 7, n. 5305 del 16/12/2008,
dep. 2009, D’Amato, Rv. 242476; Sez. 1, n. 2298 del 25/11/2009, dep. 2010,
Marianera, Rv. 245970; Sez. 1, n. 21326 del 06/05/2010, Faneli, Rv. 247356),

4

costituisca indizio necessario di una programmazione e deliberazione unitaria,

incombendo, invece, all’autorità giudiziaria il compito di procedere, ai sensi
dell’art. 666, comma 5, cod. proc. pen., che disciplina in genere l’attività
probatoria in sede esecutiva, e ai sensi dell’art. 186 disp. att. cod. proc. pen.,
che riguarda specificamente l’applicazione della disciplina del reato continuato, ai
relativi accertamenti (tra le altre, Sez. 1, n. 4469 del 11/11/2009, Nazar, Rv.
245512; Sez. 1, n. 34987 del 22/09/2010, Di Sabatino, Rv. 248276).
La valutazione, poi, circa la sussistenza della unicità del disegno criminoso
costituisce questione di fatto rimessa all’apprezzamento del giudice di merito,

motivazione (tra le altre, Sez. 4, n. 25094 del 13/06/2007, Coluccia, Rv.
237014; Sez. 6, n. 49969 del 21/09/2012, Pappalardo, Rv. 254006).

5. Ritiene il Collegio che sono corrette le osservazioni svolte dal ricorrente.

La motivazione del provvedimento impugnato appare carente, perché non
r celi+
evidenzia in modo specifico le circostanze fattualiVdi ciascuna vicenda e non
6.

permette di valutare quindi l’idoneità del ragionamento svolto dal giudicante. Per
di più effettivamente l’estorsione a Farneti è avvenuta a poca distanza temporale
dall’evasione e andava consideratd, altresì, la pluralità delle evasioni e le
motivazioni potenzialmente connesse con detta estorsione; pertanto / la
motivazione dell’ordinanza risulta meramente assertiva e non si confronta in
modo specifico con i fatti risultanti dalle sentenze oggetto di esame.

Segue l’annullamento dell’ordinanza impugnata, con rinvio alla Corte di

7.

appello di Roma per un nuovo esame dell’istanza di applicazione della disciplina
della continuazione tra reati di cui alla citata sentenza. La Corte di merito
procederà con una diversa composizione, in ossequio ai principi affermati dalla
Corte costituzionale con la sentenza n. 183 del 03/07/2013.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di
Roma.

Così deciso il 21/03/2018.

Il Consigliere estenso CORTE

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