Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36989 del 23/03/2018


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36989 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: ROCCHI GIACOMO

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
RINALDI DAVID nato il 29/12/1971 a ROMA

avverso la sentenza del 03/03/2016 della CORTE APPELLO di ROMA
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal Consigliere GIACOMO ROCCHI
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore MASSIMO GALLI
che ha concluso per

Il Procuratore Generale conclude per il rigetto del ricorso
Udito il difensore
L’avvocato BORELLO CARLO si riporta ai motivi del ricorso e ne chiede
l’accoglimento

Data Udienza: 23/03/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza indicata in epigrafe, la Corte di appello di Roma, in
riforma di quella del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di
Civitavecchia emessa nei confronti di Rinaldi David, imputato per i delitti di
tentata estorsione in concorso e danneggiamento seguito da incendio, qualificato
il fatto di cui al capo A come esercizio arbitrario delle proprie ragioni e concesse
le attenuanti generiche, rideterminava la pena in anni uno e mesi due di

Secondo l’imputazione, Rinaldi, in concorso con soggetto non identificato,
aveva minacciato Maria Laura Di Camillo così da costringerla a corrispondergli la
somma di euro 7.500, somma indebitamente richiesta in relazione ad un
rapporto di credito tra i due soggetti; al fine di commettere detto reato, aveva
cosparso di benzina l’autovettura Smart di proprietà della persona offesa e vi
aveva dato fuoco, con la conseguente insorgenza di un incendio.

2. Ricorre per cassazione il difensore di Rinaldi David, deducendo, con un
primo motivo, la mancata assunzione di una prova decisiva ai sensi dell’art. 606,
comma 1, lett. d) cod. proc. pen.,nonché vizio di motivazione.
La Corte territoriale aveva omesso ogni motivazione in ordine alla richiesta
di riapertura dell’istruttoria dibattimentale avanzata dalla difesa dell’imputato,
che era finalizzata ad acquisire la documentazione comprovante il risarcimento
del danno e l’accordo intervenuto tra le parti; in conseguenza di tale omissione,
non era stata applicata l’attenuante di cui all’art. 62, comma 1, n. 6,cod. pen.,
essendosi ritenuta incerta la transazione.
Il danno era stato risarcito, tanto che la persona offesa non si era costituita
parte civile.
Il ricorrente conclude per l’annullamento della sentenza impugnata.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è infondato e deve essere rigettato.

Dal punto di vista processuale, occorre ribadire il principio in base al quale la
richiesta di giudizio abbreviato c.d. “secco”, di cui all’art. 438, comma primo,
cod. proc. pen., comporta la definizione del processo allo stato degli atti, che
determina la formazione della res iudicanda sulla base del quadro probatorio già
esistente, con la conseguenza che nessuna prova, documentale od orale, può
essere successivamente acquisita, salva la facoltà dell’imputato, ammesso al

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reclusione, concedendo i benefici di legge.

giudizio abbreviato, di sollecitare il giudice all’esercizio dei poteri di cui all’art.
441, comma quinto, cod. proc. pen. (Sez. 4, n. 51950 del 15/11/2016 – dep.
06/12/2016, Peano, Rv. 268694); il principio è stato più volte applicato proprio
con riferimento alla prova dell’avvenuto risarcimento del danno (da ultimo, Sez.
4, n. 6969 del 20/11/2012 – dep. 12/02/2013, Carani e altro, Rv. 254478).
Pertanto, nel giudizio abbreviato d’appello, essendo l’unica attività
d’integrazione probatoria consentita quella esercitabile officiosamente, non è
configurabile un vero e proprio diritto alla prova di una delle parti cui corrisponda

mancato esercizio da parte del giudice d’appello dei poteri officiosi di
integrazione probatoria non può mai integrare il vizio di cui all’art. 606, comma
primo, lett. d) cod. proc. pen., che il ricorrente invoca (Sez. 1, n. 37588 del
18/06/2014 – dep. 12/09/2014, Amaniera ed altri, Rv. 260840).

Quanto al profilo sostanziale, è pacifico che, ai fini del riconoscimento
dell’attenuante della integrale riparazione del danno, prevista dall’art. 62, n. 6,
cod. pen., il risarcimento deve intervenire prima della dichiarazione di apertura
del dibattimento di primo grado (Sez. 3, n. 18937 del 19/01/2016 – dep.
06/05/2016, 5, Rv. 266579).

Il documento che la difesa dell’imputato aveva chiesto di produrre (e che è
stato allegato al ricorso per cassazione) non forniva prova certa dell’avvenuto
risarcimento.
Si trattava di una lettera del legale della persona offesa che dava atto del
pervenimento di un assegno dell’imputato dell’importo di euro 5.175 e
proponeva che l’ulteriore somma dovuta da Rinaldi, in conseguenza del
danneggiamento operato ) fosse compensata con il debito della Di Camillo per i
canoni di locazione non corrisposti.
La lettera era datata 4/7/2011; in calce, Rinaldi accettava la transazione con
scritta di suo pugno datata 7/7/2011: entrambe le date sono precedenti
all’udienza per il giudizio abbreviato davanti al Giudice dell’udienza preliminare di
Civitavecchia (19/7/2011).

Ebbene: benché, forse, l’aggettivo “auspicato” con riferimento alla
transazione contenuto nella sentenza impugnata non sia esatto, deve darsi atto
che quel documento non era sufficiente per la concessione dell’attenuante
invocata: in effetti, mancava la prova dell’incasso dell’assegno e una qualche
forma di liberatoria sottoscritta dalla persona offesa personalmente; in definitiva,
non vi era prova sufficiente che il risarcimento integrale fosse effettivamente

3

uno speculare diritto della controparte alla prova contraria: di conseguenza, il

avvenuto prima del giudizio di primo grado.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese
processuali.

Il Presidente

Il Consigliere estensore

Antonella PMMizi Mazzei
&-t
rj

Giacomo Rocch .

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Prima Sezione Penale

Depositata in Cancelleria oggi
Roma, A

t

3.1 LUG. 2018

Così deciso il 23 marzo 2018

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