Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 3735 del 24/11/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 3735 Anno 2016
Presidente: MILO NICOLA
Relatore: CORBO ANTONIO

SENTENZA
Sul ricorso proposto da:
FARAS RACHID, nato il 24/07/1974

avverso la sentenza n. 2695/2014 della Corte di appello di Genova del 26/02/2015;

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione del consigliere Antonio Corbo;
lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale
Mario Fraticelli, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa il 26 febbraio 2015, la Corte di appello di Genova dichiarava
inammissibile per difetto di specificità l’appello proposto nell’interesse di Faras Rachid avverso
la decisione di primo grado del 28 maggio 2014 che, all’esito di giudizio abbreviato, aveva
condannato l’imputato alla pena di anni uno e mesi due di reclusione ed Euro 1.400 di multa
per il delitto di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 30 ottobre 1990, n. 309, commesso il 15
gennaio 2014, con applicazione della recidiva e diniego delle attenuanti generiche. Per l’effetto,
la Corte di appello ordinava contestualmente l’esecuzione della sentenza di primo grado nei
confronti del medesimo Faras Rachid.
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Data Udienza: 24/11/2015

L’affermazione di penale responsabilità del Faras Rachid pronunciata dal giudice di
primo grado si era fondata principalmente sulla constatazione diretta da parte di agenti di
polizia giudiziaria, ai quali il precisato imputato aveva offerto in vendita sostanza stupefacente
tipo hashish, da lui detenuta per un quantitativo complessivamente pari a grammi 33,66,
nonché dalle dichiarazioni confessorie rese dal medesimo nel corso dell’interrogatorio di
convalida dell’arresto.
La dichiarazione di inammissibilità dell’appello si basava sull’osservazione che tale atto

fatto che sorreggono le relative richieste”.

2. Ha presentato ricorso per cassazione avverso la precisata sentenza della Corte di
Appello l’avv.to Roberto Fontana, quale difensore di fiducia del Faras Rachid.
2.1. Nel ricorso, si deducono, congiuntamente, due motivi.
Con gli stessi, l’impugnante lamenta la violazione di legge in relazione agli artt. 581,
comma 1, lett. c), 591, lett. c), cod. proc. pen., e 62 bis cod. pen., nonché illogicità e
contraddittorietà della motivazione.
Precisamente, ci si duole che sarebbe erronea la dichiarazione di inammissibilità
pronunciata per genericità dell’atto di appello, in quanto privo della “indicazione specifica delle
ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono le rispettive richieste”. Si osserva,
infatti, che l’atto di appello aveva chiesto la rideterminazione della pena, domandando in
particolare: a) l’esclusione della recidiva, per l’assenza di pericolosità dell’imputato, per la
lontananza nel tempo dei precedenti penali e per la “sprovvedutezza della condotta” (in quanto
consistita nell’offerta di stupefacente alle Forze dell’Ordine, anche se in borghese”); b) la
concessione delle attenuanti generiche, per il comportamento collaborativo del Faras all’atto
dell’arresto e dell’interrogatorio, per lo stato di tossicodipendenza e per la modestia della
vicenda. Si rileva, inoltre, che la sentenza di appello avrebbe comunque dovuto rideterminare
la pena per effetto della modifica normativa intervenuta in relazione al fatto di lieve entità di
cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. n. 309 del 1990 successivamente alla pronuncia della sentenza
di primo grado.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato e deve essere accolto, perché l’atto di appello proposto
dall’odierno ricorrente è da ritenersi caratterizzato da sufficiente specificità, anche
nell’indicazione delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono le relative
richieste.

2. E’ utile premettere che l’atto di appello presentato nell’interesse di Faras Rachid
aveva contestato la “eccessiva severità” della condanna.
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di impugnazione “non contiene l’indicazione specifica delle ragioni di diritto e degli elementi di

A tal fine, l’appellante aveva evidenziato, innanzitutto, “la modestia del fatto …
conclamata, oltreché dal quantitativo e dalla tipologia di sostanza stupefacente, anche dalle
modalità della vendita, tentata” mediante offerta della droga proprio a Carabinieri, “seppur non
presentatisi in divisa”.
Il gravame, poi, aveva rilevato che “proprio la sprovvedutezza della condotta
dell’imputato avrebbe dovuto indurre il giudicante a non ritenere nei suoi confronti quella
pericolosità che fa da base per ritenere … l’operatività della recidiva”. In proposito, aveva

risalenti, e riguardano fatti assai più gravi di quelli oggi contestati, per i quali l’imputato”, in
quanto tossicodipendente ed “in condizioni di salute visibilmente precarie, non pare essere più
in condizioni di operare”, come confermerebbe anche il suo comportamento sprovveduto
dell’offerta in vendita di droga ai Carabinieri.
L’appello, quindi, aveva concluso che, nonostante i precedenti, andavano concesse
all’imputato le attenuanti generiche, anche in considerazione del buon comportamento
processuale dello stesso, nonché, comunque, in considerazione dei temperamenti sanzionatori
disposti dal legislatore per la tipologia di reato in esame, un trattamento più mite che partisse
dal minimo della pena.

3. Al fine di valutare se sia o meno ammissibile l’atto di gravame in questione, occorre
individuare la regola di diritto correttamente applicabile nel caso concreto, tenendo conto della
non univocità degli orientamenti di questa Corte.
3.1. Secondo l’indirizzo prevalente, deve escludersi, in linea generale, l’inammissibilità
dell’appello quando sono identificabili, con accettabile precisione, i punti cui si riferiscono le
doglianze e le ragioni essenziali di queste ultime, attesa la necessità di considerare, da un lato,
la natura di tale specifico mezzo di impugnazione e, dall’altro, il principio del “favor
innpugnationis” (cfr., in particolare, Sez. 6, n. 18746 del 21/01/2014, Raiani, Rv. 261094,
nonché Sez. 3, n. 12355 del 07/01/2014, Palermo, Rv. 259742).
In coerenza con questa prospettiva, da un lato, si è esclusa la necessità di un confronto
argomentativo dei motivi di appello con la motivazione della sentenza impugnata (v. Sez. 3, n.
31939 del 16/04/2015, Falasca, Rv. 264185) o della proposizione di questioni già tutte
prospettate in primo grado e disattese dal primo giudice (Sez. 6, n. 50613 del 06/12/2013,
Kalboussi, Rv. 258508, ma anche Sez. 2, n. 6609 del 03/12/2013, dep. 12/02/2014, Diop, Rv.
258199); dall’altro, si è rilevato che il “tasso di specificità necessario” delle censure di gravame
va valutato raffrontando le specifiche doglianze con la consistenza delle argomentazioni
contenute nel provvedimento impugnato (così Sez. 3, n. 37737 del 18/06/2014, Bacci, Rv.
259907, la quale ha ritenuto ammissibile un appello che deduceva in modo sintetico elementi
obiettivamente apprezzabili per ottenere un trattamento sanzionatorio più mite, negato
immotivatamente dal giudice di primo grado). Frequentemente, poi, si è sottolineato che la
valutazione della specificità dei motivi di appello si pone in termini differenti e meno stringenti
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anche osservato che i precedenti, “pur essendo numerosi e specifici, sono anche piuttosto

rispetto al giudizio di cassazione, in considerazione del carattere di mezzo di gravame di tipo
devolutivo del primo rimedio, caratterizzato dalla sua funzione diretta a provocare un nuovo
esame del merito della regiudicanda (cfr., in particolare: Sez. 5, n. 42841 del 26/05/2014,
Tarasconi, Rv. 262183; Sez. 6, n. 13449 del 12/02/2014, Kasem, Rv. 259456; Sez. 2, n. 8345
del 23/11/2013, deo. 21/02/2014, Pierannunzio, Rv. 258529; Sez. 1, n. 1445 del 14/10/2013,
dep. 15/01/2014, Spada, Rv. 258357; Sez. 6, n. 50613 del 06/12/2013, Kalboussi, Rv.
258508).

decisioni di legittimità che hanno ritenuto corretta la pronuncia di inammissibilità emessa in
appello: ci si riferisce, precisamente, a quelle decisioni le quali hanno sottolineato che la critica
alla sentenza di primo grado era fondata su considerazioni generiche ed astratte (cfr. Sez. 6,
n. 37392 del 02/07/2014, Alfieri, Rv. 261650, nonché Sez. 6, n. 39247 del 12/07/2013,
Tartaglione, Rv. 257434, ma anche Sez. 6, n. 31462 del 03/04/2013, Mazzocchetti, Rv.
256303), ovvero che la deduzione prospettata non era pertinente al caso concreto, né
formulata in termini tali da indicare al giudice di secondo grado la direzione verso la quale
indirizzare la sua verifica (Sez. 6, n. 13446 del 12/02/2014, Meli, Rv. 261830), quando non
addirittura del tutto priva dell’indicazione di motivi di dissenso rispetto alla decisione appellata
(Sez. 2, n. 51738 del 03/12/2013, Disingrini, Rv. 258111).
3.2. Non manca, tuttavia, un più rigoroso indirizzo, secondo il quale l’ammissibilità
dell’appello postula una critica puntuale delle argomentazioni poste a base della sentenza
impugnata (Così Sez. 5, n. 39210 del 29/05/2015, Jovanovic, Rv. 264686, nonché Sez. 6, n.
1770 del 18/12/2012, dep. 15/01/2013, Lombardo, Rv. 254204).
3.3. Questa Corte ritiene di aderire all’indirizzo meno rigoroso, in considerazione dei
rapporti intercorrenti tra l’atto di appello e i poteri decisori del giudice investito dal gravame.
Invero, come evidenziato anche nella giurisprudenza delle Sezioni Unite, l’effetto
. e’ n., circoscrive la cognizione del giudice di
devolutivo, a norma dell’art. 597, comma 1, cod5
appello esclusivamente ai “punti” della sentenza attinti dal gravame, ma non riguarda le
argomentazioni e le questioni di diritto non svolte o erroneamente prospettate a sostegno del
“petitum”, sicché il giudice dell’appello può accogliere l’impugnazione anche sulla base di
argomentazioni proprie o diverse da quelle dell’appellante (così, specificamente, Sez. U, n. 1
del 27/09/1995, dep. 04/01/1996, Timpanaro, Rv. 203096).
Ora, se l’atto di appello apre un nuovo giudizio di merito sul punto da esso investito,
senza circoscrivere in alcun modo il potere di cognizione e di valutazione del giudice adito,
sembra eccessivo ritenere inammissibile lo stesso quando esponga in modo estremamente
succinto, ma intelligibile, le ragioni che, ad avviso dell’appellante, sono idonee a sostenere le
sue richieste di riforma del provvedimento impugnato.

4. Alla luce delle coordinate ermeneutiche indicate, risulta corretto concludere che l’atto
di appello in questione conteneva una “specifica” indicazione delle ragioni in forza delle quali si
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Non risultano in contrasto con l’orientamento in discorso nemmeno numerose delle

chiedeva l’esclusione della recidiva, la concessione delle attenuanti generiche, un trattamento
sanzionatorio più mite.

5. Piuttosto, la sentenza della Corte di appello di Genova sembra valorizzare profili di
manifesta infondatezza delle censure proposte con il gravame, come risulta,
emblematicamente, allorché viene evidenziato che l’imputato, nell’interrogatorio di convalida,
aveva affermato “che si trattava della prima volta che spacciava”, nonostante i suoi plurimi

5.1. Deve però escludersi che la manifesta infondatezza delle censure dedotte con l’atto
di appello possa dar luogo ad una pronuncia di inammissibilità dello stesso.
Occorre rilevare in proposito che la manifesta infondatezza non solo non è indicata tra
le cause di inammissibilità delle impugnazioni in generale, ma è specificamente prevista a tal
fine per il ricorso per cassazione dall’art. 606, comma 3, cod. proc. pen. e per la revisione
dall’art. 634, comma 1, cod. proc. pen.
E’ ragionevole concludere, allora, che la manifesta infondatezza costituisce causa di
inammissibilità del ricorso per cassazione e della revisione, ma non anche dell’appello.

6. La sentenza impugnata, pertanto deve essere annullata, con trasmissione degli atti
alla Corte di appello di Genova per il giudizio.
L’annullamento è senza rinvio, a norma dell’art. 620, comma 1, lett. d), cod. proc. pen.,
perché “la decisione impugnata consiste in un provvedimento non consentito dalla legge”. In
giurisprudenza, invero, si è più volte osservato che all’annullamento da parte della Cassazione
del provvedimento di inammissibilità dell’impugnazione, ancorché emesso con sentenza,
consegue il rinvio allo stesso giudice che lo ha pronunciato, poiché si tratta di un
provvedimento per il quale è normalmente prevista la forma dell’ordinanza e che, impedendo
la prosecuzione del processo, richiede, in caso di sua invalidità, l’annullamento senza rinvio con
la trasmissione degli atti al giudice che avrebbe dovuto conoscere dell’impugnazione. (cfr.,
specificamente: Sez. 3, n. 37737 del 18/06/2014, Bacci, Rv. 259908; Sez. 3, n. 4592 del
19102005, Orsi, Rv. 232746; Sez. 5, n. 5166 del 17/03/1992, Cannaò, Rv. 190077).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata senza rinvio e dispone trasmettersi gli atti alla Corte di
appello di Genova per il giudizio.
Così deciso il 24 novembre 2015

Il Consigliere estensore

President

precedenti penali.

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