Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37411 del 22/09/2017


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 37411 Anno 2018
Presidente: NOVIK ADET TONI
Relatore: TARDIO ANGELA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
CIRESI ANTONINO nato il 23/05/1943 a MONREALE

avverso l’ordinanza del 18/10/2016 della CORTE APPELLO di PALERMO
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ANGELA TARDIO;

Data Udienza: 22/09/2017

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 18 ottobre 2016 la Corte di appello di Palermo, in
funzione di giudice dell’esecuzione, ha rigettato l’istanza avanzata da Ciresi
Antonievolta al riconoscimento del vincolo della continuazione ex art. 671 cod.
proc. pen. tra i reati giudicati con le tre sentenze emesse dallo stesso Ufficio il 6

rispettivamente il 16 luglio 1998, il 14 gennaio 2002 e il 24 febbraio 2015,
richiamate nella premessa della stessa ordinanza, avuto riguardo alla mancanza
di elementi dimostrativi della riconduzione dei detti reati a una iniziale e
preventiva deliberazione criminosa.
2. Avverso detta ordinanza ha proposto ricorso per cassazione, per mezzo
dei suoi difensori avvocati Antonino Rubino e Girolamo D’Azzò, l’interessato
Ciresi, che ne ha chiesto l’annullamento sulla base di unico motivo, con il quale
ha denunciato, ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. b) , c) ed e), cod. proc. pen.,
violazione dell’art. 81 cod. pen. e vizio della motivazione relativamente al
mancato riconoscimento della unicità del disegno criminoso tra i reati giudicati
con le sentenze in oggetto.
3. In esito al preliminare esame presidenziale il ricorso è stato rimesso a
questa sezione per la decisione in camera di consiglio ai sensi degli artt. 591,
comma 1, e 606, comma 3, cod. proc. pen.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.
2. Il Giudice dell’esecuzione, in coerenza con il dato normativo e con
ripercorsi, consolidati e condivisi arresti di legittimità, ha rappresentato, con
argomentazioni logicamente congruenti ed esaustive, le ragioni del diniego del
riconoscimento della continuazione in executivis, e, in particolare, ha evidenziato
che i reati giudicati con le prime due sentenze erano stati già unificati per
continuazione in sede esecutiva con ordinanza del 3 luglio 2000; ha evidenziato
che tra detti fatti, rispetto ai quali detta ordinanza aveva indicato la data finale
alla quale era stata cristallizzata la contestazione (anni 1995/1996), e il fatto
estorsivo giudicato con la terza sentenza (commesso dal marzo 2012 al gennaio
2013) era intercorso un “quasi ventennale iato temporale”, tale da escludere
qualsiasi nesso di continuazione; ha rimarcato che non vi erano elementi
qualificanti (tale non potendo ritenersi la condanna per reato associativo con

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maggio 1998, il 30 giugno 2000 e il 24 febbraio 2015, irrevocabili

sentenza del 18 marzo 2015 del Tribunale di Palermo, gravata da appello), che
consentivano di ritenere le violazioni programmate e deliberate, nelle linee
essenziali, sin dal momento in cui era stata commessa la prima di esse.
3. Né il ricorrente, che nulla ha dedotto circa la rilevata non definitività della
sentenza del 18 marzo 2015, i cui contenuti ha genericamente enunciato, ha
indicato, nel criticare la correttezza e la tenuta logica del provvedimento
impugnato, in che cosa sarebbe consistito l’originario e unitario disegno
criminoso tra i reati, limitandosi a opporre una diversa valutazione delle

ambito fattuale, estraneo al giudizio di legittimità, ma irrilevante vertendo il
giudizio non sul generico programma associativo, ma sulla rapportabilità dei reati
a una più specifica originaria ideazione criminosa sulla quale poggia l’istituto
della continuazione.
4. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue, ai sensi dell’art.
616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali, nonché -valutato il contenuto del ricorso e in mancanza di elementi
atti a escludere la colpa nella determinazione della causa d’inammissibilità- al
versamento della somma, ritenuta congrua, di duemila euro in favore della cassa
delle ammende.
P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso il 22/09/2017

risultanze processuali secondo un modello argomentativo non solo invasivo di un

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