Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36430 del 03/06/2015


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Penale Sent. Sez. 2 Num. 36430 Anno 2015
Presidente: ESPOSITO ANTONIO
Relatore: CAMMINO MATILDE

SENTENZA
sul ricorso proposto nell’interesse di
MONTIROLI Franca n. Cagli (PU) il 30 agosto 1940
avverso la sentenza emessa il 24 settembre 2014 dalla Corte di appello di L’Aquila

Visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere dott. Matilde Cammino;
udita la requisitoria del pubblico ministero, sost. proc. gen. dott. Giulio Romano, che ha chiesto
la dichiarazione di inammissibilità del ricorso;
sentito il difensore della parte civile, avv. Gaetano Antonio Scalise del foro di Roma, che si è
associato alla richiesta del Procuratore Generale ed ha depositato conclusioni e nota spese;
sentito l’avv. Viviana Minghelli, in sostituzione del difensore di fiducia dell’imputato avv. Gian
Antonio Minghelli del foro di Roma, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
osserva:

Data Udienza: 03/06/2015

Ritenuto in fatto
1.

Con sentenza in data 24 settembre 2014 la Corte di appello di L’Aquila ha

confermato la sentenza emessa il 6 maggio 2013 dal Tribunale di Avezzano con la quale
Montiroli Franca era stata dichiarata colpevole del reato di appropriazione indebita continuata,
aggravata ai sensi dell’art.61 nn.7 e 11 cod.pen., della somma complessiva di 125.600,57 euro
di cui aveva il possesso in qualità di amministratrice del consorzio Piccola Svizzera, reato
commesso in Tagliacozzo sino al 21 dicembre 2006. All’esito del giudizio di primo grado

aggravanti, alla pena condizionalmente sospesa di mesi sei di reclusione ed euro 4.000,00 di
multa nonché al risarcimento dei danni in favore della parte civile, cui veniva assegnata una
provvisionale nella misura di euro 35.000,00.
2.

Avverso la predetta sentenza l’imputata, tramite il difensore, ha proposto ricorso

per cassazione deducendo:
1)

la violazione della legge penale sostanziale e processuale per la nullità della

costituzione del rapporto giuridico processuale, in relazione agli artt. 552 co.2, 375 co.3 e 415bis cod.proc.pen.; erroneamente il pubblico ministero aveva ritenuto tardiva la richiesta della
ricorrente, depositata il 10 agosto 2012, di essere sottoposta ad interrogatorio a seguito della
notifica dell’avviso ex art.415-bis cod.proc.pen. avvenuta il 17 luglio 2012, per essere scaduto
il termine concesso con la precedente notifica dello stesso avviso avvenuta in data 10 luglio
2012; nel ricorso si sostiene che entrambe le notifiche, conseguenti ad una scelta del pubblico
ministero, erano suscettibili di creare un diritto; ne conseguirebbe l’erroneità dell’ordinanza di
rigetto della relativa eccezione difensiva, emessa dal giudice di primo grado con ordinanza del
20 dicembre 2012, confermata in appello, e quindi la nullità del decreto di citazione a giudizio;
2)

la violazione di norme penali processuali e il vizio della motivazione per non aver

tenuto conto il giudice di merito dell’intervenuta assoluzione per insussistenza del fatto della
Montiroli da parte del Tribunale di Avezzano, con sentenza emessa in data 18 settembre 2009
e divenuta irrevocabile, in ordine al reato di appropriazione indebita aggravata della
documentazione contabile del Consorzio Piccola Svizzera, documentazione in possesso di tutti i
soci e conservata presso la sede del consorzio, ivi compresi fatture, ricevute ed estratti conto;
sarebbe stato leso il diritto di difesa dall’ordinanza con la quale il giudice di primo grado non
aveva ammesso (tutte) le prove richieste dalla difesa, tendenti a dimostrare, attraverso
l’audizione dei testi e l’ordine alla persona offesa di esibire tutti i documenti posseduti,
l’effettiva destinazione delle somme di cui la Montiroli si sarebbe appropriata; il procedimento
penale definito con sentenza di assoluzione peraltro vedeva, secondo la ricorrente, sullo stesso
fatto e doveva essere considerato anche ai sensi dell’art.649 cod.proc.pen.; analoga violazione
del diritto della difesa sarebbe stata compiuta dalla Corte territoriale, che non aveva accolto le
richieste formulate dalla difesa ai sensi dell’art.603 cod.proc.pen.;

k

l’imputata era stata condannata, con le circostanze attenuanti generiche equivalenti alle

3)

la violazione di legge e il vizio della motivazione quanto all’affermazione di

responsabilità basata, tra l’altro, sulle affermazioni del teste Santariga circa la natura di
condominio del consorzio che invece era un’associazione non riconosciuta secondo il teste M.Ilo
Di Testa, il quale aveva anche affermato che nessun controllo sugli assegni emessi era stato
eseguito avendo la Procura ritenuto esaustivi gli accertamenti svolti dal consulente di parte
ritenuti inattendibili dallo stesso giudice di primo grado perché eseguiti senza contraddittorio,
anche se poi valutati ai fini dell’affermazione di responsabilità; sul punto la Corte territoriale

dichiarazioni del teste Santariga (imputato di reato connesso), né aveva ritenuto di
approfondire l’esame testimoniale dei testi Primo Persia e Lisa Testa; la Corte territoriale aveva
anche omesso di valutare il motivo di appello relativo alla immotivata determinazione della
pena pecuniaria nel quadruplo del massimo previsto dalla norma incriminatrice;
4)

la violazione di legge e il vizio della motivazione in ordine all’erronea

qualificazione, rilevante ai fini della ritualità della costituzione in giudizio, della persona offesa
come consorzio anziché come associazione non riconosciuta, per la cui costituzione di parte
civile sarebbe stata necessaria una deliberazione unanime e non a maggioranza; peraltro la
costituzione di parte civile era stata irritualmente ammessa alla prima udienza, nonostante
fosse stato ritenuta non perfezionata la notifica dell’avviso ex art.415-bis cod.proc.pen. e fosse
stata disposta la restituzione degli atti al pubblico ministero, e il diverso giudice assegnatario
l’aveva confermata considerandola in alternativa come avvenuta in cancelleria (senza tuttavia
la prevista notifica all’imputato);
5)

si chiede, infine, la sospensione ex art.612 cod.proc.pen., previa fissazione

dell’udienza in camera di consiglio, dell’esecutività della condanna al pagamento della
provvisionale in considerazione dell’intervenuta sentenza civile in data 9 febbraio 2014,
pubblicata il 3 marzo 2014 e passata in giudicato, con la quale è stata rigettata l’azione civile
intentata dal consorzio nei confronti della Montiroli per il recupero di somme in parte
coincidenti con quelle esposte nell’imputazione di questo procedimento (la differenza sarebbe
di poche migliaia di euro); mancavano comunque i giustificati motivi per la richiesta di
liquidazione di una provvisionale, non sussistendo i presupposti né dello stato di bisogno del
Consorzio Piccola Svizzera composto da circa 350 consorziati (ognuno dei quali riceverebbe
circa cento euro, mentre l’imputata sacrificherebbe la propria abitazione già pignorata ad
istanza del consorzio), né del pericolo nel ritardo (avendo il Consorzio nei quattro anni trascorsi
dalla destituzione dell’imputata, prima della presentazione della denuncia, provveduto a far
fronte a tutte le spese e alla gestione quotidiana delle necessità dei consorziato; sussistono,
per contro, gravi motivi per sospendere l’esecutività della condanna al pagamento della
provvisionale sussistendo il fumus boni iuris e non potendosi ravvisare il periculum in mora.
Considerato in diritto

non si era pronunciata, non aveva rilevato i plurimi elementi di scarsa attendibilità delle

1.

La sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, in quanto il reato di

appropriazione indebita contestato alla ricorrente -commesso secondo l’imputazione sino al 21
dicembre 2006- è prescritto essendo decorso in data 2 ottobre 2014 il termine massimo di
prescrizione (tenuto conto anche della sospensione per il rinvio disposto dal giudice
monocratico del Tribunale di Avezzano all’udienza del 20 dicembre 2011, per astensione del
difensore dalle udienze in adesione all’agitazione del foro locale). Le argomentazioni svolte
dalla Corte territoriale nella sentenza impugnata escludono qualsiasi possibilità di

prevedendo l’art. 578 cod.proc.pen. che il giudice d’appello o la Corte di Cassazione nel
dichiarare estinto per amnistia o prescrizione il reato per il quale sia intervenuta “condanna,
anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati” sono tenuti a decidere
sull’impugnazione agli effetti dei capi della sentenza che concernano gli interessi civili- al fine
di tale decisione si impone la verifica dell’esistenza di tutti gli elementi della fattispecie penale
e quindi il compiuto esame dei relativi motivi di impugnazione proposti dall’imputato (Cass.
sez.V 9 novembre 2012 n.10952, Gambardella; sez.VI 25 novembre 2009 n.3284, Mosca;
sez.I. 27 settembre 2007 n.40197, Formis; sez.VI 8 giugno 2004 n.31464, De Sapio; sez.VI 9
marzo 2004 n.21102, Zaccheo; sez.IV 8 ottobre 2003 n.1484, Corinaldesi).
1.1. Con il primo motivo si reitera la censura formulata nell’atto di appello come
eccezione preliminare, ritenuta infondata dalla Corte territoriale con adeguate argomentazioni,
esaustive in fatto e corrette in diritto, che il ricorrente non considera né specificatamente
censura. Il giudice di appello per affermare l’infondatezza della tesi difensiva ha infatti, con
ragionamento ineccepibile sia logicamente che giuridicamente, evidenziato che risultava dagli
atti la tardività della richiesta di interrogatorio, formulata dall’imputata con istanza depositata
presso la segreteria del pubblico ministero il 1° agosto 2012, rispetto al termine di venti giorni
concesso dal comma terzo dell’art.415-bis cod.proc.pen., termine che era iniziato a decorrere
dalla prima notifica avvenuta in data 10 luglio 2012, “a nulla rilevando che detta notifica sia
stata poi ripetuta a distanza di pochi giorni”.

La Corte territoriale ha quindi confermato

l’infondatezza dell’eccezione difensiva, già rigettata con ordinanza del 20 dicembre 2012 dal
giudice di primo grado che aveva anche rigettato la successiva istanza di revoca del
provvedimento. L’irrilevanza della seconda notifica ai fini della decorrenza di un termine,
allorché anche la prima notifica sia stata regolare, è del resto già stata affermata da questa
Corte, ritenendosi non consentito far rivivere una facoltà irrimediabilmente consumata
dall’inutile decorso del termine a partire dalla conoscenza legale ed effettiva dell’atto (Cass.
sez.V 27 febbraio 2014 n.14972, Pellegrino; sez.III 2 ottobre 1989 n.3667, Lorenzini; sez.III
17 novembre 1975 n.7825, Pieraccini).
1.2. Il secondo e il terzo motivo di ricorso riproducono sostanzialmente analoghi motivi
di appello riportati a ff.4, 5 e 6 della sentenza impugnata e disattesi dalla Corte territoriale che
ha ritenuto, con motivazione completa e logicamente coerente, di confermare la responsabilità

proscioglimento nel merito ai sensi dell’art. 129 co.2 cod.proc.pen. Va peraltro rilevato che –

5
dell’imputata richiamando legittimamente per relationem la motivazione della sentenza di
primo grado ed evidenziando comunque precisi e convergenti elementi di prova riguardanti la
condotta di appropriazione di diverse somme di denaro di cui la Montiroli aveva avuto il
possesso in qualità di amministratrice del Consorzio Piccola Svizzera e indicate specificamente
nel capo d’imputazione. La Corte ha ritenuto sufficiente il materiale probatorio acquisito in
primo grado e, del resto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte (Cass. sez.III 7
aprile 2010 n.24294, D.S.B.; sez.VI 21 maggio 2009 n.40496, Messina; sez.VI 18 dicembre

l’obbligo di motivare espressamente sulla richiesta di rinnovazione del dibattimento solo nel
caso di suo accoglimento, laddove, ove ritenga di respingerla, può anche motivarne
implicitamente il rigetto, evidenziando la sussistenza di elementi sufficienti ad affermare o
negare la responsabilità del reo. Nel caso di specie la struttura argomentativa posta a base
della pronuncia impugnata evidenzia -in maniera esauriente, coerente e logica- la sussistenza
di elementi sufficienti per una valutazione in senso positivo sulla responsabilità, con la
conseguente mancanza di necessità di procedere agli approfondimenti istruttori richiesti con
l’atto di appello. In particolare dalla motivazione della sentenza impugnata e da quella di primo
grado, da leggersi congiuntamente essendo di segno conforme, si evince che: 1) all’assemblea
dei consorziati del 6 maggio 2006 i membri del comitato consultivo di controllo avevano
rilevato “lo storno del tutto discrezionale di somme del bilancio consuntivo 2005 rispetto a
quanto precedentemente approvato dall’assemblea, nonché in merito all’imputazione dei
pagamenti effettuati dai consorziati, in difformità delle norme statutarie”; 2) alla successiva
assemblea dell’8 luglio 2006 l’imputata dichiarò di non essere in grado di relazionare sul
bilancio consuntivo 2005 e rassegnò le dimissioni; 3) la successiva contestazione del comitato
consultivo di controllo di una differenza di spese pari ad euro 60.800 alla Montiroli, che fu
invitata a “consegnare al più presto la situazione di cassa”; 4) la contestazione all’imputata,
nell’assemblea del 21 ottobre 2006, di aver sostanzialmente operato una gestione priva di
riscontri fiscali e documentali e “le tante voci di uscita riportate nel bilancio 2005 prive di
qualsivoglia pezza giustificativa né tanto meno ricevuta di avvenuto pagamento”;

5) le

deposizioni testimoniali da cui risultava che la Montiroli emetteva anche assegni intestati a se
stessa, senza alcun riferimento alle spese del Consorzio (il m.11o Di Marco, della Guardia di
Finanza, aveva personalmente reperito assegni utilizzati dall’imputata per pagamenti estranei
alla gestione del consorzio -un assegno risultava emesso addirittura a favore di un’oreficeriatratti sulla banca Toscana, intestati a se stessa, per circa 9.000,00 euro; le dichiarazioni del
militare della Guardia di Finanza confermavano quelle del teste Santariga, la cui qualità di
indagato in reato connesso è solo affermata nel ricorso senza nemmeno l’indicazione del reato
asseritannente connesso, che aveva riferito sull’entità delle uscite non documentate dal conto
corrente bancario e dal conto corrente postale del consorzio e sulla mancata consegna di un
libretto al portatore e delle somme incassate da consorziati che avevano le relative ricevute).

2006 n.5782, Gagliano; sez.V 16 maggio 2000 n.8891, Callegari), il giudice d’appello ha

g
La Corte peraltro rileva che secondo la giurisprudenza di legittimità, in forza del principio
dell”autosufficienza” del ricorso operante anche in sede penale, il ricorrente che intenda
dedurre in sede di legittimità il vizio di motivazione in ordine alla valutazione di una
dichiarazione testimoniale, ha l’onere di supportare la validità del suo assunto mediante la
trascrizione dell’integrale contenuto delle dichiarazioni rese dal testimone, non consentendo la
citazione solo di alcuni brani delle medesime l’effettivo apprezzamento del vizio dedotto (Cass.
sez. IV 26 giugno 2008 n. 37982, Buzi; sez.I 22 gennaio 2009 n.6112, Bouyahia; sez.F. 19
agosto 2010 n.33362, Scuto e altri; sez.II 10 marzo 2013 n.26725, Natale e altri; sez.I 18

novembre 2014 n.23308, Savasta e altri). Nel caso in esame il ricorso si limita a riportare brani
delle dichiarazioni testimoniali o generiche citazioni. Una volta esclusa la possibilità di verificare
l’eventuale vizio della motivazione, le doglianze si risolvono in censure di merito che tendono a
sottoporre al giudizio di legittimità aspetti attinenti alla ricostruzione del fatto e
all’apprezzamento del materiale probatorio rimessi alla esclusiva competenza del giudice di
merito.
Per il resto le deduzioni difensive sono fondate su una diversa lettura degli elementi di
fatto posti a fondamento della decisione la cui valutazione è compito esclusivo del giudice di
merito ed è inammissibile in questa sede, essendo stato comunque l’obbligo di motivazione
esaustivamente soddisfatto nella sentenza impugnata, anche mediante il legittimo richiamo per
relationem alla motivazione della sentenza di primo grado, con valutazione critica di tutti gli
elementi offerti dall’istruttoria dibattimentale e con indicazione, pienamente coerente sotto il
profilo logico-giuridico, degli argomenti a sostegno dell’affermazione di responsabilità. Si deve
pertanto ritenere che la Corte territoriale abbia fornito una motivazione congrua, esauriente ed
esente da vizi logico-giuridici, su tutti gli aspetti della vicenda e che la ricorrente si sia
prevalentemente limitata a riproporre in questa sede questioni in gran parte già correttamente
valutate dal giudice di merito.
Quanto, inoltre, alla pretesa applicazione dell’art.649 cod.proc.pen., la Corte ne rileva
l’infondatezza poiché non è deducibile per la prima volta davanti alla Corte di cassazione la
violazione del divieto del ne bis in idem sostanziale, in quanto l’accertamento relativo alla
identità del fatto oggetto dei due diversi procedimenti, intesa come coincidenza di tutte le
componenti della fattispecie concreta, implica un apprezzamento di merito, né è consentito alle
parti produrre in sede di legittimità documenti concernenti elementi fattuali (v., recentemente,
Cass. sez.III 15 aprile 2015 n.20887, Aumenta) e, comunque, nella stessa prospettazione
difensiva si evidenzia il diverso oggetto (documentazione contabile, e non somme di denaro)
oggetto della precedente sentenza assolutoria emessa nei confronti dell’imputata per il reato di
appropriazione indebita.
L’omessa valutazione del motivo di appello relativo alla immotivata determinazione della
pena pecuniaria nel quadruplo del massimo previsto dalla norma incriminatrice è irrilevante,
stante l’intervenuta estinzione del reato per prescrizione.

G,

1.3.

Il quarto motivo, concernente la ritualità della costituzione di parte civile, è

carente nella parte in cui non supporta documentalmente l’asserita nullità della costituzione di
parte civile, né argomenta i rilievi circa la natura giuridica del consorzio (rilievi che peraltro,
dalla motivazione della sentenza impugnata, non risultano formulati come motivi di appello),
né comunque contrasta le considerazioni espresse dalla Corte territoriale circa la ritualità della
costituzione di parte civile del Consorzio, deliberata a maggioranza con delibera assembleare
del 13 ottobre 2012 e avvenuta mediante il legale rappresentante Santariga Alessandro.

irritualmente effettuata in udienza svoltasi dinanzi ad un diverso giudice, questa Corte ha già
affermato che la costituzione di parte civile in dibattimento può essere tempestivamente
proposta anche nel dibattimento instaurato ex novo (Cass. sez.F. 28 agosto 2014 n.38563,
Lecchi;sez. VI 3 maggio 2007 n. 17807, De Silva e altro) che presuppone, come avvenuto nel
caso di specie (cfr. motivazione della sentenza di primo grado), la rinnovazione della citazione
a giudizio o della relativa notificazione (Cass. sez.I 20 febbraio 2015 n.26855, Rocca).
2. L’istanza di sospensione ex art.612 cod.proc.pen., illustrata al punto 5 del ricorso,
viene esaminata separatamente, essendo stata allo scopo fissata per l’odierna udienza la
camera di consiglio ex art.611 cod.proc.pen..
3. La sentenza impugnata deve quindi essere annullata senza rinvio, per l’intervenuta
prescrizione del reato ascritto alla ricorrente, e devono esser mantenute ferme, ai sensi
dell’art. 578 cod.proc.pen., le statuizioni civili della sentenza impugnata, ad eccezione della
provvisionale già sospesa dalla Corte territoriale con ordinanza in data 6 dicembre 2013.
4.

Si ritengono sussistenti giusti motivi, considerando la pendenza di un giudizio

civile tra le parti, per dichiarare compensate le spese del grado.
P.Q.M.
annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato ascritto estinto per prescrizione.
Conferma le statuizioni civili, ad esclusione della provvisionale già sospesa dalla Corte di
appello con ordinanza in data 6 dicembre 2013. Dichiara compensate le spese del grado.
Roma 3 giugno 2015

il cons. est.

Quanto, infine, all’ordinanza confermativa della costituzione di parte civile della costituzione

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