Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36905 del 18/06/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 36905 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: ACETO ALDO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Maroni Lucio, nato a Primaluna il 08/11/1943,

avverso la sentenza del 13/12/2013 del Tribunale di Bergamo;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Aldo Aceto;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Fulvio
Baldi, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio del provvedimento
impugnato limitatamente al trattamento sanzionatorio e rigetto nel resto;
udito per l’imputato l’avv. Camillo Rossi, sostituto processuale del difensore di
fiducia avv. Elio Del Villano, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del
ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1.11 sig. Lucio Maroni ricorre per l’annullamento della sentenza del
13/12/2013 del Tribunale di Bergamo che l’ha condannato alla pena di 2000,00
euro di ammenda per il reato di cui all’art. 674, cod. pen. perché, quale legale

Data Udienza: 18/06/2015

rappresentante della società «G.T.M. S.p.a.», nell’esercizio dell’attività di
produzione di compost di qualità, provocava, nei casi non consentiti dalla legge e
comunque oltre i limiti della tollerabilità, esalazioni maleodoranti atte a
molestare gli abitanti delle zone limitrofe. Fatto commesso in Ghisalba, da
giugno 2011 all’aprile 2013.
1.1. Con il primo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod. proc.
pen., inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 674, cod. pen. e deduce, al
riguardo, che le emissioni provenivano da un impianto di compostaggio munito di

1.2.Con il secondo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b), cod.
proc. pen., inosservanza ed erronea applicazione dell’art. 844, cod. civ. e omessa
motivazione in ordine ai criteri adottati nel valutare il superamento del limite
della “normale tollerabilità” delle emissioni odorigene.
Deduce, al riguardo, che alcun accenno è stato fatto in sentenza in ordine ai
criteri che ai sensi dell’art. 844, cod. civ. rendono lecite le emissioni nel fondo
finitimo. Lamenta che l’affermazione della sua responsabilità si fonda sulle
percezioni olfattive, e dunque su valutazioni inevitabilmente soggettive,
imprecise, generiche e contrastanti dei pochi e più accaniti testimoni che sono
stati sentiti sul punto. Alcun accenno è stato fatto in ordine alla preesistenza
dell’impianto rispetto al quartiere del Comune di Martinengo nel quale
maggiormente è stato avvertito il fenomeno olfattivo, né agli accertamenti,
sempre con esito negativo, dell’ASL, dell’ARPA, della Provincia e degli altri
Comuni interessati (tema quest’ultimo che viene ripreso con il successivo
motivo).
1.3.Con il terzo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e), cod.
proc. pen., contraddittorietà della motivazione e travisamento della prova in
ordine alla sussistenza, oltre ogni ragionevole dubbio, dell’elemento soggettivo
del reato.
Riprendendo i temi difensivi trattati con il secondo motivo, il ricorrente
lamenta che il Tribunale ha del tutto sottovalutato le testimonianze difensive,
apoditticamente bollate come compiacenti o accondiscendenti o incapaci di
percepire la molestia dell’odore, pur trattandosi di persone che vivevano o
comunque operavano nei pressi dell’insediamento. Sicché, senza nemmeno
coltivare il dubbio, il Tribunale ha ritenuto senz’altro più credibili le testimonianze
rese da chi si trovava ad oltre un chilometro di distanza dall’impianto,
nonostante gli esiti negativi degli accertamenti tecnici già indicati in sede di
illustrazione del terzo motivo, l’assenza di un nesso causale tra le emissioni
odorigene dell’impianto e le segnalazioni di disturbo provenienti dagli abitanti
(nesso escluso dalla CT della difesa acquisita al fascicolo del dibattimento), la

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tutte le necessarie autorizzazioni.

mancanza di denunzie provenienti dagli abitanti del Comune ove ha sede lo
stabilimento e dallo stesso medico competente.
Anche l’indagine sull’elemento psicologico è carente perché egli aveva
comunque programmato la realizzazione di un capannone per impedire la
propagazione delle emissioni, affrontando un oneroso investimento di circa 4
milioni di euro.
1.4.Con l’ultimo motivo eccepisce, ai sensi dell’art. ai sensi dell’art. 606,
lett. b) ed e), cod. proc. pen., violazione di legge e omessa/contraddittoria

cod. pen. nella determinazione del quantum della pena e del mancato
riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche di cui all’art. 62-bis, cod.
pen..
Lamenta, al riguardo, che il Tribunale ha negato la natura permanente del
reato ritenendolo consumato attraverso una pluralità di condotte ripetute nel
tempo, in contrasto con quanto prevede il capo di imputazione (che colloca la
condotta in un indefinito arco di tempo che val dal 2011 in poi). Peraltro,
prosegue, l’omessa individuazione delle singole specifiche condotte lede il diritto
dell’imputato di difendersi dalle relative accuse.
Del tutto erronea è in ogni caso la decuplicazione della pena base, in pieno
contrasto con quanto prevede l’art. 81, cod. pen..
Il Tribunale, inoltre, ha contraddittoriamente escluso la concorrenza di
circostanze attenuanti generiche in considerazione di un suo inesistente
precedente specifico (nemmeno contestato) e benché abbia ritenuto di applicare
una pena pecuniaria laddove il decreto penale di condanna prevedeva quella
detentiva (ancorché sostituita).

CONSIDERATO IN DIRITTO

2.E’ fondato, per quanto di ragione, l’ultimo motivo di ricorso, non lo sono
tutti gli altri.

3.1 primi tre motivi possono essere esaminati congiuntamente.
3.1. L’imputato risponde del reato di cui all’art. 674, cod. pen., in relazione
alle molestie olfattive provenienti dall’impianto di compostaggio.
3.2.Trattandosi di molestie olfattive e non delle emissioni di cui alla seconda
parte della norma, non rileva il fatto che l’impianto fosse autorizzato, né il
dedotto rispetto dei limiti di emissione, né il criterio discretivo della “normale
tollerabilità” di cui all’art. 844, cod. civ..
3.3.Costituisce, infatti, principio consolidato di questa Suprema Corte (che
va qui ribadito) che la contravvenzione di cui all’art. 674 cod. pen. è reato di
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motivazione in ordine al riconoscimento del vincolo della continuazione ex art. 81

pericolo, configurabile in presenza anche di “molestie olfattive” promananti da
impianto munito di autorizzazione, in quanto non esiste una normativa statale
che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, con
conseguente individuazione del criterio della “stretta tollerabilità” quale
parametro di legalità dell’emissione, attesa l’inidoneità ad approntare una
protezione adeguata all’ambiente ed alla salute umana di quello della “normale
tollerabilità”, previsto dall’art. 844 cod. civ. (Sez. 3, n. 2475 del 09/10/2007,
Alghisi, Rv. 238447, alla cui ampia e articolata motivazione si rimanda; nello

Sez. 3, n. 19898 del 21/04/2005, Pandolfini, Rv. 231651).
3.4.Come ricordato dalla Corte Costituzionale, l’art. 844, cod. civ. (cui
l’imputato fa ampio riferimento nel fondare le proprie censure) è norma
<> (Sent. n. 247 del 10 luglio 1974, citata anche da Sez.
3, n. 2475 del 2007, cit.).
3.5.La natura del reato (di pericolo concreto) e il diverso criterio di
valutazione della tollerabilità delle emissioni olfattive, comporta che sia
sufficiente l’apprezzamento diretto delle conseguenze moleste da parte anche
solo di alcune persone, dalla cui testimonianza il giudice può logicamente trarre
elementi per ritenere l’oggettiva sussistenza del reato, a prescindere dal fatto
che tutte le persone siano state interessate o meno dallo stesso fenomeno o che
alcune non l’abbiano percepito affatto. Nè è necessario un accertamento tecnico.
3.6.Questa Corte ha già spiegato che laddove trattandosi di odori manchi la
possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle
emissioni, il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse
ben può basarsi sulle dichiarazioni dei testi, soprattutto se si tratta di persone a
diretta conoscenza dei fatti, come i vicini, o particolarmente qualificate, come gli
agenti di polizia e gli organi di controllo della USL. Ove risulti l’intollerabilità, non
rileva, al fine di escludere l’elemento soggettivo del reato, l’eventuale adozione
di tecnologie dirette a limitare le emissioni, essendo evidente che non sono state
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stesso senso cfr. anche Sez. 3, n. 11556 del 21/02/2006, Davito, Rv. 233565;

idonee o sufficienti ad eliminare l’evento che la normativa intende evitare e
sanziona (così, Sez. 1, n. 407 del 14/12/1999, Rv. 215147; nello stesso senso
anche Sez. 1, n. 13083 del 19/02/2003, Attisano, Rv. 223801; Sez. 1, n. 26782
del 01/04/2003, Tornati, Rv. 225000). Quel che conta è che le testimonianze non
si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o di giudizi di
natura tecnica, ma si limitino a riferire quanto oggettivamente percepito da
dichiaranti medesimi (Sez. 1, n. 5215 del 07/04/1995, Silvestro, Rv. 201195;
Sez. 1, n. 7042 del 27/05/1996, Fontana, Rv. 205324; Sez. 1, n. 739 del

210959; Sez. 3, n. 12019 del 10/02/2015, Pippi, Rv. 262711).
3.7.Nel caso di specie, lo svolgimento all’aria aperta dell’attività di
compostaggio, posta in essere a distanza di poco più di un chilometro
dall’abitato, fornisce di ragionevole sostrato oggettivo la percezione degli odori
molesti da parte di chi ha testimoniato in tal senso.
3.8.La successiva realizzazione del capannone di copertura, cui ha fatto
seguito l’incontestata attenuazione del fenomeno, concorre a rendere non
manifestamente illogiche le conclusioni cui è pervenuto il Tribunale.
3.9.La sentenza dà conto della testimonianza di varie persone (compreso il
Commissario Aggiunto della Polizia Provinciale, pubblico ufficiale la cui terzietà il
ricorrente non contesta) che hanno riferito in modo chiaro e preciso circa la
natura degli odori molesti, la loro persistenza e insopportabilità, la loro chiara
riferibilità all’impianto di che trattasi, le numerose denunce dei cittadini. Il
Tribunale dà altresì conto delle dichiarazioni rese dai testimoni addotti dalla
difesa e della CT da quest’ultima prodotta circa l’inesistenza del concreto pericolo
di diffusione degli odori verso l’abitato del Comune di Martinengo in
considerazione dei venti che spirano in senso contrario.
3.10.11 Giudice qualifica come conniventi o compiacenti le testimonianze
difensive ma dà atto che anche il Commissario Aggiunto della Polizia Municipale
di Ghisalba (testimone della difesa) aveva riferito che dopo la realizzazione del
capannone non aveva più ricevuto nemmeno denunce informali (tema che si
salda con l’attenuazione del fenomeno percepita anche dai testimoni
dell’accusa). Gli altri testimoni della difesa avevano riferito di odori provenienti
dall’insediamento, definendoli come “normali”. Questo continuo richiamo alla
“normalità” degli odori (che sottende un giudizio esso sì di natura soggettiva)
cozza con quanto già affermato circa il diverso criterio di giudizio che deve
presiedere alla valutazione di sussistenza del reato per il quale si procede, né si
pone in logico contrasto con il fatto che un elevato numero di altre persone fosse
concretamente esposta a esalazioni nauseabonde, tanto più che per farle cessare
l’imputato ha ammesso di aver investito una somma considerevole.

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04/12/1997, Tilli, Rv. 209451; Sez. 3, n. 6141 del 30/01/1998, Labita, Rv.

3.11.11 Giudice peraltro ha escluso, sulla base di un giudizio di fatto non
contestato, che i risultati della CT della difesa potessero applicarsi al caso in
esame sulla decisiva considerazione che le rilevazioni anemologiche non erano
state effettuate nella zona ma in base a modelli non applicabili alla concreta
realtà. Nè possono avere rilevanza, per escludere la positiva sussistenza del
reato e la responsabilità dell’imputato, elementi fattuali estranei al testo della
sentenza impugnata, direttamente quanto inammissibilmente sottoposti alla
diretta valutazione del Collegio, quali fatti negativi, mancate denunzie, ecc. ecc..

reato e la colpevolezza dell’imputato sono infondate.

4.E’ fondato, per quanto di ragione, l’ultimo motivo di ricorso.
4.1.11 Collegio non entra nel merito delle scelte in base alle quali il Tribunale
ha ritenuto di escludere la sussistenza di circostanze attenuanti.
4.2.11 Tribunale dà atto della persistenza della condotta (protrattasi dal
giugno 2011 all’aprile 2013) e del precedente specifico dell’imputato (che questi
contesta), ma anche dell’assenza di elementi positivi valutabili a tal fine.
4.3.Non ha rilevanza l’omessa contestazione della recidiva, giuridicamente
possibile solo tra delitti (art. 99, cod. pen.); conta l’apprezzamento posto in
essere dal Tribunale per la cui insindacabilità è esaustiva la considerazione anche
solo della gravità oggettiva della condotta, parametrata alla durata temporale,
all’intensità del fenomeno e alla sua dimensione.
4.4.Nè, per l’assoluta autonomia che la distingue, la coerenza della
decisione del Tribunale in materia sanzionatoria può essere valutata alla stregua
del diverso trattamento riservato con il decreto penale di condanna emesso da
altro Giudice.
4.5.E’ fondata invece l’eccezione relativa al trattamento sanzionatorio.
4.6.11 reato di cui all’art. 674, cod. pen., ha di regola carattere istantaneo, e
solo eventualmente permanente. La permanenza va ravvisata quando le
illegittime emissioni siano connesse, come nel caso di specie, all’esercizio di
attività economiche e legate al ciclo produttivo (Sez. 1, n. 9356 del 05/06/1985,
Ferrofino, Rv. 170759; Sez. 1, n. 3162 del 10/11/1988, Mazzoni, Rv. 180652;
Sez. 1, n. 2598 del 13/11/1997, Garbo, Rv. 209960).
4.7.Ancor più chiaramente Sez. 1, n. 9293 del 10/08/1995, Zanforlini, Rv.
202403, ha affermato che la contravvenzione prevista e punita dall’art. 674 cod.
pen., quando abbia per oggetto l’illegittima emissione di gas, di vapori, di fumi
atti ad offendere o imbrattare o molestare le persone, connessa all’esercizio di
attività economiche e legata al ciclo produttivo, assume il carattere della
permanenza, non potendosi ravvisare la consumazione di definiti episodi in ogni
singola emissione di durata temporale non sempre individuabile (nello stesso
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3.12.Dunque tutte le censure che riguardano la materiale sussistenza del

senso anche Sez. 5, n. 41137 del 15710/2001, Piscitelli, Rv. 220054; cfr. altresì
Sez. 3, n. 19637 del 27/01/2012, Ghidini, Rv. 252890, secondo cui il carattere
continuativo del reato di getto pericoloso di cose, che ha natura permanente,
non si identifica con la ripetitività giornaliera delle emissioni moleste, essendo
sufficiente che esse si protraggano, senza interruzioni di rilevante entità, per un
apprezzabile lasso di tempo a cagione della duratura condotta colpevole del
soggetto agente).
4.8.Correttamente, pertanto, il Pubblico Ministero ha contestato la

all’esito del dibattimento ha individuato il termine finale della condotta (aprile
2013) senza con ciò violare l’obbligo di correlazione tra fatto contestato e fatto
ritenuto in sentenza.
4.9.In disparte l’abnorme aumento della pena base, quel che il Tribunale
non avrebbe potuto fare era ritenere la pluralità delle condotte (e quindi la
continuazione) sol perché le emissioni non erano state continue in quanto
condizionate dalle fasi di produzione e dal variare della situazione atmosferica
(pressione, venti, pioggia) «pur essendo state ricorrenti e nell’ampio arco di
tempo anche costanti».
4.10.Questo concetto di “continuità” non è in linea con l’insegnamento di
questa Corte perché non equivale, come detto, a “costanza” delle emissioni, ma
all’unica causa che le produce che rende unica la condotta ed il relativo
atteggiamento psicologico.
4.11.Ne consegue che, ferma restando l’irrevocabile accertamento della
responsabilità penale dell’imputato, la sentenza deve essere annullata
limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio al Tribunale di Bergamo.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata, con rinvio al Tribunale di Bergamo,
limitatamente al regime sanzionatorio.
Rigetta, nel resto, il ricorso.
Così deciso il 18/06/2015

consumazione del reato in forma aperta, altrettanto correttamente il Giudice

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