Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36985 del 24/05/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36985 Anno 2018
Presidente: CORTESE ARTURO
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di appello di Caltanissetta

nei confronti di
Marchese Carlo, nato a Palermo il 01/07/1956

avverso la sentenza del 07/10/2015 della Corte di assise di appello di
Caltanissetta

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Angela Tardio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Antonio
Mura, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza
impugnata.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 23 novembre 2011 la Corte di assise di Caltanissetta ha
dichiarato Carlo Marchese colpevole -in concorso con Pino e Vincenzo

Data Udienza: 24/05/2017

Cammarata, Gaspare Marazzotta e Giuseppe Mignemi- del delitto di omicidio
premeditato in danno di Calogero Pirrello e lo ha condannato alla pena
dell’ergastolo, oltre al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, in
favore delle parti civili costituite.

2. La Corte di assise di appello di Caltanissetta con sentenza del 7 ottobre
2015, in riforma della sentenza di primo grado, ha assolto l’imputato appellante

3. La vicenda giunta al controllo di legittimità è stata ricostruita con la
sentenza di primo grado movendo dal rinvenimento il 17 giugno 1987, in un
terreno agricolo sito in contrada Brigadieci, agro di Mazzarino, di resti umani
ricondotti a Calogero Pirrello, giovane pastore scomparso pochi giorni prima.
3.1. Era risultato sin dalle prime indagini che il Pirrello non era tornato a
casa, dopo essersene allontanato il 27 maggio 1987 con la sua autovettura, che i
fratelli avevano rinvenuto aperta e con le chiavi inserite nel quadro di
accensione.
I familiari della vittima, sentiti nella immediatezza dalle forze dell’Ordine e
poi in sede dibattimentale, avevano riferito che la vittima svolgeva attività di
pastore, era stata arrestata con il padre nel 1983 per l’omicidio di tale Castello di
Campobello di Licata, poco prima della scomparsa si era recata a Genova, dove
lo zio Giuseppe Pirrello l’aveva aiutata a trovare auto usate da rivendere a Riesi,
ed era tornata quattro giorni prima della sua scomparsa.
L’esame autoptico non aveva consentito di accertare le cause della morte
per l’avanzato stato di scheletrizzazione del cadavere.
3.2. La Corte di primo grado dando conto del percorso decisionale seguito:
– aveva richiamato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore
Riggio, Calogero Riggio e Giuseppe Anello, cui aveva attribuito piena attendibilità
soggettiva, ripercorrendo le dichiarazioni rese quanto alla loro partecipazione
all’associazione mafiosa, e segnatamente alla famiglia mafiosa di Riesi (Salvatore
Riggio dal 1971, assumendo nel 1982 il ruolo di rappresentante e ricoprendo poi
le cariche di capo mandamento e consigliere provinciale; Calogero Riggio dal
1984 e Giuseppe Anello dal 1970), e ai contrasti insorti all’interno della cosca nel
1988/1990, riferiti da Salvatore Riggio e dall’Anello;
– aveva illustrato, con riferimento all’omicidio in oggetto, le dichiarazioni del
collaboratore Calogero Riggio (che aveva riferito che Giuseppe Di Caro,
rappresentante di “cosa nostra” per la provincia di Agrigento, e Francesco Iannì,
capo del mandamento mafioso di Sommatino, avevano chiesto a Pino
Cammarata, facente parte della famiglia riesina, di intercedere perché Calogero

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per non avere commesso il fatto.

Pirrello restituisse le pecore rubate in un allevamento di Canicattì, presso il quale
lavorava il Di Caro. Il Cammarata, a fronte del rifiuto del Pirrello, aveva ottenuto
da Carlo Marchese, odierno imputato, che frequentava lo stesso, di attirarlo in un
agguato. Dopo due tentativi, il Marchese era riuscito a condurre in un garage la
vittima che era stata strangolata, caricata nell’auto di Enzo Cammarata, pure
facente parte della famiglia riesina, e portata con il fratello Pino Cammarata in
contrada Brigadieci, mentre lo stesso collaboratore aveva abbandonato l’auto
della vittima in contrada Birringiolo), ritenendo attendibile il collaboratore e

– aveva ripreso, sintetizzandole, le dichiarazioni rese in dibattimento da
Salvatore Riggio (che aveva confermato la connessione dell’omicidio del Pirrello a
un furto di ovini in azienda di Canicattì, cui era interessato il Di Caro; la
sollecitazione da parte di questi di Pino Cammarata a chiederne la restituzione al
Pirrello, che si era rifiutato; il tranello in cui il giovane era stato attirato con la
collaborazione del Marchese, in rapporti amicali con la vittima; il trasporto del
cadavere in contrada Brigadieci con l’autovettura di Enzo Cammarata,
unitamente a Pino Cammarata e a Gaspare Marazzotta e lo spostamento
dell’autovettura della vittima da parte del fratello Calogero con Giuseppe Anello),
e da Giuseppe Anello (che aveva riferito in ordine a una riunione in cui Pino
Cammarata aveva incaricato Gaspare Marazzotta e Calogero Riggio di convincere
il Pirrello a restituire le pecore rubate a Giuseppe Di Caro, che lo aveva
contattato. Dopo il rifiuto del Pirrello era stato richiesto da Pino Cammarata di
appostarsi dinanzi al negozio del figlio, di pomeriggio, per vedere il passaggio del
Marchese con il Pirrello e recarsi poi presso un abbeveratoio in contrada Figotto.
Egli, agendo secondo tali indicazioni, si era recato in detto posto dopo il
passaggio del Marchese con la sua auto, dove era stato raggiunto da Enzo e Pino
Camnnarata e Gaspare Marazzotta, nell’auto del primo, che aveva preceduto fino
alla contrada Brigadieci. Ivi i tre avevano aperto il bagagliaio, ove era il cadavere
del Pirrello, che era stato lasciato presso un ponte. Aveva appreso da Marazzotta
che il Pirrello era stato portato in un garage condotto in locazione dal Marchese,
ove erano lo stesso Marazzotta e i fratelli Cammarata);
– aveva rappresentato che, all’esito del loro confronto, i collaboratori
avevano confermato le loro dichiarazioni e aveva apprezzato la questione dei
rapporti tra i fratelli Riggio e l’imputato che aveva segnalato ragioni di astio, che
lo opponevano agli stessi, e la ingiusta accusa fatta a suo carico di
partecipazione al delitto, ritenuta non veridica dopo avere anche sentito il
collaboratore Giambarresi;

aveva conclusivamente ritenuto sostanzialmente convergenti le

dichiarazioni dei due fratelli Riggio e dell’Anello sulle circostanze fondamentali del

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riscontrato il narrato;

fatto e agevolmente spiegabili le dedotte e riscontrate divergenze poiché, mentre
Riggio Calogero aveva partecipato all’omicidio, il fratello Salvatore aveva riferito
quanto appreso da Pino Cammarata e dal Marazzotta.

4. La Corte di assise di appello, che ripercorreva sintetizzandole le ragioni
del duplice appello dell’imputato, personale e a mezzo difensore, e i contenuti
delle tre memorie difensive depositate, sviluppava il seguente

iter

argomentativo:
dava conto delle dichiarazioni spontanee rese dall’imputato, della

ordinanza istruttoria emessa per il nuovo esame dei collaboratori di giustizia
Riggio Salvatore e Calogero e della teste Celestri, e della eseguita assunzione
dell’incombente;
– ripercorreva i condivisi principi di diritto quanto ai criteri di valutazione
delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, stimando la sussistenza delle
caratteristiche di credibilità soggettiva degli stessi e apprezzando la loro
interazione con soggetti di sicura estrazione criminale e la loro conoscenza del
contesto

criminale

di

riferimento

e

della

composizione

soggettiva

dell’aggregazione criminale di appartenenza, oltre che dei territori di diversa
appartenenza;
– richiamava per sintesi le dichiarazioni, ritenute di fondamentale importanza
per la ricostruzione della vicenda e della malavita riesina, di Calogero Riggio,
argomentando in ordine alla sua confermata intrinseca attendibilità, attestata
dalla costanza nel tempo del racconto ovvero dall’assenza di ragioni di rancore o
di vendetta o di voluta copertura dei reali autori; le dichiarazioni di Salvatore
Riggio, giudicato a sua volta attendibile, e quelle di minore respiro, anche per il
minore spessore criminale nella organizzazione, dei collaboratori Anello e
Giambarresi, del pari pienamente attendibili e non astretti da motivi di astio o di
vendetta verso l’imputato;
– rappresentava, richiamando le ragioni della rinnovata istruttoria in appello,
che, alla stregua dei loro racconti, solo Calogero Riggio aveva personalmente
partecipato alle fasi, deliberativa ed esecutiva, dell’omicidio e a quella successiva
volta a confondere gli indizi, spostando il cadavere e l’auto in luoghi diversi,
laddove Salvatore Riggio sveva appreso notizie dai sodali e l’Anello aveva visto il
Marchese e il Pirrello nel pomeriggio dell’omicidio e aveva partecipato all’attività
di occultamento del cadavere;

rilevava che nel racconto di Calogero Riggio, il ruolo dell’imputato

Marchese era stato meramente esecutivo, in quanto consistito nell’attirare la
vittima nel garage nel quale era stata strangolata, e che detto collaboratore era
stato l’unico a riferire circa l’entrata dell’imputato, dopo tale omicidio, nel

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sodalizio, assistendo alla relativa cerimonia, con conseguente attendibilità della
dichiarata esclusione del collaboratore dalla fase deliberativa
– aggiungeva che, degli elementi indicati dalla Corte di primo grado quali
riscontri obiettivi alle dichiarazioni di Calogero Riggio, mentre erano rilevanti
quelli attinenti all’utilizzo di auto Renault blu da parte del Pirrello all’epoca
dell’omicidio e alla indicazione del luogo dell’omicidio, altri non erano
individualizzanti alla chiamata in correo (abbandono del cadavere in una
individuata contrada, trasporto dell’auto in un’altra, inizio da parte del Marchese

domiciliari all’epoca dell’omicidio, l’età attuale dell’Anello), o avevano limitato
rilievo (pregressa conoscenza del Marchese e del Pirrello, l’arrivo del Marchese a
Riesi per giocare nella squadra di calcio locale);

rappresentava che, riguardo all’uso dell’autovettura del Pirrello per

giungere sul luogo dell’omicidio, mentre Calogero Riggio aveva dichiarato che il
Marchese e il Pirrello erano arrivati al garage (ove si era consumato l’omicidio), a
bordo dell’auto del Pirrello, che egli aveva nascosto nel garage e trasportato
altrove la sera, l’Anello aveva dichiarato di avere visto, prima dell’omicidio,
transitare Pirrello e Marchese nell’autovettura del secondo che la conduceva,
mentre l’auto del Pirrello, per quanto riferitogli dal Mignemi, era rimasta in sosta
presso un distributore di benzina in Riesi e trasportata altrove la sera da
Calogero Riggio, rimanendo invariate tali contrastanti versioni anche a seguito
del disposto confronto. Né aveva trovato riscontro la dichiarazione di Calogero
Riggio di avere simulato un incidente stradale dopo l’omicidio per premunirsi di
un alibi;

precisava che anche la individuazione del garage indicato, fatta da

Calogero Riggio, non aveva trovato riscontro nelle dichiarazioni degli altri
collaboratori, che avevano fatto indicazioni generiche o errate, né nelle
emergenze della documentazione fotografica predisposta dagli inquirenti e
nell’esito del sopralluogo, né nelle indicazioni date dalla teste Celestri circa lo
stato dell’immobile, appartenente alla sua famiglia all’epoca dei fatti e tuttora
(divisone del piano terra in tre locali comunicanti con scala interna al primo
piano, impossibilità di una sua separata locazione), né in alcun riferimento fatto
dai soggetti esaminati in dibattimento a magazzini utilizzati dall’imputato, diversi
dal negozio di articoli per l’edilizia di Salvatore Bordonaro, da lui di fatto gestito,
né nei contenuti delle sentenze definitive in atti relative allo stesso Marchese;
– rappresentava ulteriormente che anche la complessiva ricostruzione dei
fatti, resa da Calogero Riggio, non coincideva con quella fornita dal fratello e
dall’Anello, poiché:

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di attività di rivendita di auto usate, l’essere Salvatore Riggio agli arresti

Salvatore Riggio, che aveva appresso le circostanze da Pino

Cammarata e da Gaspare Marazzotta e indicato il secondo come partecipe
all’omicidio per strangolamento, aveva aggiunto in successivo verbale come
autori, al detto Marazzotta, il Cammarata e l’Anello, mentre Calogero Riggio
aveva escluso che fossero presenti il Marazzotta, che aveva partecipato ai
precedenti due agguati non andati a buon fine e camminava con un bastone
perché vittima di incidente stradale, e l’Anello;

l’Anello aveva indicato nel Marazzotta, incontrato il giorno successivo,

se quindi il Marazzotta, secondo il racconto di Calogero Riggio, non

era presente, le informazioni date agli altri due collaboratori dovrebbero essere
state al più apprese de relato da soggetti non meglio identificati;

né poteva fungere da riscontro quanto riferito da Salvatore Riggio e

dall’Anello per averlo appreso da Pino Cammarata, avendo entrambi detto di
avere appreso della presenza del Marazzotta dal detto Cammarata, e Salvatore
Riggio della presenza dell’Anello sia dal Cammarata sia dal Marazzotta;

Salvatore Riggio aveva poi dichiarato di essere capo della famiglia

riesina e Pino Cammarata solo reggente, mentre gli altri collaboratori avevano
indicato quest’ultimo come capo e il primo solo quale componente, rendendo
dubbia l’affermazione di Salvatore Riggio di avere ricevuto notizie dal capo,
indicato come sua fonte per accreditare il suo ruolo apicale;

Calogero Riggio, inoltre, aveva riferito che il Cammarata era attento

nel parlare separatamente con ciascun associato e nell’affidare loro specifici
compiti, tanto che egli non sapeva i ruoli rivestiti dall’Anello e dal Mignemi,
rendendosi ancora più improbabile l’esternazione da parte del Cammarata di
confidenze sugli esecutori materiali dell’omicidio al Riggio e all’Anello che non vi
avevano preso parte;
– ricordava inoltre che la versione dei fatti resa dal collaboratore Gioacchino
Mastrosimone confliggeva con quella di Calogero Riggio e che il collaboratore
Giambarresi aveva sminuito la figura criminale dell’imputato, che non aveva fatto
parte dell’associazione ed era vittima dei Riggio;

escludeva, quindi, che le dichiarazioni di Calogero Riggio, precise,

circostanziate e intrinsecamente attendibili, avessero riscontri oggettivi in ordine
alla responsabilità del Marchese per il contestato omicidio.

5. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore
generale della Repubblica presso la Corte di appello di Caltanissetta, che,
premessa la descrizione in fatto del giudizio di primo grado, dei motivi dei due
appelli e del giudizio di appello (p.1/13), ha chiesto l’annullamento della

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la fonte delle sue informazioni sui fatti e sul luogo;

sentenza denunciando, sulla base di due motivi, congiuntamente esposti, ai sensi
dell’art. 606, comma 1, lett. b) ed e) , cod. proc. pen., inosservanza e/o erronea
applicazione degli artt. 187 e 192 cod. proc. pen., in relazione agli artt. 110, 575
e 577 cod. pen. e mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della
motivazione.
5.1. Secondo il ricorrente, la Corte di assise di appello ha selezionato e
trattato in modo unitario solo alcuni degli argomenti proposti con gli atti di
appello e le memorie difensive, parcellizzando le risultanze processuali nella loro

probatorio, le cui regole di valutazione ha ripercorso.
La Corte, non facendo corretto uso di consolidati criteri, ha illogicamente
enfatizzato i contrasti rilevati nelle dichiarazioni dei due collaboratori circa la fase
esecutiva, trascurando la concordanza delle stesse sulla causale del delitto e sul
ruolo avuto dal Marchese, e non indicando le ragioni della non condivisione del
giudizio di primo grado, apoditticamente ritenuto sottovalutativo delle divergenze
emerse nelle dichiarazioni dei collaboratori.
5.2. La sentenza impugnata, che ha ritenuto soggettivamente credibile
Calogero Riggio e intrinsecamente attendibile il suo racconto, doveva verificare,
come già operato in primo grado, se attraverso l’istruttoria dibattimentale
fossero stati acquisiti elementi che riscontrassero la versione dei fatti nei punti
essenziali, mentre, esclusa la valenza di alcuni elementi già valorizzati in primo
grado, ne ha esaminati altri che, in condivisione con le critiche dell’appellante, ha
ritenuto non costituire valido riscontro.
5.2.1. Quanto al ruolo del Marchese nella consorteria mafiosa denominata
“famiglia di Riesi”, il ragionamento della Corte che ha portato a escludere che
egli rivestisse la qualità di “uomo d’onore” all’epoca del fatto e che per questo
non avesse partecipato alla fase deliberativa dell’omicidio, neppure contestata,
era in contrasto con le emergenze probatorie derivanti dalle sentenze definitive
acquisite ai sensi dell’art. 238-bis cod. proc. pen., e utilizzabili ai fini di prova,
pertinenti alla duplice condanna del Marchese per il reato di cui all’art. 416-bis
cod. pen., in dipendenza della sua appartenenza alla “famiglia di Riesi” o “clan
Riggio” già sul finire degli anni ’80, e traibili dai passaggi richiamati delle
sentenze, invece del tutto trascurate nella disamina del ruolo del Marchese, che
è stato sminuito sulla base delle sole dichiarazioni del collaboratore Giambarresi.
5.2.2. Quanto all’asserita non convergenza tra le dichiarazioni dei
collaboratori, l’articolato ragionamento fatto dalla Corte di secondo grado,
ripercorso nel ricorso, è contraddittorio oltre a poggiare su una palese
contraddizione e su una premessa (mancanza di circolazione di notizie all’interno
dell’organizzazione) indimostrata e frutto di travisamento del dato probatorio.

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valenza dimostrativa e pervenendo a una lettura distorta del compendio

Riggio Salvatore il 19 maggio 2010 ha indicato quale fonte di conoscenza in
merito all’omicidio in oggetto, oltre al Cammarata e al Marazzotta, il fratello
Calogero, come da verbale allegato e riportato per estratto.
La Corte, che ha trascurato tale emergenza, è anche entrata in
contraddizione con quanto detto a proposito dell’attendibilità soggettiva di
Salvatore Riggio e, con riguardo alla non circolarità delle notizie, con il dato,
emerso dalle sentenze, della non ancora intervenuta spaccatura della famiglia
mafiosa e con le concordi dichiarazioni dei collaboratori circa il movente, le

nell’associazione.
Né ha trovato riscontro nelle dichiarazioni di Calogero Riggio, pure
riprodotte, il rilievo della presunta riservatezza di Pino Cammarata a divulgare le
notizie all’interno del gruppo e porsi pertanto come fonte di conoscenza di
Salvatore Riggio e dell’Anello.
5.2.3. Quanto all’utilizzo dell’autovettura del Pirrello per giungere sul luogo
dell’omicidio, sul quale non vi sarebbe stata convergenza del molteplice, la Corte,
il cui ragionamento è ripercorso, non ha considerato che l’Anello ha riferito come
circostanza diretta quella di avere visto transitare il Pirrello nell’auto del
Marchese che la conduceva, omettendo di valutare la significatività di tale
congiunta presenza, la possibilità che i due avessero preso l’auto del Pirrello
prima di giungere al garage, e con maggiore rigore il tempo, indicato in
dieci/quindici minuti dal collaboratore, tra il momento in cui lo stesso ha visto
l’auto transitare e quello in cui aveva visto arrivare i sodali con il cadavere del
Pirrello in contrada Figotto, in rapporto alle fasi non brevi dell’omicidio indicate
da Calogero Riggio.
5.2.4. Quanto, infine, alla individuazione del garage al cui interno sarebbe
avvenuto l’omicidio, la Corte in presenza di dichiarazioni, rese da Calogero
Riggio, descrittive nei particolari dell’immobile, ha reso una motivazione
contraddittoria, enfatizzando alcuni passaggi delle dichiarazioni dei collaboratori
Salvatore Riggio e Anelli e della teste Celestri, senza considerare il conforto
derivato dalla prova generica (individuazione del fabbricato), il contributo
testimoniale della figlia dei proprietari, e le importanti convergenze dei racconti,
richiamate dal primo Giudice.

6. Il 13 aprile 2016 è pervenuto, trasmesso dalla Corte di appello di
Caltanissetta, ricorso incidentale di Carlo Marchese, presentato ex art. 123 cod.
proc. pen. il 14 marzo 2016 presso la direzione della Casa di reclusione di
Sulmona e pervenuto alla Corte di appello il 25 marzo 2016

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modalità di soppressione del cadavere e altre informazioni circolate

6.1. Secondo il ricorrente, scopo del ricorso è di evidenziare le verità
processuali non riportate nel ricorso principale, le nullità processuali non
considerate nella sentenza impugnata e la inattendibilità dei fratelli Riggio per il
provato mendacio delle loro dichiarazioni.
Riportando riferimenti a verbali di esami e interrogatori dei collaboratori,
contenuti nel fascicolo del dibattimento, il ricorrente rappresenta il contenuto
calunnioso delle dichiarazioni di Riggio Salvatore e di Riggio Calogero, che lo
hanno accusato falsamente per celare la responsabilità dei familiari in diverse

riguardo al ripercorso litigio intercorso con Angelo Stuppia, .
Le nullità processuali non considerate impongono, inoltre, il rinnovo del
giudizio di primo grado.
6.2. il ricorso del Procuratore generale è, ad avviso del ricorrente, infondato
poiché:
– è palese l’assenza di convergenza dei collaboratori con riguardo all’auto
utilizzata da esso ricorrente e dal Pirrello per raggiungere il garage, sulla
presenza del Marazzotta e dell’Anello nel garage, sul luogo in cui è stata spostata
l’auto del Pirrello e sul suo autore, e sulla sua affiliazione alla famiglia di Riesi;
– sussistono le dedotte falsità dei fratelli Riggio, denunciate in sede penale e
non sono stati approfonditi i temi di indagine rappresentati con i motivi di
appello.

7. In data 10 maggio 2017 è stata depositata memoria aggiuntiva al ricorso
incidentale da parte di Carlo Marchese con lo scopo preciso, dopo avere letto la
motivazione della sentenza impugnata, di evidenziare e censurare il non rilevato
e provato mendacio dei collaboratori di giustizia negli esami resi nel processo e
di chiedere la verifica della inattendibilità dei fratelli Riggio, collaboratori di
giustizia, rappresentando di non avere invece dubbi sulla conferma
dell’assoluzione.

8. Con nota presentata ex art. 123 cod. proc. pen. il 15 maggio 2017 presso
la direzione della Casa di reclusione di Sulmona, e qui trasmessa, Carlo
Marchese, rappresentando di avere ricevuto la comunicazione della fissazione
dell’udienza e di non avere possibilità economica per parteciparvi a mezzo del
suo legale, ha richiamati gli atti già depositati.

9. All’udienza pubblica odierna, dopo la relazione del processo e all’esito
della requisitoria del Procuratore Generale e della deliberazione, si è data lettura
del dispositivo riportato in calce alla presente sentenza.

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vicende delittuose, per risalenti ragioni di astio nutrite nei suoi confronti con

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso proposto dal Procuratore Generale presso la Corte di appello di
Caltanissetta merita accoglimento.

2.

Deve, invece, rilevarsi preliminarmente la inammissibilità dell’atto di

impugnazione presentato con atto personale da Carlo Marchese e dallo stesso
denominato «ricorso incidentale alla Suprema Corte di cassazione avverso il
ricorso per cassazione».
Questa Corte ha più volte affermato (tra le altre, Sez. 6, n. 20134 del
14/04/2015, Valotti, Rv. 263397; Sez. 1, n. 20470 del 18/04/2013, Nicolardi,
Rv. 256166; Sez. 1, n. 33051 del 12/07/2011, Miano, Rv. 250827; Sez. U, n.
1235 del 28/10/2010, dep. 2011, Giordano, punto 8.2 della motivazione, non
massimata sul punto) che l’art. 584 cod. proc. pen., che prevede la notifica
dell’avvenuta impugnazione alle altre parti, senza peraltro comminare una
sanzione in caso di violazione dell’obbligo, e quindi comportando unicamente la
mancata decorrenza del termine per la proposizione, da parte del soggetto
interessato, dell’eventuale appello incidentale (art. 595, comma 1, cod. proc.
pen.), è esclusivamente funzionale ad assicurare l’esercizio della facoltà di
proposizione di quest’ultimo. Il vigente sistema delle impugnazioni non prevede,
invece, una corrispondente facoltà di proposizione incidentale del ricorso per
cassazione, né per il giudizio di cassazione (come si evince dall’espressa
previsione per il solo giudizio di appello del ridetto art. 595, comma 1, cod. proc.
pen cod. proc. pen.), né per il procedimento incidentale avente a oggetto le
misure cautelari.
Né l’atto, essendo stato depositato comunque oltre i termini utili al ricorso
ordinario, può essere riqualificato in tal senso.
L’atto ha pertanto efficacia di mera memoria ex art. 121 cod. proc. pen. in
dissenso dalla impugnazione della Procura Generale e in adesione alla sentenza
da questa impugnata.

3. All’esame delle censure proposte dal ricorrente Procuratore Generale, che
attengono al merito della decisione, deve premettersi il richiamo, come criterio
metodologico, conseguente alla intervenuta modifica del giudizio di
responsabilità da parte della Corte di assise di appello, che ha riformato in senso
assolutorio nei confronti dell’imputato la sentenza di condanna di primo grado
per concorso nel delitto di omicidio premeditato di Calogero Pirrello, alla
condivisa giurisprudenza di legittimità, alla cui stregua, in detta ipotesi, il giudice

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di appello non può limitarsi a prospettare notazioni critiche di dissenso alla
pronuncia impugnata, dovendo piuttosto esaminare, sia pure in sintesi, il
materiale probatorio vagliato dal primo giudice, considerando quello
eventualmente sfuggito alla sua valutazione e quello ulteriormente acquisito in
seguito per offrire, riguardo alle parti della prima sentenza non condivise, una
nuova e compiuta struttura motivazionale che dia ragione delle difformi
conclusioni raggiunte (tra le altre, Sez. 2, n. 50643 del 18/11/2014, Fu,
Rv. 261327; Sez. 6, n. 1253 del 28/11/2013, dep. 2014, Ricotta, Rv. 258005;

del 11/07/2012, Ingrassia, Rv. 254617).
Tale opzione interpretativa è stata ribadita dalla giurisprudenza (tra le altre,
Sez. 4, n. 4222 del 20/12/2016, dep. 2017, Mangano, Rv. 268948; Sez. 3,
n. 6880 del 26/10/2016, dep. 2017, D L., Rv. 269523;), successiva al recente
arresto delle Sezioni Unite, che -chiamate a risolvere, a fronte di talune
divergenti interpretazioni delle sezioni semplici, il profilo della rilevabilità di
ufficio, in sede di giudizio di cassazione, della violazione dell’art. 6 CEDU ove il
giudice di appello avesse riformato la sentenza assolutoria di primo grado,
affermando la responsabilità penale dell’imputato, esclusivamente sulla base di
una diversa valutazione di attendibilità delle dichiarazioni di testimoni senza
procedere a nuova escussione degli stessi- hanno anche rimarcato, ampiamente
dando conto degli orientamenti nel tempo, in tema di c.d.

overturning, della

giurisprudenza di legittimità e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti
dell’uomo, che «il ribaltamento in senso assolutorio del giudizio di condanna
operato dal giudice di appello, pur senza rinnovazione della istruzione
dibattimentale, è perfettamente in linea con la presunzione di innocenza,
presidiata dai criteri di giudizio di cui all’art. 533 cod. proc. pen.», salvo il dovere
di «motivazione rafforzata» (Sez. U, n. 27620 del 28/04/2016, Dasgupta, Rv.
267486/267492, n.m. sul punto).

4. Posta la indicata premessa la sentenza impugnata non si sottrae alle
censure mosse con il ricorso, che attengono alla struttura logica della sua
motivazione contestandone la idoneità a esprimere, in termini concreti,
congruenti e compatibili con le risultanze processuali, le ragioni giustificative
della riforma della sentenza di condanna di primo grado.
4.1. Le questioni poste dal ricorrente non involgono i principi ermeneutici e
di valutazione probatoria applicabili, che le sentenze di merito hanno ripercorso
senza divergenze essenziali con riguardo, tra l’altro, alla insussistenza di una
gerarchia tra gli elementi suscettibili di offrire riscontro alle chiamate in correità
e alla sussistenza del principio del libero convincimento del giudice, non derogato

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Sez. 6, n. 46742 del 08/10/2013, Hamdi Ridha, Rv. 257332; Sez. 4, n. 35922

dai criteri di apprezzamento della prova, di cui all’art. 192, terzo e quarto
comma, cod. proc. pen., sui quali concorda anche il ricorrente che ne ha fatto
oggetto a sua volta di specifica e argomentata disamina.
Le divergenze, invece, tra le sentenze di merito e tra quella di secondo
grado e i contenuti del ricorso sono metodologiche attenendo al riflesso della
impostazione della sentenza assolutoria -in particolare per la considerazione di
contrasti e di elementi che non valgono a riscontrare l’accusa piuttosto che delle
convergenze e dei riscontri positivi, rispetto alla stessa, oggettivi ed eterogenei-

valutazione probatoria per non essere esteso alla considerazione complessiva ed
effettivamente completa delle risultanze.
4.2. Non interessa, pertanto, in detto contesto verificare l’apprezzamento in
concreto circa la credibilità dei collaboratori, operato nelle sentenze dei due gradi
di giudizio, né quanto ogni dedotta carenza argomentativa incida sulla decisione,
rilevando invece verificare se il percorso argomentativo seguito in sentenza
sorregga legittimamente l’epilogo assolutorio ovvero se l’eventuale sussistenza di
passaggi argomentativi non esaustivi, rispetto al compendio probatorio, sia tale
da determinare l’incongruenza complessiva dell’apparato motivazionale.

5. L’esame della sentenza impugnata, sviluppato nel ricorso, consente di
individuare l’opposto difetto metodologico, che si riflette, sotto più profili, sulla
logicità della motivazione.
5.1. Un punto di riferimento ineludibile, nella verifica della correttezza e
della congruenza logica del ragionamento probatorio seguito, è rappresentato dal
giudizio di credibilità soggettiva del collaboratore Calogero Riggio e di
attendibilità intrinseca delle sue dichiarazioni, espresso con ragionata disamina
dalla Corte di assise di appello in espressa condivisione con il giudizio formulato
in primo grado, e dalla stessa ribadito anche dopo gli argomenti spesi in ordine
alla mancanza di riscontri, annotando che l’apporto dichiarativo dello stesso (che,
unico, tra tutti i collaboratori ha personalmente partecipato alla fase deliberativa
e a quella esecutiva dell’omicidio, oltre alle attività conseguenti di occultamento
del cadavere) era da ritenere preciso, circostanziato e intrinsecamente
attendibile in ordine alla responsabilità di Carlo Marchese per l’omicidio.
Ciò posto si rileva che, rispetto a detto collaboratore -le cui ripercorse
dichiarazioni anche nella prospettiva della Corte del gravame non sono, tuttavia,
prive di riscontri oggettivi- la sentenza impugnata ha escluso la valenza degli
elementi, valorizzati dalla Corte di primo grado per ritenere riscontrato il
racconto, giudicandoli, dopo averli elencati (luogo di abbandono del cadavere,
spostamento dell’autovettura della vittima in altra contrada, attività riferite alla

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sul risultato decisorio, contestato in ricorso per la sua non conformità ai canoni di

vittima ovvero ad altre menzionate persone), cumulativamente non
individualizzanti rispetto alla chiamata di correo, senza dare coerente conto
dell’esame dei dati utilizzati, del vaglio critico cui ha sottoposto le contrarie
ragioni della decisione di primo grado e del percorso valutativo svolto per
pervenire a un giudizio di sub valenza in concreto dei “riscontri” la cui oggettività
non ha escluso.
5.2. Profilo essenziale per la correlazione logica con le dichiarazioni del
collaboratore è quello pertinente ai rapporti tra l’imputato e la consorteria

ritenendo che, sulla base di espressioni tratte dai contributi dichiarativi dei
collaboratori escussi (Salvatore Riggio, Gioacchino Mastrosimone, Calogero
Riggio, Calogero Giambarresi), il ruolo del primo fosse assolutamente marginale,
senza attribuire alcun peso alle emergenze delle sentenze espressamente
enumerate nel ricorso (n. 54/2000 e n. 27/2001 della Corte di assise di appello
di Caltanissetta e n. 7/2000 della Corte di assise di Caltanissetta), illustrate ivi
nei loro passaggi essenziali, acquisite ai sensi dell’art. 238-bis cod. proc. pen. nel
corso del dibattimento di primo grado, utilizzabili come tali ai fini della prova del
fatto e valutate da parte della Corte di primo grado.
L’omissione dell’esame di tali risultanze processuali e il mancato
apprezzamento dei ruoli svolti dall’imputato in altre vicende delittuose sono
fondatamente denunciati come “un grave vulnus” della sentenza, incidente sul
percorso motivazionale in essa seguito per pervenire, nella valutazione
complessiva dei dati o degli elementi raccolti nel processo o a esso acquisiti, alla
decisione finale.
5.3. Strettamente correlato al tema dei riscontri rispetto alle dichiarazioni
del collaboratore Calogero Riggio è quello relativo all’uso dell’autovettura della
vittima per giungere sul luogo dell’omicidio, in presenza di dichiarazioni
molteplici secondo le quali immediatamente prima del delitto l’imputato è stato
visto in auto insieme alla vittima.
La Corte di secondo grado ha utilizzato detta emergenza per escludere che
fosse riscontrata la dichiarazione accusatoria del ridetto collaboratore e per
mostrare, anzi, una divergenza sul punto delle altre dichiarazioni in atti,
annotando in particolare che il collaboratore Giuseppe Anello aveva dichiarato di
avere visto l’imputato e la vittima, subito prima dell’omicidio, su una medesima
autovettura, ma, a differenza di Calogero Riggio che aveva fatto riferimento
all’auto Renault 9 di proprietà della vittima, secondo Anello, i due si erano trovati
a bordo dell’autovettura dell’imputato che la guidava, ritenendo insanabile il
contrasto, persistito nonostante il confronto tra i due collaboratori disposto
durante il giudizio di primo grado, anche alla luce delle circostanze che nel

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criminale “famiglia di Riesi”, che la Corte di secondo grado ha esaminato

racconto dei collaboratori hanno accompagnato le cadenze temporali della
vicenda e della implausibilità logica della versione del Riggio.
In tal modo, tuttavia, la Corte ha sostanzialmente pretermesso la valenza
significativa dell’essersi l’imputato accompagnato alla vittima in momenti
immediatamente antecedenti all’omicidio, confermato da tre distinti apporti
dichiarativi (di Calogero Riggio, Salvatore Riggio e Giuseppe Anello),
valorizzando, a fronte di un pieno riscontro del nucleo essenziale del narrato, la
considerazione della diversità di indicazioni circa l’autovettura sulla quale i due

sottolineato dal ricorrente, relativo allo spostamento dell’autovettura della
vittima riferito solo de relato dall’Anello, mentre il nucleo essenziale per i dettagli
era logicamente più attendibile nella prospettiva di Calogero Riggio (autore dello
spostamento del veicolo della vittima, poi rinvenuto in luogo coincidente con la
sua indicazione, e quindi con emergenza di un riscontro al suo racconto).
Né il rilievo della Corte che ha accreditato la versione del collaboratore
Anello, reputando più plausibile la tesi che, dovendo in ipotesi la vittima aiutare
l’imputato a prelevare materiale dal garage adibito a deposito, secondo il tranello
teso dallo stesso imputato alla vittima, sarebbe logico che l’autovettura utilizzata
fosse stata quella dell’imputato, resiste alla obiezione del ricorrente -indicativa di
incongruità motivazionale- che non c’è ragione per ritenere radicalmente
smentito il collaboratore Calogero Riggio, ma vi è una indicazione di altro
collaboratore che potrebbe attenere a due momenti in successione cronologica
ovvero all’arrivo dei due al deposito con entrambe le autovetture.
5.4. Coglie nel segno anche la doglianza relativa all’argomento ulteriore che
la Corte di assise di appello ha ritenuto rilevante per denegare che fossero
riscontrate le dichiarazioni del collaboratore Calogero Riggio, relativo
«all’individuazione del garage in uso al Marchese, quale teatro dell’eliminazione
del Pirrello».
A fronte, invero, del rilievo della Corte del gravame che la individuazione del
garage indicato, fatta dal collaboratore Calogero Riggio, non aveva trovato alcun
riscontro né di natura dichiarativa né di natura investigativa o documentale, il
ricorrente ha ragionevolmente opposto le risultanze della prova generica e le
convergenze, espressamente enunciate, dei contributi dichiarativi, unitamente
alla mancanza, che non poteva essere omessa, di una effettiva correlazione della
sentenza con l’analisi e l’apprezzamento riservato a dette emergenze nella
struttura motivazionale della sentenza di primo grado.
Né oltretutto appare sussistere carenza di convergenza sul dato essenziale
della disponibilità di un garage/deposito/magazzino da parte dell’imputato nel
periodo considerato.

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uomini erano stati visti, senza, peraltro, neppure confrontarsi con il dato,

5.5. Ai rilievi metodologici opposti dal ricorrente non si sottrae neppure
l’analisi delle dichiarazioni dei collaboratori sulla complessiva ricostruzione dei
fatti, condotta nella sentenza, dovendosi ribadire che una tale disamina, secondo
coerente criterio metodologico -e prescindendo dal piano del merito valutativo,
evocato dall’imputato nel suo ricorso incidentale, rectius memoria difensiva, con
la proposta rilettura delle risultanze probatorie in termini a sé favorevoli-, deve
procedere attraverso un apprezzamento complessivo e completo delle
dichiarazioni poste in coerente correlazione tra loro e con dati fattuali e logici, sì

sovrapponibilità dei narrati, la quale risulterebbe anzi sospetta, essendo invece
sufficiente la loro concordanza sul nucleo centrale e significativo della questione
fattuale da decidere (tra le altre, Sez. 1, n. 34102 del 14/07/2015, Barraco,
Rv. 264368; Sez. 2, n. 13473 del 04/03/2008, Lucchese, Rv. 239744; Sez. 5,
n. 9001 del 15/06/2000, Madonia, Rv. 217729).
Tale apprezzamento è tanto più necessario, ove, come nella specie, la
sentenza di appello sì discosti dalla struttura motivazionale della sentenza di
primo grado, e debba, per l’effetto, esprimere i vari momenti in cui si articola il
diverso ragionamento probatorio che sorregge il differente convincimento finale.

6. Conclusivamente, per le ragioni espresse e in coerenza con quanto
rappresentato, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio alla Corte
di assise di appello di Catania, quale Corte più vicina rispetto alla Corte di assise
di appello di Caltanissetta ai sensi degli artt. 623 lett. c) cod. proc. pen. e 175
disp. att. cod. proc. pen.
Il giudice del rinvio dovrà procedere a nuovo giudizio secondo un corretto e
compiuto percorso metodologico in piena autonomia di apprezzamento, ma con
motivazione completa e immune da vizi logici e giuridici, comprensiva dell’analisi
valutativa di ogni elemento conoscitivo acquisito al processo, che sia collegato ai
punti considerati e correlato e/o conseguente alla loro analisi e valutazione
probatoria e della verifica della resistenza del risultato probatorio a spiegazioni
diverse e a ipotesi ricostruttive alternative.

P. Q .M.

Annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di
assise di appello di Catania.

Così deciso il 2410512

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Sezione Penate Prepl ep te
Angela Tardi Depositata in Cancelleria o

Il Consigliere estenscPriMa

Roma, lì

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