Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36380 del 18/04/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36380 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: RANALDI ALESSANDRO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
LEANZA GIOVANNI nato il 11/12/1982 a NAPOLI

avverso la sentenza del 14/06/2012 del TRIBUNALE di NAPOLI
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRO RANALDI;

Data Udienza: 18/04/2018

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Motivi della decisione
Giovanni Leanza ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe
indicata, recante applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen in
ordine ai reati di cui agli artt. 186 e 187 cod. strada.
L’impugnazione è manifestamente infondata. E’ opportuno ricordare che nel
“patteggiamento”, una volta che il giudice abbia ratificato l’accordo, non è più
consentito alle parti prospettare, in sede di legittimità, anche sotto il profilo del
vizio di motivazione, questioni con riferimento – non solo alla sussistenza ed alla
qualificazione giuridica del fatto, alla sua attribuzione soggettiva, alla
applicazione e comparazione delle circostanze – ma anche alla entità e modalità
di applicazione della pena, salvo che non si versi in ipotesi di pena illegale (ex
Sez. 7, ord. n. 24085/2015): ipotesi neppure prospettata nel caso di
specie.
D’altra parte, attesa la natura pattizia del rito, chi chiede la pena pattuita
rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare l’accusa. Ne consegue, come
questa Corte ha più volte avuto modo di affermare, che l’imputato non può
prospettare con il ricorso per cassazione censure che coinvolgono il patto dal
medesimo accettato. Nel caso di specie, il patto prevedeva che la pena
principale concordata fosse, alternativamente, condizionalmente sospesa ovvero
sostituita con il lavoro di pubblica utilità: il ricorrente non può dolersi di una
pronuncia che ha deciso conformemente ad una delle due opzioni prospettate ed
accettate.
Né può porsi in questa sede la questione della declaratoria della prescrizione
maturata dopo la sentenza impugnata, in considerazione della manifesta
infondatezza del ricorso. La giurisprudenza di questa Corte Suprema ha, infatti,
più volte ribadito che l’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla
manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto
di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le
cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen (cfr. Sez. Un. n. 32
del 22/11/2000, De Luca, Rv. 217266; conformi, Sez. Un., n. 23428 del
2/3/2005, Bracale, Rv. 231164, e Sez. Un. n. 19601 del 28/2/2008, Niccoli, Rv.
239400).
Il ricorso è quindi inammissibile. Segue, a norma dell’articolo 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed
al pagamento a favore della Cassa delle ammende, non emergendo ragioni di
esonero, della somma di euro 2.000 a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro in favore della
Cassa delle Ammende.
Così deciso il 18 aprile 2018

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