Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 37010 del 10/05/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 37010 Anno 2018
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Prossomariti Pasquale, nato a Cinquefrondi il 14/08/1985

avverso l’ordinanza del 03/06/2016 del Tribunale di Catanzaro

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Angela Tardio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Giovanni
Di Leo, che ha concluso chiedendo dichiararsi la inammissibilità del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del «31 maggio 2016, con prosecuzione il 3 giugno 2016»,
il Tribunale di Catanzaro, costituito ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen., ha
respinto la richiesta di riesame proposta avverso l’ordinanza di custodia cautelare
in carcere, emessa il 2 maggio 2016 dal Giudice per le indagini preliminari dello
stesso Tribunale nei confronti di Prossomariti Pasquale, sottoposto a indagini per i
delitti di cui agli artt. 110, 56, 629, primo e secondo comma, in relazione all’art.

Data Udienza: 10/05/2017

628, terzo comma, cod. pen. e 7 legge n. 203 del 1991 (capo 5 della rubrica
provvisoria) e 416-bis, primo, secondo, terzo, quarto, quinto e ottavo comma,
cod. pen. (capo 36 della rubrica provvisoria).

2. La vicenda sottoposta a esame era inquadrata nel contesto di una
complessa indagine investigativa, condensata nel procedimento denominato Mare
pulito, che aveva fatto emergere la figura di Mancuso Pantaleone, classe 1961,
detto “scarpuni” o “u biondu”, in posizione verticistica nell’articolazione della

principalmente “familiare/parentale” (in quanto costituita dai membri e dai
discendenti della c.d. generazione degli undici, ovvero di undici tra fratelli e
sorelle nati tra il 1927 e il 1954, figli del capostipite Mancuso Giuseppe nato nel
1902) e radicata principalmente nei comuni di Limbadi e di Nicotera, aveva
esteso la sua influenza nella provincia di Vibo Valentia e, per alleanze con altri
gruppi calabresi, anche in altre province.
Gli esiti di detta indagine, e in particolare gli avvenimenti e i procedimenti
penali che avevano riguardato i componenti della indicata famiglia, erano
ampiamente descritti nell’ordinanza genetica e nella prodromica richiesta del
Pubblico Ministero, cui il Tribunale faceva integrale richiamo, ripercorrendo a sua
volta:
– l’ascesa dei Mancuso nel panorama criminale vibonese a far data dal 1977,
quando, supportando la ‘ndrina dei Fiarè di San Gregorio d’Ippona nella faida
contro la famiglia Pardea di Vibo Valentia, si erano aggiudicati la supremazia nella
zona;
– le alleanze sancite nel tempo, culminate nel patto federativo stipulato con
le famiglie dei Piromalli di Gioia Tauro e dei Pesce di Rosarno e nella correlata
costituzione del Mandamento tirrenico;
– i settori di interesse della consorteria, che spaziavano dalle estorsioni in
danno di imprenditori e commercianti (soprattutto nel settore turisticoalberghiero, a mezzo imposizione di tangenti, forniture e guardianie, oltre che nei
settori dell’edilizia privata/pubblica e della energia pulita) all’usura, al riciclaggio e
al traffico di sostanze stupefacenti;
– le inchieste che nel tempo avevano riguardato l’indicato clan (negli anni ’70
e ’80 e più recentemente le operazioni “Dinasty – affari di famiglia”, “Decollo”,
“Odissea”, “Dinasty 2 – Do ut des”, “Genesi”, “Black money”, e altre), poste a
base di precedenti misure coercitive e di pronunce di condanna, definitive e non,
versate in atti e specificamente richiamate a comprova della già intervenuta
verifica giudiziale della esistenza di una consolidata associazione ‘ndranghettista
che controllava in posizione egemone il territorio indicato, facente capo alla

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consorteria mafiosa riconducibile alla famiglia Mancuso, che, di struttura a base

famiglia Mancuso (intesa quale nucleo anagrafico e mafioso del tutto
sovrapponibile), e degli epiloghi giudiziari di alcuni complessi procedimenti
penali;
– gli episodi accertati nel corso delle investigazioni, dimostrativi della triplice
direzione assunta dalla forza intimidatrice della cosca: nei confronti dei gruppi
interni alla stessa famiglia (per ripristinare il rispetto delle regole disciplinanti la
struttura associativa), di altre cosche operanti nella provincia vibonese e a essa
subordinate (come la famiglia II Grande di Parghelia, La Rosa di Tropea e

resistenza alle sue pretese;
– i contenuti di conversazioni intercettate, pertinenti alle modalità di recupero
del denaro prestato a usura, al controllo e all’assoggettamento delle imprese
presenti sul territorio e alla imposizione sul mercato di quelle gradite (vicenda
dell’imprenditore Valenti in particolare);
– la ultrattività della cosca, dopo il suo riconoscimento (con contestazione
fino al 2003) con sentenza resa nel proc. n. 3204/2002, inerente all’operazione
“Dinasty”, che aveva condannato per il delitto associativo e per alcuni reati fine,
tra gli altri, in via definitiva, Mancuso Pantaleone, detto “scarpuni”, e Mancuso
Cosmo, detto “Michelina-Michele”, attestata dalla operazione “Black money”, che
aveva portato all’arresto nel marzo 2012 di diversi esponenti del clan per
associazione mafiosa e numerosi delitti fine aggravati ex art. 7 legge n. 203 del
1991.
2.1. Nel complesso quadro della rilevata sussistenza della consorteria
riconducibile alla famiglia Mancuso gli elementi indiziari a carico dell’indagato
Prossomariti Pasquale con riguardo alla contestazione di tentata estorsione ai
danni di Imparato Giovanni, di cui al capo 5, erano costituiti:
– dai dati fattuali tratti dalla sentenza del 30 giugno 2015 della Corte di
appello di Catanzaro, passata in giudicato, che aveva condannato La Rosa
Antonio per lo stesso delitto, al quale non era inizialmente risultata la
partecipazione dell’indagato, oltre che di Mancuso Pantaleone (minaccia telefonica
nella sera del 3 febbraio 2013, danneggiamento dell’autovettura nella notte tra il
13 e 14 febbraio 2013, minaccia da parte di persona sconosciuta la sera del 20
febbraio 2013, incontro della vittima con La Rosa il 27 febbraio 2013 con richiesta
di quarantamila euro per lasciare tranquille le strutture alberghiere);
– dagli esiti dell’attività di captazione ambientale del 13 febbraio 2013, ore
16.00, nel bar Tony tra Mancuso Pantaleone e l’indagato, che comunicava al
primo che sarebbe passato da “Tonino” (La Rosa Antonio) per andare la sera dal
“napoletano” (Imparato Giovanni) per intimidirlo, mandando poi altro ragazzo per

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Accorinti di Briatico) o del singolo individuo che tentasse, raramente, di opporre

agire entro il successivo venerdì, a fronte della necessità segnalata dal suo
interlocutore di non compromettersi facendo un lavoro pulito;
– dal danneggiamento dell’autovettura che l’Imparato aveva subito nella
notte tra il 13 e 14 febbraio 2013;
– dai contenuti del successivo colloquio del 18 febbraio 2013 nel corso del
quale all’indagato, che aveva riferito circa gli esiti negativi dei gesti già compiuti
(telefonata estorsiva, danneggiamento dell’auto), il Mancuso aveva dato
disposizioni per gesti più pesanti («dare legnate»), usando particolare cautela;

pesanti trascritte intimidazioni ricevute la sera precedente da uno sconosciuto,
cui era seguita la richiesta di pagamento fattagli dal La Rosa, incontrandolo;
– dalla posizione in tal modo emersa dell’indagato quale intermediario tra
l’indicato Mancuso e i soggetti (La Rosa e altro soggetto rimasto sconosciuto) che
avevano eseguito la condotta criminosa (minacce, danneggiamento, richiesta di
denaro).
2.2. I gravi indizi di colpevolezza della partecipazione dell’indagato alla
consorteria di Mancuso Pantaleone, con compiti inerenti alla commissione di fatti
estorsivi e alla trasmissione, per conto del medesimo, di messaggi, ordini o
disposizioni diretti ad altri affiliati o alle vittime delle estorsioni, contestata al
capo 36, erano tratti:
– dalla condotta, già descritta, ai danni di Imparato Giovanni, posta in essere
dall’indagato come diretto esecutore degli ordini del capo;
– dalle illustrate vicende, attestate dagli esiti dei colloqui captati, riguardanti
condotte estorsive riconducibili alla consorteria, nelle quali l’indagato era risultato
coinvolto soprattutto perché latore di informazioni ricevute o dirette al Mancuso,
del quale si poneva come uomo di fiducia
Assumevano valenza in tal senso:
– il progetto di attentato ai danni di Melo II Grande, ossia II Grande Carmine,
esponente di spicco dell’omonima consorteria di Parghelia. Nel corso dei colloqui
captati all’interno del bar Tony Mancuso Pantaleone aveva discusso tra gli altri
con l’indagato, che lo aveva manifestamente condiviso, del suo progetto, non
compiuto, di porre in essere un attentato ai danni del predetto II Grande,
sospettato di ingerimento in estorsioni gestite dal clan Mancuso ai danni di
operatori turistici;
– la fittizia intestazione della Sd Calcestruzzi s.r.I., intestata ai fratelli Surace
Federico e Davide, della quale Mancuso Pantaleone aveva la totale disponibilità,
dando direttive per la sua conduzione all’indagato;
– la intimidazione a Macrì Giuseppe del villaggio turistico Sciabachè. Nella
conversazione intercorsa il 6 febbraio 2013 tra Mancuso Pantaleone e altri, tra i

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– dalla denuncia sporta il 22 febbraio 2013 dall’Imperato in ordine alle

quali l’indagato, il primo aveva domandato ai secondi se avessero fatto qualcosa
al predetto Macrì ricevendo la risposta dell’interlocutore Russo Carlo che si
sarebbero incontrati con “Tonino”, cui ne avevano fatto cenno, e rimarcando di
riferire allo stesso che si doveva intimare al Macrì, minacciandolo, di assicurare
tale “russo”, che stava costruendo un villaggio turistico, che Nicotera era il paese
più tranquillo del mondo;
– la estorsione in danno di De Masi Giuseppe. Nel colloquio captato il 6
febbraio 2013 all’interno del bar Tony, Mancuso Pantaleone aveva incaricato i suoi

terreno del De Masi, a seguito di precedente pretesa estorsiva, si sarebbe dato
loro quanto pattuito.
2.3. Quanto alle esigenze cautelari, la contestazione del reato di cui all’art.
416-bis cod. pen. e l’assenza di elementi da cui poter desumerne la carenza
giustificavano la permanenza dell’indagato nell’attuale stato di detenzione
carceraria.

3. Avverso detta ordinanza, reiettiva della richiesta di riesame, ricorre per
cassazione, per mezzo dei suoi difensori avvocati Antonio Porcelli e Sandro
Furfaro, Prossomariti Pasquale, che ne chiede l’annullamento sulla base di cinque
motivi.
3.1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia «violazione dell’art. 309,
comma 10, cod. proc. pen. per essere stata la motivazione depositata oltre il
quarantacinquesimo giorno fissato nello stesso dispositivo; nullità dell’ordinanza;
perdita di efficacia della custodia».
Il ricorrente, che premette in diritto il richiamo alla disciplina di cui al decimo
comma dell’art. 309 cod. proc. pen., novellato dalla legge n. 47 del 2015, deduce
in fatto che il Tribunale ha assunto la decisione impugnata nella camera di
consiglio del 31 maggio 2016; nel dispositivo è stato indicato il termine di
quarantacinque giorni a decorrere dalla decisione per il deposito dei motivi; la
motivazione è stata depositata il 18 luglio 2016 come attestato dalla Cancelleria.
In tal modo, ad avviso del ricorrente, non sono stati rispettati i termini
(quarantacinque giorni), stabiliti a pena di perdita di efficacia della misura, per il
deposito della motivazione e decorrenti «dalla decisione», e non dal deposito del
dispositivo in data 3 giugno 2016.
Né il Tribunale poteva «aggirare» la indicata disposizione prolungando i tempi
processuali attraverso l’inserimento nel dispositivo, unitamente alla data della
deliberazione (31 maggio 2016) l’inciso «con prosecuzione al 3 giugno 2016».
3.2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia «violazione, rilevante ai fini
dell’art. 606, lett. e) cod. proc. pen., dell’art. 273 cod. proc. pen.; insussistenza

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interlocutori, tra i quali l’indagato, di riferire a tale “Nino” che con la vendita del

di gravità indiziaria per l’ipotesi di partecipazione al fatto ex art. 416-bis cod.
pen., di cui al capo 36 della contestazione».
Secondo il ricorrente, il Tribunale, dopo avere ampiamente esposto le ragioni
della ritenuta sussistenza e operatività della cosca dei Mancuso a far data dal
2003, ha proposto nei suoi riguardi un assioma tratto, in estrema sintesi, dal suo
coinvolgimento nella ipotesi di tentata estorsione ipotizzata al capo 5, omettendo
di considerare che, prescindendo da tale contestazione, il residuo materiale
indiziario afferisce a condotte delittuose, che non risultano da lui commesse e

ipotesi associativa devono coagularsi in fatti concretamente apprezzabili di
inserimento nell’apparato strutturale e organizzativo.
La prova della partecipazione associativa suppone, in particolare, la
dimostrazione del doppio impatto oggettivo (e del correlato doppio coefficiente
psicologico) tra l’episodio specifico e la partecipazione stessa secondo una
prospettiva che includa l’ipotesi delittuosa asseritamente rilevante, senza
risolversi in essa.
Non può il contributo occasionale e temporaneo, quale la indicata tentata
estorsione, offerto in vista del perseguimento dei fini dell’associazione,
dimostrare un accordo associativo, fondato su un vincolo stabile con contributo
causale alla realizzazione di un duraturo programma criminale, in assenza di
affiliazione formale all’associazione e di alcun fatto concludente.
3.3. Con il terzo motivo il ricorrente denuncia «violazione dell’art. 274 cod.
proc. pen. in relazione alla sussistenza di esigenze cautelari; mancanza di
motivazione per evidente illogicità sul punto».
Secondo il ricorrente, l’ordinanza impugnata «non coglie nel segno» laddove
sostanzialmente confonde la sussistenza delle esigenze cautelari con la
proporzionalità del tipo di custodia; l’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. non si
riferisce soltanto alla scelta delle misure, ma l’inciso, secondo cui la scelta
carceraria è obbligatoria «salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che
non sussistono esigenze cautelari», vale a escludere qualsivoglia presunzione di
sussistenza di dette esigenze; nel caso concreto, la pretesa che non sussistessero
elementi contrari a qualsivoglia presunzione è clamorosamente smentita da
quanto rappresentato dalla difesa; in particolare, il tempo trascorso dai due
dialoghi indizianti e l’assenza di qualsiasi altro indice successivo di contenuto
significativo della permanenza del vincolo costituiscono elementi positivi tali da
escludere in toto la sussistenza di alcun pericolo (concreto e attuale) tra quelli
considerati dall’art. 274 cod. proc. pen.
3.4. Con il quarto motivo il ricorrente denuncia «violazione rilevante ai fini
dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen. dell’art. 273 cod. proc. pen.; insussistenza di

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non gli sono state contestate in questo né in altri processi, e che i sospetti della

gravità indiziaria per l’ipotesi di tentata estorsione di cui al capo 5 della
contestazione».
Secondo il ricorrente, che -premessa la valenza della intercettazione a
sorreggere la misura cautelare- richiama i parametri interpretativi degli elementi
indiziari, non è dimostrata a suo carico la gravità indiziaria per l’ipotesi di tentata
estorsione, in mancanza della provata riferibilità dei dialoghi intercorsi all’interno
del bar Tony al fatto estorsivo posto poi in essere da tale La Rosa ai danni di
Imparato Giovanni.

riguardanti la identificazione di “Tonino” con La Rosa Antonio e del “napoletano”
con il detto Imparato, non risultando tale necessaria individuazione da alcuna
riferita informazione, neppure traibile dalla tempistica dei fatti, poiché non è
provato che egli abbia incontrato il La Rosa, nessun riferimento è stato a lui fatto
dalla vittima, e non risulta da alcun dato che egli sia stato informato
dell’avvenuta minaccia posta in essere dal La Rosa ai danni dell’Imparato.
3.5. Con il quinto motivo il ricorrente denuncia violazione di legge e vizio di
motivazione in relazione all’art. 274 cod. proc. pen. per carenza del requisito
dell’attualità del pericolo di recidiva.
Secondo il ricorrente, riferendosi la contestazione del reato istantaneo al 21
febbraio 2013, manca il carattere dell’attualità ovvero della imminenza del
pericolo di reiterazione del reato, da intendersi come vicinanza temporale ai fatti
o da desumersi da indici recenti tali da rendere effettivo il pericolo di
concretizzazione dei rischi che la misura cautelare è chiamata a neutralizzare.
Né alla mancanza di attualità della condotta può sopperirsi considerando
l’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 per la quale è prevista la
presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari ex art. 275 cod. proc.
pen., alla luce della giurisprudenza di legittimità in tema di contestata
partecipazione ad associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso sviluppa doglianze infondate ovvero generiche o non consentite.

2. È privo di giuridico pregio il primo motivo, attinente alla dedotta violazione
del termine perentorio stabilito dall’art. 309, comma 10, cod. proc. pen., come
novellato dall’art. 11 della legge 16 aprile 2015, n. 47, alla cui stregua
«l’ordinanza del tribunale deve essere depositata in cancelleria entro trenta giorni
dalla decisione salvi i casi in cui la stesura della motivazione sia particolarmente
complessa per il numero degli arrestati o la gravità delle imputazioni. In tali casi,

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L’ordinanza ha in particolare utilizzato illogicamente due presupposizioni,

il giudice può disporre per il deposito un termine più lungo, comunque non
eccedente il quarantacinquesimo giorno da quello della decisione».
2.1. Risulta, invero, dalla data posta in calce al dispositivo, depositato il 3
giugno 2016, che la deliberazione è stata assunta il 3 giugno 2016 e non il 31
maggio 2016, data dell’udienza camerale partecipata, non avendo non potuto
riguardare il riferimento alla «prosecuzione il 3 giugno 2016» il prosieguo della
camera di consiglio (non necessariamente ininterrotta) alla ridetta data e la sua
definizione con la conclusiva deliberazione e il suo deposito in cancelleria, che ne

Il termine di quarantacinque giorni, decorrente dalla detta data, è stato
rispettato, essendo stata depositata l’ordinanza del Tribunale il 18 luglio 2016.
2.2. In tal senso si è già pronunciata la giurisprudenza di legittimità che ha
rimarcato, nel dar conto della valenza del riferimento, in calce al dispositivo, alla
prosecuzione dell’attività camerale, che «se i Giudici del riesame avessero già
assunto la decisione, sarebbe stato superfluo ogni differimento in prosecuzione
per la sua formalizzazione mediante la redazione ed il susseguente deposito del
dispositivo» (Sez. 1. n. 14275 del 05/12/2016, Mancuso, dep. 2017, n.m.), «la
cui attestazione è requisito costitutivo che conferisce ufficialità alla decisione
stessa» (Sez. 1, n. 14264 del 05/12/2016, dep. 2017, Quaranta, n.m.).
2.3. Né induce a diversa riflessione il principio di diritto, richiamato dal
ricorrente a conforto della sua tesi, secondo il quale, come da massimazione
ufficiale, in materia di impugnazione di misure cautelari personali, il termine di
«trenta giorni dalla decisione», indicato per il deposito dell’ordinanza del tribunale
del riesame dagli artt. 309 e 310 cod. proc. pen., novellati dalla legge 16 aprile
2015 n. 47, decorre dalla data della deliberazione in camera di consiglio attestata
nel dispositivo e non dalla eventuale diversa data del deposito in cancelleria del
dispositivo medesimo (Sez. 2, n. 4961 del 26/01/2016, Gentile, Rv. 266377).
Il Collegio non ignora tale principio, ripreso da successiva decisione
(Sez. 5, n. 54261 del 17/10/2016, Giordano, Rv. 268818), né ignora il contrario
orientamento, secondo cui, in materia di impugnazione di misure cautelari
personali, il ridetto termine di trenta giorni per il deposito dell’ordinanza del
tribunale del riesame decorre dalla data del deposito del dispositivo e non dalla
eventuale diversa data della camera di consiglio (tra le altre, Sez. 6, n. 22818 del
15/04/2016, Marsalone, Rv. 267128; Sez. 2, n. 31409 del 27/04/2016, Massaria,
Rv. 267849; Sez. 2, n. 46887 del 19/07/2016, Sunzeri, Rv. 268314; Sez. 5, n.
7652 del 19/12/2016, dep. 2017, Ilardi, Rv. 269471; Sez. 6, n. 10929 del
01/02/2017, Luisi, Rv. 270023).
Tale contrasto non ha, invero, pertinenza con il caso in esame, la cui
peculiarità -mancante nei casi, giudicati con le predette sentenze, come risulta

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ha fissato il contenuto formalmente rilevante all’esterno.

dalle relative motivazioni- è data dalla indicazione specifica da parte del Tribunale
della prosecuzione della camera di consiglio e dalla coincidenza del deposito del
dispositivo con la data di assunzione della decisione, come già rilevato.

3. All’esame degli ulteriori motivi si premette, quanto ai limiti del sindacato
di legittimità al riguardo delle proposte censure, che, secondo costante
giurisprudenza, questa Corte, in materia di misure cautelari personali, non ha
alcun potere di revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende oggetto

rispondenza delle argomentazioni poste a fondamento della decisione impugnata
alle acquisizioni processuali, né di rivalutare le caratteristiche soggettive
dell’indagato in relazione alle esigenze cautelari e all’adeguatezza della misura,
trattandosi di apprezzamenti di merito rientranti nel compito esclusivo del giudice
che ha applicato la misura o che ne ha valutato il mantenimento o la modifica e
del tribunale del riesame chiamato a pronunciarsi sulle connesse questioni de
libertate (tra le altre, Sez. 6, n. 2146 del 25/05/1995, Tontoli, Rv. 201840; Sez.
2, n. 56 del 07/12/2011, dep. 2012, Siciliano, Rv. 251760).
Il controllo di legittimità sui punti devoluti è, perciò, limitato, in relazione alla
peculiare natura del giudizio e ai limiti che a esso ineriscono, all’esame del
contenuto dell’atto impugnato e alla verifica delle ragioni giuridicamente
significative che lo hanno determinato e dell’assenza d’illogicità evidente, ossia
dell’adeguatezza e della congruenza del tessuto argomentativo riguardante la
valutazione degli elementi indiziari rispetto ai canoni della logica e ai principi di
diritto che ne governano l’apprezzamento (Sez. U, n. 11 del 22/03/2000, Audino,
Rv. 215828, e, tra le successive, Sez. 4, n. 22500 del 03/05/2007, Terranova, Rv.
237012; Sez. 3, n. 40873 del 21/10/2010, Merja, Rv. 248698; Sez. 4, n. 26992
del 29/05/2013, Tiana, Rv. 255460; Sez. F, n. 47748 del 11/08/2014, Contarini,
Rv. 261400), senza che possa integrare vizio di legittimità la mera prospettazione
di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze delle
indagini (Sez. U, n. 19 del 25/10/1994, De Lorenzo, Rv. 199391, e, tra le
successive, Sez. 1, n. 1496 del 11/03/1998, Marrazzo, Rv. 211027; Sez. 1, n.
6972 del 07/12/1999, dep. 2000, Alberti, Rv. 215331; Sez. 6, n. 47204 del
07/10/2015, Musso, Rv. 265482),

4.

Passando, quindi, alla concreta verifica di legittimità della decisione

impugnata, si rileva l’infondatezza del secondo motivo, che attiene, sotto il profilo
del vizio della motivazione, alla ritenuta sussistenza di un quadro indiziario di
colpevolezza con riguardo alla contestata partecipazione associativa ex art. 416bis cod. pen.

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d’indagine, ivi compreso il peso probatorio degli indizi, né di verificare la

È, invero, coerente con le acquisizioni processuali, richiamate nella decisione,
la ricostruzione dei fatti operata dal Tribunale ed è immune da vizi logici e
giuridici il convincimento dallo stesso manifestato, in esito a un congruo e
corretto percorso argomentativo, circa la sussistenza a carico del ricorrente di
gravi indizi di colpevolezza riguardo al reato ascrittogli al capo 36 della
imputazione provvisoria.
4.1. Il Tribunale, adottando una tecnica ampiamente informativa circa
l’articolata attività investigativa nel cui contesto ha inquadrato la vicenda

operatività della consorteria di

‘ndrangheta ricondotta alla famiglia Mancuso,

facente capo a Mancuso Pantaleone, ripercorrendo gli elementi che, illustrati
nell’ordinanza genetica e ripercorsi con ampi richiami, le confermavano (sì come
sintetizzato sub 2 del «ritenuto in fatto»), e ha fatto oggetto di specifica
disamina, nel delineato contesto, la condotta associativa ascritta al ricorrente.
L’ordinanza ha valorizzato in tal senso -senza soffermarsi solo, come
infondatamente si assume nel ricorso, sulla rimarcata partecipazione del
ricorrente alla tentata estorsione ai danni di Imparato Giovanni, contestata al
capo 5 e giudicata, peraltro, particolarmente significativa per il ruolo del
ricorrente quale «diretto esecutore di ordini del capo»- specifiche emergenze,
corredate da individualizzati richiami a vicende (enucleate per sintesi sub 2.2.),
descritte in fatto e ritenute, con ragionevoli inferenze logiche, dimostrative del
coinvolgimento in esse del ricorrente «essenzialmente quale latore di informazioni
ricevute o dirette al Mancuso in relazione a condotte estorsive riconducibili alla
consorteria», e del suo ruolo di partecipe al sodalizio Mancuso, come descritto
nella imputazione provvisoria elevata a suo carico, in quanto «uomo di fiducia del
capo», attestato dalle evenienze indicate, e pienamente inserito nelle dinamiche
delinquenziali della consorteria, che aveva il predominio proprio nelle attività
estorsive.
4.2. Tali rilievi, confluenti nella dimostrazione della intraneità nel sodalizio del
ricorrente, in rapporto continuativo e fiduciario con il suo capo, sono coerenti,
contrariamente a quanto dedotto dal ricorrente, con la corretta configurazione
della condotta partecipativa, punibile ex art. 416-bis cod. pen., che non richiede
trattandosi di reato di pericolo presunto, per condiviso orientamento di
legittimità, la dimostrata consumazione di singoli delitti fine, ovvero di specifici
atti esecutivi del programma criminoso (tra le altre, Sez. 2, n. 23687 del
03/05/2012, D’Ambrogio, Rv. 253222; Sez. 5, n. 49793 del 05/06/2013,
Spagnolo , Rv. 257826; Sez. 4, n. 892 del 28/01/2014, Prezioso, Rv. 259129),
ma concreti indicatori fattuali rivelatori dello stabile inserimento del soggetto nel
sodalizio con un ruolo attivo (tra le altre, da ultimo, Sez. 1, n. 55359 del

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cautelare, ha, in particolare, dato conto della esistenza e della perdurante

17/06/2016, Pesce, Rv. 269040), analizzati nella specie e riscontrati come
sussistenti .

5.

È destituito di fondamento il terzo motivo, che attinge l’ordinanza

impugnata in relazione alla ritenuta sussistenza di esigenze cautelari.
5.1. Questa Corte ha più volte affermato (tra le altre, Sez. 1, n. 17624
del 17/12/2015, dep. 2016, S., Rv. 266984; Sez. 5, n. 32817 del 10/06/2016,
Muscolino, Rv. 267700; Sez. 5, n. 52303 del 14/07/2016, Gerbino, Rv. 268726) e

270062) che, in tema di applicazione di misure cautelari personali, anche a
seguito della novella attuata con legge 16 aprile 2015, n. 47, l’art. 275, comma
terzo, cod. proc. pen. continua a prevedere una doppia presunzione, relativa
quanto alla sussistenza delle esigenze cautelari ed assoluta con riguardo
all’adeguatezza della misura carceraria; ne consegue che in presenza di gravi
indizi di colpevolezza del delitto di partecipazione ad un’associazione mafiosa il
giudice non ha un obbligo di dimostrare in positivo la ricorrenza dei

pericula

libertatis ma deve soltanto apprezzare l’eventuale sussistenza di segnali di
rescissione del legame del soggetto con il sodalizio criminale, tali da smentire, nel
caso concreto, l’effetto della presunzione, in mancanza dei quali trova
applicazione in via obbligatoria la sola misura della custodia in carcere.
5.2. Di questi condivisi principi il Tribunale ha fatto esatta interpretazione e
applicazione, evidenziando con corretto apprezzamento delle esigenze correlate
al pericolo di recidivanza criminosa, già preso in considerazione dall’ordinanza
genetica, che «la contestazione del reato di cui all’art. 416-bis cod. pen. e
l’assenza di elementi da cui poter desumere la carenza di esigenze cautelari si
pongono come altrettante circostanze che giustificano la permanenza
dell’indagato nell’attuale stato di detenzione carceraria».
Né il ricorrente, le cui considerazioni sui pericoli di fuga e di inquinamento
probatorio -non apprezzati nell’ordinanza cautelare e in quella del riesame- sono
incongruenti, ha opposto e oppone argomenti adeguati per dimostrare la
rescissione dei legami con il sodalizio di appartenenza, solo evocando il non
influente fattore del tempo trascorso tra i dialoghi indizianti.

6.

Le censure svolte con il quarto motivo, relative alla denunciata

insussistenza della gravità indiziaria per la tentata estorsione di cui al capo 5 di
imputazione sono inammissibili in questa sede di legittimità.
6.1. Emerge con evidenza dal loro contenuto, sintetizzato sub 3.4. del
«ritenuto in fatto», che le censure svolte si sviluppano tutte, benché prospettate
come vizi di legittimità, sul piano della valutazione di merito compiuta nella

11

ha recentemente ribadito (Sez. 2, n. n. 19283 del 03/02/2017, Cocciolo, Rv.

ordinanza impugnata, proponendo una rilettura del compendio indiziario
disponibile e un suo diverso apprezzamento, nella non consentita prospettiva di
accreditare una rinnovata disamina degli elementi di fatto tratti dai dialoghi
intercettati, la cui valutazione è riservata in via esclusiva al giudice di merito,
senza che, per consolidato orientamento prima richiamato, possa integrare un
vizio di legittimità la rappresentazione di una diversa, e per il ricorrente più
adeguata, analisi delle risultanze processuali, non consentita ai sensi dell’art.
606, comma 3, cod. proc. pen.

fatto») ha richiamato le motivazioni espresse nella ordinanza genetica e ha
argomentativamente enunciato le specifiche emergenze delle conversazioni
intercettate, annotando, e in tal modo rispondendo ai rilievi difensivi ora
riproposti, che La Rosa Antonio detto “Tonino” era stato giudicato per la stessa
estorsione in via definitiva, con sentenza di valenza significativa ex art. 238-bis
cod. proc. pen. nei confronti dei correi poi attinti dall’ordinanza custodiale, tra i
quali il ricorrente, e rimarcando che la persona offesa Imparato Giovanni, detto
“napoletano” per le sue origini campane, a seguito e in correlazione con le
descritte emergenze dei colloqui, aveva subito il danneggiamento dell’autovettura
nella notte tra il 13 e il 14 febbraio 2013 e aveva denunciato il 22 febbraio 2013
una pesante intimidazione ricevuta da uno sconosciuto, cui era seguito il suo
incontro con La Rosa Antonio che aveva richiesto il pagamento di quarantamila
euro.

7. L’ultimo motivo con il quale il ricorrente si duole della carenza del requisito
dell’attualità del pericolo di recidiva con riguardo al reato di tentata estorsione è
manifestamente infondato, al di là del rilievo della genericità della censura in
rapporto all’interesse del ricorrente, alla luce del condiviso principio, alla cui
stregua, in tema di custodia cautelare in carcere, la contestazione dell’aggravante
di cui all’art. 7 legge n. 203 del 1991 determina una presunzione relativa di
concretezza ed attualità del pericolo di recidiva, superabile solo dalla prova,
offerta dall’interessato, di elementi da cui desumere l’affievolimento o la
cessazione di ogni esigenza cautelare, sicché, in difetto di detta prova, l’onere
motivazionale incombente sul giudice ai sensi dell’art. 274 cod. proc. pen. deve
ritenersi rispettato mediante il semplice riferimento alla mancanza di elementi
positivamente valutabili nel senso di un’attenuazione delle esigenze di
prevenzione (tra le altre, Sez. 2, n. 6574 del 02/02/2016, Cuozzo, Rv. 266236;
Sez. 2, n. 3105 del 22/12/2016, dep. 2017, Puca, Rv. 269112), come è avvenuto
nella specie con il riferimento, in ordinanza, alla mancanza di elementi da cui
poter desumere la carenza di esigenze cautelari.

12

6.2. A ogni buon conto, Il Tribunale (come da sintesi sub 2.1. del «ritenuto in

Trasmessa copia ex art. 23
n. 1 ter L. 8-8-95 n. 332

3 1 LUG. 2018

‘Roma,

8. Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato, con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali.
La Cancelleria dovrà provvedere all’adempimento prescritto dall’art. 94,
comma 1-ter, disp. att. cod. proc. pen.

P.Q.M.

processuali.
Dispone trasmettersi, a cura della Cancelleria, copia del provvedimento al
Direttore dell’Istituto penitenziario, ai sensi dell’art. 94, comma
cod. proc. pen.
Così deciso il 10/05/2017

Il Consigliere estensore
Angela Tardio
• :,A■

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Prima Sezione Penale
Depositata in Cancelleria oggi
Roma,

n 31 LUG, 2018

1-ter, disp. att.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese

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