Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36954 del 14/07/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36954 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: NOVIK ADET TONI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BAGALA’ VINCENZO N. IL 04/01/1976
avverso l’ordinanza n. 1008/2014 TRIB. LIBERTA’ di REGGIO
CALABRIA, del 19/09/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. ADET TONI NOVIK;
1e/sentite le conclusioni del PG Dott. ni
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Data Udienza: 14/07/2015

RILEVATO IN FATTO
1. Con ordinanza del 19 settembre 2014 il Tribunale di Reggio Calabria,
investito ai sensi dell’art. 309 cod. proc. pen., confermava il provvedimento
emesso dal G.I.P. dello stesso Tribunale, con cui veniva applicata la misura della
custodia in carcere nei confronti di Vincenzo Bagalà in ordine ai reati, a) p. e p.
dagli artt. 2 e 7 legge 2 ottobre 1967 n. 895 (come modificato dalla legge 14
ottobre 1974 n. 497), art. 23 legge 18 aprile 1975 n. 110, art. 7 L. 203/91 per
avere illegalmente detenuto nella propria falegnameria denominata “V. 6 B.

qualificarsi clandestine in quanto (due) con matricola abrasa e (due) non
censite alla banca dati delle FF.PP.; b) ricettazione delle medesime armi.
Con l’aggravante di avere commesso i reati al fine di agevolare l’attività
delle associazioni previste dall’art. 416 bis del codice penale (in particolare al
fine di agevolare la cosca Molè acquistando, detenendo e mettendo a
disposizione della cosca stessa le armi di cui sopra). Fatti accertati il 24 giugno
2014.

2.

Il riesame, richiamandosi all’ordinanza emessa dal Gip distrettuale,

evidenziava che, dopo aver eseguito una perquisizione con esito negativo presso
l’abitazione di Vincenzo Bagalà, i carabinieri di Gioia Tauro avevano esteso le
operazioni alla adiacente falegnameria “V. 6 B. STRUTTURE IN LEGNO”, nella
disponibilità di costui, rinvenendo in una cassetta munita di doppiofondo armi,
inneschi per munizionamento, calchi in legno per realizzare impugnature per
armi da fuoco, oltre ad un assegno in bianco recante la firma di Bagalà Santo
Antonio. I militari avevano segnalato che il comportamento di Vincenzo
Bagalà, inizialmente tranquillo e collaborante, era divenuto insofferente nel
corso della perquisizione nella falegnameria, adducendo motivi che ostavano
a detta perquisizione ed affermando che egli non entrava nel capannone da
diversi anni. Gli operanti segnalavano che il capannone si trovava a ridosso
dell’abitazione del Bagalà ed era accessibile da una porta, le cui chiavi erano
nella sua disponibilità.

3. Ad avviso del riesame, il comportamento di Bagalà, come sopra
descritto, finalizzato ad eludere il rinvenimento delle armi, era indicativo della
consapevolezza di quanto rinvenuto. L’organo giudicante valutava le
circostanze evidenziate dalla difesa: il capannone era sottoposto a procedura
fallimentare; erano stati nominati un custode, nella persona di Bagalà Santo,
ed un curatore fallimentare; una parte del capannone era occupato da Cicciari
Gaetano ed era dotato di diversi ingressi, ma ne riteneva l’irrilevanza

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STRUTTURE IN LEGNO” sita in via trav. Einaudio n. 13, quattro armi da

escludendo che altri potessero avere interesse a detenere dette armi. Una
conferma a questa conclusione rinveniva nell’essere Bagalà Vincenzo,
unitamente a Cicciari Gaetano, sottoposto a diverso procedimento per il reato
di detenzione e porto in luogo pubblico di numerosi silenziatori artigianali,
aggravato dal fine di agevolare la cosca Mole’. La circostanza che le armi
fossero state rinvenute nel corso di una perquisizione disposta nel contesto
afferente all’associazione a delinquere di stampo mafioso facente capo alla
cosca Molè, rendeva sussistente l’aggravante di cui all’art. 7 della legge 203

Quanto alle esigenze cautelari, il riesame riteneva che la gravità dei fatti,
specie per il collegamento con la cosca Molè, faceva ritenere sussistente il
pericolo di recidiva fronteggiabile soltanto con la misura di massimo rigore.

4. Avverso questa ordinanza l’indagato ha proposto ricorso per cassazione a
mezzo del difensore di fiducia, chiedendone l’annullamento.
4.1. Con il primo motivo il difensore deduce la violazione dell’art. 606 lett.
b), c) ed e) c.p.p., in relazione agli artt. 27 e 292 c.p.p. In particolare, rileva
che la misura cautelare per i capi a) e b) originariamente era stata emessa dal
G.I.P. di Palmi, che successivamente si era dichiarato incompetente in favore del
giudice distrettuale di Reggio Calabria. Tuttavia, il pubblico ministero di Palmi
aveva richiesto la misura cautelare solo per il delitto di ricettazione, mentre per
quello sub a) aveva formulato soltanto una richiesta di contestazione.
L’interrogatorio di garanzia era stato assunto dal gip di Palmi e non era stato
rinnovato da quello di Reggio Calabria. Il tribunale del riesame aveva omesso di
motivare sulle questioni sollevate dalla difesa e la misura applicata era affetta
da nullità assoluta sia perché emessa per il reato sub a) in mancanza della
richiesta del pubblico ministero, sia perché l’interrogatorio era stato assunto da
un giudice funzionalmente incompetente e non era stato rinnovato dal G.I.P. del
Tribunale di Reggio Calabria.
4.2. Con il secondo motivo il difensore eccepisce la violazione dell’art. 606
lett. b) ed e) in relazione al riconoscimento dell’aggravante di cui all’art. 7
L.152/91, nei termini indicati dal riesame. Ad avviso del ricorrente, vi era
contraddizione tra quanto indicato dal G.I.P., alla cui ordinanza formalmente il
riesame si era ricollegato, e quanto argomentato dal riesame. Il G.I.P., pur
riconoscendo che la semplice detenzione posta in essere da un affiliato
all’organizzazione di stampo mafioso non comportava automaticamente la
configurabilità dell’aggravante contestata, essendo necessario che la condotta
fosse funzionale agli interessi specifici della cosca, aveva omesso di specificare
nel caso concreto quale dato deponesse per la consapevolezza di Bagalà di
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del 1991

favorire la cosca, essendosi limitato ad affermare che non erano state rese
“credibili versioni alternative rispetto a quella ipotizzata dal requirente”. Il
tribunale del riesame invece aveva ritenuto la sussistenza dell’aggravante
richiamando il procedimento in corso a carico di Bagalà per fatti analoghi.
Nemmeno il riesame però aveva indicato quale condotta avesse tenuto Bagalà
per favorire gli interessi della cosca, tenendo conto che l’unico elemento a carico
di Bagalà, costituito da un riferimento operato da Cicciari ad un soggetto indicato
come “Mastro Vincenzo”, era stato giudicato insufficiente per l’emissione di una

difesa, le caratteristiche del “Mastro Vincenzo” non si attagliavano ad esso
ricorrente.
4.3. Con il terzo motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 606 c.p.p.
lett. b), c), e), in relazione agli artt. 27, 390, 391, 291 e 292 c.p.p. Riprendendo
quanto esposto nel primo motivo, eccepisce che per il reato di cui al capo a) non
vi era stata richiesta di misura cautelare da parte del pubblico ministero. Il
tribunale del riesame aveva omesso di motivare sul punto, così come sulla
documentazione prodotta.
4.4. In relazione ai gravi indizi di colpevolezza, con il quarto motivo il
ricorrente contesta violazione di legge per manifesta contraddittorietà della
motivazione anche sotto il profilo del travisamento della prova. In particolare,
deduce l’erroneità dell’affermazione del tribunale del riesame secondo cui la
falegnameria fosse nella disponibilità di Bagalà Vincenzo, dal momento che il
custode era Bagalà Santo. All’immobile si poteva accedere da diversi ingressi ed i
militari avevano omesso di estendere la perquisizione al custode, che aveva
liberamente accesso all’immobile ed un assegno del quale era stato trovato nella
cassetta con le armi. L’immobile era anche frequentato da Cicciari. Il ricorrente
richiama le deposizioni rilasciate in sede di indagini difensive prodotte al
riesame. Contesta il pericolo di reiterazione dei reati essendo Bagalà incensurato
e privo di rapporti con la mafia.

5. In data 7 aprile 2015 il difensore del ricorrente ha depositato memoria
difensiva in cui riprende gli argomenti sopra esposti, con particolare riferimento
alla detenzione di Cicciari di parte dell’immobile. Produce una missiva inviata da
Cicciari al procuratore della Repubblica ed al difensore in cui costui si attribuisce
la titolarità esclusiva delle armi ed esclude che Bagalà sia il “Mastro Vincenzo” di
cui si parla nelle intercettazioni.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso è fondato nei limiti che seguono.
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misura cautelare nel procedimento per il reato associativo. Ad avviso della

Il primo e il terzo motivo di ricorso possono essere esaminati
congiuntamente, perché attengono al corretto esercizio del potere cautelare da
parte del G.I.P., che si assume essere avvenuto in assenza di richiesta del
pubblico ministero. I motivi sono infondati e vanno respinti.
Risulta dagli atti del fascicolo processuale, cui questa Corte può accedere
quando è dedotto, mediante ricorso per cassazione, un error in procedendo ai
sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. c), che Bagalà fu arrestato il 24/6/2014
nella flagranza del reato di cui al capo a). Il pubblico ministero procedente

richiese l’emissione di provvedimento custodiale anche per il connesso reato di
ricettazione, utilizzando l’espressione “ai soli fini dell’emissione della misura”.
L’organo requirente richiese anche al G.I.P. di contestare a Bagalà l’ulteriore
reato contravvenzionale di cui all’art. 697 cod. pen., con l’espressione “ai soli fini
della contestazione”. Il G.I.P. di Palmi, dopo aver assunto l’interrogatorio
dell’arrestato, convalidò l’arresto per il capo A) ed emise il 27/6/2014 la misura
custodiale richiesta per i capi A) e B), contestualmente dichiarandosi
incompetente. Su richiesta del PM di Reggio Calabria del 10/7/2014, che fece
propria la contestazione del PM di Paola, la misura fu rinnovata dal G.I.P. di
Reggio Calabria il 12 luglio 2014. La misura cautelare è stata quindi emessa a
seguito di una corretta sequenza procedimentale, secondo il percorso delineato
dall’art. 291 cod. proc. pen.
Quanto alla doglianza relativa all’omesso interrogatorio di Bagalà da parte
del G.I.P. di Reggio Calabria si osserva che sin dal 2001 le Sezioni Unite di
questa Corte hanno affermato il principio che “Le misure cautelari disposte, a
norma dell’art. 27 cod. proc. pen., da un giudice, dichiaratosi contestualmente o
successivamente incompetente, non perdono efficacia per il mancato
espletamento di un nuovo interrogatorio di garanzia da parte del giudice
competente il quale abbia emesso nel termine stabilito una propria ordinanza,
sempre che non siano stati contestati all’indagato o all’imputato fatti nuovi
ovvero il provvedimento non sia fondato su indizi o su esigenze cautelari in tutto
o in parte diversi rispetto a quelli posti a fondamento dell’ordinanza emessa dal
giudice incompetente. (Sez. U, n. 39618 del 26/09/2001 – dep. 08/11/2001,
Zaccardi, Rv. 219975)”. La successiva giurisprudenza di legittimità ha
mantenuto fermo questo principio ribadendo che l’estinzione della misura si
determina solo nel caso in cui il giudice competente non abbia provveduto ad
emettere una nuova ordinanza, ex art. 292 cod. proc. pen., nel termine di venti
giorni dall’ordinanza di trasmissione degli atti. (Sez. 5, n. 3399 del 27/10/2009 dep. 26/01/2010, Zarcone e altro, Rv. 245836).

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(Palmi) inoltrò al G.I.P. la richiesta di convalida dell’arresto e contestualmente

2. Il tema dei gravi indizi di colpevolezza è stato affrontato e risolto dal
Tribunale del riesame con motivazione logica e aderente ai dati processuali.
Questa Corte (Sez. V, 5/6/2012, n. 36079 Sez. 2, Sentenza n. 56 del 4/1/2012)
ha avuto modo di chiarire che la nozione di gravi indizi di colpevolezza non è
omologa a quella che serve a qualificare il quadro indiziario idoneo a fondare il
giudizio di colpevolezza finale. Al fine dell’adozione della misura è sufficiente
l’emersione di qualunque elemento probatorio idoneo a fondare «un giudizio di
qualificata probabilità sulla responsabilità dell’indagato» in ordine ai reati

criteri richiesti, per il giudizio di merito, dall’art. 192, comma 2, cod. proc. pen.
(per questa ragione l’art. 273, comma 1bis, cod. proc. pen. richiama i commi 3 e
4 dell’art. 192, cod. proc. pen., ma non il comma 2 del medesimo articolo, il
quale oltre alla gravità, richiede la precisione e concordanza degli indizi).
Deve ribadirsi, in adesione a quanto affermato nella sentenza n. 37878 sez.
IV, emessa il 6/7/2007, che la valutazione del peso probatorio degli indizi è
compito riservato al giudice di merito e, in sede di legittimità, tale valutazione
può essere contestata unicamente sotto il profilo della sussistenza, adeguatezza,
completezza e logicità della motivazione, mentre sono inammissibili le censure
che, pure investendo formalmente la motivazione, si risolvono nella
prospettazione di una diversa valutazione delle circostanze già esaminate dal
giudice, spettando alla Corte di legittimità il solo compito di verificare se il
giudice di merito abbia dato adeguatamente conto delle ragioni che l’hanno
indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell’indagato,
controllando la congruenza della motivazione riguardante la valutazione degli
elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi del diritto che
governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie. Si è, inoltre, osservato
che, in tema di misure cautelari personali, quando sia denunciato, con ricorso
per cassazione, vizio di motivazione del provvedimento emesso dal Tribunale del
riesame riguardo alla consistenza dei gravi indizi di colpevolezza, il controllo di
legittimità è limitato, in relazione alla peculiare natura del giudizio e ai limiti che
ad esso ineriscono, all’esame del contenuto dell’atto impugnato e alla verifica
dell’adeguatezza e della congruenza del tessuto argomentativo riguardante la
valutazione degli elementi indizianti rispetto ai canoni della logica e ai principi di
diritto che governano l’apprezzamento delle risultanze probatorie (tra le altre,
Sez. 2, n. 9532 del 22/01/2002, dep. 08/03/2002, Borragine e altri, Rv. 221001;
Sez. 4, n. 22500 del 03/05/2007, dep. 08/06/2007, Terranova, Rv. 237012),
senza che possa integrare vizio di legittimità la mera prospettazione di una
diversa e, per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze delle
indagini (tra le altre, Sez. U, n. 19 del 25/10/1994, dep. 12/12/1994, De
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addebitati. Pertanto, i detti indizi non devono essere valutati secondo gli stessi

Lorenzo, Rv. 199391; Sez. 1, n. 1496 del 11/03/1998, dep. 04/07/1998,
Marrazzo, Rv. 211027; Sez. 1, n. 6972 del 07/12/1999, dep. 08/02/2000,
Alberti, Rv. 215331).
Nel caso in esame, sulla base delle informazioni disponibili, deve riscontrarsi
che i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione di questi principi
ricostruendo il fatto in maniera logica e aderente alle emergenze probatorie,
attribuendo valenza ad elementi processualmente accertati. Come si desume
dall’ordinanza impugnata, sono stati valorizzati a carico del ricorrente gli specifici
elementi (indicati ai punti 2 e 3 del Rilevato) consistenti nella disponibilità di

fatto dell’immobile; del comportamento insofferente tenuto durante la
perquisizione al momento del rinvenimento delle armi, non riferibili ad altre
persone in ragione della presenza di un assegno intestato a Bagalà Santo;
nell’essere stato Bagalà trovato in possesso di silenziatori artigianali, fungendo
questo elemento -anche se non ritenuto sufficiente per l’emissione di un
provvedimento cautelare- quale indubbio riscontro del suo inserimento in un
contesto speculare a quello per cui si procede. Le diverse deduzioni svolte dal
ricorrente (mediante produzione di immagini fotografiche indistinguibili e di
stralci di intercettazioni) si risolvono in una inammissibile prospettazione di una
diversa valutazione dei fatti e non sono idonee a contrastare le valutazioni del
riesame, la cui efficacia a livello indiziario non può essere messa in discussione.
Irricevibili sono le dichiarazioni rese da Cicciarì, allegate alla memoria difensiva,
trattandosi di acquisizioni successive rispetto al momento della chiusura della
discussione innanzi al collegio del riesame, non sottoposte al suo esame, che
possono essere fatte valere soltanto con la richiesta di revoca e modifica della
misura al giudice competente.

3. Fondato è il motivo che riguarda, invece, il profilo giuridico della
configurabilità, nel caso di specie, dell’aggravante della finalità mafiosa. Come
emerge dalla narrativa, la fattispecie per la quale è stato emesso il titolo
custodiale a carico dell’indagato risiede nell’essere stato il reato commesso per
favorire la ‘ndrina Molè di Gioia Tauro.
La giustificazione data dal giudice della cautela per il riconoscimento di detta
aggravante si esaurisce nell’affermazione che il reato è stato accertato nel corso
di altro procedimento in cui il ricorrente è indagato per associazione mafiosa.
Manca tuttavia ogni dimostrazione che le armi detenute erano dirette ad
agevolare sicuramente la cosca Molè, non essendo a tal fine sufficiente che
Bagalà sia sottoposto ad altro procedimento afferente questa associazione, i cui
esiti sono al momento incerti. La configurabilità dell’aggravante richiede l’
oggettiva finalizzazione della condotta all’agevolazione, oltre alla dimensione
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f

soggettiva dell’autore, richiedendo il dolo specifico di agevolare l’associazione
mafiosa, in modo che la condotta sia diretta a ledere l’ulteriore interesse protetto
dall’aggravante (così, Cass. sez. 6, n. 11008 del 07/02/2001, Rv. 218783). La
finalità di favorire l’associazione deve essere l’obiettivo “diretto” della condotta,
diversamente configurandosi un automatismo applicativo dell’aggravante, che
troverebbe spazio in ogni ipotesi di condotta illecita che possa risolversi
comunque in favore di un sodalizio mafioso. Sul punto la motivazione addotta
nell’ordinanza impugnata è carente, non spiegando quali sono i collegamenti tra

3. L’ordinanza va quindi annullata limitatamente all’aggravante dell’art. 7
cit. con rinvio per nuovo esame sul punto, che tenga conto dei rilievi sopra
svolti. In sede di rinvio, pertanto, il Tribunale dovrà evidenziare elementi più
significativi – se esistenti – che indichino, nell’ottica della contestazione,
l’esistenza di legami effettivi e di interesse tra l’odierno ricorrente e la ‘ndrina
Mole di Gioia Tauro. L’annullamento ha incidenza anche sulle esigenze cautelari
la cui gravità è stata apprezzata anche in relazione alla destinazione delle armi
ad una cosca di ‘ndrangheta. E’ necessario quindi che, all’esito, sia formulato un
nuovo giudizio sulle esigenze cautelari. Restano assorbiti i rilievi in ordine alla
sussistenza di esigenze cautelari ed alla scelta della misura.

P.Q.M.

Annulla l’ordinanza impugnata limitatamente all’aggravante di cui all’art. 7
D.L. 152/1991 ed alle esigenze cautelari e rinvia per nuovo esame sul punto al
Tribunale di Reggio Calabria. Rigetta nel resto il ricorso. Dispone trasmettersi, a
cura della cancelleria, copia del provvedimento al direttore dell’istituto
penitenziario, ai sensi dell’articolo 94, co. 1-ter, disp. att. c.p.p.

Così deciso in Roma, il 14 luglio 2015
Il Consigliere estensore

Il Presidente

Bagalà e la cosca Mole.

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