Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37526 del 23/05/2018


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 37526 Anno 2018
Presidente: DAVIGO PIERCAMILLO
Relatore: PAZIENZA VITTORIO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
BRUNO Luigi, nato a Cosenza il 27/05/1975
avverso la sentenza emessa in data 13/03/2017 dalla Corte d’Appello di Roma
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vittorio Pazienza;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Stefano
Tocci, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;
uditoil difensore delle parti civili CERASANI Massimiliano e SURANO Donato, avv.
Massimiliano Carbone, che ha concluso riportandosi alle conclusioni e alla nota
depositate;
udito il difensore dell’imputato, avv. Fabio Lattanzi, che ha concluso chiedendo
l’accoglimento del ricorso

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 14/03/2017, la Corte d’Appello di Roma ha parzialmente
riformato la sentenza la sentenza emessa in data 13/03/2015 dal Tribunale di
Roma, con la quale BRUNO Luigi era stato condannato alla pena di giustizia in
relazione ai delitti di truffa aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 7 cod. pen., a lui
ascritti ai capi A), D) E), G), all’ulteriore delitto di truffa aggravata ai sensi dell’art.
640, secondo comma, n. 2, cod. pen. (così diversamente qualificata l’originaria

Data Udienza: 23/05/2018

imputazione di estorsione di cui al capo C), al delitto di falso di cui al capo B),
nonché dell’ulteriore reato di guida senza patente di cui al capo H), oltre alla
condanna al risarcimento dei danni subiti dalle costituite parti civili CERESANI
Massimiliano e SURANO Donato.
In particolare, la Corte d’Appello ha assolto il BRUNO dal reato sub B), ha
dichiarato non doversi procedere per i reati sub E), G) H) per intervenuta
prescrizione, ed ha qualificato nuovamente quale estorsione il fatto di cui al capo
C), rideterminando conseguentemente il trattamento sanzionatorio per il predetto

resto.
2. Ricorre per cassazione il BRUNO, a mezzo del proprio difensore,
deducendo:
2.1. Violazione dell’art. 629 cod. pen., in relazione all’art. 606, lett. b), cod.
proc. pen. Si censura la decisione della Corte, che aveva disatteso la preferibile
interpretazione, accolta dal giudice di primo grado, in tema di distinzione tra i
delitti di estorsione e di truffa aggravata dal timore di un pericolo immaginario:
dovendo ritenersi configurabile tale seconda figura di reato nelle ipotesi in cui la
minaccia è frutto di artifici e raggiri, come tale impossibile da realizzare per
l’agente, pur eventualmente non irrealizzabile in termini assoluti. Nella specie, il
timore ingeneratQ nella persona offesa era correlato alla possibilità, paventata dal
BRUNO, di un intervento ai suoi danni dei servizi segreti, correlato ad una (in realtà
inesistente) appartenenza di tale soggetto a quel sistema.
2.2. Omessa motivazione in ordine alle doglianze dedotte in appello quanto
alla ritenuta inammissibilità della richiesta di patteggiamento. Si deduce che la
decisione del Tribunale era stata criticata sia perché era possibile rinnovare in
termini diversi la richiesta, rispetto a quanto prospettato in udienza preliminare
(essendo quindi irrilevanti i termini del patteggiamento lì proposti), sia perché una
parte della giurisprudenza ritiene possibile definire ex art. 444 cod. proc. pen.
anche una parte delle imputazioni ascritte.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è infondato.
2. Con il primo motivo, il ricorrente si duole della riqualificazione della
condotta sub C) . – operata dalla Corte territoriale in accoglimento dell’appello
proposto dal P.M. – ai sensi dell’art. 629 cod. pen., e quindi in linea con l’originaria
contestazione (pur con l’esclusione dell’aggravante di cui al capoverso del predetto
articolo, contestata al capo C); laddove invece il Tribunale aveva ritenuto che la
condotta del BRUNO – ottenimento dal CERESANI della ulteriore somma di € 5.800
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reato e le ulteriori residue imputazioni di cui ai capi A) e D), e confermando nel

da parte del CERESANI, con la minaccia, in caso contrario, di gravissime
conseguenze – dovesse essere ricondotta nell’alveo della truffa aggravata da un
pericolo immaginario (tale somma andava ad aggiungersi a quella, ben più
ingente, già consegnata dal CERESANI al BRUNO, che aveva fatto credere alla
persona offesa di poter lavorare per i servizi segreti: cfr. l’imputazione di truffa
aggravata ai sensi del n. 7 dell’art. 61 cod. pen., contestata al capo A).
2.1. Come emerge chiaramente dalle motivazioni delle sentenze di merito, e
dallo stesso ricorso, la decisione del Tribunale è stata assunta in adesione

condotta estorsiva sono la “violenza” e la “minaccia”, quelli qualificanti il
comportamento truffaldino – anche nell’ipotesi aggravata della prospettazione del
“pericolo immaginario” – sono, pur sempre, gli artifizi e raggiri: in quest’ultima
ipotesi infatti la minaccia, poiché riguarda un male non reale, ma immaginario,
assume i contorni dell’inganno perché contribuisce alla induzione in errore della
parte offesa del reato attraverso la prospettazione del falso pericolo» (Sez. 2, n.
8456 del 18/04/1995 Ud. (dep. 26/07/1995) Rv. 202347; in senso analogo, Sez.
2, n. 52121 del 25/11/2014, Danzi). Ponendosi in tale ottica interpretativa – che
non conferisce alcun rilievo alla provenienza del danno minacciato né allo stato
psicologico della vittima – il Tribunale ha ricondotto alla truffa aggravata
l’ottenimento di ulteriori somme, da parte del BRUNO, facendo presente al
CERESANI che i Servizi segreti avrebbero impiegato poco tempo a farlo sparire, e
che egli stesso, dinanzi ad un prestito non onorato, aveva fatto intervenire propri
agenti non già presso il debitore, ma presso i genitori di quest’ultimo (cfr. pag. 8
della sentenza di primo grado): essendo dirimente, nell’ottica fatta propria dal
giudice di primo grado, il carattere immaginario della prospettazione, essendo il
BRUNO in realtà estraneo ai Servizi.
2.2. La riqualificazione dei fatti ai sensi dell’art. 629 cod. pen., da parte della
Corte d’Appello, è stata per converso determinata dall’adesione del Collegio
all’indirizzo interpretativo secondo cui «integra il reato di estorsione, e non di truffa
aggravata, la minaccia di un male, indifferentemente reale o immaginario, dal
momento che identico è l’effetto coercitivo esercitato sul soggetto passivo, tanto
che la sua concretizzazione dipenda effettivamente dalla volontà dell’agente,
quanto che questa rappresentazione sia percepita come seria ed effettiva dalla
persona offesa, ancorché in contrasto con la realtà, a lei ignota» (così da ultimo
Sez. 2, n. 21974 del 18/04/2017, Cianci, Rv. 270072; in senso analogo, tra le
altre, Sez. 2, n. 46084 del 21/10/2015, Levak, secondo cui «il criterio distintivo
tra il reato di truffa e quello di estorsione, quando il fatto è connotato dalla
minaccia di un male, va ravvisato essenzialmente nel diverso modo di atteggiarsi
della condotta lesiva e della sua incidenza nella sfera soggettiva della vittima:
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all’indirizzo giurisprudenziale secondo cui «mentre gli elementi caratterizzanti la

ricorre la prima ipotesi delittuosa se il male viene ventilato come possibile ed
eventuale e comunque non proveniente direttamente o indirettamente da chi lo
prospetta, in modo che la persona offesa non è coartata, ma si determina alla
prestazione, costituente l’ingiusto profitto dell’agente, perché tratta in errore dalla
esposizione di un pericolo inesistente; mentre si configurando, invece, l’estorsione
se il male viene indicato come certo e realizzabile ad opera del reo o di altri, poichè
in tal caso la persona offesa è posta nella ineluttabile alternativa di far conseguire
all’agente il preteso profitto o di subire il male minacciato». V. anche Sez. 2, n.

distintivo tra il reato di truffa e quello di estorsione, quando il fatto è connotato
dalla minaccia di un male, è rappresentato dalla concreta efficacia coercitiva, e
non meramente manipolativa, della condotta minacciosa rispetto alla volontà della
vittima, da valutarsi con verifica “ex ante”, che prescinde dalla effettiva
realizzabilità del male prospettato»).
Ponendosi in tale prospettiva, la Corte ha ravvisato il delitto di estorsione
avendo l’imputato prospettato al CERESANI una situazione di pericolo riconducibile
alla propria condotta o, comunque, a quella dei servizi segreti nel cui ambito egli
era inserito: «inoltre, il far mostra continuamente di una pistola e il rammentare
alla persona offe s a le conseguenze che altri, prima di lui, avevano dovuto subire,
furono comportamenti idonei a far ritenere alla vittima di non avere alternative»
(cfr. pag. 10 della sentenza impugnata).
2.3. Ritiene il Collegio che la qualificazione in termini di estorsione della
condotta ascritta al BRUNO sia corretta, non solo perché il secondo indirizzo
richiamato trova un costante riscontro nelle più recenti decisioni di questa
Suprema Corte (cfr. da ultimo Sez. 2, n. 33077 del 18/04/2018, Urraso; Sez. 2,
n. 24903 del 08/03/2018, Palena; Sez. 2, n. 53799 del 14/11/2017, Abbate), ma
perché, nella fattispecie in esame, non può non attribuirsi rilievo all’avere il BRUNO
ripetutamente palesato, al CERESANI, la propria disponibilità di una pistola.
L’accertamento di tale specifica circostanza fattuale da parte della Corte
d’Appello, non contestato dal ricorrente con l’odierno ricorso, induce ad escludere
che la minaccia di gravi conseguenze per il CERESANI, in caso di rifiuto della
consegna del danaro, abbia avuto connotazioni “immaginarie”, essendosi del resto
inserita in un contesto eloquentemente descritto dalla persona offesa (cfr. pag. 4
sent. di primo grado, che riporta le parole del CERESANI nella parte in cui riferiva
che, pur se il BRUNO non aveva mai minacciato di usare la pistola nei suoi
confronti, «il suo semplice far in modo che io la vedessi costituiva per me una
minaccia larvata considerando il clima di paura timore intimidazione, a cui egli mi
sottoponeva»). Ed è appena il caso di evidenziare che, a tali conclusioni, non osta
il fatto che la Corte d’Appello non abbia ritenuto integrata l’aggravante di cui al
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11453 del 17/02/2016, Guarnieri, Rv. 267124, secondo la quale «il criterio

capoverso dell’art. 629 cod. pen., evidentemente valorizzando il fatto che l’arma
non era stata utilizzata come diretto ed esplicito strumento di minaccia (non vi è
invero espressa motivazione sul punto: ma ogni approfondimento al riguardo
appare ultroneo, in assenza di impugnazione): quel che rileva, ai fini che qui
specificamente interessano, è l’impossibilità di ricondurre le prospettazioni del
RUSSO – anche quando ricordava al CERESANI le irruzioni dei suoi agenti presso
i genitori di chi non pagava – nell’ambito dei meri “pericoli immaginari”.
3. Infondato è anche il secondo motivo di ricorso.

Corte, secondo cui «in tema di riti alternativi, è inammissibile la richiesta di
patteggiamento r.iguardante solo alcuni dei reati contestati (Sez. 3, n. 41138 del
23/05/2013, Lukasuak, Rv. 256929; Sez. 2, n. 11284 del 06/12/2012, Hounaini,
Rv. 255301 Sez. 6, n. 48651 del 18/11/2014, Biondelli). La necessità di applicare
il principio in questione anche all’istanza di patteggiamento presentata
nell’interesse del BRUNO rende irrilevante l’omessa pronuncia della Corte
territoriale sul corrispondente motivo di appello, alla luce del consolidato
orientamento secondo cui «in tema di ricorso per cassazione, non costituisce causa
di annullamento della sentenza impugnata il mancato esame di un motivo di
appello che risulti manifestamente infondato» (Sez. 5, n. 27202 del 11/12/2012,
dep. 2013, Tannoia, Rv. 256314).
4. Le considerazioni fin qui svolte impongono il rigetto del ricorso, e la
condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Il BRUNO deve essere altresì condannato alla rifusione delle spese processuali
sostenute nel grado dalle parti civili CERASANI Massimiliano e SURANO Donato,
che si liquidano, come da richiesta, in Euro 2.010.00 oltre rimborso forfettario al
15%, C.P.A. e I.V.A.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalle parti civili
CERASANI Massimiliano e SURANO Donato liquidate in Euro 2010,00 oltre
rimborso forfettario al 15%, C.P.A. e I.V.A.

Così deciso il 23 maggio 2018

Il ConsicieJe estensore

Il Presidente

Assume invero un rilievo assorbente il principio, più volte affermato da questa

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