Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 3736 del 24/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 3736 Anno 2016
Presidente: MILO NICOLA
Relatore: CORBO ANTONIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
JEREZ TORRES RAMIRO FABIAN, nato il 03/02/1987
VILLA PIERO, nato il 03/05/1969

avverso la sentenza n. 673/2014 della Corte di appello di Genova dell’11/03/2015;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione del consigliere Antonio Corbo;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale
Mario Fraticelli, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità dei ricorsi;

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 11 marzo 2015, la Corte di appello di Genova
dichiarava inammissibile per difetto di specificità l’appello proposto nell’interesse di 3erez
Torres Ramiro Fabian e Villa Piero avverso la decisione di primo grado del 27 febbraio 2013
che aveva condannato gli imputati per il delitto di cui agli artt. 81 cpv. e 73, comma 5, d.P.R.
30 ottobre 1990, n. 309, commesso, dal primo, fino al maggio 2010, e, dal secondo, fino
all’aprile 2010. Per l’effetto, la Corte di appello ordinava contestualmente l’esecuzione della
sentenza di primo grado nei confronti di entrambi gli imputati.
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Data Udienza: 24/11/2015

In particolare, la sentenza del primo giudice aveva condannato lo Jerez alla pena di anni
due di reclusione ed Euro 4.000 di multa, muovendo da una pena base pari ad anni due di
reclusione ed Euro 4.000 di multa per il reato ritenuto più grave (detenzione a fini di spaccio di
grammi 18,5 di eroina), aumentata, per la continuazione, complessivamente ad anni tre di
reclusione ed Euro 6.000 di multa, e diminuita, per il rito, ad anni due di reclusione ed Euro
4.000 di multa. La medesima sentenza, inoltre, nei confronti del Villa aveva proceduto ad
applicare l’istituto della continuazione con precedente decisione di patteggiamento ex art. 444

3.000 di multa, era così determinata: si individuava come reato più grave quello oggetto della
precedente sentenza di patteggiamento, si fissava la pena base in un anno di reclusione ed
Euro 3.000 di multa, si quantificava l’aumento per i reati accertati nel processo in corso
(detenzione a fini di spaccio di eroina) in mesi tre di reclusione, e si diminuiva, infine, l’entità
di tale aumento, in considerazione del rito, a mesi due di reclusione.
La dichiarazione di inammissibilità dei due atti di appello osservava che entrambe le
impugnazioni “non contengono l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di
fatto che sorreggono le relative richieste”. Specificamente, la sentenza impugnata evidenziava
che gli appellanti si erano doluti, in primo luogo, della mancata applicazione delle attenuanti
generiche, enumerando a titolo esemplificativo elementi astrattamente idonei a giustificare la
concessione di tali circostanze, senza però precisare quali fossero quelli ravvisabili nel caso
concreto, e, in secondo luogo, dell’irrogazione di “una pena base palesemente eccessiva”,
sebbene la pena inflitta a Jerez Torres, per un fatto pari a circa 18,5 grammi di eroina, fosse
superiore al minimo edittale di un solo anno, mentre quella inflitta a Villa era consistita in un
mero aumento a titolo di continuazione rispetto a precedente condanna.

2. Hanno presentato ricorso per cassazione avverso la precisata sentenza della Corte di
Appello l’avv.to Giovanni Roffo, quale difensore di fiducia dello Jerez Torres, e l’avv.to Claudio
Zadra, quale difensore di fiducia del Villa.
2.1. Nel ricorso presentato dall’avvocato Roffo, si deduce, con un unico motivo, la
violazione dell’art. 606, comma 1, lett. e) in relazione agli artt. 581, comma 1, lett. c) e 591,
comma 1, lett. c), cod. proc. pen., per contraddittorietà e/o manifesta illogicità della
motivazione, risultante dal testo del provvedimento impugnato, laddove aveva affermato la
genericità dei motivi e dichiarato conseguentemente l’inammissibilità dell’appello.
Precisamente, ci si duole che sarebbe erronea la dichiarazione di inammissibilità
pronunciata per genericità dell’atto di appello, in quanto privo della “indicazione specifica delle
ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono le rispettive richieste”. Si osserva,
infatti, che l’atto di appello aveva chiesto la rideternninazione della pena “in maniera sintetica,
ma chiara e in equivoca”. Si rileva, inoltre, che la sentenza di appello avrebbe comunque
dovuto rideterminare la pena per effetto delle modifiche normative che sono intervenute in
relazione al fatto di lieve entità di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990
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cod. proc. pen.; la pena complessiva finale, pari ad anni uno e mesi due di reclusione ed Euro

successivamente alla pronuncia della sentenza di primo grado, e che hanno addirittura
trasformato la fattispecie da ipotesi attenuata a figura autonoma di reato. Si aggiunge, ancora,
che la vicenda delle modifiche normative è tanto più significativa se si considera che la
sanzione concretamente irrogata, pari ad anni due ed euro 4.000 di multa si attesta su “livelli
assai prossimi al massimo edittale”.
2.2. Nel ricorso presentato dall’avvocato Zadra, si deduce, con un unico motivo, la
mancanza o manifesta illogicità della motivazione in ordine alla dichiarazione di inammissibilità

Ci si duole, in particolare, che l’atto di appello, con argomentazioni “seppur minime ed
essenziali”, aveva contestato la motivazione del primo giudice, sia nella parte posta a base
dell’affermazione della sussistenza del fatto, sia nel punto relativo al trattamento
sanzionatorio, e che la decisione di secondo grado aveva comunque valutato le doglianze nel
merito.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. I ricorsi sono fondati e debbono essere accolti, perché gli atti di appello proposti dagli
odierni ricorrente sono da ritenersi caratterizzati da sufficiente specificità, anche
nell’indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono le relative
richieste.

2. E’ utile premettere che entrambi gli atti di appello, identici anche da un punto di vista
strettamente letterale, avevano contestato sia la mancata concessione delle “circostanze
attenuanti generiche in giudizio di prevalenza … senza motivare in alcun modo tale esclusione
dal beneficio”, sia la “eccessiva severità” della pena irrogata, che avrebbe potuto essere
contenuta nel minimo edittale.
2.1. E’ inoltre utile rappresentare che la sentenza di primo grado aveva determinato il
trattamento sanzionatorio irrogato: a) nei confronti dello Jerez (cfr. p. 15) giustificando
l’individuazione di pena finale pari ad anni due di reclusione ed Euro 4.000 di multa, nonché la
pena base (fissata nella stessa misura) e i calcoli intermedi, con la semplice affermazione “si
ritiene di dover comminare la pena …”; b) nei confronti del Villa (cfr. p. 15-16), ritenendo
“equa” la pena, quale aumento a titolo di continuazione rispetto ad altro reato
precedentemente giudicato, di mesi tre di reclusione diminuita per il rito a mesi due di
reclusione. Per nessuno dei due imputati, inoltre, la decisione di prima cura aveva offerto
alcuna motivazione in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche.

3. Al fine di valutare se sia o meno ammissibile l’atto di ‘gravame in questione, occorre
individuare la regola di diritto correttamente applicabile nel caso concreto, tenendo conto della
non univocità degli orientamenti di questa Corte.
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dell’appello proposto (art. 606, lett. e).

3.1. Secondo l’indirizzo prevalente, deve escludersi, in linea generale, l’inammissibilità
dell’appello quando sono identificabili, con accettabile precisione, i punti cui si riferiscono le
doglianze e le ragioni essenziali di queste ultime, attesa la necessità di considerare, da un lato,
la natura di tale specifico mezzo di impugnazione e, dall’altro, il principio del “favor
impugnationis” (cfr., in particolare, Sez. 6, n. 18746 del 21/01/2014, Raiani, Rv. 261094,
nonché Sez. 3, n. 12355 del 07/01/2014, Palermo, Rv. 259742).
In coerenza con questa prospettiva, da un lato, si è esclusa la necessità di un confronto

31939 del 16/04/2015, Falasca, Rv. 264185) o della proposizione di questioni già tutte
prospettate in primo grado e disattese dal primo giudice (Sez. 6, n. 50613 del 06/12/2013,
Kalboussi, Rv. 258508, ma anche Sez. 2, n. 6609 del 03/12/2013, dep. 12/02/2014, Diop, Rv.
258199); dall’altro, si è rilevato che il “tasso di specificità necessario” delle censure di gravame
va valutato raffrontando le specifiche doglianze con la consistenza delle argomentazioni
contenute nel provvedimento impugnato (così Sez. 3, n. 37737 del 18/06/2014, Bacci, Rv.
259907, la quale ha ritenuto ammissibile un appello che deduceva in modo sintetico elementi
obiettivamente apprezzabili per ottenere un trattamento sanzionatorio più mite, negato
immotivatamente dal giudice di primo grado). Frequentemente, poi, si è sottolineato che la
valutazione della specificità dei motivi di appello si pone in termini differenti e meno stringenti
rispetto al giudizio di cassazione, in considerazione del carattere di mezzo di gravame di tipo
devolutivo del primo rimedio, caratterizzato dalla sua funzione diretta a provocare un nuovo
esame del merito della regiudicanda (cfr., in particolare: Sez. 5, n. 42841 del 26/05/2014,
Tarasconi, Rv. 262183; Sez. 6, n. 13449 del 12/02/2014, Kasem, Rv. 259456; Sez. 2, n. 8345
del 23/11/2013, dep. 21/02/2014, Pierannunzio, Rv. 258529; Sez. 1, n. 1445 del 14/10/2013,
dep. 15/01/2014, Spada, Rv. 258357; Sez. 6, n. 50613 del 06/12/2013, Kalboussi, Rv.
258508).
Non risultano in contrasto con l’orientamento in discorso nemmeno numerose delle
decisioni di legittimità che hanno ritenuto corretta la pronuncia di inammissibilità emessa in
appello: ci si riferisce, precisamente, a quelle decisioni le quali hanno sottolineato che la critica
alla sentenza di primo grado era fondata su considerazioni generiche ed astratte (cfr. Sez. 6,
n. 37392 del 02/07/2014, Alfieri, Rv. 261650, nonché Sez. 6, n. 39247 del 12/07/2013,
Tartaglione, Rv. 257434, ma anche Sez. 6, n. 31462 del 03/04/2013, Mazzocchetti, Rv.
256303), ovvero che la deduzione prospettata non era pertinente al caso concreto, né
formulata in termini tali da indicare al giudice di secondo grado la direzione verso la quale
indirizzare la sua verifica (Sez. 6, n. 13446 del 12/02/2014, Meli, Rv. 261830), quando non
addirittura del tutto priva dell’indicazione di motivi di dissenso rispetto alla decisione appellata
(Sez. 2, n. 51738 del 03/12/2013, Disingrini, Rv. 258111).
3.2. Non manca, tuttavia, un più rigoroso indirizzo, secondo il quale l’ammissibilità
dell’appello postula una critica puntuale delle argomentazioni poste a base della sentenza

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argomentativo dei motivi di appello con la motivazione della sentenza impugnata (v. Sez. 3, n.

impugnata (Così Sez. 5, n. 39210 del 29/05/2015, Jovanovic, Rv. 264686, nonché Sez. 6, n.
1770 del 18/12/2012, dep. 15/01/2013, Lombardo, Rv. 254204).
3.3. Questa Corte ritiene di aderire all’indirizzo meno rigoroso, in considerazione dei
rapporti intercorrenti tra l’atto di appello e i poteri decisori del giudice investito dal gravame.
Invero, come evidenziato anche nella giurisprudenza delle Sezioni Unite, l’effetto
3/4),k0e.
devolutivo, a norma dell’art. 597, comma 1, cod: ■ken., circoscrive la cognizione del giudice di
appello esclusivamente ai “punti” della sentenza attinti dal gravame, ma non riguarda le

“petitum”, sicché il giudice dell’appello può accogliere l’impugnazione anche sulla base di
argomentazioni proprie o diverse da quelle dell’appellante (così, specificamente, Sez. U, n. 1
del 27/09/1995, dep. 04/01/1996, Timpanaro, Rv. 203096).
Ora, se l’atto di appello apre un nuovo giudizio di merito sul punto da esso investito,
senza circoscrivere in alcun modo il potere di cognizione e di valutazione del giudice adito,
sembra eccessivo ritenere inammissibile lo stesso quando esponga in modo estremamente
succinto, ma intelligibile, le ragioni che, ad avviso dell’appellante, sono idonee a sostenere le
sue richieste di riforma del provvedimento impugnato.

4. Alla luce delle coordinate ermeneutiche indicate, risulta corretto concludere che
entrambi gli appelli contenevano una “specifica” indicazione delle ragioni in forza delle quali si
chiedeva la concessione delle attenuanti generiche ed un trattamento sanzionatorio più mite.
Gli stessi, infatti, dovevano confrontarsi con una sentenza del tutto priva di motivazione
in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. Ancora, la sentenza
oggetto di gravame non offriva alcuna indicazione relativa alle ragioni che avevano indotto il
giudice alla determinazione della pena irrogata nei confronti dello Jerez, nonostante fosse stata
inflitta una sanzione pari al doppio del minimo edittale, ed indicava in modo estremamente
sintetico (“si ritiene pena equa”) la giustificazione del trattamento applicato al Villa.
E’ evidente perciò che il “tasso di specificità necessario” delle censure di gravame
dovesse essere valutato in misura meno rigorosa (così la già citata Sez. 3, n. 37737 del
18/06/2014, Bacci, Rv. 259907, proprio con riferimento a motivi di appello diretti ad ottenere
un trattamento sanzionatorio più mite, negato immotivatamente dal giudice di primo grado).
Può aggiungersi, per di più, che nelle more tra la pronuncia della sentenza di primo
grado ed il giudizio di appello, è ripetutamente mutata la cornice edittale per il reato di illecita
detenzione di sostanza stupefacente nel caso di lieve entità del fatto, per effetto prima del d.l.
23 dicembre 2013, n. 146, convertito nella legge 21 febbraio 2014, n. 10, e, poi, del d.l. 20
marzo 2014, n. 36, convertito nella legge 16 maggio 2014, n. 79: si è passati, infatti,
dall’originaria pena da uno a sei anni di reclusione e da Euro 3.000 ad Euro 26.000 di multa, a
quella da uno a cinque anni di reclusione e da Euro 3.000 ad Euro 26.000 di multa, e, poi,
infine a quella da sei mesi a quattro anni di reclusione e da Euro 1.032 ad Euro 10.329 di
multa. Non solo, già per effetto del d.l. n. 146 del 2013, il fatto di lieve entità integra un reato
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argomentazioni e le questioni di diritto non svolte o erroneamente prospettate a sostegno del

autonomo e non più una circostanza attenuante. Dell’incidenza di tali mutamenti normativi,
anche solo per escluderne ogni rilievo, il giudice di appello avrebbe dovuto comunque dare
conto di ufficio (cfr. Sez. U., n. 46653 del 26/06/2015, Della Fazia).

5. La sentenza impugnata, pertanto deve essere annullata, con trasmissione degli atti
alla Corte di appello di Genova per il giudizio.
L’annullamento è senza rinvio, a norma dell’art. 620, comma 1, lett. d), cod. proc. pen.,

giurisprudenza, invero, si è più volte osservato che all’annullamento da parte della Cassazione
del provvedimento di inammissibilità dell’impugnazione, ancorché emesso con sentenza,
consegue il rinvio allo stesso giudice che lo ha pronunciato, poiché si tratta di un
provvedimento per il quale è normalmente prevista la forma dell’ordinanza e che, impedendo
la prosecuzione del processo, richiede, in caso di sua invalidità, l’annullamento senza rinvio con
la trasmissione degli atti al giudice che avrebbe dovuto conoscere dell’impugnazione. (cfr.,
specificamente: Sez. 3, n. 37737 del 18/06/2014, Bacci, Rv. 259908; Sez. 3, n. 4592 del
19102005, Orsi, Rv. 232746; Sez. 5, n. 5166 del 17/03/1992, Cannaò, Rv. 190077).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio e dispone trasmettersi gli atti alla Corte di
appello di Genova per il giudizio.
Così deciso il 24 novembre 2015
Il Consigliere estensore

Il residente

perché “la decisione impugnata consiste in un provvedimento non consentito dalla legge”. In

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