Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36516 del 12/05/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 36516 Anno 2015
Presidente: MANNINO SAVERIO FELICE
Relatore: ORILIA LORENZO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MANGO ANTONIO N. IL 14/11/1968
MANGO FRANCESCO N. IL 30/04/1964
MANGO CARMINE N. IL 13/07/1957
PAESE GIOVANNI N. IL 10/12/1971
TACCINO DOMENICO N. IL 26/02/1984
avverso la sentenza n. 2145/2013 CORTE APPELLO di
CATANZARO, del 28/04/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 12/05/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. LORENZO ORILIA
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. /9:1
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che ha concluso per –

Udito, per la parte civile, l’Avv

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Uditi difensor Avv. 0%.”1

Q-47J

Data Udienza: 12/05/2015

RITENUTO IN FATTO
La Corte d’Appello di Catanzaro con sentenza 28.4.2014 ha confermato il
giudizio colpevolezza di Mango Antonio, Mango Francesco, Mango Carmine, Paese
Giovanni e Iaccino Domenico in ordine ad una serie di episodi di vendita, cessione e
detenzione di eroina, riducendo le pene.
La Corte territoriale ha motivato la propria decisione osservando, per quanto
ancora interessa in questa sede:
– che, quanto alla posizione dei Mango, andava condiviso il giudizio di

dimostrata da una pluralità di elementi rappresentati dal riconoscimento fotografico,
dai contatti telefonici degli imputati e dalle dichiarazioni dei tossicodipendenti;
– che non poteva riconoscersi il fatto di lieve entità, trattandosi, come già
evidenziato dal primo giudice, di attività professionale di spaccio di eroina, sostanza
particolarmente insidiosa e pericolosa ed essendo ininfluente la quantità di droga
oggetto di ogni singola cessione;
– che il sequestro di cui al capo Y (relativo a un quantitativo significativo di
sostanze, tal da formare 670 dosi) produceva riflessi anche nella posizione degli altri
imputati in quanto dalle dichiarazioni dei tossicodipendenti ascoltati emergeva il
collegamento tra tutti, stante la fungibilità tra gli stessi;
– che le modalità dell’approvvigionamento di sostanza evidenziavano il
collegamento con circuiti di ampio raggio.
I difensori degli imputati hanno proposto separati ricorsi per cassazione per
violazione di legge e vizi di motivazione.
CONSIDERATO IN DIRITTO
RICORSO DEL DIFENSORE DEI FRATELLI MANGO
1. I Mango,tramite il difensore, propongono separati, ma identici incentrati sulla
violazione di legge (artt. 191, 192, 362, 546 lett. e cpp, 73 quinto comma DPR n.
309/1990 e 133 cp e 25 e 27 Cost.) nonché sul vizio di motivazione.
1.1 Contestano innanzitutto la ritenuta attendibilità delle dichiarazioni della teste
Perrone Delphine, evidenziando le anomale modalità di escussione della stessa in fase
di sommarie informazioni, durante una crisi di astinenza, e a seguito di un lungo ed
estenuante interrogatorio protrattosi fino a tarda notte. Richiamano a tal fine le
successive dichiarazioni della medesima teste rese in dibattimento nel separato
giudizio contro gli altri coimputati, nel corso del quale essa aveva dichiarato di non
conoscere i nomi di battesimo dei fratelli Mango (conosciuti come “i Caprari”) né di
avere acquistato droga dagli stessi. Secondo i ricorrenti, la nuova prova acquisita nel
giudizio di secondo grado avrebbe dovuto essere considerata dalla Corte d’Appello.
1.2 Per le stesse ragioni, contestano anche le modalità del riconoscimento
fotografico avvenuto sempre nel corso delle anomale dichiarazioni rese alla PG e

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attendibilità della teste Perrone Delphine e che pertanto la responsabilità risultava

criticano la motivazione della sentenza laddove ha dato peso al contenuto delle
conversazioni telefoniche e alle dichiarazioni degli altri tossicodipendenti.
Questa due censure – che ben si prestano ad esame unitario – sono
manifestamente infondate.
La natura del vizio dedotto, comune a tutte le censure, rende opportuno delineare
i limiti del controllo sulla motivazione nel giudizio di legittimità: in proposito questa
Corte ha sempre affermato che un tale tipo di controllo attiene solo alla coerenza
strutturale della decisione di cui si saggia l’oggettiva tenuta sotto il profilo logico

controllo sulla motivazione – la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione o l’autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e
valutazione dei fatti (preferiti a quelli adottati dal giudice del merito perché ritenuti
maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa). Queste
operazioni trasformerebbero infatti la Corte nell’ennesimo giudice del fatto e le
impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di organo
deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai giudici di
merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza) rispetti sempre uno
standard minimo di intrinseca razionalità e di capacità di rappresentare e spiegare l’iter
logico seguito dal giudice per giungere alla decisione (giurisprudenza costante: tra le
varie, cfr. cass. Sez. 6, Sentenza n. 9923 del 05/12/2011 Ud. dep. 14/03/2012 Rv.
252349).
Nel caso che ci occupa la Corte d’Appello, esaminando la posizione dei fratelli
Mango ha affrontato il tema dell’attendibilità della teste Perrone rimarcando gli
elementi che deponevano in tal senso: l’assenza di motivi di malanimo o di intenti
calunniatori, il riconoscimento degli imputati avvenuto senza dubbio alcuno, tra
quarantotto immagini contenute nel fascicolo fotografico, i numerosi contatti telefonici
tra la donna, il suo compagno Principe Raffaele e i pushers, aventi ad oggetto
l’acquisto di droga, in esatta coincidenza col narrato della Perrone. Ancora, la Corte
d’Appello ha considerato il sequestro, le annotazioni di servizio, i servizi di OCP, le
intercettazioni ambientali che hanno portato all’arresto di Mango Carmine.
La motivazione si rivela adeguata e del tutto coerente dal punto di vista logico e
quindi si sottrae alla critica dei ricorrenti che, invece, si risolve in una alternativa
ricostruzione fattuale, non consentita nel giudizio di legittimità.
1.3

Deducono ancora i Mango l’inutilizzabilità delle dichiarazioni rese dalla

predetta Perrone perché non precedute dall’avvertimento di cui all’art. 199 cpp sulla
facoltà di astenersi.
Il motivo è manifestamente infondato.
La norma riguarda, tra l’altro, i prossimi congiunti dell’imputato o il convivente,
ma nel caso di specie, come si legge nei ricorsi, la Perrone non era legata da alcun

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argomentativo. Si è infatti precisato che al giudice di legittimità è preclusa – in sede di

rapporto di parentela o convivenza con i Mango, essendo solo la convivente di Principe
Raffaele: l’avvertimento circa la facoltà di astensione, dunque, avrebbe dovuto
riguardare al più la posizione del Principe, ma non quella dei Mango di cui oggi si
discute.
1.4 Criticano ancora la motivazione laddove ha negato la sussistenza del fatto di
lieve entità (art. 73 quinto comma DPR n. 309/1990) e richiamano a tal fine il
procedimento collegato ove invece tale ipotesi è stata riconosciuta agli altri coimputati.
1.5 Si dolgono infine dell’omessa motivazione sul trattamento sanzionatorio

pena base e degli aumenti per la continuazione, rilevando che la motivazione si
rendeva tanto più necessaria, trattandosi di pene diverse tra le varie posizioni.
Anche tali censure sono manifestamente infondate.
Rinviando la trattazione della doglianza relativa al mancato riconoscimento
dell’ipotesi di cui all’art. 73 quinto comma DPR n. 309/1990, va osservato che nel caso
in cui venga irrogata una pena prossima al minimo edittale, l’obbligo di motivazione
del giudice si attenua, talché è sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della
pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 cod. pen.(Sez. 2, Sentenza
n. 28852 del 08/05/2013 Ud. dep. 08/07/2013 Rv. 256464; Sez. 4, Sentenza n. 21294
del 20/03/2013 Ud. dep. 17/05/2013 Rv. 256197).
Nel caso di specie, la pena base da cui è partita la Corte d’Appello è sicuramente
prossima ai minimi edittali (anni sei e mesi due di reclusione ed C. 26.000 di multa per
Mango Carmine ed anni sei di reclusione C. 26.000 di multa per gli altri fratelli): la
motivazione della Corte, fondata sul mero richiamo ai criteri di cui agli artt. 133 e 133
bis e alla congruità della pena, soddisfa dunque lo standard motivazionale minimo
richiesto.
RICORSI DEI DIFENSORI DI PAESE GIOVANNI E IACCINO DOMENICO
IL TEMA DELL’IPOTESI DEL FATTO DI LIEVE ENTITA’ DI CUI AWART, 73
QUINTO COMMA DPR 309/1990.
Resta a questo punto da esaminare il tema dell’applicabilità dell’ipotesi di cui
all’art. 73 quinto comma DPR n. 309/1990, affrontato nei ricorsi del Paese, del Iaccino
e, come si è detto, anche nei ricorsi Mango.
Il difensore del Paese denunzia violazione di legge e vizio di motivazione sul
mancato riconoscimento del fatto di lieve entità (art. 73 quinto comma DPR n.
309/1990): a suo dire, la Corte d’Appello non avrebbe tenuto conto della reale entità
della quantità di sostanza e della modica cifra ricavabile dalla cessione (80 euro),
nonché del ruolo da lui svolto, consistente nel cedere la sostanza al solo fine di
procurarsi a sua volta stupefacente per uso personale.
2 Anche il difensore di Iaccino denunzia violazione di legge (artt. 192 cpp e 73
quinto comma DPR n. 309/1990) e vizio di motivazione, dolendosi del mancato

rimproverando alla Corte di Appello di non avere spiegato le ragioni dell’entità della

riconoscimento del fatto di lieve entità: critica la Corte d’Appello laddove ha utilizzato
una motivazione unica, per tutti, senza distinguere tra le varie posizioni; inoltre, la
Corte d’Appello avrebbe ricavato il diniego dai fatti di cui al capo Y che non riguardano
l’imputato. Rileva la mancanza di gravità indiziaria circa collegamenti col Mango
Carmine o il coimputato Reda e contesta la ritenuta fungibilità tra gli stessi,
osservando che, in ogni caso, si trattava di cessioni di singole dosi e modici
quantitativi, di un piccolo spaccio al solo scopo di sopravvivere (capi W e X). Osserva
che, per le medesime condotte, altri imputati separatamente giudicati con rito

309/1990. Con i motivi aggiunti insiste sul tema segnalando la sentenza della Corte
d’Appello del 22.9.2014.
Le censure – che ben possono esaminarsi congiuntamente in considerazione,
appunto, dell’identità dell’oggetto – sono tutte manifestamente infondate.
La giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato che in tema di sostanze
stupefacenti, ai fini della concedibilità o del diniego della circostanza attenuante del
fatto di lieve entità di cui all’art. 73, comma quinto, D.P.R. n. 309 del 1990, il giudice è
tenuto a valutare complessivamente tutti gli elementi normativamente indicati, quindi,
sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia quelli
che attengono all’oggetto materiale del reato (quantità e qualità delle sostanze
stupefacenti oggetto della condotta criminosa), dovendo conseguentemente escludere
il riconoscimento dell’attenuante quando anche uno solo di questi elementi porti ad
escludere che la lesione del bene giuridico protetto sia di lieve entità (cfr. tra le varie
Sez. 4, Sentenza n. 6732 del 22/12/2011 Ud. dep. 20/02/2012 Rv. 251942; Sez. U,
Sentenza n. 35737 del 24/06/2010 Ud. dep. 05/10/2010 Rv. 24791; Sez. 4, Sentenza
n. 43399 del 12/11/2010 Ud. dep. 07/12/2010 Rv. 248947)..
Ebbene, nel caso in esame, la Corte calabrese ha escluso per tutti i ricorrenti
l’ipotesi del 73 quinto comma DPR n. 309/1990 condividendo il giudizio del Tribunale
sul carattere professionale dello spaccio: in proposito ha rilevato una attività
sistematica e continuativa, attraverso lo spaccio di un numero indefinito di dosi,
sicuramente elevato, per periodi di tempo molto lunghi, pari ad almeno i cinque mesi a
cui si riferisce l’attività di indagine. Ha ravvisato l’esistenza di contatti con fornitori
all’ingrosso, rilevando che con l’eroina sequestrata ai fratelli Mango Carmine e
Francesco (capo Y) si ricavavano 670 dosi: secondo la Corte d’Appello, un tale
sequestro produce effetti anche riguardo alla posizione degli altri imputati in quanto
“dalle dichiarazioni dei tossici emerge il collegamento esistente tra tutti loro, tanto da
essere reciprocamente fungibili, sostituendosi l’un con l’altro nella attività di spaccio”.
Ancora, dal fatto che l’approvvigionamento avvenisse a Platì, in provincia di Reggio
Calabria, lontano dal luogo di residenza e di spaccio, ha desunto l’esistenza di un
collegamento con circuiti criminali di ampio raggio
5

ordinario hanno beneficiato dell’ipotesi di cui all’art. 73 quinto comma DPR n.

Trattasi di un percorso argomentativo logicamente coerente oltre che corretto in
diritto (avendo considerato gli elementi concernenti l’azione e l’oggetto materiale del
reato), esauriente anche in ordine al rilievo del Iaccino sul suo mancato
coinvolgimento nei fatti di cui al capo Y: esso dunque si sottrae alle critiche dei
ricorrenti, che invece tendono a riproporre in sede di legittimità ancora una volta
rivalutazioni di questioni di fatto, sollecitando la Corte di Cassazione ad un ruolo che
non le compete.
Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di

al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della
sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 616 cpp nella misura indicata in dispositivo.
P.Q.M.
dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento delle spese
processuali e della somma di C. 1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Roma, 12.5.2015.

inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna dei ricorrenti

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