Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36431 del 01/07/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 36431 Anno 2015
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: CAMMINO MATILDE

SENTENZA
sul ricorso proposto nell’interesse di
SALL Abdoulaye n. Senegal il 18 febbraio 1968
avverso la sentenza emessa il 5 giugno 2013 dalla Corte di appello di Napoli

Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Matilde Cammino;
udita la requisitoria del pubblico ministero, sost. proc. gen. dott. Oscar Cedrangolo, che ha
chiesto la dichiarazione di inammissibilità del ricorso;
osserva:

Data Udienza: 01/07/2015

2
Ritenuto in fatto
1.

Con sentenza in data 5 giugno 2013 la Corte di appello di Napoli ha confermato

la sentenza emessa dal Tribunale di Benevento il 23 gennaio 2007, con la quale Sali Abdoulaye
era stato dichiarato colpevole del reato continuato di ricettazione e detenzione per la vendita di
merce con marchi contraffatti (capo A: artt.81 cpv., 648, 474 cod.pen.) e del reato continuato
di false dichiarazioni sull’identità personale (capo B: artt.81, 495 cod.pen.), reati accertati in
Benevento il 19 dicembre 2005, ed era stato condannato -ritenuta la continuazione e

circostanze attenuanti generiche- alla pena, interamente condonata, di anni uno di reclusione
ed euro 1.000,00 di multa.
2.

Avverso la predetta sentenza l’imputato, tramite il difensore, ha proposto ricorso

per cassazione. Con il ricorso di deduce:
1) l’apparenza o la manifesta illogicità della motivazione quanto alla sussistenza degli
estremi del reato previsto dall’art.474 cod.pen., affermata senza tener conto della grossolanità
della contraffazione della merce sequestrata, che avrebbe privato di ogni carica lesiva la
condotta dell’imputato, e quanto alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato di
ricettazione in relazione alla persona dell’imputato, proveniente da un paese subsahariano in
cui le condizioni di arretratezza culturale della popolazione non consentivano di ipotizzare la
conoscenza della normativa a tutela dei marchi registrati e dell’esistenza dei marchi di beni di
lusso quali Gucci e Yves Saint Laurent;
2) l’omessa o apparente motivazione in ordine all’affermazione di responsabilità quanto
al reato ascritto al capo B, fondata sulle dichiarazioni del teste Di Libero il quale aveva in un
primo momento riferito che le generalità asseritamente false che l’imputato aveva dichiarato
erano quelle effettive e, dopo una breve sospensione, aveva indicato solo la differenza del
cognome (Abdou anziché Abdoulaye), senza tuttavia mai fornire indicazioni sul luogo e sul
lasso temporale in cui le dichiarazioni sulle generalità sarebbero state rese; l’assoluta
genericità del capo B dell’imputazione, tempestivamente dedotta dal difensore, non risultava
pertanto ridimensionata all’esito dell’istruttoria dibattimentale;
3) l’omessa o apparente motivazione in ordine alle doglianze difensive circa l’eccessività
della pena;
4) l’intervenuta prescrizione dei reati, ivi compreso quello di ricettazione per il quale era
stata ravvisata l’ipotesi prevista dall’art.648 comma secondo cod.pen., il giorno prima del
deposito della sentenza impugnata.
Considerato in diritto
1. Il ricorso va dichiarato inammissibile.

riconosciute l’ipotesi attenuata del fatto di particolare tenuità per la ricettazione e le

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1.1. Il primo motivo è generico, risolvendosi in gran parte in affermazioni di principio
prive di riferimenti concreti a specifici a passaggi della sentenza impugnata.

La Corte territoriale peraltro ha correttamente e congruamente motivato in ordine agli
elementi in base ai quali ha ritenuto di confermare il giudizio di colpevolezza dell’imputato con
particolare riferimento alla sussistenza del delitto di cui all’art. 474 co.pen. riferendosi alla
giurisprudenza consolidata di questa Corte secondo la quale il reato suddetto tutela la fede

cui è del tutto irrilevante che l’acquirente sia in grado, avuto riguardo alla qualità del prodotto,
al prezzo, al luogo dell’esposizione nonché alla figura del venditore, di escludere la genuinità
del prodotto, in quanto ciò che rileva è esclusivamente la possibilità di confusione tra i marchi e
non già quella tra i prodotti; si tratta, pertanto, di un reato di pericolo, per la cui
configurazione non occorre la realizzazione dell’inganno non ricorrendo quindi l’ipotesi del reato
impossibile qualora la grossolanità della contraffazione e le condizioni di vendita siano tali da
escludere la possibilità che gli acquirenti siano tratti in inganno (Cass. sez.V 11 dicembre 2013
n.5260, Faje; sez.II 19 febbraio 2013 n.22133, Ye e altro; sez.II 4 maggio 2012 n.20944, RG.
in proc. Diasse; sez.V 17 aprile 2008 n.33324, Gueye; 14 febbraio 2008 n.11240, Ady; sez.V 5
luglio 2006 n.31451, Gningue). Peraltro nella motivazione della sentenza di primo grado, la cui
motivazione è stata legittimamente richiamata per relationem dalla Corte territoriale, si poneva
in evidenza, con affermazione non contrastata specificamente nel ricorso, che nel caso
concreto le diversità della merce rispetto all’originale non erano evidenti, tanto da essere
individuate solo attraverso la particolare esperienza del finanziere che aveva proceduto al
sequestro (teste Di Libero).
Manifestamente infondata è anche la censura difensiva circa l’elemento psicologico del
reato dì ricettazione. La Corte territoriale si è infatti adeguata al costante orientamento della
giurisprudenza di legittimità secondo il quale, ai fini della configurabilità del delitto di
ricettazione, è necessaria la consapevolezza della provenienza illecita del bene ricevuto, senza
che sia peraltro indispensabile che tale consapevolezza si estenda alla precisa e completa
conoscenza delle circostanze di tempo, di modo e di luogo del reato presupposto, potendo
anche essere desunta da prove indirette, allorché siano tali da generare in qualsiasi persona di
media levatura intellettuale, e secondo la comune esperienza, la certezza della provenienza
illecita di quanto ricevuto. Questa Corte ha più volte, del resto, affermato che la conoscenza
della provenienza delittuosa della cosa può desumersi da qualsiasi elemento, anche indiretto, e
quindi anche dal comportamento dell’imputato che dimostri la consapevolezza della
provenienza illecita della cosa ricettata, ovvero dalla mancata – o non attendibile – indicazione
della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di
occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede (Cass. sez.II 11 giugno
2008 n.25756, Nardino; sez.II 27 febbraio 1997 n.2436, Savic). Nel caso di specie nella

(A,

pubblica -intesa come affidamento nei marchi o nei segni distintivi – e non gli acquirenti, per

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motivazione della sentenza di primo grado, richiamata per relationem dalla Corte territoriale, la
consapevolezza da parte dell’imputato della provenienza delittuosa della merce sequestratagli
era stata correttamente desunta dalle concrete circostanze in cui la merce stessa era stata
acquistata (prezzo irrisorio, provenienza e destinazione clandestina) e messa in vendita
(prezzo irrisorio, rudimentale esposizione su un banchetto, quindi in assoluta clandestinità).
Del tutto generiche peraltro sono le deduzioni difensive circa lo stato di arretratezza culturale
dei paesi subsahariani come quello di provenienza dell’imputato, sulla cui persona nulla di

tesi difensiva.
1.2. Il secondo motivo è manifestamente infondato avendo la Corte territoriale
richiamato non solo le dichiarazioni dibattimentali del teste Di Libero, il quale tra l’altro aveva
riferito che l’imputato era in possesso di una patente di guida intestata ad un cittadino
straniero intestata ad Abdoulaye Sall nato in Senegal il 18 febbraio 1968) mentre
nell’immediatezza del controllo aveva detto di chiamarsi Abdou Sall, ma anche gli accertamenti
foto-dattiloscopici richiamati dallo stesso teste e facenti parte del fascicolo per il dibattimento
(come affermato nella motivazione della sentenza impugnata) da cui risultavano ulteriori
diverse generalità. Quanto alle circostanze di tempo e di luogo in cui le false generalità erano
state dichiarate, il capo B dell’imputazione fa chiaro riferimento all’identificazione dattiloscopica
e all’arresto e ai relativi verbali, quindi, alle medesime circostanze indicate dal teste Di Libero
che provvide all’identificazione dell’imputato.
1.3. Il terzo motivo è manifestamente infondato avendo il giudice di appello ritenuto
adeguata la pena determinata dal giudice di primo grado che aveva valutato la concreta gravità
del fatto riconoscendo l’ipotesi attenuata prevista dall’art.648, secondo comma, cod.pen. ed
aveva considerato la personalità dell’imputato riconoscendogli le circostanze attenuanti
generiche. Del resto allorché la pena, come nel caso in esame, non si discosti eccessivamente
dai minimi edittali, l’obbligo motivazionale previsto dall’art.125 co.3 c.p.p. deve ritenersi
assolto anche attraverso espressioni che manifestino sinteticamente il giudizio di congruità
della pena o richiamino sommariamente i criteri oggettivi e soggettivi enunciati dall’art.133
cod.pen. (Cass. sez.IV 18 giugno 2013 n.27959, Pasquali; sez.II 8 maggio 2013 n.28852,
Taurasi e altro; sez. IV 20 marzo 2013 n.21294, Senatore;sez.I 13 marzo 2013 n.24213,
Pacchiarotti; sez.II 26 giugno 2009 n.36245, Denarosez.VI 12 giugno 2008 n.35346,
Bonarrigo; sez.III 29 maggio 2007 n.33773, Ruggieri).
1.4. Il quarto motivo è manifestamente infondato.
L’inammissibilità del ricorso per cassazione, che non consente il formarsi di un valido
rapporto di impugnazione, preclude la possibilità di rilevare e dichiarare la prescrizione del
reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso (Cass. Sez.Un.22
novembre 2000 n.32, De Luca; 27 giugno 2001 n.33542, Cavalera; 22 marzo 2005 n.23428,

concreto viene indicato (livello culturale, epoca di trasferimento in Europa) a sostegno della

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Bracale). Nel caso di specie i fatti sono stati accertati o commessi il 19 dicembre 2005 e la
sentenza di appello è stata emessa il 5 giugno 2013. Quanto al delitto di ricettazione l’ipotesi
attenuata di cui al secondo comma dell’art. 648 c.p. non costituisce un’autonoma previsione
incriminatrice ma una circostanza attenuante speciale, con la conseguenza che, ai fini
dell’applicazione della prescrizione, deve aversi riguardo alla pena per il reato base e non a
quella per l’ipotesi attenuata (Cass. sez.II 10 gennaio 2013 n.4032, P.M. in proc.Renzi; sez.II
10 ottobre 2008 n.38803, Geminiani; Sez.Un. 21 aprile 1995 n.9567, Cosmo). La Corte

dispositivo della sentenza di condanna e non quello successivo del deposito della stessa (Cass.
sez.I 27 gennaio 2015 n.20432, Lione; sez.VII 13 febbraio 2014 n.38143, Foggetti).

2. Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna del ricorrente
al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle ammende
che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo determinare in euro 1.000,00.
P.Q.M.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e
della somma di euro 1.000,00 alla Cassa delle ammende.
Roma 1° luglio 2015

il cons. est.

osserva, infine, che ai fini del computo della prescrizione rileva il momento della lettura del

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