Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36983 del 19/04/2017


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36983 Anno 2018
Presidente: MAZZEI ANTONELLA PATRIZIA
Relatore: TARDIO ANGELA

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Pugliese Franco, nato a Isola di Capo Rizzuto il 04/07/1957

avverso la sentenza del 29/05/2015 della Corte di appello di Roma

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Angela Tardio;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Antonio
Mura che conclude per il rigetto del ricorso;
udito nell’interesse del ricorrente l’avv. Giovanni Aricò, che, anche in sostituzione
dell’avv. Stefano Giorgio, chiede l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 25 maggio 2012 la Corte di appello di Roma ha
confermato la sentenza del 15 luglio 2011, con la quale il Giudice della udienza
preliminare del Tribunale di Roma, all’esito del giudizio abbreviato, aveva
dichiarato Franco Pugliese colpevole dei reati di intestazione fittizia dei beni,
aggravata dal favoreggiamento di associazione mafiosa (capo 25), e di minaccia

Data Udienza: 19/04/2017

per impedire l’esercizio del diritto di voto, aggravata dal metodo mafioso (capo
26), in quest’ultimo assorbito il reato di scambio elettorale, aggravato dal
metodo mafioso (capo 27), e, unificati i reati per continuazione, lo aveva
condannato alla pena, già ridotta per il rito, di anni quattro e mesi otto di
reclusione, oltre alla interdizione temporanea dai pubblici uffici per anni cinque,
alla sospensione del diritto elettorale per anni quattro e al risarcimento dei danni
in favore delle costituite parti civili, Presidenza del Consiglio dei Ministri,
Ministero dell’Interno, Ministero dell’Economia e Agenzia delle Entrate, da

esecutiva di euro quarantamila in favore delle stesse, e alla confisca del natante
in sequestro ovvero del corrispettivo della sua vendita, anche prima della
irrevocabilità della sentenza.

2. La quinta sezione penale di questa Corte, con sentenza del 10 gennaio
2014, a seguito di ricorso dell’imputato, ha annullato la predetta sentenza
limitatamente all’aggravante prevista dall’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 in relazione
al reato di intestazione fittizia dell’imbarcazione, di cui all’art.

12-quinquies legge

n. 356 del 1992 (capo 25), con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra
sezione della Corte di appello di Roma, rigettando il ricorso nel resto.
2.1. Detta sentenza, in particolare e tra l’altro, ha ritenuto motivata la
confermata colpevolezza dell’imputato con riguardo all’indicato reato, ascritto al
ricorrente quale istigatore e beneficiario in concorso con altri, e riguardante la
fittizia intestazione alla ADV & Partners s.r.I., con sede in Roma, di cui era
amministratore Roberto Caboni (per il quale si procedeva separatamente), del
m/y Franck One modello Stama, acquistato (per l’importo di duecentomila euro
circa) presso la Cantieri Navali Arturo Stabile di Trapani dallo stesso Pugliese, che
ne risultava esclusivo utilizzatore.
Erano stati ritenuti decisivi i richiamati accertamenti di fatto sul punto, a
fronte delle riscontrate modalità di formale interposizione, peraltro pacifiche in
quanto riconosciute dallo stesso imputato, ed era anche stata positivamente
ritenuta la finalità elusiva della legislazione in tema di misure di prevenzione,
ritenuta maggiormente plausibile per essere stato l’imputato oggetto in tempi
recenti di attenzione investigativa per i suoi rapporti con la consorteria Arena per
l’accertata convivenza della figlia con un suo esponente di rilievo, tanto da
essere stato già sottoposto a procedimento di prevenzione, e per essere state
ritenute irragionevoli le offerte spiegazioni alternative in ordine alla simulata
indicata operazione negoziale.
2.2. La sentenza rescindente ha, invece, ritenuto fondata la seconda
doglianza concernente la contestata applicazione dell’aggravante di cui all’art. 7

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liquidarsi in separata sede, con assegnazione di provvisionale immediatamente

d.l. n. 152 del 1991 con riferimento al ridetto reato, annullando con rinvio la
sentenza sul punto e rilevando, a ragione, che:

la motivazione era manchevole, non offrendo compiuta e plausibile

giustificazione delle ragioni per le quali la fittizia intestazione della lussuosa
imbarcazione costituisse fatto recante le connotazioni necessarie ai fini del
riconoscimento della ridetta circostanza;

era, infatti, dato pacifico nel processo che «utilizzatore finale» del

prestigioso yacht fosse proprio l’imputato e non altra persona, partecipe di

– non era, inoltre, risultato chiarito in che modo l’operazione elusiva, in sé
considerata, fosse stata contrassegnata dall’impiego di metodologia mafiosa;
– la ritenuta caratterizzazione dell’ascritta fittizia intestazione era anche «in
dissonanza logica» con l’assunto accusatorio secondo cui la stessa operazione
avrebbe costituito la ricompensa per la fattiva collaborazione prestata
dall’imputato nella campagna elettorale in favore del candidato prescelto.

3. Con sentenza del 29 maggio 2015, resa all’esito del giudizio di rinvio, la
Corte di appello di Roma ha confermato la sentenza del 15 luglio 2011 del
Giudice della udienza preliminare del Tribunale di Roma.
3.1. La sentenza, illustrata in premessa la vicenda processuale, evidenziava
che era da ritenere ormai definitivamente accertata la finalità di sottrarre il bene
alle misure di prevenzione patrimoniali alle quali l’imputato era stato o poteva
essere sottoposto, oltre alla responsabilità del medesimo per il reato di cui al
capo 26, in esso assorbita la condotta di cui al capo 27, relativo alla minaccia per
impedire l’esercizio del dritto di voto, aggravata ex art. 7 d.l. n. 152 del 1991.
3.2. La Corte, che richiamava gli elementi caratterizzanti detta aggravante,
ne apprezzava la ricorrenza nella condotta dell’imputato anche con riguardo al
reato di intestazione fittizia di cui al capo 25, rappresentando che:
– le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia avevano descritto la relazione
sussistente tra l’imputato e l’organizzazione di tipo mafioso ‘ndranghetista degli
Arena, in ordine alla quale erano già intervenute plurime sentenze ormai
definitive e la richiesta di rinvio a giudizio della DDA di Catanzaro del 12 gennaio
2010 per il reato di cui all’art. 416-bis cod. pen., commesso fino all’aprile 2009,
anche nei confronti di Arena Maurizio, coniuge/convivente della figlia
dell’imputato;
– avevano in particolare riferito in ordine all’imputato i collaboratori Angelo
Salvatore Cortese, Luigi Bonaventura, Vincenzo Marino e Domenico Bumbaca, le
cui dichiarazioni, sintetizzate in sentenza, erano state già valutate dal primo
Giudice, ed erano confortate dalle considerazioni relative alle precedenti misure

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associazione mafiosa;

di prevenzione adottate nei confronti del medesimo e che, pur revocate, lo
avevano tratteggiato come appartenente alla cosca Arena e investitore dei
proventi delle attività delittuose;
– i legami tra l’imputato e la criminalità organizzata calabrese erano noti
anche ai coimputati Paolo Colosimo e Gennaro Mokbel, avuto riguardo alle pure
richiamate emergenze della conversazione intercettata del 3 aprile 2008,
intercorsa tra Roberto Macori e Nicola Paolo Di Girolamo, e agli accertamenti che
avevano portato alla condanna definitiva dell’imputato per la ulteriore

– in tale contesto erano convergenti gli elementi traibili dalle dichiarazioni
rese dall’imputato nel corso del suo interrogatorio con riguardo all’acquisto della
imbarcazione e dalle documentate vicende del leasing stipulato tra la Easy
Leasing s.p.a. e la Franfinance da un lato, la ADV Partners s.r.l. di Roberto
Caboni quale utilizzatore finale e il Cantiere di Arturo Stabile quale venditore;

l’imputato aveva dichiarato, tra l’altro, che l’importo convenuto per

l’acquisto della imbarcazione era di sessantamila euro quale anticipo e
centoquarantamila euro in assegni alla consegna;
– il versamento di sessantamila euro da parte dell’imputato era risultato
documentato anche nel contratto di leasing;
– assumevano rilievo la onerosità del contratto, l’entità della prima rata di
leasing, le cadenze temporali delle successive rate fino al sequestro e il limitato
numero delle ore di moto;

non poteva, pertanto, ricollegarsi l’imbarcazione all’imputato per il

«folkloristico» nome del natante, mentre era più coerente con il ruolo del
medesimo ritenere che l’acquisto fosse riconducibile all’investimento delle
disponibilità illecite da lui amministrate per conto degli Arena;
– era del resto anche difficile logicamente ipotizzare una condotta nella quale
la prestazione (minaccia per impedire l’esercizio del voto e scambio elettorale)
era connotata dal metodo mafioso, definitivamente accertata, cui si opponeva
una controprestazione (intestazione fittizia di beni) caratterizzata dalla mera
interposizione fittizia priva di detti connotati e per una utilità del tutto privata;

l’aggravante era, invece, sussistente non solo sotto il profilo del

favoreggiamento degli interessi dell’organizzazione mafiosa di cui l’imputato era
referente, ma anche sotto il profilo del metodo mafioso, ovvero delle modalità
operative mafiose, correlate alla relazione e allo scambio di favori tra l’imputato
e i coimputati e dimostrate dalle richiamate conversazioni intercettate.

4. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione, per mezzo dei
suoi difensori avvocati Giovanni Aricò e Stefano Giorgio, l’imputato, che ne

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imputazione, di cui al capo 26, aggravata ai sensi dell’art. 7 d.l. n. 152 del 1991;

chiede l’annullamento sulla base di unico motivo, con il quale denuncia violazione
dell’art. 627 n. 3 cod. proc. pen. e dell’art. 606, comma 1, lett.

e), cod. proc.

pen. per non essersi il Giudice di rinvio uniformato alla sentenza di cassazione e
per presentare la motivazione illogicità e contraddittorietà con le prove emerse
nel processo.
4.1. Secondo il ricorrente, la sentenza rescindente ha posto un insuperabile
argine alla contestazione dell’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152 del 1991,
rappresentato dal dato relativo alla sua effettiva proprietà e utilizzazione della

Come pure è indubbia, alla luce del nome della stessa Frank One, la sua
volontà di rivendicarla quale bene proprio, al di à della sua formale intestazione
alla società indicata, a tiolo di ricompensa per la collaborazione prestata per la
campagna elettorale in favore del Di Girolamo.
Né vi sono indizi concreti di una sua scelta di intestare la proprietà del
natante alla società per schermare un membro della cosca Arena, alla quale è
risultato non organico, mentre i collaboratori hanno reso dichiarazioni con
riguardo a periodi antecedenti a quello (2008) cui si riferisce la intestazione
fittizia.
In ogni caso, se egli fosse stato uomo degli Arena già dagli anni ’80 vi
sarebbero state sue condanne per il reato associativo o per favoreggiamento o
per riciclaggio, mentre non vi sono pregiudizi penali che possano rendere
concrete le risalenti propalazioni, cui pertanto non potrebbe attribuirsi valore.
4.2. Il ragionamento della Corte di appello è anche illogico, poiché l’utilizzo
delle risorse economiche degli Arena avrebbe reso non necessaria la stipulazione
di un contratto di leasing, mentre l’estrema difficoltà di reperire la liquidità
necessaria per l’acquisto in contanti e la difficoltà di intestare a sé il contratto per
carenza di redditi figurativi adeguati dimostrano ulteriormente «la fantasiosità
della tesi» seguita dalla sentenza rescissoria.
La Corte di appello, quindi, secondo il ricorrente, nel tentativo, rimarcato
come non riuscito, di gravare anche il capo 25 dell’aggravante mafiosa, ha
utilizzato elementi sulla sua supposta appartenenza all’associazione mafiosa degli
Arena, contrastanti con le risultanze processuali acquisite e con la lettura del suo
certificato penale, recuperando le dichiarazioni dei pentiti senza sottoporle a
vaglio critico e giudiziario e «vicariando impropriamente le omesse iniziative
giudiziarie della D.D.A. di Catanzaro».
4.3. La lettura alternativa offerta dai dati processuali è, quindi, da ritenere
insanabile rispetto a quella che la Corte ha inteso motivare come metodologia
mafiosa.

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imbarcazione.

Rileva in tale analisi, ad avviso del ricorrente, l’affermazione del coimputato
Mokbel al Colosimo, riportata nella ordinanza custodiale, che, se egli avesse
omesso di coprire una singola rata alla società ADV Partners, sarebbe andato a
Isola di Capo Rizzuto a riprendersi la barca, a conferma della sua mancata
percezione circa la presenza alle sue spalle del clan Arena.
Né la sua relazione con il gruppo romano ha fatto emergere la indicata
metodologia mafiosa, essendo al contrario desumibile un semplice sinallagma tra
il detto gruppo e chi ha fornito un contributo alla elezione di un parlamentare

ritorno, costituita dalla utilizzazione di un soggetto terzo che potesse fare da
schermo e da garante della operazione finanziaria costituita dal leasing della
imbarcazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato.

2.

Deve premettersi in diritto che il tema di indagine del giudizio di

legittimità, seguito -come nella specie- a un precedente annullamento, consiste
fondamentalmente nell’accertare se il giudice di rinvio abbia o non osservato la
regola dettata dall’art. 627, comma 3, cod. proc. pen., la cui violazione è dedotta
e alla cui stregua «il giudice di rinvio si uniforma alla sentenza della Corte di
cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa», e
dall’art. 173, comma 2, disp. att. cod. proc. pen., secondo cui «nel caso di
annullamento con rinvio, la sentenza enuncia specificamente il principio di diritto
al quale il giudice di rinvio deve uniformarsi»
Al riguardo, si osserva che con consolidato orientamento, qui condiviso e
ulteriormente riaffermato, è stato chiarito che, nelle ipotesi di annullamento con
rinvio per vizi della motivazione, questa Corte risolve una questione di diritto
anche quando giudica sull’inadempimento dell’obbligo della motivazione, con la
conseguenza che il giudice di rinvio, pur conservando la libertà di determinare il
proprio convincimento di merito mediante un’autonoma valutazione della
situazione di fatto e delle risultanze probatorie relative al punto annullato e
pervenire a soluzioni diverse da quelle del precedente giudice di merito o
condividerne le conclusioni, è tenuto a giustificare il proprio convincimento
secondo lo schema implicitamente o esplicitamente enunciato nella sentenza di
annullamento, restando in tal modo vincolato a una determinata valutazione
delle risultanze processuali ovvero al compimento di una determinata indagine,
in precedenza omessa, di determinante rilevanza ai fini della decisione, o ancora

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procacciando i voti degli emigranti all’estero e pretende una remunerazione di

all’esame, non effettuato, di specifiche istanze difensive incidenti sul giudizio
conclusivo, con l’unico limite di non ripetere i vizi della motivazione rilevati nella
sentenza annullata (tra le altre, Sez. 1, n. 3572 del 16/05/2000, Conti, Rv.
216279; Sez. 1, n. 26274 del 06/05/2004, Francese, Rv. 228913; Sez. 1, n.
7963 del 15/01/2007, Pinto, Rv. 236242; Sez. 1, n. 43685 del 13/11/2007,
Pitullo, Rv. 238694; Sez. 5, n. 34016 del 22/06/2010, Gambino, Rv. 248413;
Sez. 5, n. 7567 del 24/09/2012, dep. 2013, Scavetto, Rv. 254830; Sez. 2, n.
47060 del 25/0/2013, Mazzoni, Rv. 257490; Sez. 5, n. 42814 del 19/06/2014,

3. Si rileva in fatto che la quinta sezione di questa Corte ha annullato il 10
gennaio 2014 la sentenza della Corte di appello di Roma -che aveva confermato
la sentenza di primo grado con riguardo all’affermata responsabilità dell’imputato
Pugliese in ordine ai reati ascrittigli, sì come nella stessa ritenuti- «limitatamente
all’aggravante di cui all’art. 7 d.l. n. 152/91 in relazione al reato di cui all’art.12quinquies I. 356/92 (capo 25 della rubrica)», rinviando per nuovo esame sul
punto ad altra sezione della stessa Corte di appello, all’esito del ricorso proposto
dal medesimo imputato, che, rigettato nel resto, aveva ritenuto fondato quanto
all’applicazione della ridetta aggravante per difetto di compiuta e plausibile
giustificazione delle ragioni per le quali fosse ravvisabile -nella fittizia
intestazione della imbarcazione- una delle connotazioni necessarie ai fini del
riconoscimento della indicata circostanza aggravante.

4. La sentenza rescindente ha posto a base del suo sviluppo argomentativo
il condiviso principio -rinviando anche a precedente arresto della stessa sezione
quinta (n. 4037 del 22/11/2003, dep. 2014, Bellocco)- alla cui stregua, ai fini
della configurazione della detta speciale aggravante, è «sufficiente che la
condotta materiale sia orientata e finalizzata ad agevolare le attività di una
consorteria delinquenziale ovvero sia posta in essere con uso di peculiari
metodologie mafiose, ossia in una delle due articolazioni morfologiche
dell’anzidetta norma sostanziale», e, richiamato il dato pacifico che della
imbarcazione era «utilizzatore finale» lo stesso imputato, ha ritenuto non chiariti
i termini dell’impiego della metodologia mafiosa nella operazione elusiva della
legislazione in tema di misure di prevenzione, in sé considerata, e
ontologicamente dissonante la ritenuta caratterizzazione della fittizia intestazione
con la tesi accusatoria che l’operazione si è posta come ricompensa in favore
dell’imputato che aveva fattivamente collaborato nella campagna elettorale in
favore del candidato prescelto.

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Cataldo, Rv. 261760).

4.1. A fronte di tali rilievi, che, in coerenza con condivisi principi e i limiti del
sindacato di legittimità, avevano delineato -posta la vincolante interpretazione,
confermativa del già consolidato orientamento, delle connotazioni dell’aggravante
in oggetto- lo schema da seguirsi da parte del giudice del rinvio nel nuovo
discorso giustificativo della decisione, demandatogli per colmare i ravvisati vizi
motivazionali, la Corte di appello di Roma era tenuta in sede di rinvio -fermo
l’obbligo di conformarsi alla interpretazione data dalla sentenza rescindente alla
questione di diritto e di tenere conto della svolta valutazione delle risultanze

a non adottare nella sua pronuncia con riguardo al capo annullato, rispetto al
quale manteneva piena autonomia di giudizio, la stessa motivazione ritenuta
viziata.
4.2. Dalla lettura della sentenza impugnata emerge che la Corte di appello,
movendo dalla premessa condivisione della impostazione giuridica relativa al
fondamento dell’aggravante, corrispondente a quella invocata dalla difesa, ha
ritenuto che la relazione tra l’imputato e l’organizzazione di tipo mafioso
‘ndranghetista degli Arena (sulla quale erano intervenute sentenze definitive, cui
si era aggiunta la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di cui all’art. 416-bis
cod. pen., commesso fino all’aprile 2010, anche nei confronti di Fabrizio Arena,
coniuge/convivente della figlia dell’imputato), la riconducibilità dell’acquisto della
imbarcazione all’investimento delle disponibilità illecite amministrate dal
medesimo per conto della cosca e le modalità operative mafiose adottate fossero
dimostrate dalla relazione familiare dell’imputato con l’indicato Fabrizio Arena;
dagli apporti dichiarativi a suo carico dei collaboratori di giustizia (relativi anche
al suo essere dedito a investimenti con proventi di attività delittuosa); dalle
considerazioni relative alle misure di prevenzione adottate nei suoi confronti
(benché revocate); dai contenuti di conversazioni intercettate; dalle emergenze
degli accertamenti relativi all’azione di raccolta delle schede elettorali (per la
quale era intervenuta condanna definitiva) e dalle relative modalità mafiose;
dalle ripercorse vicende relative all’acquisto della imbarcazione Frank One, alla
stipulazione del relativo leasing, alle modalità dl pagamento e all’utilizzo del
natante; dalle ragioni della scelta dell’imputato per detta operazione da parte dei
coimputati Mokbel e Colosimo (ideatori e organizzatori) che conoscevano le sue
relazioni con la cosca

‘ndranghetista e le opportunità di mobilitazione della

comunità calabrese in Germania per acquisirne le schede elettorali, e dai ripresi
contenuti delle conversazioni pertinenti allo scambio di favori posto a base della
intestazione fittizia della indicata imbarcazione, secondo le intese con l’imputato,
a una società prestanome.

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processuali e della correlata individuazione dei passaggi argomentativi censurati-

Tali argomentazioni, che, nel loro più ampio sviluppo sintetizzato sub 3.2.
del «ritenuto in fatto», hanno sorretto il rilievo conclusivo che era provata «la
sussistenza dell’aggravante dell’art. 7 del d.l. n.152/91 sotto il duplice profilo sia
del favoreggiamento dell’organizzazione mafiosa di cui era referente l’imputato,
sia sotto il profilo del metodo mafioso che animò tutta la relazione e lo scambio
di ‘favori’ tra Pugliese Franco ed i coimputati», sono dimostrative della
fondatezza della denunciata inottemperanza nel giudizio di rinvio del principio di
diritto, pur condiviso, e delle ragioni dell’annullamento, pur enunciate, incorsa

confermata sufficienza per trarre dagli elementi indicati e dalle correlate
inferenze logiche ragioni confermative, anche sul punto annullato, della sentenza
di primo grado.
4.3. La sentenza rescindente è, invero, partita, come fondatamente opposto
con il ricorso, da un dato pacifico rappresentato dal fatto che l’imputato, e non
altra persona partecipe dell’associazione mafiosa, fosse l’utilizzatore finale ed
esclusivo della imbarcazione, la cui intestazione fittizia alla ADV & Partners s.r.l.
(indicata come utilizzatore nel contratto di leasing), con il fine elusivo della
legislazione in materia di misure di prevenzione, è stata accertata in via
definitiva con la stessa sentenza.
Tale rilevo, che comporta la non pertinenza delle considerazioni svolte in
sentenza circa la individuazione dell’effettivo utilizzatore finale della
imbarcazione e circa la mancanza di concretezza dell’effettivo utilizzo da parte
dell’imputato della imbarcazione per il limitato numero di ore di moto (ventuno)
registrate in sede di prima stima, anche in rapporto alla data della stipula del
contratto di leasing (26 febbraio 2008) e del versamento della prima rata,
esclude anche la valenza degli argomenti che pongono l’accento sulla onerosità
del contratto di leasing e ne ripercorrono le previste modalità di pagamento in
correlazione con lo stesso tema.
4.4. Né la riconduzione della intestazione fittizia a un contesto funzionale
agli interessi della cosca, operata nella sentenza richiamando emergenze di
natura dichiarativa (apporti dei collaboratori di giustizia) e tecnica (contenuti di
conversazioni intercettate), introduce elementi valutabili in termini di specificità
probatoria per superare la dissonanza logica rimarcata nella sentenza
rescindente.
Il dato, ripreso in detta sentenza, che, secondo l’assunto accusatorio, la
intestazione fittizia abbia costituito la ricompensa per la collaborazione prestata
dall’imputato nella campagna elettorale in favore del candidato Di Girolamo, e
costituente anche oggetto della imputazione di cui al capo 27 che la sentenza di
primo grado ha ritenuto assorbita nel reato di cui al capo 26, passato in

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attraverso la ripercorsa disamina delle emergenze processuali e la loro

giudicato, non è stato, invero, oggetto di apprezzamento nella sentenza
rescissoria, al di là dei richiami incidentali operati alla intestazione fittizia come
controprestazione e allo scambio di favori alla sua base.
La Corte del rinvio, non cogliendo l’invito di procedere, secondo i suoi
autonomi e pieni poteri, a un nuovo giudizio di merito sul punto, ha sottolineato
-mentre ha ricondotto l’acquisto della imbarcazione a un investimento di risorse
illecite della cosca Arena e l’utilizzo del nome del natante a un profilo
«folkloristico»- il ruolo rivestito dall’imputato in rapporto alla stessa e i ritenuti

di fittizia intestazione, e quindi ribadendo la già rappresentata caratterizzazione
della stessa come agevolativa della consorteria e ripetendo il vizio di motivazione
rilevato da questa Corte, che aveva evidenziato la determinante incidenza della
demandata analisi.
4.5. Né la sentenza rescissoria, dopo l’affermazione che il metodo mafioso
implica l’oggettiva idoneità del comportamento a «esercitare sulle vittime del
reato una particolare coartazione psicologica per il timore di possibili reazioni da
parte dell’associazione», ha chiarito -nella formale condivisione del principio di
diritto espressamente condiviso- come il metodo mafioso si sia esplicato nella
operazione elusiva, sviluppando non pertinenti argomenti, che, lungi dal
riguardare la società fittizia intestataria, attengono impropriamente ai rapporti
tra l’imputato e i coimputati Mokbel e Colosimo, in concorso e pieno accordo tra i
quali il reato stesso è stato contestato come commesso ed è stato poi ritenuto, e
al «metodo mafioso che animò tutta la relazione e lo scambio di favori» tra gli
stessi.

5. Alla luce delle svolte considerazioni si impone, nella reiterata mancata
rappresentazione di concreti elementi suffraganti la contestata aggravante,
l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata limitatamente alla detta
aggravante che deve essere, pertanto, esclusa.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente all’aggravante
dell’art. 7 d.l. n. 152 del 1991 di cui al capo 25), che esclude.
Così deciso il 19/04/2017
Il Consigliere estensore

Il Presidente

Angela Tardio

Antonella Patrizia Mazze’

D

,AORTE SUPREMA DI CASS
Prima Sezione Penale

legami con i partecipi noti ai coimputati, ideatori e organizzatori dell’operazione

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