Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36460 del 21/07/2015

Penale Sent. Sez. 2 Num. 36460 Anno 2015
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: PELLEGRINO ANDREA

Data Udienza: 21/07/2015

SENTENZA
Sui ricorsi rispettivamente proposti nell’interesse di
B.B.,
D.D.
avverso l’ordinanza del Tribunale di Napoli, dodicesima sezione
penale, n. 6539/2014, in data 06.02.2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;

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sentita la relazione della causa fatta dal consigliere dott. Andrea
Pellegrino;
udita la requisitoria del Sostituto procuratore generale dott. Roberto
Aniello che ha concluso chiedendo:
per B.B, R.R., il rigetto del ricorso;
per D.D., l’inammissibilità del ricorso;
sentita la discussione della difesa avv. Salvatore Impradice, avv.

Giovanni Aricò e avv. Dario Vannetiello che hanno concluso per
l’accoglimento dei rispettivi ricorsi.

RITENUTO IN FATTO

1. In data 11.06.2014, il Procuratore della Repubblica presso il
Tribunale di Napoli avanzava istanza di applicazione della misura
cautelare della custodia in carcere nei confronti di B.B.,
C.C., G.G., F.F.,
R.R., Z.Z., D.D. e P.P. per i reati rispettivamente loro ascritti.
1.1. Con ordinanza in data 07.10.2014, il giudice per le indagini
preliminari presso il Tribunale di Napoli, in parziale accoglimento della
richiesta, applicava, in relazione al delitto di cui all’art. 416 bis cod.
pen. contestato al capo 1), gli arresti domiciliari nei confronti di
B.B. e l’obbligo quotidiano di presentazione alla polizia
giudiziaria nei confronti di C.C., G.G. e F.F., respingendo nel resto la richiesta.
1.2. Avverso tale ordinanza, veniva proposto appello del pubblico
ministero.
2. Con ordinanza in data 06.02.2015, il Tribunale di Napoli, in
parziale accoglimento del gravame proposto nei confronti di R.R., C.C., D.D. e B.B.
in relazione al capo 1), per quanto d’interesse, disponeva nei
confronti dei sunnominati la misura cautelare della custodia in
carcere, respingendo l’appello in relazioni ai capi 2) e 3).
3. Nei confronti di detto provvedimento, nell’interesse di B.B., D.D., Rame Anna Maria e Cavaiuolo Salvatore
viene proposto ricorso per cassazione.

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4. Ricorso nell’interesse di B.B..
Il ricorrente lamenta:
-violazione dell’art. 606 lett. c) cod. proc. pen. in relazione all’art.
581 cod. proc. pen. (primo motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen. per mancanza,
contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione (secondo
motivo).

4.1. In relazione al primo motivo, si evidenzia come il Tribunale, pur
ravvisando “profili di criticità nella comprensione” dell’atto di
impugnazione, non ha rilevato come esso fosse inammissibile per
carenza del requisito previsto dalla lett. b) dell’art. 581 cod. proc.
pen., non essendo stata precisata quale fosse la specifica “richiesta”
con riguardo a ciascuno degli indagati; peraltro, il Tribunale, del tutto
inopinatamente, si era attivato tramite il direttore di cancelleria a
“richiedere all’ufficio della Procura di specificare per quali indagati
veniva proposto il gravame”, operando una sorta di sanatoria delle
carenze dell’atto di impugnazione in palese contrasto con le regole
stabilite in tema di impugnazione.
4.2. In relazione al secondo motivo, si evidenzia come il
provvedimento impugnato sia incorso in un palese vizio della
motivazione, perché ha omesso di rilevare come, nel corpo della
motivazione dell’ordinanza genetica, il giudice per le indagini
preliminari avesse attribuito alla condotta del B.B. le connotazioni
tipiche del concorso esterno all’associazione di tipo mafioso, e non
quelle della partecipazione al sodalizio criminale.

5. Ricorso nell’interesse di D.D..
Il ricorrente lamenta:
-nullità dell’ordinanza per mancanza ed illogicità della motivazione ai
sensi dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen. in ordine alla ritenuta
sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza nonché delle esigenze
cautelari (motivo unico).
In relazione a detto motivo, osserva il ricorrente come il Tribunale
non abbia adeguatamente motivato sulla ritenuta idoneità del
compendio indiziario, posto a base del provvedimento applicativo
della misura cautelare, a delineare a carico dell’indagato un quadro
indiziario grave ed univoco con riferimento al delitto contestato. Il

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Tribunale, in particolare, si limita a riproporre l’elenco delle
intercettazioni telefoniche intervenute tra il Fiore e il D.D., sulla
scorta delle quali il giudice per le indagini preliminari aveva motivato
il rigetto della richiesta di applicazione della misura cautelare. In
verità, dagli elementi investigativi a disposizione emerge chiaramente
come il D.D. abbia sempre avuto sin dall’inizio rapporti
esclusivamente con il Fiore, a nulla rilevando che egli potesse

conoscere anche altri tra i soggetti indagati: soltanto in un momento
successivo, lo stesso, in un’unica occasione, crea un contatto
direttamente con il B.B. al fine di recuperare la somma anticipata e
non ancora restituita. Invero, appaiono del tutto apodittiche e
sganciate da una corretta valutazione degli elementi indiziari emersi
le affermazioni contenute nel provvedimento impugnato, che
ipotizzano un coinvolgimento dell’indagato nell’attività criminosa del
gruppo, solo perché è venuto in contatto in un’unica occasione con il
B.B.; al contrario, si trascurano altre circostanze rispetto alle quali
il Tribunale non offre alcuna motivazione e che, tuttavia, sono
sintomatiche dell’estraneità dell’indagato alle dinamiche criminose del
gruppo. L’appartenenza del ricorrente al sodalizio criminale viene
affermata sulla base di considerazioni apodittiche e del tutto prive del
necessario percorso argomentativo logico-giuridico che deve
sostenere qualunque pronuncia giurisdizionale, soprattutto in ambito
cautelare. Anche con riferimento alla sussistenza delle esigenze
cautelari, il provvedimento impugnato appare carente, limitandosi lo
stesso a considerare poco significative le allegazioni difensive
comprovanti la personalità ed il contesto familiare “normale” in cui il
D.D. ha sempre vissuto, senza precisare in alcun modo quale tra
le tre esigenze di cautela sussista nei confronti dell’indagato.

6. Ricorso nell’interesse di Rame Anna Maria e di Cavaiuolo Salvatore.
I ricorrenti lamentano:
– violazione dell’art. 606 lett. c) cod. proc. pen. in relazione agli artt.
310, 591 lett. a) e c), 581 lett. b) cod. proc. pen. (primo motivo);
– violazione dell’art. 606 lett. c) cod. proc. pen. in relazione agli artt.
591 lett. c), 301, 309, comma 4, 582 e 583 cod. proc. pen. (secondo
motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. c) cod. proc. pen. in relazione agli artt.

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310, 309, comma 3 e 172, comma 6 cod. proc. pen. (terzo motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. c) ed e) cod. proc. pen. in relazione agli

motivazione

omessa/apparente e contraddittoria con atti del procedimento (quarto
motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. b) cod. proc. pen. in relazione agli artt.
274, 292, comma 2 lett. c) bis e 591 lett. a) cod. proc. pen. (quinto

motivo);
-violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) cod. proc. pen, in relazione
all’art. 273 cod. proc. pen; violazione dell’art. 606 lett. b) in relazione
all’art. 416 bis cod. pen.; violazione dell’art. 606 lett. b) in relazione
all’art. 110 cod. pen.; violazione dell’art. 606 lett. e) cod. proc. pen.:
mancanza della motivazione, motivazione apparente, manifesta
illogicità, contraddittorietà con atti processuali, motivazione omessa
rispetto al devoluto con la memoria di replica (sesto motivo).
6.1. In relazione al primo motivo, si eccepisce la inammissibilità della
impugnazione del pubblico ministero per carenza della richiesta in
ordine alla precisa indicazione degli indagati nei cui confronti veniva
proposto appello ex art. 310 cod. proc. pen.. La censurata ed
invalidante criticità rilevata dallo stesso Tribunale consiste nella
circostanza che il pubblico ministero, nel proprio gravame, dopo aver
indicato tutti gli indagati della vicenda ed aver elencato tutti i capi
d’incolpazione, aveva omesso di indicare segnatamente per quali di
essi intendeva proporre appello: tanto è vero che il Tribunale riteneva
necessario l’intervento del direttore di cancelleria della sezione del
riesame che avanzava istanza all’ufficio del pubblico ministero
chiedendo di “indicare, ove possibile, a mezzo fax … il nome
dell’indagato e/o degli indagati, per i quali si propone appello, per
consentire … di inserirli nel registro informatico, formare i fascicoli
processuali e procedere a tutti gli adempimenti di legge”. Si censura
la ritualità della prodotta annotazione di specificazione datata
17.10.2014 dal momento che la stessa non è stata né redatta né
sottoscritta dal pubblico ministero impugnante, non è atto che può
validamente integrare le richieste ex art. 581 lett. b) cod. proc. pen.,
non essendosi la Procura della Repubblica riportata ad essa

per

relationem in ordine alle richieste.

6.2. In relazione al secondo motivo, si evidenzia che anche a voler

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ritenere che la nota integrativa soddisfi le formalità previste dall’art.
581 lett. b) cod. proc. pen. superando l’irritualità connessa all’inoltro
l’ultimo giorno utile per il deposito oltre l’orario di apertura della
cancelleria – ufficio ricezione atti al pubblico, l’impugnazione appare
comunque inammissibile atteso che le predette “pseudo-richieste”
sono state inoltrate a mezzo fax, strumento non previsto tra quelli
tassativamente indicati nell’art. 583 cod. proc. pen.. Inoltre, sia

l’impugnazione che le richieste sono prive dell’atto di delega a
deposito da parte del pubblico ministero sia di un’annotazione di
delega da parte del pubblico ufficiale ricevente nei confronti del
presunto incaricato; anche a voler ritenere inequivocamente la
provenienza delle richieste principali dalla segreteria del pubblico
ministero di cui alla stampigliatura, lo strumento deve ritenersi
inidoneo a soddisfare i requisiti di forma prescritti, a pena di
inammissibilità, a garanzia dell’autenticità della effettiva riferibilità
dell’atto all’impugnante.
6.3. In relazione al terzo motivo, si evidenzia come le ritenute
“pseudo-richieste” sono comunque intempestive, essendo state
trasmesse alle ore 14.26 e pervenute alle ore 14.30 dell’ultimo giorno
utile, il 17.10.2014, in orario di chiusura dell’ufficio al pubblico.
6.4. In relazione al quarto motivo, si censura l’ordinanza impugnata
che, con motivazione apparente e sostanzialmente omessa ha
affermato che il pubblico ministero ha individuato sia il profilo di
censura che gli elementi integranti la gravità indiziaria; infatti, il
pubblico ministero appellante, non indica quali elementi, quali fatti o
quali circostanze concrete sono in grado di superare il vaglio
compiuto dal giudice per le indagini preliminari.
6.5. In relazione al quinto motivo, si evidenzia come, ex art. 591,
comma 4 cod. proc. pen., il pubblico ministero abbia impugnato il
provvedimento del giudice per le indagini preliminari solo in relazione
alla gravità del quadro indiziario senza dire nulla in ordine alla
sussistenza delle esigenze cautelari con riferimento alla posizione di
Rame Annamaria.
6.6. In relazione al sesto motivo, si evidenzia come la motivazione
dell’ordinanza impugnata in relazione alla perduranza del clan
Pagnozzi nonché in ordine alla legittimità della nuova ed ulteriore
contestazione associativa “in Montesarchio e nella valle telesina,

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accertato dal 2011 e fino al maggio 2013”, appare carente ed assunta
in violazione di legge: innanzitutto, è la stessa ordinanza impugnata a
dare atto che né nell’ordinanza di custodia cautelare né nella richiesta
di misura sono stati specificamente “indicati elementi indiziari
dimostrativi della perdurante operatività del sodalizio”; il Tribunale, in
violazione dell’art. 416 bis cod. pen., confonde ed accomuna, in
maniera manifestamente illogica, la mera

programmazione/realizzazione di singoli, insignificanti e sparuti
delitti, con la diversa prova della perduranza del clan. La motivazione
appare manifestamente illogica nel punto in cui attribuisce rilevanza
“mafiosa” agli incontri ed all’utilizzo di schede telefoniche con utenze
dedicate; infatti, da un lato, gli incontri sono necessari per
programmare qualunque delitto in concorso, dall’altro, le precauzioni
per ridurre il rischio di essere intercettati è semplicemente propria di
soggetti dediti al delitto. Dalla minaccia dell’utilizzo di una pistola da
parte del coindagato B.B. appare manifestamente illogico ricavare
che “il sodalizio aveva la disponibilità di armi”. Così come appare
manifestamente illogico ricavare dalla consegna di mille euro da parte
del Fiore alla moglie di Russo un dato che dimostra che “il sodalizio
forniva sostegno economico agli affiliati”. Altrettanto manifestamente
illogico, oltre che in contrasto con il contenuto delle intercettazioni, è
affermare che “sebbene non vi siano contestazioni afferenti estorsioni
ai danni di specifici soggetti, dal contenuto di molte conversazioni
emerge che questa continuava ad essere l’attività di elezione del
clan”. Priva di rilievo è anche la conversazione avvenuta il 18.11.2011
tra Fiore e la moglie, che nulla dimostra rispetto all’attuale condotta
di perduranza del gruppo fino al maggio 2013. Inoltre, la motivazione
non supera alcune specifiche deduzioni difensive (che non possono
ritenersi implicitamente disattese), e segnatamente quelle afferenti
l’assenza di un programma criminale autonomo rispetto ai singoli
delitti contestati nonchè l’assenza di un accordo stabile e continuativo
tra i ritenuti sodali. Infine, la rigorosità della motivazione era imposta
anche dal fatto che, a fronte di un’associazione finalizzata a
commettere estorsioni, per l’unico delitto di questo tipo (capo 10),
era intervenuto l’annullamento dell’ordinanza custodiale e, con
riferimento allo scopo dell’associazione di “orientare gli appalti
pubblici”, vi era un unico episodio, quello relativo all’appalto al

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comune di Bonea (capo 7).

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Tutti i ricorsi risultano infondati (per talune censure, in termini
manifesti ovvero prossimi al predetto giudizio) e, come tali, vanno
respinti.

2. Ricorso nell’interesse di B.B..
2.1. Il primo motivo di ricorso è infondato.
Lamenta il ricorrente come la totale genericità dell’appello del
pubblico ministero fosse stata rilevata dallo stesso Tribunale avendo
lo stesso testualmente riconosciuto come l’atto di gravame
presentasse alcuni profili di criticità nella sua comprensione perché,
dopo aver indicato in apertura tutti i soggetti sottoposti ad indagine e
tutti i capi d’incolpazione, si era limitato a richiedere di voler
“modificare l’ordinanza appellata secondo le richieste esplicitate nei
motivi di appello”. A fronte di tutto questo, il Tribunale, invece di
limitarsi a dichiarare l’inammissibilità dell’impugnazione a norma
dell’art. 581 cod. proc. pen., si era attivato impropriamente tramite il
direttore di cancelleria per “richiedere all’ufficio della Procura di
specificare per quali indagati veniva proposto il gravame”, finendo
con il compiere un’operazione di “sanatoria” delle carenze dell’atto di
impugnazione in palese contrasto con le regole stabilite in tema di
impugnazione.
Si lamenta inoltre il fatto che la palese genericità delle “richieste” non
consente di comprendere per quali fatti-reato sia stata avanzata
istanza cautelare.
Ritiene il Collegio di dover preliminarmente evidenziare come la
proposizione dell’atto di gravame (anche) nei confronti dell’indagato
B.B. non risulta essere stata in alcun modo equivoca sin
dall’inizio e non abbia richiesto alcun tipo di intervento di precisazione
o di chiarificazione. Ogni censura proposta dalla difesa del B.B. sullo
specifico tema, astrattamente riferibile ad altre posizioni (si allude, in
particolare, alla posizione dei coindagati non ricorrenti Paradiso
Gennaro e Pagnozzi Domenico, quest’ultimo in relazione al capo 1),
per difetto di mozione cautelare), vede conseguentemente il
ricorrente privo di interesse.

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Fermo quanto precede, ricorda il Collegio il consolidato insegnamento
della giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’atto di impugnazione
deve contenere, a pena di inammissibilità, anche le richieste, che
possono desumersi implicitamente dai motivi, quando da essi emerga
in modo inequivoco la richiesta formulata, in quanto l’atto di
impugnazione va valutato nel suo complesso, in applicazione del
principio del “favor impugnationis” (cfr., ex multis, Sez. 6, sent. n.

29235 del 18/05/2010, dep. 26/07/2010, Amato e altri, Rv. 248205):
mancanza di equivocità che, nella fattispecie, lo stesso ricorrente
finisce con lo smentire riconoscendo nell’atto di gravame come
l’accusa abbia impugnato “i capi dell’ordinanza riguardanti la
fattispecie di reato associativo … e quelli relativi alla vicenda del c.d.
craking bancario”.
L’eccezione di inammissibilità dell’appello proposto dal pubblico
ministero, sollevata nell’interesse di B.B. appare
pertanto infondata.
Legittimamente, invero, la Corte di Appello, pur rilevando che
l’impugnazione del pubblico ministero non contiene esplicite richieste
ai sensi dell’art. 581 cod. proc. pen., lett. b), ha ritenuto la sua
ammissibilità, osservando che i motivi svolti, particolarmente
minuziosi e specifici, non danno luogo ad alcuna incertezza circa il
fatto che le sottese istanze, ovviamente anche con riferimento al tipo
di misura cautelare richiesta, siano da intendere conformi a quelle già
esplicitate in primo grado.
Nella specie, è stata pertanto fatta corretta applicazione del succitato
principio enunciato dalla giurisprudenza, secondo cui l’atto di
impugnazione deve contenere a pena di inammissibilità anche le
richieste, ai sensi dell’art. 581 cod. proc. pen., lett. b), ma queste
possono desumersi implicitamente dai motivi, quando dai medesimi si
ricavi in modo inequivoco la richiesta formulata, dovendo l’atto di
impugnazione essere valutato nel suo complesso (Sez. 5, sent. n.
42411 del 23/09/2009; Sez. 5, sent. n. 23412 del 06/05/2003).
2.2.

Il secondo motivo di ricorso è infondato, ai limiti

dell’inammissibilità.
Lamenta il ricorrente come, in virtù del principio devolutivo, l’oggetto
della cognizione da parte del Tribunale doveva riguardare l’appello del
pubblico ministero e, quindi, le argomentazioni ivi prospettate

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rispetto all’ordinanza del giudice per le indagini preliminari che non
aveva applicato la custodia in carcere, essendosi il pubblico ministero
unicamente lamentato della circostanza che il giudice per le indagini
preliminari non avesse tenuto conto della presunzione assoluta di
adeguatezza della custodia cautelare in carcere.
Rileva il Collegio come il Tribunale, difformemente da quanto
evidenziato dal ricorrente, ha esaminato nei confronti del B.B. il

profilo “squisitamente cautelare”, riconoscendo, in adesione alle
censure del pubblico ministero, come il giudice impugnato avesse
impropriamente applicato all’indagato un regime cautelare diverso da
quello normativamente previsto. Dopo la ricognizione normativa sul
regime applicabile, il Tribunale, passando alla trattazione della singola
posizione interessata, riconosce la sussistenza di attuali e concrete
esigenze di cautela, legate prevalentemente al pericolo di reiterazione
e a quello di inquinamento probatorio, riconoscendo e facendo proprie
le considerazioni che lo stesso Tribunale, in sede di riesame (udienza
del 04.11.2014) adito dallo stesso B.B., aveva precedentemente
esplicitato (v. pagg. 14 e 15 del provvedimento impugnato).
3. Ricorso nell’interesse di D.D..
3.1. L’unico motivo di ricorso è infondato, ai limiti dell’inammissibilità.
Ampiamente trattato, con analisi particolarmente attenta e rigorosa nel provvedimento impugnato – è il tema della gravità indiziaria nei
confronti di D.D., soggetto che “in almeno due occasioni,
ha versato per conto del clan (Pagnozzi), lo “stipendio” ad uno dei
sodali attinti dal titolo custodiale, Russo Massimiliano”, come
eloquentemente dimostrato dal tenore delle intercettazioni riportate
nelle pagg. 53 e ss. dell’ordinanza del Tribunale. Quest’ultimo
riconosce espressamente come “le conversazioni captate dimostrano
che egli aveva rapporti diretti non soltanto con il Fiore, ma anche con
il B.B., ed inoltre che egli ben sapesse che al vertice del gruppo
c’era un quel momento Rame Annamaria. Ma tale elemento non è
l’unico. Ed invero, già nel novembre 2011 viene registrata una
conversazione tra Russo Massimiliano … e l’indagato, in cui Russo
avvisa D.D. che la riunione cui doveva partecipare Pagnozzi
Domenico era stata spostata a causa del fatto che alcuni vicini
avevano notato la presenza delle forze dell’ordine e li avevano
avvisati … ; … ulteriori elementi comprovanti la sua intraneità al

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sodalizio si traggono dal suo pieno e fattivo coinvolgimento definito
dal pubblico ministero del cracking bancario … ; … invero, non
soltanto il D.D. si attiva per procurare a Fiore e Pagnozzi il
contatto con il consulente finanziario beneventano A.A.
… ma è anche presente a molte delle riunioni che si tengono allo
studio del Fiore, in cui vengono programmate le modalità esecutive
del piano criminoso … ; … ora, non vi è dubbio che solo ad un

soggetto pienamente addentro al sodalizio può essere consentito
partecipare a riunioni aventi ad oggetto argomenti di tale delicatezza
… ; … la valutazione congiunta di tali dati investigativi induce ad
escludere che l’apporto partecipativo al sodalizio da parte del De
Maria si sarebbe limitato, in due sole occasioni, ad anticipare il
danaro alla moglie del Russo solo per fare un piacere all’amico” Fiore
Umberto. Né la circostanza che egli abbia cercato a più riprese di
tornarne in possesso vale a togliere peso al fatto che egli si sia
prestato ad anticiparlo in più di un’occasione, non potendosi
certamente pretendere che egli si facesse anche carico dell’onere
economico di tali pagamenti …”.
Medesime conclusioni di infondatezza vanno tratte con riferimento
alla censura in punto sussistenza di esigenze cautelari, nella specie
quelle – chiaramente indicate – di natura social preventiva.
Riconosce il Tribunale, con motivazione congrua e priva di vizi logicogiuridici, come nella fattispecie, pur valutandosi le allegazioni
difensive, non siano stati acquisiti elementi per ritenere del tutto
insussistenti le esigenze cautelari, quali la resipiscenza del ricorrente
ed una buona condotta processuale; invero, si afferma che “… plurimi
elementi depongono, all’opposto, nel senso della concreta esistenza
di esigenze di cautela. In particolare, la disponibilità e versatilità
dimostrata dal prevenuto nello svolgere i più vari ed eterogenei
incarichi conferitigli dagli esponenti apicali restati liberi dopo l’arresto
del capo e di alcuni dei sodali, spostandosi anche di frequente tra
Roma e Benevento, e la recente epoca di realizzazione dei fatti in
contestazione rendono infatti più che concreta la prognosi recidivante
presunta per legge ed ineludibile l’applicazione del massimo presidio
cautelare. La circostanza che il prevenuto abbia anche una parallela
attività lavorativa lecita ed un contesto familiare “normale”, a parere
del Collegio, non sminuisce né gli indizi a suo carico, né le esigenze di

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cautela”.
4. Ricorso nell’interesse di Rame Anna Maria e di Cavaiuolo Salvatore.
4.1. Il primo motivo di ricorso è infondato.
A richiamo delle considerazioni esposte nel procedente paragrafo 2.1.
del “considerato in diritto”, ritiene il Collegio di dover preliminarmente
evidenziare come la proposizione dell’atto di gravame (anche) nei
confronti degli indagati Rame Annamaria e Cavaiuolo Salvatore non

risulta essere stata in alcun modo equivoca sin dall’inizio e non abbia
richiesto alcun tipo di intervento di precisazione o di chiarificazione.
Ogni censura proposta dalla difesa di Rame Annamaria e di Cavaiuolo
Salvatore sullo specifico tema, astrattamente riferibile ad altre
posizioni (si allude, in particolare, alla posizione dei coindagati non
ricorrenti Paradiso Gennaro e Pagnozzi Domenico, quest’ultimo in
relazione al capo 1), per difetto di mozione cautelare), vede
conseguentemente i succitati ricorrenti privi di interesse.
4.1.1. Fermo quanto precede, ricorda il Collegio il consolidato
insegnamento della giurisprudenza di legittimità, secondo cui l’atto di
impugnazione deve contenere, a pena di inammissibilità, anche le
richieste, che possono desumersi implicitamente dai motivi, quando
da essi emerga in modo inequivoco la richiesta formulata, in quanto
l’atto di impugnazione va valutato nel suo complesso, in applicazione
del principio del “favor impugnationis” (cfr., ex multis, Sez. 6, sent.
n. 29235 del 18/05/2010, dep. 26/07/2010, Amato e altri, Rv.
248205).
4.1.2. L’assorbenza delle predette conclusioni esonera da ogni
valutazione in merito alla validità formale ed agli effetti (certamente
finalizzati ad esigenze di formalizzazione burocratica e di alcuna
ricaduta in termini di regolarità dell’istanza cautelare non fosse altro
per mancanza di titolo) del riferito intervento del direttore di
cancelleria della sezione del riesame che aveva richiesto all’ufficio del
pubblico ministero di “indicare, ove possibile, a mezzo fax … il nome
dell’indagato e/o degli indagati, per i quali si propone appello, per
consentire … di inserirli nel registro informatico, formare i fascicoli
processuali e procedere a tutti gli adempimenti di legge”, oggetto del
secondo e terzo motivo di ricorso che, per le ragioni dinanzi esposte,
vanno parimenti disattesi.
4.2. Il quarto motivo di ricorso è infondato.

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Invero il Tribunale, con motivazione del tutto congrua e priva di vizi
logico-giuridici, dopo aver riconosciuto come il pubblico ministero, con
riferimento alla posizione di Rame Annamaria, avesse specificamente
individuato sia il profilo di censura alla motivazione con la quale il
giudice per le indagini preliminari aveva respinto la mozione
cautelare, sia gli elementi da cui trarre la gravità indiziaria in ordine
al ruolo ad essa ascritto, ha ritenuto la fondatezza dell’appello del

pubblico ministero sostenendo come gli elementi investigativi raccolti
consentissero di ritenere dimostrato, a livello di gravità indiziaria, che
Rame Annamaria fosse coinvolta, almeno in qualità di partecipe, nel
sodalizio di stampo camorristico diretto dal marito (ndr., Pagnozzi
Domenico). L’allontanamento di quest’ultimo dal territorio di
provenienza, aveva reso necessario l’intervento di vari soggetti (e, tra
questi, la Rame) per continuare a mantenere il controllo delle attività
illecite.
Evidenzia il Tribunale come “diverse sono le conversazioni di rilevanza
investigativa registrate nel periodo oggetto di monitoraggio tra
l’indagata ed il nipote Rame Andrea, nelle quali i due – in maniera
sempre piuttosto criptica – fanno riferimento a del denaro che Rame
Andrea deve recuperare da terze persone a far avere alla zia e, per
suo tramite, a Pagnozzi Domenico in quel di Roma …” (v. pagg. 31 e
ss. dell’ordinanza impugnata).
Riconosce, inoltre, il Tribunale come “l’arco temporale – durato
diversi mesi, quantomeno da aprile ad ottobre 2012 – coperto dal
materiale investigativo … dà conto della stabilità e durevolezza del
suo contributo, che, alla luce del contenuto delle plurime
conversazioni captate, può dirsi altresì certamente cosciente e
volontario. Tanto vale ad escludere che il suo apporto sia solo
sporadico ed occasionale … “.
4.2.1. Medesime conclusioni di infondatezza vanno tratte con
riferimento alla posizione di Cavaiuolo Salvatore.
Il Tribunale riconosce nei confronti dello stesso la sussistenza di
attuali e concrete esigenze di cautela, legate prevalentemente al
pericolo di reiterazione e a quello di inquinamento probatorio,
riconoscendo e facendo proprie le considerazioni che lo stesso
Tribunale, in sede di riesame (udienza del 31.10.2014) adito dallo
stesso Cavaiuolo, aveva precedentemente esplicitato (v. pagg. 15 e

13

16 del provvedimento impugnato).
4.3.

Il

quinto

motivo

di

ricorso

è

infondato,

ai

limiti

dell’inammissibilità.
Riconosce il Tribunale l’infondatezza dell’eccezione “… afferente la
dedotta mancanza di richiesta cautelare, atteso che, se è vero che
nella parte conclusiva dell’atto di gravame l’organo requirente fa
richiamo alle argomentazioni spese in motivazione … è altrettanto

vero che egli, nel trattare il motivo di impugnazione afferente la
posizione della Rame, conclude formulando l’espressa richiesta di
applicazione, nei confronti dell’indagata, della custodia cautelare in
carcere”: risulta quindi implicitamente proposta la questione della
valutazione della ricorrenza delle esigenze cautelari.
4.4. Il sesto motivo di ricorso è aspecifico oltre che manifestamente
infondato.
4.4.1. Invero, trattasi di censura che reitera pedissequamente un
motivo di gravame in relazione al quale il Tribunale ha reso ampia ed
argomentata motivazione: circostanza di fatto che, rende, di per sé,
inammissibile la doglianza anche per aspecificità della stessa che, di
fatto, omette di confrontarsi con le motivazioni spese dal giudice del
gravame (cfr., ex multis, Sez. 5, sent. n. 25559 del 15/06/2012,
Pierantoni; Sez. 6, sent. n. 22445 del 08/05/2009, p.m. in proc.
Candita, Rv. 244181; Sez. 5, sent. n. 11933 del 27/01/2005,
Giagnorio, Rv. 231708).
4.4.2. Evidenzia il Collegio come il Tribunale, dopo aver dato atto che
il pubblico ministero, nella premessa della mozione cautelare,
specifica che l’indagine posta a fondamento della stessa trova la
propria origine nella precedente attività investigativa che aveva
portato all’emissione dell’ordinanza di custodia cautelare n. 384/2012
nell’ambito del procedimento penale n. 56960/2008 avente ad
oggetto anche la contestazione associativa di cui all’art. 416 bis cod.
pen., misura eseguita nei confronti di Pagnozzi Domenico, e che,
conseguentemente, le indagini compendiate nel provvedimento
impugnato costituiscono lo sviluppo di quelle antecedenti, in merito
alla perduranza del c.d. clan Pagnozzi, evidenzia in particolare che “…
sebbene non vi sia, né nella richiesta di misura cautelare, né
nell’ordinanza impugnata, un paragrafo dedicato all’esposizione degli
elementi indiziari dimostrativi della perdurante operatività del

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sodalizio facente capo al Pagnozzi, l’intera ordinanza è permeata di
indizi che comprovano che il clan ha continuato ad operare anche in
un arco temporale successivo a quello investigato in seno al primo
procedimento penale. E’ stato infatti accertato che, grazie soprattutto
alla collaborazione fattiva del Fiore, il Pagnozzi organizzava incontri
segreti con i propri accoliti, sia nel territorio caudino … che in quello
romano … ; … ancora, è stato accertato che il Pagnozzi comunicava

con i suoi più stretti collaboratori tramite schede telefoniche con
utenze “dedicate” … al fine di eludere intercettazioni … (ed) … è stato
ancora appurato che il sodalizio aveva la disponibilità di armi …
forniva sostegno economico ai propri affiliati detenuti … (e) …
sebbene non vi siano contestazioni afferenti estorsioni ai danni di
specifici soggetti, oltre a quella di cui al capo 10), dal contenuto di
molte conversazioni emerge che questa continuava ad essere l’attività
prevalente del clan …”: da qui la conclusione secondo la quale, “… la
lettura non parcellizzata … ma congiunta e sistematica dei suddetti
dati investigativi, consente di ritenere ampiamente dimostrato, a
livello di gravità indiziaria, non soltanto che il sodalizio criminale
facente capo a Pagnozzi Domenico esisteva, ma anche che esso ha
continuato ad operare, tanto nel periodo in cui il Pagnozzi era
sottoposto all’obbligo di soggiorno in Roma – obbligo che peraltro egli
trasgrediva sovente, recandosi più volte nel territorio beneventano quanto dopo il suo arresto, quando altri soggetti, tra cui Rame
Annamaria e Fiore Umberto, hanno preso in mano le redini della
compagine associativa. La circostanza evidenziata dalla difesa della
Rame, ossia che, oltre all’episodio di cui al capo 10), non sono state
contestate altre specifiche condotte estorsive, non contrasta con
l’assunto accusatorio, ben potendo trarsi

aliunde

gli elementi

dimostrativi della perdurante sussistenza di un sodalizio criminale, il
quale del resto si è dimostrato dedito a più di una tipologia di attività
illecite … ; … in particolare, nulla toglie alla gravità del quadro
indiziario inerente la contestazione associativa l’intervenuto
annullamento del capo 10) da parte di questo Tribunale, in quanto lo
stesso è derivato non dall’esclusione in toto della gravità indiziaria,
ma dal fatto che la contestazione elaborata dal pubblico ministero
non focalizzava esattamente il momento in cui il rapporto tra
estorsore ed estorto aveva assunto la piega dell’illiceità …”.

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5. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’art. 616 cod. proc.
pen., la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Manda la cancelleria agli adempimenti di cui all’art. 28 reg. esec. cod.
proc. pen.

PQM

processuali.
Manda la cancelleria agli adempimenti di cui all’art. 28 reg. es . cod.
proc. pen..
Così deliberato in Roma, udienza in camera di consiglio del 2 .7.2015

Il Consigliere estensore
Dott. Andre Pellegrino

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese

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