Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37023 del 08/02/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 37023 Anno 2018
Presidente: DI TOMASSI MARIASTEFANIA
Relatore: SIANI VINCENZO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CAVA ANTONIO nato il 18/11/1956 a QUINDICI

avverso l’ordinanza del 03/05/2017 della CORTE APPELLO di NAPOLI
sentita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO SIANI;
lette/se le conclusioni del PG

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Data Udienza: 08/02/2018

RITENUTO IN FATTO

Con l’ordinanza in epigrafe, emessa in data 3 – 19 maggio 2017, la Corte di
appello di Napoli, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha rigettato l’istanza
avanzata nell’interesse di Antonio Cava avente ad oggetto l’applicazione della
disciplina della continuazione tra i seguenti reati:
1) associazione di tipo mafioso, estorsione, consumata o tentata (in numero di
cinque) e reato di cui all’art. 18 r.d. n. 1067 del 1934, con l’aggravante dell’art.

appello in data 16 luglio 2013, annullata in parte, irrevocabile nel resto il 19
maggio 2016, in forza della quale Cava era stato condannato alla complessiva
pena di anni ventuno, mesi undici e giorni quindici di reclusione;
2) estorsione aggravata ex art. 7 d.l. n. 152 del 1991 accertata a carico di Cava
dalla sentenza della stessa Corte di appello emessa in data 24 settembre 2010,
irrevocabile in data 11 gennaio 2013, che lo aveva condannato alla pena di anni
sette di reclusione ed euro 1.500,00 di multa.
La Corte territoriale ha ritenuto che non sussistessero elementi sintomatici
adeguati, in relazione alla divaricazione temporale fra i reati considerati e alle
connotazioni oggettive e soggettive delle rispettive fattispecie, anche per le
peculiarità della seconda, per considerare dimostrata la prospettata
continuazione.

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso il difensore di Cava
chiedendone l’annullamento e affidando l’impugnazione a un unico motivo, con
cui deduce la violazione degli artt. 81 cod. pen. e 671 cod. proc. pen., nonché
omessa, manifesta illogicità, apparenza e contraddittorietà della motivazione.
In primo luogo, l’ordinanza impugnata non aveva tenuto conto del fatto che,
per la posizione di Biagio Cava, ossia l’altro promotore e organizzatore, era stata
irrevocabilmente stabilita la continuazione tra il reato associativo e l’estorsione in
danno della stessa persona offesa, Francesco Mancone; e questa statuizione
processuale avrebbe dovuto svolgere, ai sensi dell’art. 238-bis cod. proc. pen., il
suo rilievo nella presente vicenda, nel rispetto del principio di eguaglianza di
trattamento.
Inoltre, non era stato valutato che gli episodi di estorsione già posti in
continuazione con il reato associativo dalla prima sentenza e il reato di
estorsione oggetto della seconda decisione si caratterizzavano per le medesime
modalità e finalità nonché per lo stesso /ocus, essendosi invece in modo illogico
dato rilievo a un elemento ininfluente, ossia all’estraneità al contesto associativo
del concorrente nell’estorsione Clemente Rainone.

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7 d.l. n. 152 del 1991, oggetto della sentenza emessa dalla stessa Corte di

Manifestamente illogico era stato anche enfatizzare l’epoca di insorgenza del
vincolo associativo non essendosi considerato che essa non era stata di ostacolo
per il giudice della cognizione al fine della riunione in continuazione del reato di
cui all’art. 416-bis cod. pen. con le estorsioni contestualmente giudicate e
verificatesi in epoca successiva a quella qui in esame: in tal senso la distanza
temporale non poteva essere ritenuta di ostacolo all’emersione del medesimo
disegno criminoso all’associazione e l’estorsione oggetto della seconda sentenza,
rilevando piuttosto la valutazione già operata in fase di cognizione, con riguardo

fatto oggetto della domanda.
In ogni caso, pur se avesse voluto disattendere l’inquadramento del
medesimo disegno criminoso dato dal giudice della cognizione, il giudice
dell’esecuzione avrebbe dovuto rendere una motivazione rafforzata che in questo
caso era mancata del tutto.

3. Il Procuratore generale ha chiesto il rigetto dell’impugnazione in quanto,
contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, il giudice dell’esecuzione
aveva preso in considerazione il contenuto della sentenza del 2013 in tema di
sussistenza della continuazione tra reato associativo e reati di matrice estorsiva
già giudicati ma aveva ritenuto, con motivazione perfettamente logica, che una
corretta interpretazione dei principi di diritto in tema di continuazione impedisce
di fare altrettanto con riferimento ai reati oggetto della presente disamina.

4. Con memoria depositata il 2 febbraio 2018 il difensore di Antonio Cava ha
svolto considerazioni in replica alla requisitoria del Procuratore generale,
evidenziando in particolare che: non risultavano formulate obiezioni espresse alla
sottolineata necessità che si tenesse conto del diverso destino conseguito dalla
posizione di Biagio Cava per l’identica situazione; le riflessioni svolte nell’istanza
e poi nell’atto di impugnazione dal ricorrente non erano in contrasto con la linea
di legittimità richiamata dall’Autorità requirente, perché anche le operazioni di
cambi di assegni, tutt’altro che estemporanee, concretavano consueto strumento
di realizzazione delle estorsioni compiute dal clan; l’estorsione ai danni del
Mancone, poi, sotto il profilo cronologico si collocava nel mezzo fra la data di
costituzione dell’associazione e gli altri delitti di estorsione già avvinti in
continuazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. L’impugnazione è infondata e va di conseguenza rigettata.

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agli episodi criminosi commessi in un lasso di tempo al cui interno si collocava il

2. Il giudice dell’esecuzione ha, con motivazione sufficiente e non illogica,
reso chiari gli elementi concreti da interpretarsi come dati contrari alla
individuazione del medesimo disegno criminoso.
Anzitutto, si è evidenziato che l’apparato giustificativo della prima sentenza
aveva accertato il fatto che Antonio Cava apparteneva all’omonimo clan
camorristico dalla fine degli anni ’80 – inizio degli anni ’90 e, unitamente al
cugino Biagio, esercitava compiti di direzione dell’organizzazione camorristica,

sul territorio costituito da gran parte della provincia di Avellino, dovendosene
trarre che la datazione di tale appartenenza associativa era tale da rendere
fortemente problematica la possibilità di enucleare l’unicità del disegno criminoso
del reato associativo con il reato estorsivo giudicato dalla seconda sentenza,
riferito a fatti collocati in epoca largamente successiva, ossia negli anni 19961997.
Il giudice dell’esecuzione, quindi, non ha mancato di prendere atto che nella
prima sentenza erano stati riuniti in continuazione il reato associativo e altre
fattispecie estorsive consumate in epoca successiva a quella oggetto dell’attuale
esame, ma ha ritenuto non si potesse fare altrettanto nel presente contesto, non
potendo dirsi affatto provato, in relazione al dato temporale, che la
determinazione criminosa relativa a questa estorsione, ai danni di Francesco
Mancone, fosse da farsi risalire a oltre cinque anni prima della sua concreta
attuazione avvenuta intorno al novembre 1996.
Inoltre a smentire la sussistenza dell’unicità del disegno criminoso la Corte
territoriale ha ritenuto concorresse la constatazione che in questa estorsione si
era avuto il concorso di altro imputato (Clemente Rainone) a cui non erano stati
contestati né il reato associativo e nemmeno le altre fattispecie delittuose
oggetto della prima sentenza.
Infine, è stato evidenziato che militava incontrovertibilmente nel senso della
recente e autonoma determinazione criminosa a base dell’estorsione accertata
dalla seconda sentenza la considerazione che l’attività antigiuridica era consistita
nell’imporre alla persona offesa Mancone di effettuare il cambio di un assegno
bancario, per cui l’esigenza di compulsare in modo criminale l’estorto al fine di
ottenere il cambio dell’assegno dell’importo di lire 7.000.000 non poteva non
essere sorta dopo l’emissione del titolo, avvenuta il 15 agosto 1996: sicché, per
il giudice dell’esecuzione ammettere la continuazione in siffatto caso avrebbe
snaturato la ratio dell’istituto ancorandola a un generico proposito di commettere
reati e improntare la propria vita a condotte fondate sul delitto, con l’effetto che
a maggior ragione questi rilievi valevano per la verifica, negativa, del medesimo

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che si era collocata in feroce contrapposizione al clan Graziano per il predominio

disegno criminoso fra i reati satellite giudicati dalla prima sentenza e l’estorsione
accertata dalla seconda sentenza.

3. Il richiamato complesso delle osservazioni svolte dal giudice
dell’esecuzione configura uno specifico e adeguato discorso giustificativo che si è
fatto carico di ogni peculiarità della fattispecie e ha spiegato in modo adeguato le
ragioni che si oppongono alla ricognizione del medesimo disegno criminoso.
3.1. L’argomento relativo alla diversa sorte che ha avuto la posizione

Mancone non può dirsi adeguatamente lumeggiato dal ricorrente, ove si consideri
che, come ha esaurientemente spiegato il giudice dell’esecuzione, il reato di
estorsione ascritto ad Antonio Cava nella seconda delle sentenze qui considerate
(ossia l’estorsione accertata a carico di Cava dalla sentenza della stessa Corte di
appello emessa in data 24 settembre 2010, irrevocabile in data 11 gennaio
2013) è risultato contestato e ritenuto come commesso dall’odierno ricorrente in
concorso soltanto con Clemente Rainone (estraneo alle altre vicende
antigiuridiche prese in esame), e non anche con Biagio Cava.
Dunque la sentenza del Tribunale di Avellino che – condannando Biagio Cava
per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen. e per altro reato di estorsione – ha
posto questi reati in continuazione con gli altri (dunque, plurimi) reati di
estorsione compiuti da Biagio Cava in danno di Francesco Mancone,
definitivamente giudicati da ulteriore e diversa sentenza, senza alcun riferimento
al concorso di Antonio Cava in quei fatti, non può ritenersi, in carenza delle
necessarie allegazioni, riferibile alla singola fattispecie estorsiva, riguardante un
singolo assegno bancario, oggetto della presente analisi.
3.2. Per quanto concerne le altre censure, esse non sono tali da mettere in
crisi la motivata argomentazione svolta dalla Corte di appello in ordine alla
decisiva peculiarità dell’estorsione ora richiamata, sia per l’oggetto, sia per
l’epoca di consumazione, di non pochi anni successiva alla costituzione
dell’associazione di cui ha fatto parte Antonio Cava, sia – soprattutto – per
l’identificazione della scaturigine del proposito criminoso relativo al secondo
reato, necessariamente successivo all’emissione dell’assegno bancario del 15
agosto 1996.
Al di là delle dedotte proiezioni associative in merito alle attività economiche
della zona oggetto dell’influenza criminale e della dedotta pratica di attuazione
dei relativi obiettivi anche con l’impiego illecito di titoli di credito, temi su cui si è
spesa la difesa del ricorrente anche nella memoria di replica, il Collegio non può
decampare dal rilievo dell’adeguatezza della motivazione esternata dal giudice
dell’esecuzione nell’enucleazione dei succitati concreti elementi che si

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dell’altro capoclan Biagio Cava rispetto all’estorsione in danno di Francesco

frappongono, quali indici sintomatici idonei, al riscontro dell’identità del disegno
criminoso, istituendo una congrua differenziazione fra l’estorsione presa qui in
esame e le altre poste in continuazione con il reato associativo.
Gli argomenti che hanno contrassegnato la richiamata motivazione sono di
sufficiente pregnanza al fine di giustificare con circostanze significative le ragioni
per le quali — pur essendo state poste in continuazione con il reato associativo
altre estorsioni perpetrate da Antonio Cava — per quella compiuta ai danni di
Francesco Mancone, presa in considerazione in questo procedimento esecutivo,

Di conseguenza, resta fermo e va ribadito il principio di diritto secondo cui n
giudice dell’esecuzione, investito da richiesta ai sensi dell’art. 671 cod. proc.
pen., non può trascurare, ai fini del riconoscimento del vincolo della
continuazione, una precedente già operata relativamente ad alcuni reati,
potendo da essa prescindere solo previa dimostrazione dell’esistenza di
specifiche e significative ragioni per cui i fatti oggetto di detta richiesta non
possono essere ricondotti al delineato disegno (Sez. 1, n. 4716 del 08/11/2013,
dep. 2014, Marinkovic, Rv. 258227; Sez. 1, n. 19358 del 22/02/2012, Nugnes,
Rv. 252781): esso, tuttavia, per la ragione spiegata, risulta osservato dal giudice
dell’esecuzione.
3.3. Assodato quanto precede, le conclusioni raggiunte dalla Corte di merito
devono considerarsi l’esito adeguatamente e logicamente motivato — e, dunque,
incensurabile — della riferita valutazione di non riconducibilità, nemmeno in linea
di massima della succitata estorsione al medesimo disegno criminoso che Ovevel,
svariati anni addietro, aveva presieduto alla deliberazione di Antonio Cava di
partecipare, con ruolo primario, alla consorteria criminale omonima. E, sul punto,
se è, in via di principio, ipotizzabile la continuazione tra il delitto di
partecipazione ad associazione per delinquere e i reati fine, ciò è possibile a
condizione che il giudice verifichi puntualmente che questi ultimi siano stati
programmati al momento in cui il partecipe si era determinato a entrare nel
sodalizio: altrimenti, si accederebbe ad una sorta di automatismo, con il
conseguente beneficio sanzionatorio, per cui tutti i reati commessi in ambito
associativo dovrebbero ritenersi in continuazione con la fattispecie di cui all’art.
416-bis cod. pen. (Sez. 1, n. 1534 del 09/11/2017, dep. 2018, Giglia, Rv.
271984; Sez. 6, n. 13085 del 03/10/2013, dep. 2014, Amato, Rv. 259481).
In conclusione, come ha messo in evidenza l’Autorità requirente, deve
ritenersi che le, pur articolate, critiche sviluppate dal ricorrente non tengono,
dunque, conto del principio di diritto, che ha ricevuto conforto anche dalla più
autorevole composizione del consesso di legittimità, secondo cui il
riconoscimento della continuazione necessita, anche in sede di esecuzione, non

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non è stato ritenuto giuridicamente possibile fare altrettanto.

diversamente che nel processo di cognizione, di un’approfondita verifica della
sussistenza di concreti indicatori, quali l’omogeneità delle violazioni e del bene
protetto, la contiguità spazio-temporale, le singole causali, le modalità della
condotta, la sistematicità e le abitudini programmate di vita, e del fatto che, al
momento della commissione del primo reato, i successivi fossero stati
programmati almeno nelle loro linee essenziali, non essendo sufficiente, a tal
fine, valorizzare la presenza di taluno degli indici suindicati se i successivi reati
risultino comunque frutto di determinazione estemporanea (Sez. U, n. 28659 del

17/10/2017, dep. 2018, Martinese, n. m.).

4. Da tali considerazioni consegue il rigetto dell’impugnazione e, ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso in data 8 febbraio 2018

Il Con igliere estensore
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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Prima Sezione Penale
Depositata in Cancelleria oggi

Roma, lì ..1.1.1116.1018.

Il Presidente
MariaStefania Di T assi

18/05/2017, Gargiulo, Rv. 270074; fra le successive v. Sez. 1, n. 14023 del

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