Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36390 del 07/07/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 36390 Anno 2015
Presidente: FIALE ALDO
Relatore: MENGONI ENRICO

SENTENZA

sui ricorsi proposti da
D’Emilio Luigi, nato a Isola del Liri (Fr) l’8/3/1968
Ciotoli Giuseppina, nata a Ceccano (Fr) il 27/11/1970

avverso l’ordinanza pronunciata dal Tribunale di Latina in data 6/11/201415/1/2015;
visti gli atti, il provvedimento impugnato ed i ricorsi;
sentita la relazione svolta dal consigliere Enrico Mengoni;
sentite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto
Procuratore generale Gabriele Mazzotta, che ha chiesto dichiarare inammissibili i
ricorsi;

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza del 6/11/2014-15/1/2015, il Tribunale di Latina rigettava il
ricorso proposto da Luigi D’Emilio e Giuseppina Ciotoli e, per l’effetto,
confermava il decreto di sequestro preventivo di un immobile emesso il
22/9/2014 dal Giudice per le indagini preliminari dello stesso Ufficio; agli

Data Udienza: 07/07/2015

indagati erano contestati i reati di cui agli artt.110 cod. pen., 44, lett. b), 71 e
95, d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380.
2. Propongono ricorso per cassazione entrambi gli interessati, a mezzo del
proprio difensore, deducendo due motivi:
– violazione dell’art. 192 cod. proc. pen.. Il Tribunale avrebbe erroneamente
ritenuto che l’immobile in esame fosse ancora in corso di esecuzione, quando
invece lo stesso decreto di sequestro dava atto della sua completa ultimazione,
interna ed esterna;

misura pur in assenza del periculum,

invero non desumibile dal presunto

aggravio del carico urbanistico, non ravvisabile nel caso di specie; il contesto in
cui l’immobile è inserito (Villaggio del Sisto), infatti, godrebbe già di tutte le
opere di urbanizzazione e sarebbe – esso stesso – ad elevatissima
urbanizzazione, pur completamente abusivo. Ne consegue che il desunto rischio
di aggravamento dello stesso carico avrebbe richiesto un’adeguata motivazione,
alla luce delle caratteristiche concrete del caso; motivazione invero inesistente,
specie in presenza di un solo immobile, tale, di per sé, da non recare alcun
pregiudizio.

CONSIDERATO IN DIRITTO

3. Osserva preliminarmente questa Corte che, in sede di ricorso per
cassazione proposto avverso provvedimenti cautelari reali, l’art. 325 cod. proc.
pen. ammette il sindacato di legittimità soltanto per motivi attinenti alla
violazione di legge. Nella nozione di “violazione di legge” rientrano, in
particolare, la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione
meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme
processuali, ma non l’illogicità manifesta, la quale può denunciarsi nel giudizio di
legittimità soltanto tramite lo specifico e autonomo motivo di ricorso di cui alla
lett. e) dell’art. 606 stesso codice (v., per tutte: Sez. U, n. 5876 del 28/01/2004,
P.C. Ferazzi in proc. Bevilacqua, Rv. 226710; Sez. U, n. 25080 del 28/05/2003,
Pellegrino S., Rv. 224611).
Ciò premesso, i ricorsi sono manifestamente infondati.
Con riguardo al primo motivo, e dato per pacifico il

fumus dei reati

contestati (in quanto, a sua volta, è pacifico il carattere abusivo dell’intera area
in oggetto), l’ordinanza dà conto della circostanza per cui non vi sarebbe prova
«circa il fatto che i lavori in essere al momento dell’intervento degli operanti
fossero di ordinaria manutenzione ed inerissero ad opere totalmente separate
rispetto ai beni in sequestro»; sì da concludere che «solo nel corso di un

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– violazione dell’art. 321 cod. proc. pen.. L’ordinanza avrebbe confermato la

eventuale giudizio di merito potrà accertarsi la reale natura dell’attività
edificatoria in corso al 13 settembre 2014».
Orbene, a parere della Corte trattasi di una motivazione logica e congrua,
tutt’altro che assente o meramente apparente, la quale attesta, per un verso, la
pacifica esecuzione di taluni lavori alla data indicata, e, per altro verso, l’assenza
– nella presente fase cautelare – di elementi che consentano di avallare l’assunto
difensivo che qualifica gli stessi come mere opere di manutenzione ordinaria, in
ordine ad un immobile già perfettamente ultimato. Motivazione, peraltro, a

elementi istruttori già esaminati dai Giudici di merito (presenza di un sacchetto
di cemento, immagini fotografiche), invero non consentita in questa fase di
legittimità.
4. Anche il secondo motivo risulta manifestamente infondato; ribadito il
carattere del tutto abusivo dell’immobile e dell’intero Villaggio del Sisto, infatti,
l’ordinanza si sofferma sull’aggravamento del carico urbanistico, che viene
riconosciuto in forza di argomenti logico-giuridici ancora adeguati e non
meritevoli di alcuna censura.
Al riguardo, occorre premettere che – per costante e condivisa
giurisprudenza – «la nozione di carico urbanistico deriva dall’osservazione che
ogni insediamento umano è costituito da un elemento c. d. primario (abitazioni,
uffici, opifici, negozi) e da uno secondario di servizio (opere pubbliche in genere,
uffici pubblici, parchi, strade, fognature, elettrificazione, servizio idrico,
condutture di erogazione del gas) che deve essere proporzionato
all’insediamento primario ossia al numero degli abitanti insediati ed alle
caratteristiche dell’attività da costoro svolte. Quindi, il carico urbanistico è
l’effetto che viene prodotto dall’insediamento primario come domanda di
strutture ed opere collettive, in dipendenza del numero delle persone insediate
su di un determinato territorio. Si tratta di un concetto, non definito dalla vigente
legislazione, ma che è in concreto preso in considerazione in vari istituti di diritto
urbanistico: a) negli standards urbanistici di cui al D.M. 2.4.1968 n. 1444 che
richiedono l’inclusione, nella formazione degli strumenti urbanistici, di dotazioni
minime di spazi pubblici per abitante a seconda delle varie zone; b) nella
sottoposizione a concessione e, quindi, a contributo sia di urbanizzazione che sul
costo di produzione, delle superfici utili degli edifici, in quanto comportino la
costituzione di nuovi vani capaci di produrre nuovo insediamento; c) nel parallelo
esonero da contributo di quelle opere che non comportano nuovo insediamento,
come le opere di urbanizzazione o le opere soggette ad autorizzazione; d)
nell’esonero da ogni autorizzazione e perciò da ogni contributo per le opere
interne (art. 26 L. AL 47/1985 e art. 4 comma 7 I. 493/1993) che non

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fronte della quale i ricorsi invocano una diversa e più favorevole lettura degli

comportano la creazione di nuove superficie utili, ferma restando la destinazione
dell’immobile; e) nell’esonero da sanzioni penali delle opere che non
costituiscono nuovo o diverso carico urbanistico (art. 10 L. n. 47/1985 e art. 4 L.
493/1993)» (Sez. U, n. 12878 del 29/1/2003, Innocenti, Rv. 223721).
Ciò premesso, il Tribunale di Latina – rispondendo alla medesima doglianza
qui riproposta – ha evidenziato 1) che la conclamata abusività degli immobili
«non consente di attribuire caratteri di stabilità e definitività all’attuale
urbanizzazione di zona, non essendo allo stato stati modificati né gli strumenti

potendosi ritenere certo il recupero dell’insediamento»; 2) che il procedimento
amministrativo volto alla regolarizzazione degli immobili – più volte citato anche
dai ricorrenti – «appare ancora lontano dal concludersi»; 3) che i manufatti
realizzati aggravano le conseguenze dell’abusivismo (pacificamente) diffuso nella
zona, «atteso che detti manufatti sono predisposti per l’allaccio alle reti fognaria
ed elettrica»; 4) che la documentazione esaminata non consente di ritenere che
le opere di urbanizzazione presenti nell’area, pur innegabili, siano allo stato
sufficienti «a far fronte alle esigenze urbanistiche degli immobili esistenti»; 5)
che non paiono esservi opere di urbanizzazione secondaria.
Orbene, a fronte di questa completa, diffusa ed argomentata motivazione,
tale da configurare il periculum richiesto, anche nell’ottica dell’aggravio del carico
urbanistico, i ricorsi – lungi dal muovere concrete ed effettive doglianze – si
limitano ad una ricognizione generica della giurisprudenza di questa Corte sul
punto, sollecitando ancora al Collegio un’analisi alternativa – e più favorevole delle condizioni urbanistiche del Villaggio del Sisto e del totale abusivismo che lo
connota, nonché delle delibere del Comune di Terracina volte ad intraprendere
un percorso amministrativo che regolarizzi questi diffusi abusi (percorso, allo
stato, tutt’altro che completato, come da ordinanza impugnata e non contestata
sul punto). Sì da pervenire alla conclusione – di mero fatto, irricevibile in questa
sede – per cui «la presenza dell’immobile dei ricorrenti non è tale da
pregiudicare od aggravare alcunché in proposito».
I ricorsi, pertanto, debbono essere dichiarati inammissibili. Alla luce della
sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale e rilevato che, nella
fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il
ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a
norma dell’art. 616 cod. proc. pen. ed a carico di ciascun ricorrente, l’onere delle
spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore
della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in euro 1.000,00.

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urbanistici relativi ai terreni in oggetto, né sanate le costruzioni realizzate, e non

P.Q.M.

Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna ciascun ricorrente al pagamento
delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00 in favore della Cassa
delle ammende.
Così deciso in Roma, il 7 luglio 2015

Il Presidente

nsigliere estensore

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