Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37491 del 22/02/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 37491 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: VANNUCCI MARCO

ORM NANZA
sul ricorso prfflosto da:
FARRUGGIO CALOGERO nato il 01/01/1946 a CASTROFILIPPO

avverso la sentenza del 03/03/2017 della CORTE APPELLO di PALERMO
dato avviso a le parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere MARCO VANNUCCI;-

Data Udienza: 22/02/2018

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
che con sentenza emessa il 3 marzo 2017 la Corte di appello di Palermo ha
confermato la sentenza, resa il 14 luglio 2015 dal Giudice dell’udienza preliminare
del Tribunale di Agrigento a definizione di processo svoltosi nelle forme del giudizio
abbreviato, con la quale Calogero Farruggio venne condannato alla pena di cinque
mesi e dieci giorni di reclusione ed euro 1.400 di multa per avere, in Castrofilippo, il
13 marzo 2014, illegalmente detenuto la pistola descritta nel capo di imputazione

della circostanza attenuante del fatto di lieve entità (art. 5 della legge n. 865 del
1971) e concesso a tale persona circostanze attenuanti generiche, ritenute
equivalenti alla contestata (ed accertata) recidiva specifica reiterata;
che, in risposta ai motivi di appello, la sentenza evidenzia che: l’imputato
possedeva all’interno della propria abitazione la pistola descritta nel capo di
imputazione; il possesso di tale arma comune da sparo era stato dalla madre
denunciato; la denunciante era deceduta quattro anni prima dell’accertamento
dell’illecito; il conseguimento del possesso dell’arma per successione per causa di
morte al precedente possessore obbliga (art. 38 t.u.l.p.s.) il nuovo possessore a
fare denuncia del conseguimento del possesso del bene in questione; l’imputato era
in condizione di conoscere l’esistenza dell’obbligo di presentare denuncia dopo la
morte della madre essendo stato condannato in passato per la commissione di reati
relativi alla detenzione di armi; la pena inflitta dal giudice di primo grado è «del
tutto contenuta e in linea con i criteri oggettivi e soggettivi di cui all’art. 133 c.p.»;
che per la cassazione di tale sentenza l’imputato ha proposto ricorso (atto
sottoscritto dal relativo difensore) contenente due motivi di impugnazione;
che con il primo motivo il ricorrente afferma la mancanza tanto dell’elemento
ckc
oggettivo che di quello soggettivo del reato, dal momento/ esso ricorrente aveva
informato í carabinieri del decesso della propria madre ed aveva spontaneamente
consegnato a costoro la pistola il cui possesso era stato dalla madre stessa
denunciato 16 novembre 1971; l’arma era stata riposta dalla propria madre
all’interno di un cassetto di un comò; la buona fede di esso ricorrente, persona
umile e di età avanzata, era dimostrata dall’agevolazione data all’attività di controllo
dei carabinieri;
che, al di là di mera enunciazione formale, il motivo di impugnazione è incentrato
sulla dedotta mancanza del dolo nel caso di specie;
che, premesso l’inadempimento del ricorrente, in quanto erede della persona che
aveva denunciato il possesso della pistola e successivo possessore della stessa,
all’obbligo legale (art. 38 t.u.l.p.s.) di autonoma denuncia della nuova situazione
possessoria, con conseguente sussistenza dell’elemento materiale del delitto di
detenzione illegale dell’arma medesima (in questo senso, cfr., per tutte, Cass. Sez.

(artt. 2 e 7 della legge n. 865 del 1967); e ciò, dopo avere accertato la sussistenza

1, n. 22563 del 19 gennaio 2015, Perfetto, Rv. 263776; Cass. Sez. 1, n. 7906 del
12 giugno 2012, dep. 2013, Omacini, Rv. 255193), la censura del ricorrente è
inammissibile in quanto è di mero fatto e non si confronta in alcun modo con la
risposta data dal giudice di appello al motivo di impugnazione relativo alla affermata
carenza del dolo;
che con il secondo motivo il ricorrente sostiene che il giudice di appello avrebbe
dovuto applicare il minimo della pena previa valutazione della prevalenza sulla

dell’età dell’imputato e dell’insussistenza di una prova certa (specie in relazione
all’elemento soggettivo)»;
34 ,

che il motivo è manifestamente infondato, risolvendosi esso una mera
affermazione, dal momento che: l’accertamento della lieve entità del fatto ha
determinato l’applicazione della circostanza attenuante di cui all’art. 5 della legge n.
865 del 1967; l’affermazione relativa al dubbio in ordine alla sussistenza
dell’elemento soggettivo del delitto è inapprezzabile in quanto in evidente
contraddizione con il presupposto accertamento della responsabilità penale; l’età
dell’imputato è stata considerata nella determinazione della , quanto mai lieve/ misura
della pena;
che il ricorso è dunque da dichiarare inammissibile in ragione della manifesta
infondatezza dei dedotti motivi (art. 606, comma 3, cod. proc. pen.);
che da tale declaratoria derivano la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali e, non ricorrendo ipotesi di esonero, al versamento di una somma
di danaro alla Cassa delle ammende che stimasi equo determinare nella misura di
euro 2.000 (art. 616 cod. proc. pen.).

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e rizt=t= al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.

Così deciso in Roma il 22 febbraio 2018.

recidiva delle circostante attenuanti, tenuto conto «della lieve entità del fatto,

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