Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36841 del 29/05/2018


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 36841 Anno 2018
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: VIGNA MARIA SABINA

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
D’UGO FRANCO nato a PALAZZO ADRIANO il 27/11/1965

avverso l’ordinanza del 09/02/2018 del TRIB. LIBERTA’ di PALERMO
udita la relazione svolta dal Consigliere MARIA SABINA VIGNA;
udito il Pubblico ministero nella persona del Sostituto Procuratore generale PAOLO
CANEVELLI che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

Data Udienza: 29/05/2018

RITENUTO IN FATTO
1. Con l’ordinanza impugnata, il Tribunale del riesame di Palermo ha
annullato l’ordinanza del G.i.p. locale del 11/01/2018 con la quale era stata
applicata a D’Ugo Franco la misura cautelare della custodia cautelare in carcere
in ordine al reato di tentata estorsione aggravata dall’art. 7 della legge n. 203
del 1991 (capo M) per avere, in concorso con altri, compiuto atti idonei diretti in
modo non equivoco a costringere Chianetta Calogero, amministratore unico della
società Geotek srl, a corrispondere una somma di denaro non precisata, a titolo

di “messa a posto” per i lavori eseguiti in Contessa Entellina, non riuscendo
nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà.
1.1. In particolare il Collegio della cautela ha ravvisato nell’ordinanza del
G.i.p. il vizio di omessa autonoma valutazione dei gravi indizi di colpevolezza e
delle esigenze cautelari a carico dell’indagato.
Il Tribunale ha evidenziato che l’esposizione del compendio indiziario
relativo alla tentata estorsione di cui al capo M), si rinveniva soltanto alle pagine
da 689 a 699 dell’ordinanza genetica, e che, tra queste (che riguardavano quasi
esclusivamente le condotte di altri indagati) la posizione di D’Ugo era affrontata
soltanto alle pagine 697 e 698 allorché si evidenziava che il 7 settembre 2014 il
predetto chiamava al telefono Giambrone Calogerino per avere da questi notizie
relative alla “questione” di Contessa Entellina. Giambrone rispondeva di non
avere nulla da dire, facendo tuttavia presente che si sarebbe personalmente
recato sul posto per acquisire qualche informazione in merito e che gli avrebbe
poi tempestivamente comunicato ogni notizia.
1.2. Quanto alle esigenze cautelari, il Collegio della cautela ha
sottolineato che il G.i.p. aveva effettuato una valutazione unitaria,
genericamente riguardante tutti gli indagati per i reati commessi avvalendosi
delle condizioni di cui all’articolo 416 bis cod. pen., ritenendo che – ad eccezione
di taluni di essi – fosse pienamente operativa la doppia presunzione relativa di
sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia cautelare in
carcere.
Difettava, a giudizio del Collegio della cautela,

il richiamo a quelle

circostanze di fatto specificamente riferibili al D’Ugo che il decidente avrebbe
dovuto puntualmente valorizzare al fine di esplicitare le ragioni della ritenuta
operatività della doppia presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari e
della infungibilità della misura massimamente afflittiva in rapporto alle esigenze
cautelari da salvaguardare nel caso concreto.

2. Ricorre il Pubblico ministero deducendo i seguenti motivi:
2

as

2.1. Contraddittorietà e illogicità della motivazione, nonché erronea
applicazione della legge penale con particolare riferimento agli articoli 272, 292,
comma 2, 309, comma 9, cod. proc. pen..
Il G.i.p., come lo stesso Tribunale del riesame da atto, ha svolto
un’attività di selezione degli elementi indiziari addotti dal Pubblico ministero. Tale
attività ha costituito il primo passo rispetto all’autonoma valutazione.
Nel provvedimento impugnato si da contezza degli elementi di fatto più
significativi riportati nella richiesta cautelare; è stata effettuata una selezione di

rispetto a quelli ben più ampi riportati dal Pubblico ministero nella sua richiesta;
è stata accolta parzialmente la richiesta, sia in relazione alle imputazioni che agli
indagati a cui applicare la misura cautelare; è stata graduata l’applicazione delle
misure applicate rispetto a quelle richieste dalla Procura della Repubblica:
rispetto alle settantasei richieste di applicazione di custodia cautelare in carcere
formulate dal Pubblico ministero, il G.i.p. ha emesso sessantatre misure cautelari
di cui quarantotto in carcere, undici arresti domiciliari e cinque obblighi di
presentazione alla PG, escludendo la sussistenza di numerose fattispecie di reato
rispetto a quelle contestate e di aggravanti ad effetto speciale per taluni reati
fine.
La conclusione a cui è giunto il Tribunale del riesame è frutto di un
ragionamento contraddittorio e formalistico. Del resto, se così non fosse, non si
comprende perché

lo

stesso Tribunale del riesame non ha annullato

integralmente l’ordinanza custodiale in oggetto, che è redatta interamente con lo
stesso metodo analitico valutativo che viene censurato solo in ventotto casi,
rispetto alle complessive sessantatre misure cautelari applicate.
2.2. Violazione di legge con riferimento agli articoli 272, 292, comma 2,
309 comma 9 cod. proc. pen..
La giurisprudenza più rigorosa alla quale il Tribunale ha dichiarato di
volere aderire (si tratta di quella più risalente) ha ritenuto che la tecnica del
“copia—incolla” ovvero della incorporazione della richiesta del provvedimento
coercitivo sono tutte opzioni possibili per la redazione del provvedimento, se
sono esplicitati i criteri adottati dal giudice della cautela fondamento della
decisione.
Nel caso in esame il G.i.p., dopo aver effettuato una premessa di ordine
metodologico di carattere generale e quindi valida per tutti gli imputati, ha
trattato le singole posizioni. Con riferimento al ricorrente, dopo avere riportato
gli incontri avuti dal D’Ugo con noti esponenti mafiosi, ivi compreso quello del 13
giugno 2014 finalizzato a risolvere la questione della estorsione di cui al capo M),

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tali elementi, riportando solo quelli più rilevanti a parere del giudice della cautela

ha descritto la condotta tenuta da ciascuno dei concorrenti nel reato in questione
e ha fornito la propria valutazione in proposito.
Quanto alle esigenze cautelari il G.i.p. ha ampiamente motivato, in
considerazione della doppia presunzione di cui all’articolo 275 comma 3 cod.
proc. pen., salvo evidenziare la posizione di alcuni coindagati per i quali ha
ritenuto la sussistenza di elementi tali da far ritenere superata la presunzione
medesima.

1. Il ricorso è fondato, imponendosi per l’effetto l’annullamento con rinvio
dell’ordinanza di cui trattasi.

2. Le Sezioni Unite della Corte di cassazione hanno evidenziato come «il
legislatore del 2015 ha chiaramente mostrato, anche con interventi paralleli su
più norme (gli artt. 292, comma 2, lett. c) e 292, comma 2, lett. c bis) cod.

proc. pen.), di considerare fra gli obiettivi connotanti la riforma quello di
sanzionare qualsiasi prassi di automatico recepimento, ad opera del giudice,
delle tesi dell’ufficio richiedente, cosi da rendere effettivo il doveroso controllo
giurisdizionale preteso dalla Costituzione prima che dalla legge ordinaria, e da
rendere altresì forte la dimostrazione della specifica valutazione dell’organo
giudiziario di prima istanza sui requisiti fondanti la misura, precludendone la
sanatoria che potrebbe derivare dall’intervento surrogatorio pieno del giudice
della impugnazione, pure rimasto previsto nello stesso comma 9» (così, Sez. U.,
n. 18954 del 31/03/ 2016, Capasso, Rv. 266789).
Il tratto innovativo della riforma introdotta non riguarda tanto la
previsione
del rafforzamento dell’obbligo di motivazione del giudice nella parte in cui si
richiede l’idoneità del provvedimento impositivo a soddisfare la necessità di una
chiara intelligibilità dell’iter logico-argomentativo posto a fondamento del
provvedimento coercitivo al fine di evitare motivazioni apparenti non
sostanzialmente riferibili ad un giudice terzo, quanto, piuttosto, nella modifica
dei poteri attribuiti, in fase decisoria, al Tribunale del riesame, con la previsione
di cui al comma 9 dell’art. 309 cod. proc. pen..
Al Tribunale è, infatti, attribuito il potere di annullamento dell’ordinanza
chy-,
non contenga l’autonoma valutazione, a norma dell’art. 292 cod. proc. pen.,
delle esigenze cautelari, degli indizi e degli elementi forniti dalla difesa.

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CONSIDERATO IN DIRITTO

La riforma impedisce dunque al giudice del riesame di riformare i
provvedimenti cautelari afflitti dalle più gravi carenze motivazionali (motivazione
“radicalmente assente o meramente apparente”, o “mancante in senso grafico” o
consistente in mere “clausole di stile” di consistenza argomentativa nulla),
mentre permane il potere di correggere le argomentazioni insufficienti,
parzialmente carenti o contraddittorie.
La questione attiene alla verifica delle condizioni minime in presenza delle
quali è possibile affermare che il giudice della cautela abbia compiuto un effettivo

2.1. Questa Corte di legittimità ha spiegato che la prescrizione della
necessaria autonoma valutazione delle esigenze cautelari e dei gravi indizi di
colpevolezza, contenuta nell’art. 292, comma 1, lett. c), cod. proc. pen., come
modificato dalla legge n. 47 del 16 aprile 2015, è osservata quando l’ordinanza
cautelare operi un richiamo, in tutto o in parte, ad altri atti del procedimento, a
condizione che il giudice, per ciascuna contestazione e posizione, svolga un
effettivo vaglio degli elementi di fatto ritenuti decisivi, senza il ricorso a formule
stereotipate, spiegandone la rilevanza ai fini dell’affermazione dei gravi indizi di
colpevolezza e delle esigenze cautelari nel caso concreto; fermo restando che, in
presenza di posizioni analoghe o di imputazioni descrittive di fatti commessi con
modalità “seriali”, non è necessario che il giudice ribadisca ogni volta le regole di
giudizio alle quali si è ispirato, potendo ricorrere ad una valutazione cumulativa
purché, dal contesto del provvedimento, risulti evidente la ragione giustificativa
della misura in relazione ai soggetti attinti e agli addebiti di volta in volta,
considerati per essi sussistenti (Sez. 6, n. 1430 del 03/10/2017, dep.
15/01/2018, Palazzo, Rv. 272179; Sez. 3, n. 28979 del 11/05/2016, Sabounjian,
Rv. 267350).
2.2. In particolare, è stato puntualizzato che, ai fini dell’autonoma
valutazione non rileva un’analisi puramente strutturale delle proposizioni che
compongono la trama motivazionale, la lunghezza dei periodi sintattici o l’uso,
peraltro imposto dal contenuto motivazionale del provvedimento giurisdizionale,
di comuni e ricorrenti incisi stilistici, ma è necessario e sufficiente verificare che
siano stati esplicitati, indipendentemente dal richiamo in tutto o in parte di altri
atti del procedimento, i criteri adottati dal giudice della decisione, ossia le ragioni
che giustificano l’emanazione del titolo cautelare (così, Sez. 6, n. 13864 del
16/03/2017, Marra, Rv. 269648; nello stesso senso, tra le altre, Sez. 5, n.
11912 del 2/12/2015, dep. 21/03/2016, Belsito, Rv.266428).
2.3. Si è, inoltre, osservato che «in tema di motivazione delle ordinanze
cautelari personali, la previsione di “autonoma valutazione” delle esigenze
cautelari e dei gravi indizi di colpevolezza, introdotta all’art. 292, primo comma,
5

(P7

e autonomo giudizio valutativo.

lett. c), cod . proc. pen. dalla legge 16 aprile 2015, n. 47, impone al giudice di
esplicitare, indipendentemente dal richiamo in tutto o in parte di altri atti del
procedimento, i criteri adottati a fondamento della decisione e non implica,
invece, la necessità di una riscrittura “originale” degli elementi o circostanze
rilevanti ai fini della disposizione della misura (Sez. 6, n. 13864 del 16/03/2017,
Rv. 269648).
Di qui la particolare attenzione che è stata dedicata, segnatamente a due
ricorrenti tipologie di provvedimenti, l’una costituita dalla motivazione
relationem

per

e l’altra — pure coincidente con il caso di specie — dalla

incorporazione nell’ordinanza del giudice della richiesta presentata dal Pubblico
ministero.
In linea generale, è stata ribadita, pur dopo l’entrata in vigore della legge
n. 47 del 2015, la legittimità del ricorso a tali forme di motivazione, sempre che
sia possibile affermare che il giudice abbia fatto luogo ad «un effettivo vaglio
degli elementi di fatto ritenuti decisivi, senza il ricorso a formule stereotipate,
spiegandone la rilevanza ai fini dell’affermazione dei gravi indizi di colpevolezza e
delle esigenze cautelari nel caso concreto» (in tal senso, Sez. 3, n. 28979 del
11/05/2016 Rv. 267350): il che non può che valere, in forza dell’autonomia che
connota i singoli rapporti che s’instaurano in seno al procedimento, per ciascun
indagato e in relazione ai distinti fatti oggetto di incolpazione (cfr., in parte
motiva, la già citata Sez. 6, sent. n. 13864/ 2017), in tal senso ribadendo quindi
il Collegio la propria adesione all’indirizzo giurisprudenziale più rigoroso, a fronte
di quello che ritiene sufficiente, onde integrare il requisito dell’autonoma
valutazione, il fatto che l’ordinanza, «benché redatta con la tecnica del c.d.
copia-incolla, accolga la richiesta del Pubblico ministero solo per talune
imputazioni cautelari ovvero solo per alcuni indagati, in quanto il parziale diniego
opposto dal giudice o la diversa gradazione delle misure costituiscono, di per sé,
indice di una autonoma valutazione critica e non meramente adesiva, della
richiesta cautelare, nell’intero complesso delle sue articolazioni interne” (così, da
ultimo, Sez. 2, n. 2575 del 4/05/2017, Rv. 270662).
Tale orientamento, secondo questo Collegio, non risulta rispettoso della
valenza costituzionale dei principi in gioco, quali la tutela della libertà delle
persone e il correlato diritto di difesa, nonché l’esercizio indipendente della
giurisdizione, dovendo il giudice che decide la compressione della libertà di un
determinato soggetto incentrare la propria valutazione sulla specifica posizione
del soggetto attinto dalla misura cautelare che costituisce oggetto di giudizio.
2.4. Alla luce dei principi sopra esposti, ritiene il Collegio che, mentre gli
elementi fattuali possono essere trascritti dal G.i.p. così come indicati nella
richiesta del Pubblico ministero e senza alcuna aggiunta, costituendo il dato
6

pi

oggettivo posto alla base della richiesta, per ciò che concerne il profilo
prettamente valutativo, è essenziale che lo stesso sia esplicitato, trattandosi del
dato realmente qualificante della decisione assunta.
La sussistenza dello stesso va, ovviamente, analizzata, alla luce della
totalità dell’impianto motivazionale del provvedimento in esame (cfr. Sez. 6, n.
30777 del 20/06/2018; Sez. 6, n. 3067 del 03.10.2017, dep. 23.01.2018, Rv.
272135).

3. Deve evidenziarsi che il Tribunale del riesame di Palermo, pur

richiamando i principi sopra enunciati, non si è a essi realmente attenuto, sì da
non sfuggire alle censure formalizzate dal Pubblico ministero ricorrente.
3.1. Invero, appare parziale la disamina compiuta dal Tribunale della
cautela, che di per sé vale a infirmare gravemente la tenuta logica del
provvedimento impugnato: quest’ultimo – come già si è avuto modo di rilevare
nella sintesi del suo contenuto in precedenza effettuata – nei pochi passaggi che
dedica alla verifica concreta dell’ordinanza del G.i.p. (avendo profuso la maggior
parte dell’impegno motivazionale nella individuazione dei principi di ordine
generale sottesi all’applicazione dell’art. 292, comma 2, lett. c), del codice di
rito), è esplicito nell’indicare nelle pagine da 697 a 698 quelle in cui viene
affrontato l’addebito contestato a D’Ugo di cui al capo M) dell’incolpazione,
rilevandone la conformità alle pagine da 1408 a 1409 della richiesta cautelare a
firma del Pubblico ministero.
Il Tribunale ha, però, omesso di considerare che nella ordinanza genetica
il G.i.p. fa un puntuale riferimento alla intercettazione nel corso della quale
Giambrone Calogerino, esponente di vertice della “famiglia mafiosa di
Cammarata e San Giovanni Gemini” si impegna con D’Ugo a verificare l’esito
delle richieste estorsive e a riferirgliele puntualmente.
Il Tribunale ha, altresì, omesso di valutare le ampie parti della ordinanza
in cui il G.i.p. si è soffermato sulla “premessa interpretativa indispensabile” tale definita dalla stessa ordinanza genetica – ai fini della comprensione ed
esegesi del quadro cautelare, con peculiare riferimento al significato delle
captazioni in atti, onde decretarne l’apparente liceità, alla luce altresì della
composizione dei mandamenti e delle singole famiglie mafiose investigate.
Va, inoltre, aggiunto che il Tribunale del riesame non ha preso in
considerazione le ulteriori parti dell’ordinanza genetica dalle quali emerge che
l’apprezzamento del quadro indiziario, sempre in relazione al reato contestato al
D’Ugo, è stato operato dal G.i.p. anche alla luce della partecipazione del
prevenuto a una serie di incontri con noti esponenti mafiosi, finalizzati a risolvere
la questione dell’estorsione.
7

P

Il Tribunale del riesame, infine, non ha considerato che il Giudice per le
indagini preliminari, nella parte dell’ordinanza dedicata a D’Ugo, intitolata “saldo
finale” , enuncia le ragioni per le quali a carico del predetto sussistono, a suo
giudizio, gli elementi costitutivi della tentata estorsione aggravata
dall’aggravante di cui all’art. 7 della legge n. 203 del 1991.
Il doveroso apprezzamento complessivo del quadro indiziario – quale
trasfuso nell’ordinanza genetica nella sua totalità, in adesione ai principi sopra
enunciati – non può che comportare l’annullamento del provvedimento in

genetica vanno intesi non certo quale non consentita sollecitazione a una lettura
dei fatti in chiave conforme alla prospettazione accusatoria, bensì unicamente
come dato di cui il Tribunale ha omesso il doveroso apprezzamento, ferma la
piena libertà in sede di valutazione.
Il giudice del riesame, in conclusione, nello svolgimento della propria
delicata funzione di controllo in materia cautelare, deve manifestare particolare
attenzione nel discernere l’ipotesi del difetto di autonoma valutazione da quella
dell’insufficienza della motivazione rispetto alla quale ultima possono trovare
applicazione i poteri integrativi consentiti dalla legge.
3.2. Per ciò che concerne l’autonoma valutazione delle esigenze cautelari,
deve evidenziarsi che il G.i.p. ha, seppur succintamente, motivato sull’operatività
nel caso in esame della doppia presunzione di colpevolezza di cui all’art. 275,
comma 3, cod. proc. pen. evidenziando l’insussistenza di elementi tali da fare
ritenere superata la presunzione medesima.

4. Alla stregua delle considerazioni che precedono, gli atti devono dunque
essere rimessi al giudice del rinvio che, nel rispetto dei principi di diritto sopra
enunciati, farà luogo a nuovo esame, nella pienezza dei propri poteri.
P. Q. M.

Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia, per nuovo esame, al Tribunale di
Palermo, sezione per il riesame.
Così deciso il 29 maggio 2018

esame, dando atto che i menzionati richiami alle parti suindicate dell’ordinanza

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