Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36998 del 29/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36998 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: CENTOFANTI FRANCESCO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
CAVALLO ONOFRIO nato a ROMA il 19/08/1968

avverso la sentenza del 14/03/2017 della CORTE ASSISE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere FRANCESCO CENTOFANTI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale LUIGI ORSI,
che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;
udito l’avvocato FULVIO MELILLO, in difesa dell’imputato, che ha concluso insistendo
nell’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 29/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di assise di appello di Roma
confermava quella di primo grado, emessa il 20 marzo 2014 all’esito del giudizio
abbreviato, con la quale Onofrio Cavallo era stato giudicato colpevole
dell’omicidio della zia, Maria Giuseppa Tescione, avvenuto in Roma il 5 settembre
2013, e per l’effetto era stato condannato – previa concessione delle attenuanti
generiche equivalenti alle aggravanti del rapporto di convivenza, dei futili motivi,

alla pena di sedici anni di reclusione.

2. Risulta dalla sentenza che, quella sera, alle 20,40, l’odierno imputato
aveva telefonato al fratello Walter, dicendogli che ignoti si erano introdotti in
casa ed avevano ucciso l’anziana parente, ottantacinquenne, con la quale Onofrio
da qualche tempo conviveva; questi aggiungeva, restando invero inascoltato,
come non fosse necessario avvisare le forze dell’ordine.
2.1. All’arrivo dei Carabinieri, la vittima era rinvenuta cadavere, nuda e
lavata, all’interno di un baule all’ingresso dell’abitazione. Tutt’intorno erano
ammassati stracci utilizzati per pulire, con detersivo ed acqua, il sangue sul
pavimento. L’imputato, che era sulla sedia a rotelle, con mani e piedi essi stessi
sporchi di sangue, annunciava agli operanti di aver trovato la zia già rinchiusa
nel baule, e di averla quindi denudata e lavata per vedere da dove fuoriuscisse il
sangue.
L’appartamento era a soqquadro. Nessuna traccia di effrazione veniva
rilevata, né impronte digitali sugli infissi. Diffuse tracce di sangue erano presenti
all’interno, mentre nessuna macchia ematica veniva rinvenuta in prossimità
dell’uscio di casa.
Venivano sequestrati un coltello da cucina (dalla lama lunga 33 cm) avvolto
da una «polo» da uomo verde e rinchiuso in un trolley, un martello con manico
in legno in un cassetto della cucina, una busta di plastica contenente i vestiti
indossati dalla donna al momento dell’omicidio, altra «polo» da uomo con tracce
ematiche e residui cerebrali sul colletto, nonché due lenzuola e un cuscino con
abbondanti tracce di sangue non ancora rappreso.
Sulle forbici e sul martello saranno repertate tracce di DNA della vittima, e
tracce miste, della vittima e dell’imputato.
2.2. Il medico legale, all’esito di un primo esame esterno della vittima,
rilevava lesioni da corpo contundente sul cranio e più ferite da arma da taglio
all’altezza del seno sinistro, nonché segni di strangolamento. La temperatura

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della crudeltà e della minorata difesa, e tenuta presente la diminuente del rito –

corporea consentiva di far risalire l’ora della morte approssimativamente intorno
alle ore 17.
La dinamica omicidiaria veniva successivamente ricostruita nei seguenti
termini. Inizialmente vi era stata una colluttazione, con pugni e calci, durante la
quale la vittima aveva esplicato un tentativo di difesa. Successivamente
l’aggressore l’aveva colpita al precordio ed al collo, con le forbici, e quindi,
superando un estremo tentativo di difesa, aveva impugnato un martello,
sferrando ripetuti colpi al capo su persona ormai a terra, inerme («frustoli» di

lesioni in sede cranica, 3 in regione cervicale e 10 all’emitorace sinistro.
Il medico, sottoponendo nell’immediatezza a visita l’imputato, riscontrava
evidenti lesioni auto-inferte, tipiche di chi abbia maneggiato un’arma da taglio,
compatibili con una recente colluttazione e con una resistenza

ex adverso

spiegata.
Sul capo dell’imputato sarà rinvenuta una traccia ematica, il cui DNA rivelerà
trattarsi del sangue della vittima, mentre l’analisi BPA (o della mappatura
direzionale) lo identificherà come «sangue da proiezione», zampillato dalle
lesioni, con esclusione della possibilità di una mera contaminazione da contatto.
2.3. Erano sentiti numerosi informatori. La vicina Amalia Maria Donesi, nel
raccontare dei diversi litigi verificatisi nei giorni precedenti tra zia e nipote,
riferiva di aver notato quest’ultimo, intorno alle 18, camminare in cucina
«facendo avanti e indietro».
Altra vicina, Noemi Becchetti, riferiva di aver udito forti rumori provenienti
dall’appartamento della vittima, simili a quelli scaturiti da attività edilizia. E, in
effetti, il portiere Roberto Paolini confermava che, quel pomeriggio, la signora
Tescione aveva ricevuto un idraulico, Filippo Ricci, che aveva svolto il suo lavoro
e poi si era allontanato con indosso i medesimi vestiti che aveva quando era
entrato. Ricci dichiarava di aver lasciato casa della vittima alle 17, senza aver
incontrato Cavallo, chiuso (a detta della zia) nella sua stanza. Il portiere
affermava che la zia mal tollerasse la prepotenza ed invadenza del nipote, che
tra l’altro occupava in modo costante il bagno.
Tutte le persone escusse (oltre a quelle citate, l’inquilino Pesce, la madre ed
il fratello dell’imputato, alcuni dipendenti di esercizi commerciali della zona)
escludevano recisamente che Cavallo fosse costretto sulla sedia a rotelle,
precisando che l’uomo, ancorché claudicante, era stato sempre visto deambulare
autonomamente e trascorrere lunghi periodi all’estero. La sua idoneità alla
deambulazione, come pure la buona mobilità dell’arto superiore sinistro (nella cui
mano erano le ferite auto-inferte), saranno accertate anche in sede medicolegale.

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materia cerebrale saranno rinvenuti sul pavimento). Saranno identificate 24

3. Tali elementi, confluiti nel processo svoltosi secondo il rito abbreviato,
conducevano ivi all’affermazione della penale responsabilità di Cavallo, nei
termini di cui in premessa, dopo che una perizia psichiatrica, svolta in giudizio,
ne aveva accertato la piena capacità d’intendere e volere.
L’affermazione di responsabilità era ribadita all’esito del processo di appello,
dall’imputato sollecitato.
La Corte territoriale richiamava, a conforto, le seguenti circostanze:

l’appellante erano presenti in casa; l’idraulico se ne era allontanato, nelle
medesime condizioni in cui era entrato, né erano emersi elementi o ragioni che
consentissero di associarlo al delitto; le telecamere installate sul pianerottolo non
segnalavano ingressi successivi di ulteriori persone;
– la prova scientifica inchiodava Cavallo alla sua responsabilità: tracce
ematiche miste, sue e della vittima, erano state rinvenute su tutte le superfici
interessate dalla dinamica omicidiaria;
– tra Cavallo e la zia correvano rancori pregressi, sopra indicati;
– nulla mancava dall’abitazione (tanto meno la cospicua somma di denaro
che vi si trovava), e nessun senso avrebbe avuto l’azione di un ladro, o di un
rapinatore, che, soppressa la vittima, anziché impossessarsi dei suoi beni, si
i fosse messe a comporre il corpo occultandolo nel baule, spargendo poi abiti per
tutto l’appartamento;
– l’imputato si era contraddetto, affermando ora di essere stato lui stesso
aggredito, e di essersi salvato riparandosi dietro la sedia a rotelle, ora di essere
rimasto chiuso nella stanza;
– l’imputato aveva dato l’allarme con ore di ritardo ed aveva chiesto al
fratello di non chiamare la polizia;
– l’imputato era perfettamente in grado di deambulare (aveva addirittura
tentato l’espatrio e la fuga durante la sua sottoposizione alla misura cautelare
non carceraria) e perfettamente in grado di usare l’arto superiore (avendo
scherzosamente sfidato il consulente del pubblico ministero a giocare a iracciod i-ferro).
La Corte territoriale non riteneva esservi necessità alcuna di rinnovare la
perizia medico-legale sull’imputabilità, essendo stato l’accertamento di primo
grado scrupolosamente condotto ed essendo esaustivo nel suo esito.

4. Ricorre l’imputato per cassazione, tramite il difensore di fiducia, sulla
base di due motivi.

4

– il delitto era avvenuto intorno alle 17, orario nel quale soltanto la vittima e

4.1. Il primo di essi denuncia – ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. e), cod.
proc. pen. – la mancanza, illogicità e contraddittorietà della motivazione in punto
di accertamento della responsabilità.
Questa si fonderebbe sul solo dato oggettivo della compresenza in casa
dell’imputato e della vittima al momento del delitto.
Non vi sarebbe movente, né certezza sull’arma, e non sarebbero state
convenientemente percorse altre piste investigative, facenti capo all’idraulico o
agli zingari, cui pure l’imputato aveva fatto riferimento. L’idraulico sarebbe stato

prima di lasciare la casa.
L’idraulico, in ogni modo, discolperebbe Cavallo. L’accusa postula che questi
abbia reagito in modo abnorme perché disturbato dal rumore del tecnico, il quale
però dichiara di non averlo né visto né sentito, e di non aver raccolto alcuna
lamentela della zia.
Non vi sarebbe prova che le telecamere del pianerottolo coprissero l’intera
superficie antistante l’uscio di casa.
Sarebbe logico che il sangue della vittima sia stato rinvenuto sull’imputato,
che si era chinato sul corpo di lei, mentre il rancore pregresso tra i due congiunti
sarebbe il frutto di un assurdo pettegolezzo.
Quanto al comportamento dell’imputato

post delictum,

esso sarebbe

spiegabile alla luce del quadro clinico, essendo il medesimo affetto da serissimi
problemi psichiatrici. La sua capacità di deambulare, solo parzialmente
conservata, non lo renderebbe un assassino. Iqraccio-di-ferro con il consulente
non proverebbe alcunché.
4.2. Il secondo motivo depuncia – ai sensi dell’art. 606, comma 1, lett. d),
cod. proc. pen. – la mancanzaLassunzione di prova decisiva, con riferimento alla
mancata rinnovazione della perizia.
Se fosse vero che Cavallo avesse ucciso la zia per il fastidio del rumore, non
si vede come potrebbe egli essere ritenuto sano di mente. In realtà una vena di
follia sarebbe presente in famiglia, giacché il fratello Walter fu ritenuto incapace
d’intendere e volere in un separato processo (che vedeva l’odierno imputato
parte lesa, Walter aveva tentato di ucciderlo) ; ed anche il comune genitore aveva
problemi psichici.
La perizia di primo grado non avrebbe indagato a fondo su tale familiarità di
malattia, sarebbe stata mossa da preconcetti in chiave accusatoria, avrebbe
trascurato la resistenza alle cure da sempre manifestata da Cavallo nonché
sopravvalutato la sua non irragionevole tendenza ad enfatizzare i pur esistenti
problemi di salute, che, di nuovo, non ne farebbero un omicida.

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frettolosamente scagionato, perché egli avrebbe ben potuto pulirsi e cambiarsi

Occorrerebbe infine tener conto dell’evoluzione giurisprudenziale verso
l’ampliamento della nozione d’infermità psichica rilevante ex artt. 88 e 89 cod.
pen., non più limitata alle categorie d’inquadramento nosografico tradizionale,
ma estesa ai disturbi di personalità incidenti sulla capacità di
autodeterminazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

2.

Il primo motivo prospetta versioni alternative dell’occorso, le quali

presupporrebbero il diretto accesso al merito da parte di questa Corte, secondo
lo schema tipico di un gravame puro, che viceversa esula dalle funzioni dello
scrutinio di legittimità (Sez. 6 n. 13442 dell’8/03/2016, Rv. 266924; Sez. 6 n.
43963 del 30/09/2013, Rv. 258153).
Quest’ultimo non può concernere né la ricostruzione del fatto, né il relativo
apprezzamento probatorio, ma deve limitarsi al riscontro dell’esistenza di un
solido e convincente apparato motivazionale, ossia alla verifica della rispondenza
degli elementi, posti a base della decisione, alle regole della logica e a canoni di
rigore argomentativo, che rendano giustificate, sul piano della consequenzialità,
le conclusioni tratte (cfr. Sez. U, n. 47289 del 24/09/2003, Petrella, Rv.
226074).
A tali regole e canoni la sentenza impugnata si conforma appieno. Essa
offre, infatti, una lettura ineccepibile delle risultanze processuali, passate
esaustivamente in rassegna, dando puntualmente conto dei plurimi e
convergenti elementi, di natura logica e tecnico-scientifica, che integrano il
quadro di responsabilità, in nulla intaccato dalle censure difensive.

3. E’ al riguardo sufficiente rimarcare in questa sede, quanto al profilo
tecnico-scientifico, che a fare stato contro l’imputato è non soltanto il sangue
della vittima su di lui – da proiezione, e non da mero contatto, come spiega bene
la sentenza impugnata – ma anche il sangue di lui sugli strumenti da taglio
pacificamente usati per uccidere, nonché le lesioni «auto-inferte» repertate sulla
sua persona, spiegabili con l’impiego degli strumenti medesimi, cui sia stata
opposta una resistenza difensiva.
Quanto al profilo logico, la Corte territoriale inappuntabilmente evidenzia
come l’imputato fosse l’unica persona risultata presente in casa nel tempo
concomitante all’esecuzione del delitto. Tempi e modi di allontanamento

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1. Il proposto ricorso deve giudicarsi infondato.

dell’idraulico escludono infatti, a tacer d’altro, che a lui potesse appartenere la
mano omicida, e nessun segno d’intrusione di soggetti ulteriori è stato rilevato.
La condotta post delictum serbata da Cavallo, e in specie il ritardato

allarme, la simulata incapacità alla deambulazione e le plurime ingiustificabili
contraddizioni, in cui egli era caduto, hanno a ragion veduta costituito indice
rafforzativo conclusivo della colpevolezza dell’imputato.

4.

In ordine al

movente, occorre ribadirne l’irrilevanza ai fini

dell’attribuibilità all’imputato dell’azione delittuosa; né il mancato accertamento
di esso può di per sé risolversi nell’affermazione probatoria di assenza di dolo del
delitto di omicidio, o, tanto meno, di assenza di coscienza e volontà dell’azione
(Sez. 5, n. 22995 del 03/03/2017, M., Rv. 270138).
Nel caso di specie, peraltro, il movente è stato prospettato dall’accusa, nei
termini di una reazione abnorme al fastidio dato dall’intervento dell’idraulico,
come il ricorrente finisce per ammettere; ed è stato riconosciuto dai giudici di
merito, che lo hanno ritenuto futile. L’esistenza dell’aggravante costituisce punto
della sentenza non specificamente censurato, e ciò non è privo di rilievo, sol che
si consideri che, per la configurabilità della medesima, occorre una causale certa,
previamente identificata (Sez. 1, n. 54074 del 18/01/2017, Nappi, Rv. 272035),
che nella specie può dirsi, ancorché indirettamente, definitivamente confermata.

5. Quanto al secondo motivo, anzitutto non è pertinente l’evocazione, in
esso contenuta, del vizio di cui all’art. 606, comma 1, lett. d), cod. proc. pen.;
con riferimento al giudizio di appello, tale vizio è infatti deducibile solo con
riferimento alle prove sopravvenute o scoperte dopo la pronuncia di primo grado,
che avrebbero dovuto essere ammesse secondo il disposto dell’art. 603, comma
2 del codice di rito, essendo altrimenti ricorribile la decisione istruttoria (di non
rinnovare l’istruzione dibattimentale, fosse anche per la perizia) sotto l’esclusivo
profilo del vizio di motivazione (Sez. 1, Sentenza n. 3972 del 28/11/2013, dep.
2014, Inguì, Rv. 259136).
In disparte ciò, alla luce del fatto che la riqualificazione del motivo di ricorso
è compito spettante in ogni caso alla Corte di legittimità, occorre comunque
considerare che la rinnovazione della perizia in appello va disposta soltanto se il
giudice ritenga di non essere in grado di decidere allo stato degli atti, ed il
rigetto della relativa richiesta, se logicamente e congruamente motivato, è
incensurabile in cassazione, in quanto costituente giudizio di fatto (Sez. 2,
Sentenza n. 36630 del 15/05/2013, Bommarito, Rv. 257062).

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dell’affermazione della responsabilità, ogni qualvolta vi sia comunque la prova

La logicità e congruità del diniego sono indubitabili nella specie, avendo la
sentenza impugnata adeguatamente sottolineato la completezza
dell’accertamento peritale psichiatrico-forense già effettuato (non sottacente
un’accurata anamnesi, anche familiare), e la sua accuratezza dal lato
diagnostico, cui correttamente essa si era riportata e sulla cui base le questioni
poste dalla difesa, in tema d’imputabilità, erastate tutte affrontate e
motivatamente risolte.
La tesi, secondo cui la futilità del motivo a delinquere esprimerebbe

paralogismo, e le doglianze sull’operato del primo perito, non supportate in sede
di merito da alcuna consulenza di parte, appaiono assertive e di puro fatto.
Onde la conclusiva infondatezza anche del secondo motivo.

6. Alla reiezione del ricorso consegue, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen.,
la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
Così deciso il 29/03/2018

Il Consigliere estensore

Il Presidente

Frarusco Cerítofanti

Antonella a izia Mazzei

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CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Prima Sezione Penale
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inevitabilmente una sottostante infermità mentale, è frutto di un evidente

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