Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36489 del 11/06/2015


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Penale Sent. Sez. 4 Num. 36489 Anno 2015
Presidente: BRUSCO CARLO GIUSEPPE
Relatore: MASSAFRA UMBERTO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
MINISTERO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE
avverso l’ordinanza n. 31/2014 CORTE APPELLO di BRESCIA, del
23/12/2014
sentita la relazione fatta dal Consigliere Dott. UMBERTO
MASSAFRA;
lette/s~ le conclusioni del PG Dott. 624 .0

149 ,

Udit i difensor Av .;

Data Udienza: 11/06/2015

Ritenuto in fatto
1.

Ricorre per cassazione il Ministero dell’Economia e delle Finanze avverso

l’ordinanza della Corte di appello di Brescia del 23.12.2014 con la quale è stata
parzialmente accolta la domanda di riparazione dell’ingiusta detenzione subita
avanzata da Viorel Cristea in relazione, prima, all’arresto in flagranza non convalidato
dal 9 al 12 ottobre 2010 e, poi, alla misura cautelare della custodia in carcere dal 15
ottobre 2010 al 2 aprile 2012 per il reato di tentato omicidio aggravato, in concorso,

Cristea, per un totale di 538 giorni seguita dall’assoluzione del solo Viorel in grado di
appello (dopo la condanna in primo grado sia del Viorel che della madre della
neonata).
2. Deduce la violazione di legge ed il vizio motivazionale in relazione all’art. 314 e
segg. c.p.p., rispettivamente per i profili relativi alla valutazione dell’assenza di colpa
grave nella condotta dell’imputato ed al quantum (di complessivi C 164.359,00)
liquidato in via equitativa per la parte eccedente il consueto calcolo matematico.
3. Il Procuratore generale in sede, all’esito della requisitoria scritta, ha concluso per il
rigetto del ricorso.
E’ stata depositata una memoria difensiva nell’interesse di Viorel Cristea, tesa alla
dichiarazione d’inammissibilità del ricorso.
Considerato in diritto
4. Il ricorso è infondato e va respinto.
5. Questa Suprema Corte ha ritenuto che “in tema di riparazione per ingiusta
detenzione il giudice di merito deve valutare se chi l’ha patita vi abbia dato o
concorso a darvi causa con dolo o colpa grave, deve apprezzare, in modo
autonomo e completo, tutti gli elementi probatori disponibili, con particolare
riferimento alla sussistenza di condotte che rivelino eclatante o macroscopica
negligenza, imprudenza o violazione di norme o regolamenti, fornendo del
convincimento conseguito motivazione, che se adeguata e congrua, è incensurabile in
sede di legittimità. Il giudice deve fondare la deliberazione conclusiva su fatti
concreti e precisi e non su mere supposizioni, esaminando la condotta del
richiedente,

sia

prima e sia dopo la

perdita della

libertà

personale,

indipendentemente dall’eventuale conoscenza che quest’ultimo abbia avuto
dell’attività d’indagine, al fine di stabilire, con valutazione ex ante, non se tale
condotta integri estremi di reato, ma solo se sia stato il presupposto che ha
ingenerato, ancorché in presenza di errore dell’autorità procedente, la falsa
apparenza della sua configurazione come illecito penale, dando luogo alla detenzione
con rapporto di causa ad effetto” (Cass. pen. Sez. Un. 26.6.2002 n. 34559 Rv.
222263).
2

di neonata e ciò sulla base delle dichiarazioni della figlia minore Cristina Valentina

Inoltre, è stato affermato che la nozione di colpa grave di cui all’art. 314 comma 1
c.p.p. va individuata in quella condotta che, pur tesa ad altri risultati, ponga in
essere, per evidente, macroscopica, negligenza, imprudenza, trascuratezza,
inosservanza di leggi, regolamenti o norme disciplinari, una situazione tale da
costituire una non voluta ma prevedibile ragione di intervento dell’autorità
giudiziaria, che si sostanzi nell’adozione o nel mantenimento di un provvedimento
restrittivo della libertà personale (tra le altre, Cass. pen. Sez. IV, 15.2.2007, n.

Ora, benché la Corte territoriale riconosca, sulla scorta di quanto affermato dalla
sentenza assolutoria, che l’istante mentì circa la sua conoscenza della gravidanza
della moglie (come da sue dichiarazioni contraddittorie sul punto), ha, al contempo,
motivatamente negato che siffatto comportamento potesse porsi in rapporto di
causalità con l’instaurazione e il mantenimento della misura, in quanto nell’ordinanza
custodiale gli elementi indiziari a carico del Viorel erano stati individuati nella
dichiarazioni della figlia minore Viorel Cristea Valentina e nel disinteressamento del
medesimo imputato per la bambina appena nata, essendosi recato a piedi in ospedale
ove la moglie era stata nel frattempo ricoverata.
6. Quanto al secondo motivo di ricorso, volto a sindacare il “quantum” di indennizzo
liquidato nell’ordinanza impugnata, la Corte bresciana ha riconosciuto a Viorel Cristea
in via equitativa l’indennizzo di 164.359,00 euro, oltre ai dovuti accessori di legge,
aumentando del 30% la somma risultante dal calcolo aritmetico di circa euro 235,00
per ogni giorno di detenzione in carcere.
Tale ragionamento è rispettoso del consolidato indirizzo di legittimità (Cass. pen. Sez.
un. 9.5.2001 n. 24287 e successive conformi: Sez. IV, 17.6.2011 n. 34857; Sez. III,
1.4.2014 n. 29965), secondo cui il criterio aritmetico “deve essere opportunamente
integrato dai giudice innalzando o riducendo il risultato di tale calcolo numerico, nei
limiti dell’importo massimo indennizzabile, per rendere la decisione più equa possibile
e rispondente alla specificità (positiva o negativa) della situazione concreta”.
In questa situazione la Corte, con congrua e logica motivazione, ha ritenuto di
applicare il criterio integrativo rispetto al calcolo matematico tenuto conto: a) del
“danno all’immagine derivante dalla restrizione subita siccome disposta in ordine a un
delitto particolarmente grave, riprovevole e particolarmente messo arindice
dall’opinione pubblica al riguardo costantemente informata dei fatti dai media locali e
anche romeni “; b) dello “stato di profonda depressione che caratterizzò il detenuto
durante tutto il periodo detentivo e che lo portò anche ad esternare e mettere in atto
intenti autolesivi”; c) dei “ripetuti scioperi della fame e della sete che provocarono la
necessità di ricoveri anche presso strutture ospedaliere”.
Il ricorrente si duole, in particolare, della mancata considerazione, ai fini di una
limitazione del

“quantum” indennitario, della condotta processuale del Cristea,

3

10987, Rv. 236508).

ritenuta non conforme ai principi generali di buona fede e auto-responsabilità, ma tale
condotta risulta essere stata presa in considerazione nel corpo della complessiva
motivazione della Corte bresciana, che ha comunque ritenuto prevalenti -sul piano
della liquidazione equitativa- gli aspetti evidenziati, i quali hanno prodotto gravissimi
danni ad una persona poi assolta in via definitiva con formula piena.
Del resto, questa stessa Corte ha affermato che “in tema di ingiusta detenzione, il
controllo sulla congruità della somma liquidata a titolo di riparazione è sottratto al

logicamente motivato il suo convincimento e non sindacare la sufficienza o
insufficienza dell’indennità liquidata, a meno che, discostandosi sensibilmente dai
criteri usualmente seguiti, lo stesso giudice non abbia adottato criteri manifestamente
arbitrari o immotivati ovvero abbia liquidato in modo simbolico la somma dovuta”
(Cass. pen. Sez. IV, 25.2.2010 n. 10690; Sez. IV, 18.4.2007 n. 26388). Circostanza,
quest’ultima, che deve radialmente escludersi nel caso in esame.
7. Consegue il rigetto del ricorso e, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, addì 11.6.2015

giudice di legittimità, che può soltanto verificare se il giudice di merito abbia

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