Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36806 del 06/04/2018

Penale Sent. Sez. 6 Num. 36806 Anno 2018
Presidente: FIDELBO GIORGIO
Relatore: RICCIARELLI MASSIMO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
A.A.
S.S.
Z.Z.

avverso la sentenza del 06/07/2017 della Corte di appello di Roma

visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Massimo Ricciarelli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Pietro
Molino, che ha concluso per l’annullamento con rinvio per i capi B) e C), per il
rigetto dei ricorsi in relazione ai capi D) ed E) e per l’annullamento senza rinvio
per i capi F) e G);
udito l’Avv. Massimo Patti per l’Avvocatura Generale dello Stato, che ha
depositato conclusioni e nota spese;
udito il difensore, Avv. Tommaso Pietrocarlo per A.A., che ha insistito
nell’accoglimento del ricorso;
udito il difensore Avv. Anselmo De Cataldo per S.S., che ha insistito
nell’accoglimento del ricorso.

Data Udienza: 06/04/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 6/7/2017 la Corte di appello di Roma in totale riforma di
quella emessa dal Tribunale di Roma in data 19/6/2015, ha riconosciuto la
penale responsabilità: di S.S. in relazione ai reati di corruzione ex
art. 319 cod. pen. a lui ascritti ai capi B), C), D), E), in esso assorbito il capo G),

A.A. in relazione ai reati di corruzione ex art. 321 cod. pen. di cui ai
capi B) e C); di Z.Z. o in relazione ai reati di corruzione ex art. 321
cod. pen. di cui ai capi C) e D).
La Corte ha quindi irrogato agli imputati le pene ritenute di giustizia e
condannato i predetti a risarcire il danno cagionato alla parte civile Ministero
della Giustizia e i soli S.S. e A.A. a rifondere i danni cagionati alla parte
civile Dell.
In particolare, ribaltando il giudizio assolutorio formulato dal Tribunale, la
Corte ha ritenuto che il S.S., quale tecnico in servizio presso la D.G.S.I.A., si
fosse fatto promettere e dare denaro, concordando con A.A. e Mariani,
funzionari di Dell S.A. di Montpellier e di Dell spa, aggiudicataria di un appalto di
servizi, il conferimento di un incarico di consulenza, tramite Software Design spa,
in favore di ML2.NET srl di Q.Q.(capo B); si fosse fatto promettere e
dare denaro da Q.Q. di ML2.NET srl, tramite Z.Z. di DOTT.COM , quale
spartizione del sovrapprezzo di una fornitura di server (capo C); si fosse fatto
promettere e dare denaro da Z.Z., tramite Malizia di VMG srl, concordando a
fronte dell’aggiudicazione a DOTT.COM di una commessa di forniture
informatiche, l’interessamento della VMG (capo D); si fosse fatto promettere e
dare denaro da Privitera di D.L.I. spa in relazione all’aggiudicazione di forniture
informatiche e ad interventi in suo favore, concordando l’interessamento di VMG
per incarichi ulteriori, in modo da spartire l’illecito vantaggio patrimoniale (capo
E); avesse turbato il procedimento diretto a stabilire le modalità di scelta del
contraente, mediante precise indicazioni alla società di Q.Q. sull’offerta
da inserire nel Mercato Elettronico della P.A.

2. Ha proposto ricorso il S.S. tramite il suo difensore.
2.1. Primo motivo: nullità della sentenza per violazione del principio
dell’immutabilità del giudice ex art. 525, comma 2, cod. proc. pen.
Dai relativi verbali risultava che nel giudizio di appello le parti avevano
discusso dinanzi a collegio composto fra l’altro dal Cons. Tortora, mentre

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nonché in relazione al reato di cui all’art. 353-bis cod. pen. di cui al capo F); di

all’udienza del 6/7/2017, in cui il Collegio si era ritirato in camera di consiglio e
aveva poi emesso la sentenza, era risultato presente il Cons. Mariani in luogo del
Cons. Tortora, come emergeva anche dall’intestazione della sentenza.
Di qui la denunciata nullità.
2.2. Secondo motivo: vizio di motivazione per violazione del dovere di
motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là di ogni ragionevole
dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, con riguardo
all’esame degli imputati anche in ordine agli esiti delle intercettazioni.

della Corte di cassazione, segnalando come dovesse aversi riguardo ai fini della
rinnovazione della prova dichiarativa anche alle dichiarazioni degli imputati, ove
risultate decisive.
Nel caso di specie tali dichiarazioni erano risultate decisive per la
comprensione dei fatti, come riconosciuto dal Tribunale, che aveva dato credito
alle versioni difensive.
Avrebbe dovuto inoltre aversi riguardo al rilievo assunto dalle conversazioni
intercettate, ai fini della cui interpretazione non avrebbe potuto prescindersi da
quanto in proposito riferito dagli imputati, cui le singole conversazioni erano
state contestate nel corso del dibattimento: sul punto si richiamano alcune delle
conversazioni su cui i tre imputati avevano fornito una specifica spiegazione, che
era stata accreditata o non smentita dal Tribunale e che non avrebbe potuto
essere disattesa in assenza della rinnovazione dell’esame.
2.3. Terzo motivo: con riguardo al capo B), vizio di motivazione per
violazione del dovere di motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là
di ogni ragionevole dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria
dibattimentale in relazione all’esame dei testi Dencheva, Sanna, De Leo, Cerrelli.
Le dichiarazioni dei primi tre testi erano state considerate decisive dalla
Corte per reinterpretare la cronologia di alcuni fatti, ma al tempo stesso erano
state considerate decisive per l’esito assolutorio in primo grado.
La rilettura delle deposizioni aveva indotto la Corte a ritenere che le
difficoltà operative della Software Design fossero sorte solo nell’aprile 2011,
quando le e-mail tra gli imputati valevano ad attestare l’interessamento per il
coinvolgimento della ML2.NET già nei mesi di gennaio e febbraio 2011.
Ma il Tribunale aveva ritenuto sulla base di quelle testimonianze e della
deposizione degli imputati che l’inadeguatezza di Dell e di Software Design si
fosse evidenziata fin dall’inizio e che l’attività della ML2.NET risalisse al primo
periodo dell’attività negoziale.
L’antitetico rilievo delle deposizioni ne imponeva la rinnovazione.

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Richiama i principi affermati nella sentenza Dasgupta delle Sezioni unite

In particolare la testimonianza De Leo aveva indotto il Tribunale ad
alimentare dubbi circa la fondatezza dell’accusa in rapporto a carenze e difetti
che avevano comportato l’intervento della ML2.NET prima dell’aprile e il richiamo
di tale ditta nel mese di aprile.
Quanto al teste Cerrelli il Tribunale aveva fondato sulla sua inattendibilità il
dubbio sulle accuse, ma la Corte aveva omesso di confrontarsi con le ricadute

Dencheva nella parte in cui de relato si fondavano sul racconto del Cerrelli ma
senza fornire motivazione sul punto e senza rinnovare le prove dichiarative.
2.4. Quarto motivo: in relazione al capo C), vizio di motivazione per
violazione del dovere di motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là
di ogni ragionevole dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria
dibattimentale in relazione all’esame del teste Gagliano e a quello dell’imputato
S.S..
La Corte aveva interpretato in modo opposto, le dichiarazioni del Gagliano,
facendolo apparire come pilotato dal S.S., quando in primo grado quelle
dichiarazioni erano state ritenute decisive per alimentare il ragionevole dubbio in
merito all’accusa.
2.5. Quinto motivo: sempre con riguardo al capo C), vizio di motivazione e
violazione di legge in relazione agli artt. 192, 530, 533, 546 cod. proc. pen., al
dovere di motivazione rafforzata e al criterio dell’oltre ogni ragionevole dubbio,
in rapporto alla collocazione temporale dell’accordo corruttivo.
La Corte aveva retrodatato rispetto al Tribunale l’accordo a prima della
pubblicazione dell’offerta di ML2.NET ma senza fornire una motivazione
rafforzata, facendo riferimento a conversazioni riguardanti altre operazioni e
attestanti un’identità del modo di procedere e citando poi altre telefonate
successive all’acquisto sul MePA, prive di inferenza probatoria, relativamente alle
quali la Corte aveva omesso di articolare ragionamenti volti a collegare
logicamente tali conversazioni alle conclusioni formulate.
2.6. Sesto motivo: violazione del principio di correlazione tra imputazione e
sentenza in relazione agli artt. 521 e 522 cod. proc. pen.
La Corte aveva fondato la condanna sulla spartizione non del sovrapprezzo
derivante originariamente dalla vendita da parte di Q.Q.di server HP, ma
del margine derivante dalla vendita sottocosto di server Fujitsu da Z.Z. a
Q.Q..

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indiziarie della deposizione, fra l’altro valorizzando le dichiarazioni della

In tal modo, come rilevato anche dal Tribunale che non si era confrontato
con tale diversa impostazione, peraltro escludendo anche di poter rilevare la
diversità del fatto, si era dato rilievo ad un fatto non oggetto di contestazione.
2.7. Settimo motivo: vizio di motivazione e violazione di legge in relazione
agli artt. 192, 530, 533, 546 cod. proc. pen., al dovere di motivazione rafforzata
e al criterio dell’oltre ogni ragionevole dubbio con riferimento a taluni punti

Quanto alla telefonata del 23 gennaio 2012 sulla spartizione, la Corte aveva
fornito un’interpretazione scollegata dalle spiegazioni degli imputati e dalle
deduzioni esposte nelle memorie difensive, dandole un significato anche illogico.
Relativamente alle telefonate del 25 gennaio 2012 tra A.A. e S.S. e del
2 febbraio 2012 la Corte aveva omesso di spiegare perché ne avesse tratto
fondamento per la tesi colpevolista, sottraendosi all’obbligo di motivazione
rafforzata: la motivazione era comunque illogica poiché dalla conversazione non
era deducibile la conclusione interpretativa trattane.
La Corte aveva poi omesso di confrontarsi con la valutazione del Tribunale in
merito alla congruità del prezzo di acquisto dei server rispetto alla qualità e
valore di mercato, circostanza tale da escludere una corruzione legata ad un
sovrapprezzo da spartire.
La Corte aveva altresì omesso di confrontarsi con le deduzioni esposte in
ordine all’insussistenza del sovrapprezzo nella memoria difensiva depositata il
13/4/2017.
Peraltro il Tribunale aveva dato conto dei rilievi del P.M. fondati sulle
conversazioni intercettate, ritenendole insufficienti, mentre la Corte le aveva
valorizzate senza rinnovare l’esame degli imputati che avevano in merito fornito
una spiegazione.
2.8. Motivo ottavo: relativamente al capo D), vizio di motivazione per
violazione del dovere di motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là
di ogni ragionevole dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria
dibattimentale in relazione all’esame dei testi Mesto e Duri.
Opposto era stato il valore attribuito dal Tribunale e dalla Corte alle
deposizioni del teste Mesto in merito alla consegna di denaro da parte di Malizia
e del teste Duri in merito al carattere fittizio o meno del coinvolgimento della
V.M.G. di Malizia: era dunque necessaria la previa rinnovazione dell’esame.
2.9. Motivo nono: vizio di motivazione e violazione di legge in relazione al
dovere di motivazione rafforzata ed al canone di giudizio dell’al di là di ogni
ragionevole dubbio, circa la reinterpretazione del materiale probatorio.

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decisivi.

La Corte aveva imposto la propria lettura della vicenda senza spiegare
perché le motivazioni del primo giudice avrebbero dovuto reputarsi errate.
Ciò valeva innanzi tutto per le vicende finanziarie intercorrenti tra Z.Z. e
Malizia, avendo la Corte ritenuto che l’interessamento del S.S. provasse la
spartizione dei soldi ricevuti da Z.Z., mentre il Tribunale aveva accreditato una
diversa spiegazione, che peraltro risultava decisivamente comprovata dalla

Altrettanto avrebbe dovuto dirsi per le sequenze bonifici, prelievi, incontri, in
relazione alle quali il Tribunale aveva dato atto della persuasività della versione
alternativa dei fatti proposta dalle difese, mentre la Corte aveva contrapposto la
propria ricostruzione, svincolata dalla spiegazione delle conversazioni fornita dai
testimoni escussi.
Illogica era risultata la interpretazione delle conversazioni telefoniche da
parte della Corte, in particolare delle telefonate n. 77 del 2 dicembre 2011 e n.
218 del 27/12/2011, a fronte di quanto sul punto spiegato dall’imputato Z.Z..
Del resto la motivazione assolutoria su più punti si fondava sulla veridicità di
quanto addotto a discolpa, sulla versione fornita dall’imputato, sulla versione
proposta dalle difese., senza che fosse seguito il nuovo esame dell’imputato.
2.10. Motivo decimo: violazione degli artt. 178 e 179 cod. proc. pen. per
genericità e indeterminatezza dell’imputazione sub D).
L’imputazione non recava l’indicazione della commessa pubblica oggetto di
mercimonio e non avrebbe potuto rilevare la produzione documentale della
difesa Z.Z., peraltro non idonea ad estendere la conoscenza dell’ipotesi di
accusa al coimputato S.S..
La genericità riguardava anche il significato da attribuire all’espressione
«ulteriori incarichi remunerati inerenti alla commessa assegnata alla
DOTT.COM ».
2.11. Motivo undicesimo: relativamente ai capi E) e G), nullità della
sentenza per violazione degli artt. 521 e 522 cod. proc. pen. in relazione al
difetto di correlazione tra imputazione e sentenza nonché nullità per violazione
degli artt. 456 e 429 cod. proc. pen. per genericità dell’imputazione.
Fondendo le due imputazioni la Corte aveva posto il fatto di cui al capo G) a
fondamento dell’ipotesi di corruzione sub E), in tal modo riqualificando il fatto in
peius senza contraddittorio e senza che fosse stato oggetto di contestazione il

ritenuto fatto corruttivo.
La modifica degli elementi utilizzati aveva dato luogo ad un fatto diverso da
quello descritto sia nel capo G) che nel capo E).

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conversazione del 5 gennaio 2012, letta nella sua interezza.

Peraltro la fusione rivelava la genericità delle imputazioni.
Nel capo E) il S.S. era accusato di corruzione per fatti avvenuti nei mesi
di aprile e maggio 2012 mentre la Corte lo aveva condannato per fatto collocato
nel gennaio 2012.
2.12. Dodicesimo motivo: vizio di motivazione per violazione del dovere di
motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là di ogni ragionevole

all’esame del teste Gagliano e a quello dell’imputato S.S..
Il Tribunale aveva valorizzato la deposizione del Gagliano con riguardo alla
prassi di contattare i fornitori.
Ma la Corte aveva fondato il proprio giudizio in merito alla relazione Di
Biase/Privitera sulla deposizione del Gagliano senza confrontarsi con la sentenza
di primo grado.
Analoghi rilievi avrebbero dovuto formularsi con riferimento alla
conversazione intercettata riguardante l’accettazione dello sconto dell’1%,
avendo il Tribunale dato rilievo alle dichiarazioni del Gagliano a conferma di
quanto sostenuto dal S.S., mentre la Corte aveva ignorato anche quanto
dedotto nelle memorie difensive riformando la sentenza senza procedere a
rinnovazione degli esami.
2.13. Tredicesimo motivo: vizio di motivazione e violazione di legge in
relazione alla sussistenza di indizi legittimanti la riforma della sentenza
assolutoria con motivazione rafforzata e oltre ogni ragionevole dubbio.
La Corte non aveva spiegato la valenza delle conversazioni intercettate, non
aveva colmato il vuoto probatorio in merito alla fittizietà della prestazione del
Malizia, non aveva fornito l’indicazione di prove in ordine alla promessa o
dazione di denaro da Malizia a S.S., non aveva affrontato la questione della
congruità e determinazione dei prezzi anche in relazione al tema della modifica
dell’oggetto dell’offerta.
2.14. Quattordicesimo motivo: violazione dell’art. 319 cod. pen.
Il P.G. nella sua memoria aveva rilevato con riguardo ai capi F) e G) la
mancanza della promessa o della dazione di denaro, concludendo per la
configurabilità del reato di cui all’art. 323 cod. pen.: ma tale argomento si
attagliava anche al capo E) a fronte della fusione con l’imputazione sub G).
2.15. Quindicesimo motivo: in relazione al capo F), vizio di motivazione per
violazione del dovere di motivazione rafforzata, del canone di giudizio dell’al di là
di ogni ragionevole dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria

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dubbio, del dovere di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in relazione

dibattimentale in relazione all’esame dei testi Gagliano e Mormile e degli
imputati.
La Corte aveva travisato la prova costituita dalla conversazione intercettata
nella quale contrariamente all’assunto su cui è stata fondata la condanna non si
parlava di ribassi e sconti e per il reato aveva richiamato le conversazioni
esaminate anche dal Tribunale, senza motivare sul complesso di indizi, relativi
alle prassi DGSIA e al funzionamento del MePA, valorizzati dal Tribunale alla luce
delle deposizioni di Gagliano e Mormile.

all’art. 353-bis cod. pen.
Lo stesso Procuratore Generale aveva escluso la configurabilità dell’art. 353-

bis cod. pen. prospettando il reato di cui all’art. 323 cod. pen.
Peraltro si era trattato di condotte alla luce del sole, con coinvolgimento di
Gagliano e Baldoni, essendo ravvisabile collusione in presenza di accordo
clandestino.
2.17. Diciassettesimo motivo: violazione di legge e vizio di motivazione in
relazione all’art. 133 cod. pen. e al diniego delle attenuanti generiche.
La Corte aveva omesso di motivare in ordine alla quantificazione della pena,
in particolare dando conto di aver valutato i parametri di cui all’art. 133 cod.
pen., tanto più a fronte delle richieste formulate dal P.G.
Aveva inoltre negato le attenuanti generiche ricorrendo a formule
pleonastiche, che si richiamavano all’essenza dei reati in contestazione.
Ciò valeva anche ai fini dell’applicazione dell’art. 81 cod. pen. non essendo
stata fornita motivazione in ordine agli aumenti operati, a fronte dello
scostamento dal minimo.

3. Ha presentato ricorso A.A. tramite il suo difensore.
3.1. Primo motivo: corrisponde al primo motivo del ricorrente S.S..
3.2. Secondo motivo: vizio di motivazione con travisamento della prova e
violazione dell’obbligo di motivazione rafforzata.
La Corte aveva omesso di considerare che il reato sub B) si sarebbe
perfezionato con l’accordo intercorso alla presenza di Mariani ma non anche del
A.A. e non aveva fornito una motivazione rafforzata sulla base del materiale
probatorio raccolto, tale da far emergere l’insostenibilità degli assunti del
Tribunale.
D’altro canto il teste Cerrelli aveva finito per affermare che la decisione di
indicare la ML2.NET di Q.Q., al fine procedere all’installazione del sistema
di back up e veicolare poi al S.S. parte del corrispettivo, non era stata del
A.A..

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2.16. Sedicesimo motivo: violazione di legge e vizio di motivazione in ordine

Tali elementi non erano stati confutati dalla Corte che aveva pretermesso le
dichiarazioni del Cerrelli.
In una memoria difensiva era stato sottolineato che le difficoltà tecniche che
avevano giustificato il coinvolgimento di ML2.NET erano state effettive, alla luce
di quanto dichiarato da Sanna, da De Leo e dallo stesso A.A., e risultato dalla
corrispondenza mali, ma la Corte non aveva confutato gli argomenti difensivi e le
spiegazioni sul contenuto della corrispondenza fornite dal A.A., anche nel corso

ragionevole dubbio.
3.3. Terzo motivo: vizio di motivazione in relazione alla mancata
rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, con riguardo a prove dichiarative
decisive.
Richiamati gli arresti giurisprudenziali riconducibili alle sentenze Dasgupta e
Patalano delle Sezioni unite della Corte di cassazione, con riferimento al reato
sub B) osserva che il Tribunale aveva rilevato il ruolo marginale del A.A. e per
la fase esecutiva del rapporto contrattuale la sua posizione subordinata rispetto
al coimputato Mariani, priva di potere decisionale.
L’unica persona sentita in dibattimento secondo la quale vi era stato
l’incontro del 13/1/2011, nel corso del quale era stato concluso l’accordo
corruttivo, era stato Cerrelli Ezio, mentre gli altri testimoni avevano parlato
dell’incontro de relato.
Il Tribunale aveva tuttavia ritenuto per varie ragioni la deposizione del
Cerrelli non idonea a fondare il giudizio di colpevolezza, con la conseguenza della
mancanza di prove dell’accordo corruttivo.
Altri elementi erano emersi dalle deposizioni Sanna e De Leo, nonché
dall’esame del A.A., tanto che il Tribunale su tali basi aveva concluso che il
coinvolgimento di ML2.NET non era stato strumentale ma giustificato.
In tal modo le citate testimonianze e l’esame del A.A. avrebbero dovuto
reputarsi decisive.
La Corte per ribaltare il giudizio avrebbe dovuto nuovamente assumere tali
prove dichiarative, mentre aveva omesso di farlo, dando rilievo a numerose
conversazioni intercettate e alle deposizioni dei testi Dencheva, Sanna, De Leo,
oltre che per altro reato a quelle di Duri, Gagliano e Baldoni e alle dichiarazioni
dei coimputati Mariani e Q.Q..
La Corte in particolare aveva omesso di considerare la testimonianza
Cerrelli, mentre aveva utilizzato quella della Dencheva, che era testimone

de

relato rispetto al Cerrelli, valorizzando in chiave accusatoria le deposizioni Sanna
e De Leo, utilizzate dal Tribunale per la soluzione opposta.

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del suo esame, e non aveva dunque dimostrato l’insussistenza anche solo di un

Nel complesso dunque avrebbero dovuto essere nuovamente escussi i testi
Cerrelli, Dencheva, Sanna e De Leo, nonché i coimputati Mariani e Q.Q.,
ciò che non era avvenuto con conseguente vizio della motivazione.
3.4. Quarto motivo: nullità della sentenza ex artt. 521 e 522 cod. proc. pen.
in relazione al capo C).
Sono riprodotti argomenti corrispondenti a quelli del sesto motivo del ricorso
S.S..

motivazione rafforzata in relazione al capo C).
La Corte aveva dato conto delle dichiarazioni di Q.Q. che
scagionavano in realtà il ricorrente.
Tali elementi erano suffragati dalla circostanza che il margine di ricarico
praticato a ML2.NET da DOTT.COM di Z.Z. era esiguo, non tale da consentire la
destinazione al S.S. di una plusvalenza.
La Corte aveva ritenuto che la plusvalenza fosse stata ottenuta dal
Q.Q. che l’aveva spartita con S.S., il che confermava il narrato dello
stesso Q.Q. che scagionava A.A..
Nessun elemento valeva a comprovare la consapevolezza del ricorrente in
ordine alla spartizione.
In ogni caso non erano state indicate circostanze idonee a superare il
narrato del Q.Q..
Per giunta la Corte aveva valorizzato conversazioni che non riguardavano il
capo C).
Di qui la mancanza di motivazione rafforzata rispetto all’esito assolutorio.
3.6. Sesto motivo: vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti
generiche.
La Corte si era basata su formule di stile che non si attagliavano al caso o
inerivano alla stessa struttura dei reati addebitati.

4. Ha presentato ricorso Z.Z., tramite il suo difensore.
4.1. Primo motivo: corrisponde al primo motivo del ricorrente S.S..
4.2. Secondo motivo: corrisponde al quarto motivo del ricorso A.A..
4.3. Terzo motivo: vizio di motivazione per violazione del dovere di
motivazione rafforzata in relazione al capo C).
La Corte aveva ritenuto che il narrato di Q.Q. suffragasse la tesi
difensiva di Z.Z. e di A.A..
Ciò era avvalorato dal fatto che la Corte aveva finito per rilevare l’esiguità
del ricarico praticato a ML2.NET da Dott.com di Z.Z..

lo

i
,

3.5. Quinto motivo: vizio di motivazione per violazione del dovere di

Non vi era dunque traccia della consapevolezza da parte del ricorrente in
ordine alla spartizione avvenuta tra Q.Q. e S.S..
Né erano state indicate circostanze idonee a superare il narrato del
Q.Q..
La Corte aveva omesso il vaglio di numerosi argomenti illustrati in una
memoria difensiva, a dimostrazione dell’estraneità del Z.Z. al presunto accordo
illecito (l’accordo con il Ministero non prevedeva contrattazione; il prezzo era

testimonianza del maggiore Caterino; l’ing. Z.Z. era stato rimproverato da Di
Biase per aver praticato prezzi alti in occasione di altra fornitura; il rimprovero
era peraltro infondato; esiguo era il margine rispetto ai server destinati alla sede
di Genova; il riferimento alla brutta figura che Z.Z. avrebbe fatto fare al Di
Biase era semmai indicativo dell’estraneità di lui al patto corruttivo; il S.S.
aveva operato per far ottenere a Q.Q. un prezzo più basso).
La Corte non aveva considerato se la telefonata n. 125 del 16/12/2011
costituisse riscontro del narrato del Q.Q. e anche a voler disattendere la
spiegazione fornita dal A.A. in ordine al significato dell’espressione «spartire»,
non aveva comunque tenuto conto del contenuto di tale conversazione.
4.4. Quarto motivo: vizio di motivazione con violazione del dovere di
motivazione rafforzata e di rispetto del canone dell’oltre ogni ragionevole dubbio,
con obbligo di rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale con riguardo al capo
D).
Richiamati gli arresti espressi dalle sentenze Dasgupta e Patalano delle
Sezioni unite della Corte di cassazione, osserva il ricorrente che il Tribunale
aveva escluso il carattere fittizio del rapporto tra DOTT.COM di Z.Z. e V.M.G. di
Malizia sulla base della testimonianza Duri, che la Corte, ribaltando il giudizio,
non aveva nuovamente escusso.
Inoltre, a fronte di significative produzioni documentali della difesa, la Corte
non aveva dato conto del contenuto di tali documenti, in merito all’effettività del
rapporto DOTT.COM/V.M.G., e ignorato la prospettazione esposta in una
memoria difensiva, da nessun elemento traendosi la prova che Z.Z. fosse
consapevole che dopo le rimesse di DOTT.COM a V.M.G. parte della provvista
fosse consegnata a S.S. da Malizia.
La Corte aveva fra l’altro ignorato l’argomento riguardante la richiesta di
sconto formulata da Z.Z. a fronte di preventivo inviato da Malizia, in relazione
al preventivo del 30/11/2011 e alla mail del 6/12/2011, allegati alla memoria
difensiva.

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fissato e non si prestava a plusvalenza; fondamentale era risultata sul punto la

Senza lo specifico esame di tali elementi non si sarebbe potuto parlare di
illiceità dell’accordo, occorrendo dimostrare l’insostenibilità dell’assunto
assolutorio.
In ogni caso, poiché il Tribunale si era basato anche sulle dichiarazioni
dibattimentali di S.S. e Z.Z. in ordine al rapporto con Malizia e alle ragioni
dell’interessamento di S.S. per i pagamenti da parte di Z.Z. nonché in
ordine alla spiegazione fornita da Z.Z. circa l’utilizzo nelle conversazioni di

esame.
Infine rimarca il ricorrente che la Corte non aveva motivato a sostegno
dell’assunto che il Malizia avesse effettivamente erogato denaro a S.S., a
fronte di quanto emerso dalla testimonianza dell’operante Mesto, che, pur
osservando la scena, non aveva saputo confermare l’esatta natura di quanto
consegnato al S.S..
Peraltro la Corte aveva omesso di rinnovare l’audizione del Mesto.
4.5. Quinto motivo: corrisponde al sesto motivo del ricorso A.A..

5. Ha presentato una memoria la parte civile Ministero della Giustizia, nella
quale si contrastano gli argomenti sulla cui base è stata eccepita la nullità ex art.
525 cod. proc. pen. ed ex artt. 521 e 522 cod. proc. pen. e si contesta la dedotta
illogicità della motivazione della sentenza impugnata, osservandosi che i ricorsi
chiedono alla Corte una non consentita rilettura degli elementi di fatto.

6. All’udienza pubblica è stato dato atto alle parti della documentazione
trasmessa dalla Corte di appello di Roma, in persona del Presidente della Terza
Sezione Penale e del Presidente del collegio giudicante, riguardante la
composizione del Collegio che in data 6/7/2017 aveva concluso la fase della
discussione e aveva poi assunto la decisione impugnata.
A seguito dell’esame di tale documentazione l’Avv. Pietropaolo ha chiesto
che gli atti venissero previamente trasmessi alla Corte di appello di Roma per la
previa correzione dell’errore materiale.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Deve essere preliminarmente esaminato il primo motivo, sostanzialmente
comune ai tre ricorsi, riguardante il tema della composizione del Collegio
giudicante agli effetti dell’art. 525 cod. proc. pen.

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termini apparentemente allusivi, la Corte avrebbe dovuto rinnovare il relativo

1.1. Deve al riguardo osservarsi che il frazionamento della discussione in più
udienze tenute dal Giudice in diversa composizione è tale da dare luogo
indiscutibilmente alla nullità assoluta contemplata dalla norma sopra richiamata
(sul punto Cass. Sez. 5, n. 45649 del 25/9/2012, Scambia, rv. 254004), per lo
meno quando il nuovo collegio non abbia proceduto, senza opposizioni, a
rinnovare mediante lettura della relativa registrazione, gli interventi
precedentemente svolti (Cass. Sez. 2, n. 4940 del 12/12/2016, dep. nel 2017,
Amato, rv. 268988).

legittimare il diretto accesso agli atti da parte della Corte di cassazione: proprio
su tali basi si è proceduto alla verifica delle ragioni tabellari sulla cui base
potesse essersi giunti da parte della Corte di appello di Roma ad un mutamento
del Collegio in occasione dell’ultima udienza.
In tale contesto sono state dunque acquisite informazioni, dalle quali è
emerso che, contrariamente a quanto emerge dal verbale relativo all’udienza del
6/7/2017 e dalla stessa intestazione della sentenza, in cui figura l’indicazione del
Cons. Massimo Gustavo Mariani, in realtà l’udienza si era regolarmente tenuta
dinanzi al Collegio composto dal Presidente Annamaria Acerra, dal Cons. Claudio
Tortora e dal Cons. Roberta Palmisano.
E’ stato altresì dato conto della circostanza che nella medesima giornata
avevano tenuto udienza due collegi diversi e che solo uno di questi, al fine di
completare il processo a carico degli imputati A.A., S.S. e Z.Z., era
composto dai tre predetti magistrati.
Alle informazioni acquisite fa da riscontro la documentazione inviata, volta
ad attestare la composizione dei due diversi collegi.
Deve aggiungersi che nel caso di specie è stato fatto uso di un verbale
preformato, recante la stampigliatura dei nomi dei tre componenti, esattamente
come avvenuto già in occasione di un’udienza precedente, allorché, a fronte
dell’utilizzo del medesimo verbale prefornnato, il cancelliere aveva poi provveduto
a barrare il nome del Cons. Mariani, che per errore risultava inserito tra i
componenti del Collegio, con quello del Cons. Tortora.
1.3. Sulla base di quanto precede deve ritenersi che l’udienza non sia stata
tenuta dal Collegio composto anche dal Cons. Mariani bensì dal Collegio dinanzi
al quale sono state tenute tutte le udienze del giudizio di appello, composto dal
Cons. Tortora.
L’evidenza dell’errore, risultante dalle inequivoche fonti informative
menzionate e ulteriormente avvalorata sia dalla mancanza di provvedimenti
organizzativi, dai quali possa desumersi la diversa composizione del Collegio, sia
dalla mancata formulazione a verbale di osservazioni da parte del Collegio o da

13

1.2. La natura processuale della violazione dedotta è peraltro tale da

parte dei difensori presenti in occasione dell’udienza del 6 luglio 2017, induce ad
escludere che tale udienza sia stata celebrata dinanzi a Collegio diversamente
formato, con la conseguenza che non risulta in alcun modo ravvisabile la dedotta
nullità, in realtà formulata sulla base di un dato estrinseco non costituente
oggetto di specifica attestazione, ma frutto dell’uso di un prestampato non
idoneamente corretto e dunque di una non voluta erronea presupposizione,
suscettibile di correzione in questa sede.
1.4. Ed invero la sussistenza di inequivoci elementi di diverso segno

impone alla stessa Corte di cassazione -senza che possa previamente disporsi,
una volta presentata l’impugnazione, la trasmissione degli atti alla Corte di
appello di Roma, richiesta dalla difesa nel corso dell’udienza- di procedere alla
correzione del rilevato errore materiale, ravvisabile nella trascrizione del Collegio
giudicante sia nel verbale dell’udienza del 6/7/2017 sia nella intestazione della
sentenza impugnata, riflettente pedissequamente quella trascrizione: a tal fine si
rinvia al dispositivo nel quale si darà atto che, quale componente del collegio, in
luogo di Massimo Gustavo Mariani deve farsi riferimento a Claudio Tortora.

2. Numerosi motivi di ricorso deducono il tema della mancata rinnovazione
di prove dichiarative decisive.
2.1. Va al riguardo rilevato che la sentenza della Corte ha totalmente
ribaltato l’esito assolutorio del primo grado di giudizio.
A tale stregua vanno richiamati i consolidati arresti di legittimità in forza dei
quali nel caso di riforma in appello della sentenza di primo grado la Corte ha
comunque l’obbligo di formulare una motivazione c.d. rafforzata e, più
specificamente, nel caso di riforma di sentenza assolutoria è tenuta anche a
rinnovare le prove dichiarative decisive (sul punto deve farsi riferimento a Cass.
Sez. U. n. 27620 del 28/4/2016, Dasgupta, rv. 267487-267492; Cass. Sez. U. n.
18620 del 19/1/2017, Patalano, rv. 269785-269786; nonché, più di recente, a
conferma dell’inquadramento del tema, Cass. Sez. U. n. 14800 del 21/12/2017,
dep. nel 2018, Troise, rv. 272430-272431).
In particolare, sulla scorta di principi affermati dalla Corte di Strasburgo a
salvaguardia della garanzia convenzionale dell’equo processo (fra l’altro si
richiama la sentenza Dan contro Moldavia del 5/7/2011), le Sezioni Unite della
Corte di cassazione hanno sottolineato come i principi di oralità e immediatezza
debbano essere intesi come espressivi della garanzia del pieno contraddittorio
nell’assunzione della prova, da considerarsi come il canone epistemologicamente
più affidabile per assicurare la più adeguata valutazione della prova e la tutela
del diritto di difesa, con la conseguenza che l’assunzione della prova deve essere

14

consente di ricostruire esattamente la realtà dei fatti di rilievo processuale e

rinnovata, allorché a seguito di appello avverso sentenza assolutoria debba
valutarsi la sussistenza dei presupposti per un ribaltamento del giudizio.
Tale esigenza è stata invero correlata alla presunzione di non colpevolezza e
alla necessità che la condanna si fondi su un accertamento di colpevolezza oltre
ogni ragionevole dubbio, con la conseguenza che la rinnovazione della prova
dichiarativa decisiva si impone a fronte di una sentenza assolutoria, tale da
rafforzare la presunzione di non colpevolezza e consolidare la valutazione della
prova in termini favorevoli all’imputato, solo da una nuova assunzione potendo

diverso.
2.2. Diversamente è stato ritenuto per il ribaltamento di una sentenza di
condanna, giacché in questo caso, salva l’eventualità che si palesi in concreto la
necessità di una rinnovazione, non si tratta di addivenire a pronuncia oltre ogni
ragionevole dubbio ma semplicemente di rilevare la mancanza di certezza in
ordine all’affermazione della colpevolezza, cosicché il canone epistemologico
sopra evocato non viene in considerazione (specificamente sul punto Cass. Sez.
U. n. 14800 del 21/12/2017, dep. nel 2018, Troise, rv. 272430-272431, cit.).
2.3. Peraltro in tutti i casi di riforma in appello la motivazione deve essere il
risultato dell’esercizio della giurisdizione e deve confrontarsi con gli argomenti
principali che sono alla base della sentenza riformata, confutandone la valenza
nel quadro complessivo degli elementi acquisiti, ciò in quanto l’autorevolezza del
giudizio non discende dal tipo di funzione di chi lo esprime ma dall’analisi su cui
esso si fonda (si rinvia ai principi già affermati da Cass. Sez. U. n. 33748 del
12/7/2005, Mannino, rv. 231679) ,
Nello specifico caso di riforma di sentenza assolutoria il Giudice di appello
non può limitarsi ad un’alternativa valutazione delle risultanze, ma deve
puntualmente esaminare, anche alla luce della rinnovazione delle prove, gli
argomenti della sentenza di primo grado, dimostrandone l’inidoneità e indicando
per contro gli elementi che valgono a suffragare un giudizio di colpevolezza oltre
ogni ragionevole dubbio.
Tali principi sono stati di recente ribaditi e approfonditi, anche alla luce delle
modifiche introdotte dalla legge 103 del 2017 (si richiama Cass. Sez. U. n. 14800
del 21/12/2017, dep. nel 2018, Troise n. 272430, cit.). essendosi in particolare
rilevato come l’art. 603, comma 3-bis cod. pen., secondo cui, in caso di appello
avverso sentenza di proscioglimento per motivi attinenti alla valutazione della
prova dichiarativa, il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione
dibattimentale, si ponga in linea con i precedenti arresti giurisprudenziali e non
valga a delineare una discontinuità rispetto ad essi.

15

discendere sul piano conoscitivo il presupposto per una valutazione di segno

2.4. In tale prospettiva deve rilevarsi dunque che l’onere della rinnovazione
della prova concerne solo la prova dichiarativa, in quanto la stessa possa dirsi
decisiva.
Nell’ambito delle prove dichiarative deve annoverarsi qualunque tipo di
deposizione o dichiarazione, anche se proveniente da testimoni assistiti o da
imputati in procedimento connesso o perfino da imputati in causa propria (sul
punto Cass. Sez. U. n. 27620 del 28/4/2016, Dasgupta, rv. 267487)

che in base alla sentenza di primo grado hanno determinato o contribuito a
determinare un esito assolutorio e, pur in presenza di fonti di altra natura, se
espunti dal complesso del materiale probatorio si rivelano potenzialmente idonei
ad incidere sull’esito del giudizio di appello, nell’alternativa proscioglimentocondanna (Cass. Sez. U. n. 27620 del 28/4/2016, Dasgupta, rv. 267491).
Ma la decisività va attribuita anche a quelle prove dichiarative che, ritenute
dal primo giudice di scarso o nullo valore probatorio, risultino nella prospettiva
dell’appellante rilevanti da sole o insieme ad altri elementi di prova, dovendosi
invece escludere che possa reputarsi “decisivo” un apporto dichiarativo il cui
valore
probatorio, che in sé considerato non possa formare oggetto di diversificate
valutazioni tra primo e secondo grado, si combini con fonti di prova di diversa
natura, non adeguatamente valorizzate o erroneamente considerate o addirittura
pretermesse dal primo giudice, ricevendo soltanto da queste, nella valutazione
del giudice di appello, un significato risolutivo ai fini dell’affermazione della
responsabilità (Cass. Sez. U. n. 27620 del 28/4/2016, Dasgupta, rv. 267491
cit.).
A ben guardare dunque la decisività non risiede nella possibilità di invocare
un elemento probatorio a sostegno di una tesi o dell’altra ma nel ruolo che
quell’elemento ha in concreto avuto nel giudizio assolutorio e in quello che
potrebbe invece avere nella opposta prospettiva, ciò discendendo essenzialmente
dalla valutazione di determinati contributi dichiarativi fatta dal primo Giudice e/o
dal tipo di incidenza che potrebbe se del caso avere un’opposta valutazione di
quel determinato contributo, a meno che il diverso valore della prova dichiarativa
discenda dall’inserimento di essa, immutata nel suo significato, in un più ampio
quadro di elementi non considerati o erroneamente valutati dal primo Giudice.
D’altro canto non conta, a fronte del rilievo riconosciuto ad un elemento
dichiarativo, che altri elementi probatori fossero idonei a smentirne o ridurne
l’incidenza, essendo invece determinante in un caso siffatto quell’attribuzione di
rilievo, che di per sé impone il ricorso ad un canone epistemologico rafforzato.

16

La nozione di decisività va d’altro canto riferita a quei contributi dichiarativi

3. Ciò posto, deve rilevarsi come non possa condividersi in via generale
l’impostazione del secondo motivo del ricorso presentato nell’interesse di Di
Biase, incentrato sulla mancata rinnovazione dell’interrogatorio degli imputati.
Se è vero che anche quell’interrogatorio può figurare tra le prove
dichiarative da rinnovare, il giudizio non può tuttavia essere di carattere
totalizzante, nel presupposto della decisività della prova, valutata alla luce
dell’assoluzione pronunciata dal Tribunale con riguardo a tutti i reati.

interrogati e che fra l’altro fossero stati chiamati a dar conto delle conversazioni
oggetto di intercettazione.
E’ rilevante invece che di quell’interrogatorio abbia concretamente fatto uso
il primo Giudice, fondando su di esso o anche su di esso la pronuncia assolutoria,
in quel caso non suscettibile di riforma senza la previa rinnovazione della prova
dichiarativa.
Il motivo di ricorso dovrà essere dunque valutato alla luce degli altri motivi,
riferibili alle singole imputazioni, dovendosi stabilire di volta in volta se e in che
misura le dichiarazioni rese dal ricorrente e dagli imputati possano reputarsi
decisive nel senso indicato.

4. Cominciando dal capo B), da valutarsi alla luce del secondo e del terzo
motivo del ricorso del S.S. nonché del secondo e del terzo motivo del ricorso
del A.A., deve ritenersi che sul punto i ricorsi siano fondati.
4.1. Deve premettersi che l’ipotesi accusatoria era incentrata su un patto
corruttivo in forza del quale, a fronte del contratto di fornitura di materiale e di
servizi stipulato dalla D.G.S.I.A. con la società Dell s.p.a., il S.S., tecnico in
servizio presso la D.G.S.I.A., avrebbe richiesto la corresponsione di una somma
di denaro, propiziata dall’inserimento nell’operazione della società ML2.net di
Q.Q., che avrebbe dovuto ricevere, tramite Software Design, l’incarico di
svolgere taluni servizi a margine del contratto stipulato da Dell, in modo da poter
provvedere alla remunerazione del S.S.: orbene, il Tribunale ha in primo
luogo svalutato l’importanza delle dichiarazioni del teste Celletti, considerato
inattendibile -sebbene si trattasse di colui che per la prima volta, alla fine di
maggio del 2011, aveva parlato di un incontro del gennaio 2011, nel corso del
‘quale il S.S. avrebbe prospettato la necessità di un accordo-, reputando nel
contempo non smentita la versione fornita da quest’ultimo, e dall’altro ha
ritenuto che non potesse dirsi provato, alla luce di quanto riferito dai testi Sanna
e De Leo, il carattere puramente strumentale delle difficoltà di esecuzione del
rapporto contrattuale intercorso tra Dell e il Ministero della Giustizia.

17

In realtà non è rilevante che il ricorrente e gli altri imputati fossero stati

La Corte per parte sua non ha direttamente considerato le dichiarazioni del
Cerrelli, ma ha dato rilievo a quelle rese dalla teste Dencheva, che aveva fatto
riferimento al racconto del Cerrelli e alla circostanza che all’esito di un’indagine
ispettiva lo stesso era stato confermato, anche perché la ML2.net risultava
essere stata ingaggiata nell’aprile 2011, quando ciò non avrebbe potuto dirsi
compatibile con le difficoltà operative incontrate dalla Software Design, incaricata
da Dell.
La Corte ha inoltre dato rilievo anche ad una serie di e-mail risalenti ai primi

tra Dell, Software Design e ML2.net fosse stato strumentalmente predisposto, in
modo da consentire l’operatività di una società cui altrimenti Dell non avrebbe
potuto rivolgersi, nondimeno necessaria quale tramite per l’erogazione del
compenso corruttivo richiesto dal S.S..
4.2. Ciò posto, deve ritenersi che nella motivazione della Corte sia
ravvisabile un duplice vizio.
In primo luogo è stata omessa la rinnovazione della prova con riguardo al
teste Cerrelli e all’imputato S.S..
Va infatti rilevato che la Corte non ha direttamente considerato la
deposizione del Cerrelli, ma ha tuttavia indirettamente valorizzato il suo
racconto, rifluito nelle dichiarazioni della teste Dencheva, che risulta aver in
primo luogo fatto riferimento proprio a quanto il Cerrelli aveva segnalato, tanto
che ciò aveva dato origine ad un’indagine interna.
In tal modo è stato eluso l’obbligo di rinnovazione della prova dichiarativa e
per contro è stato valorizzato un elemento proveniente da una fonte svalutata
dal primo Giudice, essendosi per tale via proceduto ad una ricostruzione
propiziata da una base cognitiva inaffidabile, che ha contrastato anche la
versione difensiva dell’imputato S.S., valorizzata dal primo Giudice, senza
che ne sia stata rinnovata l’audizione.
Va d’altro canto osservato che proprio la linea-guida offerta dalla
ricostruzione proveniente da quella fonte indiretta, non adeguatamente valutata
in rapporto alla sua fonte, ha consentito alla Corte di attribuire alle e-mail
acquisite una valenza inequivoca, che il primo Giudice aveva escluso.
In secondo luogo è mancata una motivazione rafforzata, tale da confrontarsi
con tutti i passaggi della motivazione del primo Giudice, che aveva al riguardo
fatto riferimento, sulla base delle dichiarazioni dei testi De Leo e Sanna, ad
effettive difficoltà sopravvenute nella fase di esecuzione del rapporto
contrattuale: non si vuol dire che in questo caso fosse necessaria la rinnovazione
dell’audizione dei due testi, giacché deve escludersi che le loro dichiarazioni
siano state diversamente valutate o che alle stesse sia stato attribuito un

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mesi del 2011, dalle quali ha tratto il convincimento che il rapporto triangolare

significato diverso; si intende invece sottolineare che nel giungere ad una
ricostruzione difforme da quella del Tribunale la Corte ha valutato elementi
ulteriori, ma non ha in alcun modo chiarito quale fosse nel nuovo scenario la
valenza attribuibile ai fatti oggetto delle dichiarazioni dei predetti testi, cosicché
deve ritenersi che la motivazione abbia indebitamente lasciato sullo sfondo
quelle problematiche che i due testi avevano segnalato e che la Corte non ha di
per sé smentito, omettendo in tal modo di far comprendere se e in che misura la
dinamica del coinvolgimento di ML2.net fosse da ricondursi ad esigenze effettive

primario nella pronuncia assolutoria del primo Giudice.
4.3. Su tali basi dunque la sentenza impugnata deve essere annullata nei
confronti dei ricorrenti S.S. e A.A. con riguardo al capo B), con rinvio per
nuovo esame ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

5. Relativamente al capo C), vengono in rilievo il primo, il quarto, il quinto, il
sesto e il settimo motivo del S.S., il quarto e il quinto motivo di A.A. e il
secondo e il terzo motivo di Z.Z..
5.1. Tali motivi risultano infondati.
In questo caso era oggetto di contestazione il preteso accordo corruttivo in
forza del quale, dopo l’aggiudicazione alla società ML2.net del Q.Q., di
forniture informatiche per le sedi di Genova e Napoli, attraverso il
coinvolgimento della società DOTT.COM di Z.Z. per la fornitura di server alla
sede di Napoli e con l’intermediazione di A.A., avrebbe dovuto corrispondersi al
S.S. una somma di denaro riveniente dal sovrapprezzo ottenuto per la
fornitura dei server ad un prezzo superiore al dovuto.
Il Tribunale, dopo aver richiamato i vari spunti investigativi emersi dalle
indagini, ha ritenuto che gli stessi non fossero sufficienti a riscontrare la
fondatezza dell’ipotesi accusatoria.
In particolare il Tribunale ha escluso che potesse parlarsi di atto contrario ai
doveri di ufficio o di profitto ingiusto a vantaggio del S.S., derivante dalla
previsione di un illecito sovrapprezzo. Inoltre ha ritenuto che il Ministero della
Giustizia non avesse patito danni.
A tal fine ha sottolineato che al momento dell’emersione di condotte
sospette del S.S. la conclusione della fornitura era avvenuta in via definitiva
con prezzo di acquisto dei server ormai fissato e giudicato congruo dal
competente funzionario, con mancanza di danno per il Ministero, a prescindere
da come e dove fosse stata procurata poi la fornitura.

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ovvero fosse stata puramente strumentale, elemento che aveva avuto un ruolo

Inoltre secondo il Tribunale non era ravvisabile corruzione in relazione al
cambio del produttore dei server, non potendosi affermare che il S.S. avesse
approfittato dell’imprevisto evento occorso in fase esecutiva.
Il cambio invero avrebbe dovuto reputarsi consentito e i macchinari con il
brand successivamente individuato non erano inferiori a quelli pattuiti.
Ha altresì escluso il Tribunale che il ricorrente potesse essere chiamato a
rispondere di un’indebita locupletazione posta in essere nella fase esecutiva,

il Z.Z., fermo restando che le dichiarazioni del Q.Q., acquisite ex art.
513 cod. proc. pen. e peraltro generiche, non avrebbero potuto essere utilizzate
a carico del S.S..
La Corte, ricostruite le fasi dell’acquisto tramite il Mercato elettronico della
Pubblica Amministrazione, con ordine di acquisto del 28/12/2011, ha fatto
riferimento alla documentazione acquisita e alle conversazioni intercettate, per
affermare sulla base di esse che in realtà l’interessamento del S.S. verso la
DOTT.COM del Z.Z. era anteriore alla stipula del contratto, che il S.S.
aveva avuto contatti con i privati fornitori indirizzandoli nella formulazione delle
offerte, che la DOTT.COM era stata individuata dal S.S. e non dal
Q.Q., che il A.A., nel frattempo licenziato dalla Dell s.p.a. e assunto
dalla DOTT.COM , aveva intermediato i rapporti tra il S.S. e il Z.Z., facendo
riferimento alla spartizione legata alla differenza di prezzo, che gli accordi erano
stati perfezionati prima ancora che il Q.Q. comunicasse ufficialmente di
non poter disporre dei server HP, oggetto della fornitura, e di poter disporre di
server di altra marca, cioè i Fujitsu, forniti dal Z.Z., relativamente ai quali lo
stesso S.S. aveva espresso il parere di idoneità.
La Corte ha anche rilevato che, attraverso le modalità indicate, al prezzo
della fornitura, originariamente fissato in euro 9.800,00 per ciascun server e poi
oggetto della fattura inviata dalla ML2.net del Q.Q., aveva fatto riscontro
l’acquisto da parte del Z.Z. di server al costo di euro 3.300,00 ciascuno, poi
rivenduti al Q.Q. al prezzo di euro 3.900,00 ciascuno, in tal modo
essendosi acquisito il sovrapprezzo da spartire.
5.2. Tale ricostruzione consente di rilevare che, contrariamente a quanto
dedotto dai ricorrenti, nel caso di specie la sentenza di assoluzione non si

è

fondata sulle dichiarazioni degli imputati o su specifici contributi dichiarativi di
testi, poi diversamente valutati dalla Corte, ma sull’assunto della non
configurabilità del delitto in relazione alla concreta dinamica dello sviluppo
dell’affare e sull’ulteriore assunto della non individuabilità di un sovrapprezzo
all’origine.

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attuata lucrando sul margine di guadagno scaturito dalle trattative intercorse con

In realtà la Corte ha dato conto di quanto narrato dai testi e non ha affatto
smentito le fasi che avevano portato all’ordine di acquisto o l’assunto che fosse
in astratto lecita la sostituzione della fornitura, ma posto in luce e concatenato,
in modo tutt’altro che manifestamente illogico, gli elementi probatori rivenienti
da fonti non dichiarative, dai quali ha desunto la configurabilità di un originario
coinvolgimento del Z.Z. e l’incidenza della condotta del S.S. sulla dinamica
dell’operazione, sia nella fase di determinazione dei prezzi sia in quella

spartizione, emergente, secondo la ricostruzione della Corte, dalla conversazione
intercorsa in data 23/1/2012 tra A.A. e Z.Z. e facente seguito a colloquio tra
A.A. e S.S..
In tale prospettiva risultano manifestamente infondati con riguardo al capo
C) il primo e il quarto motivo del S.S., giacché la Corte ha valutato il
materiale probatorio senza smentire o reputare inattendibili le dichiarazioni del
teste Gagliano, ma conferendo ad esse il significato ricostruttivo derivante dal
loro inquadramento nel novero di tutte le risultanze processuali.
D’altro canto il Tribunale non ha specificamente invocato alcun passaggio
dell’interrogatorio del S.S., soffermandosi piuttosto su profili estrinseci.
5.3. Relativamente al settimo motivo del S.S. va rimarcato come la
Corte abbia fornito una interpretazione tutt’altro che illogica delle conversazioni
del 23/1/2012, nonché del 25/1 e del 2/2/2012, correttamente avendo
proceduto ad interpretarle secondo il significato delle parole e in base al loro
stesso susseguirsi in ordine logico e cronologico, essendo peraltro vana la
deduzione incentrata sulla mancata valutazione delle spiegazioni fornite al
riguardo dagli imputati, giacché sul punto il motivo di ricorso è generico, non
indicando la specifica spiegazione di cui sarebbe stata omessa la valutazione e
non potendosi reputare a tal fine bastevole il mero richiamo di una pagina delle
trascrizioni.
Va aggiunto con riguardo al medesimo motivo di ricorso che il Tribunale ha
riconosciuto il valore indiziante delle conversazioni intercettate, pur ritenendole
insufficienti sulla base delle altre considerazioni sopra riportate, fermo restando
che comunque neppure il Tribunale ha dato conto delle spiegazioni al riguardo
fornite dagli imputati e fatto riferimento ad esse per addivenire al
proscioglimento.
5.4. Più in generale va rimarcato come in ordine al capo C) la Corte non si
sia affatto sottratta al dovere di fornire una motivazione rafforzata, tale da
confrontarsi con gli argomenti posti alla base dell’esito assolutorio e da
giustificare il superamento del ragionevole dubbio.

21

contrassegnata dalla fornitura Fujitsu, accompagnata dalla previsione della

E’ stato infatti radicalmente sovvertito il punto di partenza della sentenza del
Tribunale, incentrato sulla mera accidentale sopravvenienza del problema legato
al mancato reperimento dei server HP, ed è stato invece sottolineato come i
contatti del S.S. con il Q.Q. e il Z.Z., coinvolgenti anche
l’estensione della fornitura di Napoli (conversazione del 13/12/2012) e la
formulazione da parte del Q.Q. di un preventivo che rispettasse
determinati parametri (conversazioni del 15 e del 16/12/2011), stessero ad

del febbraio fossero valse a definire dal punto di vista economico la concreta
entità del sovrapprezzo, quell’entità che secondo la ricostruzione della Corte
avrebbe dovuto coinvolgere il Q.Q. e il S.S. (è stata a tal fine
richiamata la conversazione in cui il A.A. a seguito di colloquio con S.S.
aveva comunicato al Z.Z. che «poi vi dovete mettere d’accordo tu e lui come
spartire…non parlo di tu e Mario»).
A fronte di ciò, ed esaminando in particolare il terzo motivo A.A. e il terzo
motivo Z.Z., deve ritenersi che la Corte abbia valutato conversazioni
telefoniche della cui riferibilità all’operazione in esame ha dato conto e che
inoltre abbia anche convenientemente e non illogicamente valutato l’esiguo
ricarico praticato dal Z.Z., posto che il sovrapprezzo in realtà avrebbe dovuto
commisurarsi all’originario ordine di acquisto fatto dalla D.G.S.I.A. al
Q.Q. e alla successiva fornitura dei server da parte del Z.Z..
D’altro canto risulta manifestamente infondato l’assunto che la Corte
avrebbe riconosciuto che le dichiarazioni del Q.Q. scagionavano il A.A. o
avrebbe comunque omesso di considerare che tali dichiarazioni -valutabili solo
nei confronti di A.A. e Z.Z.- erano favorevoli ai due imputati.
In realtà nel quinto motivo di ricorso del A.A. si richiamano passaggi della
sentenza impugnata nei quali si prospettano tesi difensive e solo dialetticamente
si espongono ipotesi ricostruttive, cui segue la nitida motivazione volta a
contrastare quegli assunti.
In ogni caso la Corte ha richiamato in alcuni passi delle dichiarazioni del
Q.Q., segnalando come le stesse avessero accreditato una spartizione tra
S.S. e lo stesso Q.Q. e il fatto che il Q.Q. non avesse avuto
rapporti con Z.Z..
Ma nel contempo la Corte ha sottolineato che sulla base dei contatti
intercorsi tra S.S. e Z.Z. nonché tra A.A. e S.S. e A.A. e Z.Z.
avrebbe dovuto ritenersi che i vari soggetti fossero coinvolti nel piano volto alla
creazione del sovrapprezzo da spartire, operazione cui il Z.Z. era comunque
interessato per accreditarsi come fornitore.

22

indicare l’anteriorità degli accordi e come le ulteriori conversazioni del gennaio e

Tale quadro ricostruttivo d’altro canto non è scalfito da generiche deduzioni
difensive formulate nel terzo motivo di ricorso del Z.Z., che non spiega in che
modo i vari profili evocati, che non sarebbero stati specificamente considerati,
avrebbero potuto concretamente vulnerare la motivazione della Corte in ordine
al coinvolgimento dello stesso Z.Z. nell’accordo corruttivo, a fronte degli
elementi non illogicamente valorizzati.
Parimenti generici risultano i rilievi formulati con riguardo alla valenza della

complessive risultanze, in modo coerente con la proposta ricostruzione.
5.5. Tornando infine al quinto e al settimo motivo del S.S., deve ribadirsi
che la Corte ha ampiamente dato conto delle ragioni per cui ha ritenuto di poter
retrodatare l’accordo illecito, valorizzando conversazioni, che solo genericamente
sono state indicate dal ricorrente come prive di inferenza probatoria, e nel
contempo superando i fondamenti della sentenza di primo grado, incentrati sulla
congruità del prezzo di acquisto dei server, debitamente attestata dal
competente tecnico.
Ed invero, quale che fosse quel prezzo, la Corte ha sottolineato come sullo
stesso avesse influito lo stesso S.S., stratega dell’intera operazione, il quale
aveva già coinvolto anche il Z.Z., poi indotto ad acquisire e rivendere i server
Fujitsu in modo da assicurare il sovrapprezzo che l’operazione avrebbe dovuto
garantire.
5.6. Contrariamente agli assunti del Tribunale deve ritenersi su tali basi che
correttamente sia stata ravvisata per tale via la corruzione per atto contrario ai
doveri di ufficio.
Va infatti rimarcato come la contrarietà debba correlarsi non solo al rispetto
di specifiche norme ma anche ai principi che debbono presiedere allo
svolgimento della funzione pubblica.
Il principio per cui «in tema di reati contro la pubblica amministrazione – in
particolare ai fini della configurabilità del reato di corruzione per atto contrario ai
doveri di ufficio di cui all’art. 319 cod. pen. – per valutare la contrarietà o meno
della condotta del pubblico ufficiale ai suoi doveri, occorre aver riguardo non ai
singoli atti, ma all’insieme del servizio reso al privato, per cui, anche se ogni atto
separatamente considerato corrisponda ai requisiti di legge, l’asservimento
costante della funzione, per denaro, agli interessi del privato concreta il reato di
corruzione» (Cass. Sez. 6, n. 8633 del 18/4/1996, Messina, rv. 205965), ha
trovato nella giurisprudenza di legittimità plurime conferme, essendosi altresì
rilevato che «ai fini della configurazione del delitto di corruzione propria, pur non
dovendosi ritenere necessario individuare lo specifico atto contrario ai doveri

2:3

conversazione n. 125 del 16/12/2011, valutata dalla Corte nel quadro delle

d’ufficio per il quale il pubblico ufficiale abbia ricevuto somme di denaro o altre
utilità non dovute, occorre che dal suo comportamento emerga comunque un
atteggiamento diretto in concreto a vanificare la funzione demandatagli, poiché
solo in tal modo può ritenersi integrata la violazione dei doveri di fedeltà,
d’imparzialità e di perseguimento esclusivo degli interessi pubblici che sullo
stesso incombono» (Cass. Sez. 6, n. 20046 del 16/1/2008, Bevilacqua, rv.
241184) ed essendosi più di recente ribadito che «configura il reato di corruzione
per un atto contrario ai doveri d’ufficio lo stabile asservimento del pubblico

formalmente legittimi, in quanto discrezionali e non rigorosamente
predeterminati, si conformano all’obiettivo di realizzare l’interesse del privato nel
contesto di una logica globalmente orientata alla realizzazione di interessi diversi
da quelli istituzionali» (Cass. Sez. 6, n. 46492 del 15/9/2017, Argenziano, rv.
271383).
Con riguardo al caso in esame i principi che presiedono allo svolgimento
della funzione pubblica vanno contestualizzati in relazione al tipo di operazione,
coinvolgente un ordine di acquisto effettuato tramite il M.e.P.A.
Tale meccanismo che rinviene i prodromi nel d.P.R. 101 del 2002, ha trovato
successivamente più compiuta disciplina nel d.P.R. 207 del 2010, volto a dare
esecuzione al d.lgs. 163 del 2006 con riguardo ad acquisti e forniture sotto la
soglia di cui all’art. 124 del codice.
L’agilità della procedura, basata su operazioni gestita per via elettronica o
telematica, non toglie che la stazione appaltante debba attenersi ai principi di
trasparenza, semplificazione, parità di trattamento e non discriminazione,
secondo quanto stabilito dall’art. 328 del d.P.R. 207 cit.
Alla luce di tali principi va rilevato che la dinamica complessiva
dell’operazione, come ricostruita dalla Corte, ha posto in luce come l’ingerenza
del S.S. fosse stata volta a propiziare l’accoglimento dell’offerta del
Q.Q. e a coinvolgere fin dall’inizio la DOTT.COM del Z.Z., soggetto cui
il S.S. non avrebbe avuto ragione di interessarsi, il tutto in funzione del
ricavo di un sovrapprezzo da spartire, costituente oggetto del patto corruttivo ab
origine stipulato con il Q.Q., ciò che priva di rilievo l’astratta congruità
del prezzo fissato in sede di ordine di acquisto, a fronte di una sotterranea intesa
volta a creare condizioni propizie ad una indebita locupletazione del fornitore,
funzionale alla programmata spartizione.
Nel contempo l’attività del S.S., contraria ai principi di trasparenza e pari
trattamento e finalizzata a realizzare interessi impropri, si disvela contraria ai
doveri di ufficio.

24

ufficiale ad interessi personali di terzi, che si traduca in atti, che, pur

5.7. Strettamente collegato all’analisi che precede è l’esame del sesto
motivo del S.S. e degli speculari quarto motivo del A.A. e secondo motivo
del Z.Z..
Facendo leva su assunti del Tribunale, che aveva ritenuto non consentita la
verifica della creazione di un sovrapprezzo nella fase esecutiva del contratto, i
ricorrenti hanno eccepito la nullità della sentenza impugnata ai sensi degli artt.
521 e 522 cod. proc. pen., prospettando un difetto di correlazione tra sentenza

Pur dovendosi ribadire che non si tratta di valutare se fosse o meno in
astratto legittimo il prezzo fissato nell’ordine di acquisto, deve nondimeno
osservarsi che la Corte non ha dato conto di un fatto diverso da quello oggetto di
contestazione, ma ha ricostruito la vicenda segnalando che il S.S. aveva fin
dall’inizio operato in modo da assicurare la triangolazione, dalla quale avrebbe
dovuto emergere il soprapprezzo da spartire, in virtù della fissazione di un
prezzo originario tale da consentire la ragionevole aggiudicazione, ma nel
contempo sufficientemente capiente per assicurare margini di locupletazione, ciò
che di per sé vale ad attestare che il prezzo fissato non era il solo possibile e che
il S.S. in funzione del patto corruttivo aveva agito per garantire un vantaggio
a tutte le parti private coinvolte.
In definitiva deve escludersi che la Corte abbia fatto leva sulla fase
esecutiva, ma deve ritenersi che in termini pienamente conformi all’oggetto della
contestazione abbia approfonditamente e correttamente rilevato la trama sottesa
alla strategia del S.S., tale da consentire la creazione di un sovrapprezzo in
ragione del prezzo praticato nell’ordine di acquisto e della successiva fase di
reperimento dei server da parte del Z.Z., peraltro originariamente coinvolto.
Deve aggiungersi che le parti hanno avuto modo di articolare difese in
ordine a tutti gli aspetti della vicenda e di confrontarsi con il quadro degli
elementi a carico, il che vale ad escludere qualsivoglia vulnus all’esercizio delle
prerogative difensive, a fronte di una contestazione che deve essere letta anche
alla luce di tutti gli elementi concretamente acquisiti nel corso del dibattimento e
valorizzati in contraddittorio e non può essere intesa in senso meccanicistico (sul
punto perspicuamente Cass. Sez. 6, n. 618 del 8/11/1995, dep. nel 1996,
Pagnozzi, rv. 203371).

6. Venendo ora al capo D), devono valutarsi il l’ottavo, il nono e il decimo
motivo del S.S. e il quarto motivo del Z.Z..
6.1. Al riguardo deve osservarsi che il Tribunale, dopo aver segnalato che
l’imputazione non recava la puntuale indicazione dell’oggetto della commessa

2
25

\Z

di condanna e contestazione.

pubblica affidata alla DOTT.COM del Z.Z., ha posto in luce che non avrebbero
potuto dirsi provati i due fondamenti della contestazione, cioè che l’incarico
affidato alla V.G.M. di Malizia fosse stato fittizio e che il Malizia avesse poi
erogato al S.S. somme rivenienti dalle provviste previamente costituite dal
Z.Z. in teorica esecuzione dell’incarico conferito a V.G.M.
In particolare il Tribunale ha rilevato come il Malizia non avesse necessità di
specifica organizzazione e struttura, peraltro essendo nota la sua veste di
fornitore del Ministero, confermata dal teste Duri, e come nella sequenza tra

Biase non potesse ravvisarsi la prova dei pagamenti al S.S., neppure con
riguardo all’incontro del 7/2/2012, osservato dal Milo Mesto.
In tale prospettiva avrebbe dovuto darsi rilievo a quanto a propria discolpa
asserito dagli imputati, secondo i quali proprio le capacità del Malizia avrebbero
motivato il riferimento del Z.Z. a quest’ultimo e d’altro canto l’interessamento
del S.S. per i pagamenti da parte del Z.Z. avrebbe dovuto spiegarsi con il
fatto che il S.S. aveva presentato il Malizia, suo conoscente.
Ed ancora secondo il Tribunale gli incontri e le conversazioni intercorse
avrebbero ben potuto interpretarsi nel senso indicato dai protagonisti, in
particolare dal S.S., fra l’altro con riferimento a quella n. 179 del 8/2/2012,
nella quale si era fatto riferimento alla mancanza di due pezzi, da riferirsi sì a
denaro, ma alla diversa somma di euro 40,00 in due banconote da euro 20,00,
che il Malizia avrebbe omesso di consegnare a saldo di lavoretti vari, eseguiti in
precedenza dal S.S. per conto del Malizia.
La Corte, oltre ad escludere qualsivoglia indeterminatezza dell’imputazione,
anche alla luce delle produzioni della difesa del Z.Z., ha ritenuto che la
sequenza dei colloqui intercettati e dei contatti tra i protagonisti dovesse essere
interpretata nel senso della realizzazione della consueta triangolazione, con il
coinvolgimento del Malizia in funzione dell’erogazione di somme di denaro al Di
Biase, a fronte della fornitura aggiudicata al Z.Z..
6.2. Ciò posto, deve in primo luogo rimarcarsi l’erroneità delle valutazioni
del Tribunale in merito all’insufficiente indicazione dell’oggetto della commessa:
ed invero il Tribunale, una volta dato corso al dibattimento anche con riguardo
all’imputazione sub D), avrebbe dovuto valutare il concreto significato della
stessa e dunque interpretarla in modo da individuare il fatto contestato, senza
che profili formali potessero influire sulla valutazione della prova.
D’altro canto va sul punto osservato che la contestazione era incentrata
sulla triangolazione dei rapporti tra l’aggiudicatario, il soggetto terzo e il tecnico
S.S. e individuava more solito il thema decidendum sulla base del dato
incontestato della commessa pubblica affidata alla DOTT.COM ., fermo restando

26

bonifici del Z.Z., prelievi del Malizia e successivi incontri tra quest’ultimo e il Di

che, come rilevato dalla Corte e in parte dallo stesso Tribunale, erano stati
acquisiti documenti idonei a delineare in modo inequivoco la commessa
originaria e l’incarico affidato da DOTT.COM alla V.G.M. di Malizia.
Su tali basi va rilevata la manifesta infondatezza del decimo motivo di
ricorso del S.S., non essendo concretamente deducibile alcun

vulnus al

diritto di difesa delle parti.
6.3. Sono però fondati i motivi che deducono la mancata rinnovazione di
prove dichiarative decisive.

Duri, le quali sono entrate nella valutazione della Corte nel loro immutato
significato, cioè quale rappresentazione ab extrinseco dell’incontro tra Malizia e
S.S. del 7/2/2012 e quale attestazione della veste di fornitore del Ministero
da parte del Malizia, fermo restando che la Corte ha valutato tutti gli altri
elementi disponibili per aggiungere al racconto dell’incontro il dato logico
dell’erogazione delle somme, ulteriormente confermata dalla conversazione
dell’8/2/2012, e per considerare comunque provata la contestata triangolazione
illecita, a prescindere dal pregresso ruolo del Malizia.
Le prove non rinnovate vanno invece ravvisate nell’interrogatorio dei due
imputati, il cui esito era stato in concreto ritenuto determinante dal Tribunale al
fine di intendere le vicende e i colloqui intercettati, a cominciare da quello
dell’8/2/2012.
Su tali basi, con assorbimento di tutte le ulteriori doglianze, che postulano la
valutazione di materiale concretamente valorizzabile e il confronto in
contraddittorio sui temi ritenuti decisivi, la sentenza impugnata deve essere in
parte qua annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Roma.

7. Con riguardo al capo E), vengono in rilievo l’undicesimo, il dodicesimo, il
tredicesimo e il quattordicesimo motivo del S.S..
7.1. L’undicesimo motivo è manifestamente infondato.
La Corte, nel riformare la sentenza assolutoria con riguardo ai capi E) e G),
ha ritenuto che il capo G), riguardante il reato di cui all’art. 353-bis cod. pen.,
dovesse ritenersi assorbito, in ragione della clausola di sussidiarietà espressa,
nel capo E), riguardante il delitto di corruzione propria.
In concreto, dunque, la Corte ha valutato gli elementi oggetto delle due
imputazioni, rilevando come strutturalmente il fatto di cui al capo G), nella parte
concernente le indicazioni fornite in data 29/12/2011 da S.S. a Privitera per
l’inserimento dell’offerta nel Mercato elettronico della Pubblica Amministrazione,
fosse sostanzialmente inquadrabile nel fatto menzionato nel capo E), nel quale si
prospettava la triangolazione tra Privitera della D.L.I., Malizia della V.M.G. e il Di

27

Le stesse non vanno individuate in realtà nelle deposizioni dei testi Mesto e

Biase, con l’indicazione dell’ausilio arrecato dal S.S. al Privitera, attraverso il
suggerimento dell’integrazione della documentazione e la indicazione di
informazioni ulteriori, con il coinvolgimento del Malizia per un incarico ulteriore e
con la successiva erogazione da parte del Malizia al S.S. di una somma tratta
da quella erogata dal Privitera al Malizia.
Ciò posto, deve escludersi che sia stata operata una rigualificazione in peius,
in quanto i fatti sono rimasti immutati e per contro le imputazioni sono state
ridotte da due ad una sola, risultante dall’assorbimento della seconda nella

anche alla luce della seconda.
D’altro canto l’imputazione di corruzione recava come data quella dal
dicembre 2011 al maggio 2012, mentre quella di cui all’art. 353-bis cod. pen.
recava come data quella del dicembre 2011-gennaio 2012, inclusa nell’altra.
Va aggiunto che la Corte ha ritenuto provato sia il patto corruttivo sulla base
di intese del dicembre 2011-gennaio 2012 sia la stessa erogazione della somma
in favore del S.S. nel maggio del 2012.
Il complesso degli elementi di fatto evocati nelle due imputazioni era dunque
tale da assicurare il pieno esercizio del diritto di difesa, in concreto non
pregiudicato in peius né sotto il profilo delle conseguenze sanzionatorie né sotto
il profilo della facoltà di difendersi provando.
Né può affermarsi che l’originaria imputazione fosse generica, profilo che
avrebbe dovuto essere in limine litis sottoposto al vaglio del Tribunale (si tratta
invero di nullità relativa: cfr. Cass. Sez. U. n. 5307 del 20/12/2007, dep. nel
2008, Battistella, sul punto non massimata; Cass. Sez. U. n. 17 del 10/12/1997,
dep. nel 1998, Di Battista, sul punto non massimata) e che comunque non può
dirsi fondato, avuto riguardo alla prospettazione della correlazione tra ausilio
arrecato al Privitera, coinvolgimento del Malizia ed erogazione della somma.
7.2. Infondati risultano anche gli ulteriori motivi del S.S. relativi al capo
E).
La Corte in primo luogo non ha affatto smentito la valenza della deposizione
del teste Gagliano in merito alla prassi di contattare i fornitori o al significato
dell’integrazione della documentazione con l’indicazione dello sconto dell’1%, ma
ben diversamente ha rilevato come nel caso di specie, alla luce delle
conversazioni intercettate, dovesse ritenersi provato che il S.S. aveva
assunto una specifica posizione a favore del Privitera (sono state richiamate le
conversazioni dalle quali risultava che il S.S. aveva aiutato il Privitera nella
presentazione dell’offerta, ben oltre il limite di una mera richiesta di offerta, e
aveva poi parteggiato per lui, comunicandogli che «fumata bianca.. nel senso che
è andata..»: convers. n. 371 del 30/12/2011).

28

prima, la quale peraltro recava la precisa indicazione del suo oggetto, da leggersi

D’altro canto deve escludersi che vi sia stata più in generale una diversa
valutazione di prove dichiarative decisive, avuto riguardo al fatto che il Tribunale
si era basato essenzialmente sull’assunto della mancanza di prova della
strumentalità del coinvolgimento del Malizia e soprattutto della successiva
erogazione della somma dal Malizia al S.S., a prescindere dalla
considerazione di specifici contributi dichiarativi sul punto.
A fronte di ciò la Corte ha per contro rilevato che le conversazioni

un lato e tra il S.S. e il Malizia dall’altro fin dal dicembre 2011; 2) l’ausilio
arrecato dal S.S. al Privitera, attraverso le indicazioni funzionali
all’inserimento di una specifica offerta sul Mercato elettronico della P.A. nonché
l’ulteriore suggerimento rivoltogli, per far risultare un’indicazione integrativa
retrodatata al 30 dicembre 2011; 3) il coinvolgimento del Malizia propiziato dal
S.S.; 4) la consapevolezza da parte del Privitera della complessiva
triangolazione, coinvolgente anche il S.S., cui il Privitera, al momento del
bonifico inviato al Malizia, aveva comunicato di aver «chiuso il giro»; 5) il
successivo pagamento dal Malizia al S.S. della somma di euro 3.000,00,
prelevata dal Malizia lo stesso giorno in cui si era incontrato con il S.S..
La Corte dunque non ha diversamente valutato contributi dichiarativi, ma ha
preso in considerazione tutti gli elementi acquisiti, lasciando immutato il
significato dei contributi dichiarativi valutati dal Tribunale e ricostruendo tuttavia
la vicenda anche sulla base delle conversazioni intercettate e della
documentazione acquisita.
7.3. E’ infondato l’assunto difensivo della mancanza di una motivazione
rafforzata.
La Corte, come detto, ha preso in considerazione gli elementi valutati dal
Tribunale, confutandone la portata e procedendo ad una specifica ricostruzione
della vicenda.
A tal riguardo va rimarcato come, contrariamente all’assunto del Tribunale,
abbia ritenuto, sulla base delle richiamate risultanze, che il coinvolgimento del
Malizia, senza necessità di rilevarne la radicale strumentalità, fosse comunque
correlato alla commessa aggiudicata al Privitera, per tale via essendo stato
arrecato un vantaggio ad entrambi gli imprenditori, a margine del quale il Di
Biase si era ritagliato un compenso corruttivo, materialmente erogato dal Malizia
sulla base del previo bonifico del Privitera.
D’altro canto la Corte ha tutt’altro che illogicamente rilevato che le
conversazioni intercettate e le risultanze documentali fossero idonee ad attestare
il preciso collegamento tra il bonifico del Privitera, il successivo contatto tra

29

intercettate erano tali da dimostrare: 1) i contatti tra il S.S. e il Privitera da

quest’ultimo e il S.S., i contatti tra il S.S. e il Malizia, il prelievo della
somma da parte del Malizia, propedeutico all’incontro fissato con il S.S..
In tale quadro la Corte ha conferito peculiare rilevanza alla conversazione
intercorsa tra S.S. e Malizia, nel corso della quale il primo, riferendosi ai soldi
di cui aveva parlato il Malizia, aveva commentato «finché non li vedo non ci
credo»: conv. n. 1604 del 8/5/2012).
Deve aggiungersi che, smentendo gli assunti del Tribunale, in ordine alla
distanza temporale tra il bonifico del Privitera e il successivo prelievo della
somma da parte del Malizia, seguito dall’incontro con il S.S., la Corte ha
anche segnalato l’esatta scansione dei contatti tra i vari personaggi e il fatto che
il Malizia e il S.S., pur consapevoli dell’avvenuto bonifico, avessero
consapevolmente rimandato al lunedì l’incontro, fermo restando che il prelievo
era avvenuto poco prima di quest’ultimo.
Deve dunque ritenersi che in tal modo la Corte abbia esaurientemente e
coerentemente dato conto del proprio convincimento, non sulla base di
un’alternativa valutazione, bensì sulla base della specifica considerazione degli
elementi invocati dal Tribunale, che sono stati concretamente smentiti alla luce
di tutte le risultanze probatorie.
7.4. A tale stregua non assumono il carattere della decisività gli ulteriori
argomenti dedotti nel dodicesimo e tredicesimo motivo di ricorso, che non
risultano tali da vulnerare il nucleo della ricostruzione della vicenda, essendo
irrilevante l’astratto significato dell’integrazione documentale, comunque da
retrodatarsi surrettiziamente, ed essendo stato più in generale posto in luce
l’atteggiamento di favore tenuto dal S.S. nei confronti del Privitera e l’ausilio
in concreto arrecato a quest’ultimo, a prescindere dall’astratta congruità dei
prezzi suggeriti dal S.S. anche in relazione alla parziale modifica dell’oggetto
dell’offerta, peraltro da valutarsi pure in funzione della necessità di ritagliare uno
spazio per il conferimento di un incarico aggiuntivo al Malizia.
La Corte ha inoltre ampiamente esaminato il tema della correlazione con
l’erogazione in favore del S.S., che non avrebbe avuto ragione di interessarsi
dei pagamenti da parte del Privitera, il quale per parte sua aveva comunicato al
S.S. di aver «chiuso il cerchio», circostanza cui erano seguiti gli accordi
sfociati nella programmazione dell’incontro del lunedì, preceduto dal prelievo di
euro 3.000,00 da parte del Malizia.
7.5. Per terminare l’analisi del capo E), deve ribadirsi la qualificazione del
fatto come corruzione ex art. 319 cod. pen., risultando manifestamente
infondato sul punto il quattordicesimo motivo.
L’assunto difensivo si fonda sul rilievo che il P.G. in sede di conclusioni
dinanzi alla Corte di appello aveva concluso con riguardo ai capi F) e G),

30

t

chiedendo la derubricazione in abuso di ufficio ex art. 323 cod. pen., ciò che
avrebbe dovuto valere secondo il ricorrente anche per il capo E), una volta
ritenuto che lo stesso assorbisse il capo G).
Si tratta di prospettiva all’evidenza infondata, posto che al contrario la Corte
è partita specificamente dal rilievo della configurabilità della corruzione, tale da
assorbire il reato di cui all’art. 353-bis cod. pen.
D’altro canto la qualificazione risulta corretta, in quanto è stato dato conto di
una condotta del S.S. del tutto contraria ai doveri di trasparenza e

anche in materia di acquisiti effettuati tramite il Mercato elettronico della
Pubblica Amministrazione, trattandosi di procedura che, sia pur con modalità più
agili e tali da assicurare il più rapido soddisfacimento delle esigenze del
contraente pubblico, deve comunque assicurare la parità di trattamento di tutti i
potenziali contraenti, senza che possano tenersi condotte fortemente sbilanciate
a favore di taluno di essi, al punto che a costoro possano rivolgersi suggerimenti
e che si possa disvelare ad essi il proprio compiacimento per la riuscita
dell’operazione, peraltro associata al coinvolgimento di altro soggetto, propiziato
dallo stesso pubblico ufficiale, ben al di là della sfera del lecito agire.

8. Da ultimo va esaminato il capo F), cui si riferiscono il quindicesimo e il
sedicesimo motivo del S.S..
8.1. Il Tribunale ha escluso la configurabilità del contestato delitto di cui
all’art. 353-bis cod. pen. da un lato rilevando la genericità della contestazione
che non consentiva di comprendere il tipo di condotta addebitata e dall’altro
sottolineando che, pur a fronte delle conversazioni intercettate, avrebbe dovuto
considerarsi l’invalsa prassi di contattare direttamente i fornitori, per sollecitare
la pubblicazione di offerte sul MePa, fermo restando che nel caso di specie tra la
sollecitazione rivolta al Q.Q. e il successivo ordine di acquisto era
trascorso un lasso di tempo, nel quale eventuali concorrenti avrebbero potuto
formulare autonome e vantaggiose offerte.
La Corte ha per contro rilevato che le conversazioni intercorse tra il S.S.
e il collaboratore del Q.Q., titolare della ML2.net , avevano consentito di
accertare che il S.S. aveva specificamente suggerito le modalità dell’offerta,
dando indicazioni sui prezzi e sul relativo ribasso, nel presupposto che «ce
dovresti sta abbondantemente dentro..» e che «il secondo…vabbè poi quello te
faccio. .poi vediamo..l’importante è la prima, la seconda è proforma».
Alla luce di ciò la Corte, pur dando atto della prassi riferita dai testi in ordine
alla richiesta di offerta direttamente rivolta a taluni fornitori, ha rilevato che nel
caso di specie il S.S. aveva specificamente interferito nell’offerta, ponendo

31

imparzialità che debbono presiedere allo svolgimento delle pubbliche funzioni,

l’impresa del Q.Q. in posizione di favore e omettendo di contattare le
:

altre che operavano sul mercato, senza che fosse emerso che si trattava di
Zi■

fornitura di difficile reperimento, con conseguente aggiramento delle regole sulla
scelta del contraente.
8.2. Orbene, deve in primo luogo rilevarsi l’infondatezza dell’assunto
difensivo secondo cui la Corte avrebbe omesso di rinnovare le prove dichiarative.
Il Tribunale, come rilevato, si è fondato su argomenti di carattere estrinseco
e sul rilievo della prassi di contattare i fornitori, facendo al riguardo riferimento

la valenza di tali dichiarazioni, salvo rilevare tuttavia che il S.S. era andato
ben oltre, favorendo il Q.Q..
In concreto dunque non risultano contributi dichiarativi, valorizzati dal
Tribunale, che la Corte abbia diversamente valutato o reputato inattendibili.
Deve aggiungersi che risulta ancora una volta destituito di fondamento il
riferimento del Tribunale alla pretesa genericità dell’imputazione, che, ove non
tempestivamente censurata su istanza di parte, avrebbe dovuto indurre il
giudicante ad interpretarne il contenuto, per dare ad essa un significato
correlabile al materiale probatorio.
Ma in realtà va rilevato che l’imputazione reca ampiamente l’indicazione
delle condotte addebitate, descrivendo le indicazioni fornite dal S.S. al
Q.Q. e dunque dando conto della sottesa collusione.
8.3. Parimenti infondata risulta la censura relativa alla mancanza di
motivazione rafforzata, giacché la Corte ha preso atto del materiale probatorio
acquisito e delle valutazioni del Tribunale, ma ha puntualmente segnalato gli
elementi idonei a confutare quel giudizio, in quanto tali da attestare la condotta
di concreto favore del S.S. verso il Q.Q. in rapporto a quella specifica
fornitura, oggetto del successivo, conforme ordine di acquisto.
Contrariamente all’assunto difensivo non può ravvisarsi alcun travisamento
della prova, giacché la Corte ha interpretato non illogicamente la conversazione
intercorsa tra S.S. e De Meo, operante per conto del Q.Q., come
idonea a rappresentare l’intendimento del primo di assicurare a quest’ultimo una
condizione di vantaggio, incentrata sull’indicazione di un prezzo adeguato e
ribassato, tale nondimeno da consentire al fornitore di «starci abbondantemente
dentro», e sulla promessa «poi quello te faccio..poi vediamo».
8.4. Né assumono alcun rilievo i riferimenti alla prassi di contattare i
fornitori e al funzionamento del MePa.
Va sul punto osservato che il Mercato elettronico della Pubblica
Amministrazione, disciplinato all’epoca dei fatti dalle fonti normative in
precedenza richiamate (cfr. retro sub 5.6. del Considerato in diritto), costituisce

32
‘,

alle deposizioni di Gagliano e Mormile, ma la Corte non ha affatto disconosciuto

uno strumento particolarmente agile e duttile, tale da assicurare alla P.A.
l’approvvigionamento occorrente, purché «sotto soglia», sulla base delle offerte
pubblicate dai fornitori qualificati.
La stazione appaltante (art. 328 del regolamento) può utilizzare il mercato
elettronico realizzato dal Ministero dell’Economia sulle proprie strutture
tecnologiche, avvalendosi di Consip s.p.a., abilitando alle offerte i fornitori che
risultino specificamente qualificati e indicando le categorie merceologiche, le
specifiche tecniche, le modalità e i requisiti delle domande di abilitazione e i

valutazione.
In particolare la stazione appaltante può effettuare acquisiti di beni e servizi
sotto soglia, attraverso un confronto concorrenziale delle offerte pubblicate
all’interno del mercato elettronico ovvero delle offerte ricevute sulla base di una
richiesta di acquisto rivolta ai fornitori abilitati, fermo restando che nel caso di
richiesta di offerta deve essere fissato un termine sufficiente per le offerte.
L’intero meccanismo deve ispirarsi ai già richiamati principi di trasparenza,
semplificazione, pari trattamento e non discriminazione.
In definitiva dunque il MePA costituisce l’ambiente nel quale può esplicarsi
un trasparente confronto concorrenziale senza il rigido rispetto di procedure di
gara, ma sulla base dell’applicazione dei principi generali richiamati, alla luce
delle specifiche merceologiche e tecniche indicate, potendo essere di volta in
volta utilizzarti diversi sistemi di valutazione in presenza di plurime offerte o a
fronte della consultazione di plurimi fornitori.
A ben guardare è la stessa trasparenza del meccanismo che agisce quale
strumento concorrenziale, in funzione del miglior risultato per la P.A. e del
rispetto dei canoni di pari trattamento dei concorrenti.
In concreto deve escludersi la procedimentalizzazione di una vera e propria
gara, ma ben può porsi la diversa questione della trasparente e adeguata scelta
del contraente.
In tale quadro la menzionata prassi di rivolgersi ai fornitori non costituisce
evenienza arbitraria o irragionevole, in quanto è prevista la possibilità di
formulare nei confronti di fornitori abilitati una richiesta di offerta.
Ma ciò non può implicare che un determinato fornitore possa essere
agevolato nella formulazione dell’offerta in violazione dei canoni di trasparenza e
pari trattamento, tanto meno quando non si deduca l’assoluta peculiarità
dell’oggetto della fornitura o una particolare necessità di fruire di condizioni
vantaggiose.
Sta di fatto che il funzionamento del MePA, alla luce della precedente analisi,
non avrebbe potuto incidere sulla valutazione della condotta del S.S., mentre

33

principi di valutazione delle stesse, nonché eventuali procedure automatiche di

la prassi di cui hanno parlato i testi Gagliano e Mornnile non è estranea al
funzionamento del meccanismo, implicando nondimeno il rispetto dei principi
generali sopra richiamati.
D’altro canto, si ribadisce, la Corte non ha affatto disatteso il tema della
prassi, ma ha rilevato come quest’ultima non potesse dirsi conferente nel caso di
specie.
8.5. Gli ulteriori profili sottesi alla valutazione del Tribunale, riformata dalla
Corte, impongono un più specifico esame dalla fattispecie oggetto della

ricorso del S.S..
E’ noto al riguardo che l’art. 353-bis cod. pen. è stato introdotto dalla legge
136 del 2010 per sanzionare quelle condotte di turbativa che non avrebbero
potuto inquadrarsi nella fattispecie di cui all’art. 353 cod. pen., essendosi dunque
fatto riferimento alle stesse condotte consistenti in violenza o minaccia, doni,
promesse o collusioni o altri mezzi fraudolenti, che integrano il reato di cui
all’art. 353 cod. pen., ma questa volta tali da turbare il procedimento
amministrativo volto a stabilire il contenuto del bando o di altro atto equipollente
al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente da parte della pubblica
amministrazione.
E’ stato delineato un reato di pericolo che si perfeziona a prescindere dal
fatto che la scelta del contraente sia stata realmente condizionata, purché sia
ravvisabile un turbamento, nel senso che la procedura di predisposizione sia
alterata o sviata nel suo regolare svolgimento, con individuazione del dolo
specifico riferibile al condizionamento della modalità di scelta del contraente.
E’ stato altresì rilevato che il riferimento all’atto equipollente consente di far
rientrare nella previsione qualunque forma di aggiudicazione che prescinda dalla
celebrazione di una vera e propria gara o in cui l’attività illecita si risolva nella
stessa elusione del rispetto di una gara concorrenziale (Cass. Sez. 6, n. 1 del
2/12/2014, dep. nel 2015, Pedrotti, rv. 262917; gli stessi principi sono stati
ribaditi da Cass. Sez. 6, n. 13431 del 16/2/2017, Imperadore, rv. 269384).
8.6. Ciò posto, deve rilevarsi come la condotta descritta dalla Corte di
appello si sia risolta nell’alterazione delle condizioni volte ad assicurare un
confronto concorrenziale, quand’anche originato da una richiesta di offerta, ciò in
funzione di un’aggiudicazione che, pur prescindendo da una formalizzata gara,
avrebbe dovuto condurre alla determinazione del contraente al riparo dalla
contaminazione derivante dal rapporto preferenziale intercorrente con uno
specifico fornitore, rapporto il cui contenuto la Corte ha ritenuto di poter
desumere dal tenore delle conversazioni intercettate.

34

contestazione, ciò che consente altresì la diretta verifica del sedicesimo motivo di

e

Né in senso contrario può rilevare l’argomento valorizzato dal Tribunale in
ordine al lasso di tempo intercorso tra la presentazione dell’offerta da parte del
Q.Q., guidata dal S.S., e il successivo ordine di acquisto.
Va infatti rimarcato che proprio in ragione della sua natura di reato di
pericolo la fattispecie di cui all’art. 353-bis cod. pen., secondo quanto in
precedenza osservato, non implica la concreta incidenza sulla scelta, ma il
turbamento della procedura volta alla definizione della scelta, cosicché la
collusiva condotta ravvisata dalla Corte sulla base delle conversazioni
intercettate deve ritenersi di per sé penalmente rilevante, in quanto in atto
idonea ad alterare lo svolgimento della procedura.
D’altro canto costituisce censura di carattere meramente assertivo quella
esposta nel sedicesimo motivo, relativa alla mancanza del requisito della
clandestinità, da cui la collusione deve essere connotata.
Deve in effetti convenirsi che «la condotta di collusione consiste nell’accordo
clandestino diretto ad influire sul normale svolgimento delle offerte,
concretamente idoneo a conseguire l’evento del reato, che si configura non
soltanto in un danno immediato ed effettivo, ma anche in un danno mediato e
potenziale, attesa la natura di reato di pericolo della fattispecie» (Cass. Sez. 6,
n. 24477 del 4/5/2016, Sanzogni, rv. 267092): tuttavia deve rimarcarsi che la
clandestinità va correlata al principio di trasparenza e pari trattamento, con la
conseguenza che essa deve essere valutata in rapporto alla potenziale incidenza
della collusione sulla regolarità della procedura, in quanto essa sia
potenzialmente idonea ad esprimere un confronto concorrenziale, risultando in
tale prospettiva clandestina qualsivoglia ingiustificata e non necessitata intesa,
non resa ostensibile ad eventuali controinteressati.
Su tali basi deve confermarsi la correttezza della qualificazione del fatto e
respingersi l’assunto della configurabilità del diverso reato di cui all’art. 323 cod.
pen., risultando nel complesso infondati i motivi di ricorso del S.S. riferiti al
reato di cui al capo F).

9. In conclusione dunque, ferma restando la correzione dell’errore materiale
nei termini sopra indicati (si rinvia al punto 1 del Considerato in diritto), deve per
il resto annullarsi la sentenza impugnata nei confronti di S.S. e di A.A.
relativamente al capo B) e nei confronti di S.S. e Z.Z. relativamente al
capo D), con rinvio per nuovo giudizio su tali capi e per l’eventuale
rideterminazione della pena ad altra sezione della Corte di appello di Roma,
dovendosi nel contempo dichiarare assorbiti il diciassettesimo motivo del Di
Biase, il sesto motivo del A.A. e il quinto motivo del Z.Z., tutti relativi al
trattamento sanzionatorio.

35

-,

I ricorsi vanno nel resto rigettati, con declaratoria di irrevocabilità
dell’accertamento di penale responsabilità dei ricorrenti in ordine ai reati di cui ai
capi C), E) -assorbito il capo G)- ed F).

P. Q. M.

Annulla la sentenza impugnata nei confronti di:
S.S. e A.A. in relazione al reato di cui al capo B);

capo D);
rinvia per nuovo giudizio su tali capi, oltre che per l’eventuale
rideterminazione della pena, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.
Rigetta nel resto i ricorsi, dichiarando l’irrevocabilità della sentenza in
relazione all’accertamento di responsabilità dei ricorrenti per i reati di cui ai capi
C), E) -assorbito il capo G)- ed F).
Dispone la correzione del verbale di udienza del 6 luglio 2017 davanti alla
Terza Sezione della Corte di appello di Roma e dell’intestazione della sentenza
impugnata, nel senso che là dove nella composizione del Collegio è indicato
quale componente «Massimo Gustavo Mariani» deve leggersi e intendersi
«Claudio Tortora».
Manda alla cancelleria per gli adempimenti connessi a tali correzioni.
Così deciso il 6/4/2018

S.S. /asqltarefe Z.Z. in relazione al reato di cui al

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