Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37046 del 23/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 37046 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: DI GIURO GAETANO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CAVICCHIOLI BARBARA nato a ROMA il 18/03/1956

avverso l’ordinanza del 15/02/2017 del TRIBUNALE di RIETI
udita la relazione svolta dal Consigliere GAETANO DI GIURO;
lettetst-rrtite le conclusioni del PG

C71

1/>>

Data Udienza: 23/03/2018

Rtanuto infatbe considerato h diritto

1. Con l’ ordinanza indicata in epigrafe il Tribunale di Rieti, in funzione di giudice
dell’esecuzione, ha rigettato la richiesta presentata nell’interesse di Barbara Cavicchioli,
finalizzata ad ottenere la applicazione del regime della continuazione in executivis. L’ordinanza,
dando atto della successiva rinuncia alla richiesta da parte dell’interessata, rileva che nel

introduttivo del medesimo natura di impugnazione.
2. Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione Barbara Cavicchioli, tramite il
proprio difensore, deducendo violazione degli artt. 666, comma 1 e 671 comma 1 cod. proc.
pen.. Rileva la difesa che, fatta eccezione per le ipotesi tassative di cui agli artt. 672 e 673
cod. proc. pen., per le quali il legislatore ha stabilito che il Giudice provvede ex artt. 667,
comma 4, anche d’ufficio, senza formalità, in sede esecutiva vige “il principio generale della
domanda…..secondo il quale il procedimento di esecuzione esige per il suo inizio l’impulso di
parte”. Ne consegue, secondo il difensore, che nei giudizi ex art. 671 cod. proc. pen., se viene
meno l’impulso di parte il Giudice non può adottare ex officio alcun provvedimento, e che
pertanto nel caso di specie, essendo venuto meno con la rinuncia l’interesse della parte al
provvedimento, il Tribunale di Rieti non poteva decidere sulla domanda, come ha fatto,
dovendola dichiarare inammissibile.
3. Con successiva memoria la difesa insiste sulla carenza di interesse della parte e sul
fatto che il Giudice dell’esecuzione, a seguito della rinuncia, da parte dell’interessata, alla
richiesta inizialmente avanzata, avrebbe dovuto dichiarare l’inammissibilità di quest’ultima,
anziché provvedere d’ufficio.
4.

Il ricorso è inammissibile, in quanto manifestamente infondato alla luce del dato

normativo che si assume violato e dell’interpretazione che ne viene offerta dalla giurisprudenza
di questa Corte.
Secondo detta interpretazione, invero, nel procedimento di esecuzione non può trovare
ingresso la facoltà di rinuncia riconosciuta alle partì dall’art. 589 cod. proc. pen. in tema di
impugnazioni, perché l’atto introduttivo di esso non ha natura di impugnazione. Ne consegue
che è illegittima la decisione di inammissibilità dell’incidente sollevato dal condannato assunta
dal giudice dell’esecuzione a seguito di rinuncia ad esso (Sez. 1, n. 10416 del 19/02/2009 dep. 09/03/2009, Guarracino, Rv. 242898).
Conforme a tali principi è, quindi, il provvedimento impugnato che, pure a fronte di una
rinuncia alla richiesta che è all’origine del procedimento di esecuzione, si è pronunciato sulla
stessa.
4. Alla dichiarazione di inammissibilità consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., la
condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali e, in mancanza di elementi atti
ad escludere la colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte cost., sent. n.

procedimento di esecuzione detta rinuncia non può trovare ingresso, non avendo l’atto

186 del 2000), anche al versamento a favore della Cassa delle ammende di una sanzione
pecuniaria che pare congruo determinare in euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese
processuali e al versamento della somma di duemila euro alla Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2018.

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