Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37442 del 22/02/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 37442 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: VANNUCCI MARCO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
MINIERO ARSENIO nato il 02/11/1977 a NAPOLI

avverso la sentenza del 14/12/2016 della CORTE APPELLO di NAPOLI
dato avviso a le parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere MARCO VANNUCCI;

Data Udienza: 22/02/2018

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
che con sentenza emessa il 9 ottobre 2010, a definizione di procedimento
svoltosi nelle forme del giudizio abbreviato, il Tribunale di Napoli, previa concessione
di circostanze attenuanti generiche ritenute equivalenti alla recidiva contestata,
condannò Arsenio Miniero alla pena di otto mesi di reclusione per avere commesso
1’8 gennaio 2010, in Napoli, il delitto di cui all’art. 9, secondo comma, della legge n.
1423 del 1956;

sorpresa a percorrere a piedi una via pubblica, così violando la prescrizione di non
uscire dalla propria abitazione prima delle ore sette e di non rientrarvi dopo le ore
ventidue dello stesso giorno, ad essa imposta con decreto dispositivo della misura di
prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel territorio del
Comune di Napoli emesso dal Tribunale di Napoli il 7 ottobre 2008;
che la decisione venne confermata dalla Corte di appello di Napoli con sentenza
emessa il 17 febbraio 2015;
che tale sentenza venne cassata, con rinvio ad altra sezione della Corte di
appello di Napoli per nuovo giudizio, in ragione dell’accertata invalidità della
notificazione all’imputato del decreto di citazione per il giudizio di appello;
che con sentenza emessa il 14 dicembre 2016 la Corte di appello di Napoli
confermò la sentenza di primo grado;
che per la cassazione di tale sentenza Miniero ha proposto ricorso (atto
sottoscritto dal relativo difensore) deducendo che: il giudice di appello, prima di
emettere la propria pronuncia, non avrebbe preventivamente verificato la
conformità alla legge del decreto dispositivo della misura di prevenzione personale
nei confronti di esso ricorrente emesso dal Tribunale di Napoli il 7 ottobre 2008; tale
decreto sarebbe illegittimo, per violazione del precetto di cui all’art. 166, secondo
comma, cod. pen., in quanto emesso sulla sola base della condanna di esso
ricorrente a pena la cui esecuzione sarebbe stata sospesa; in assenza dunque di
ulteriori indici di pericolosità sociale, in concreto non sussistenti;
che la sentenza emessa in sede di rinvio in grado di appello non contiene in
effetti la verifica nel ricorso indicata;
che dal contenuto dei motivi di appello sintetizzati a pagina due della sentenza
impugnata risulta che la sentenza di primo grado venne appellata: perché la
condotta in concreto posta in essere dall’imputato era di tenuità tale da non
costituire indice di pericolosità alla base dell’art. 9, secondo comma, della legge n.
1423 del 1956; in subordine, perché il fatto avrebbe dovuto essere qualificato come
violazione del primo comma del citato art. 9;
che il ricorrente non deduce che il giudice avrebbe omesso l’esame di motivo di
impugnazione relativo alla questione in questa sede dedotta;

che, in particolare, alle ore 22,05 dell’8 gennaio 2010 tale persona venne

che al giudice di appello non venne quindi posta la questione, involgente
accertamenti di fatto (del resto ben presenti al ricorrente: pag. 4 del ricorso),
relativa alla legittimità del decreto dispositivo della misura di sorveglianza speciale
con obbligo di soggiorno nei confronti dell’odierno ricorrente emesso;
che l’art. 597, comma 1, cod. proc. pen. attribuisce al giudice di appello la
cognizione del procedimento limitatamente ai punti della decisione cui si riferiscono i
motivi proposti;
che non possono essere dedotte con il ricorso per cassazione questioni sulle quali

cognizione dall’appellante (giurisprudenza costante; cfr. comunque, per tutte Cass.
Sez. 2, n. 13826 del 17 febbraio 2017, Bolognese, Rv. 269745);
che il ricorso è dunque inammissibile per avere dedotto per la prima volta nel
giudizio di cassazione la questione relativa alla (dal ricorrente negata) legittimità del
decreto citato;
che da tale statuizione deriva la condanna del ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della sanzione pecuniaria che si stima equo determinare in euro
duemila, da versare alla Cassa delle ammende (art. 616 cod. proc. pen.).
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma il 22 febbraio 2018.

il giudice di appello abbia omesso di pronunziarsi perché non devolute alla sua

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