Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36374 del 18/06/2015


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Penale Sent. Sez. 3 Num. 36374 Anno 2015
Presidente: SQUASSONI CLAUDIA
Relatore: DI NICOLA VITO

SENTENZA

sul ricorso proposto da
Russo Antonio, nato ad Acerra il 21-06-1974
avverso la ordinanza del 07-01-2015 del tribunale della libertà di Salerno;
visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;
udita la relazione svolta dal consigliere Vito Di Nicola;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Fulvio
Baldi che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito per il ricorrente

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Data Udienza: 18/06/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Antonio Russo ricorre per cassazione impugnando l’ordinanza del 7
gennaio 2015 con la quale il tribunale della libertà di Salerno ha confermato il
decreto di sequestro preventivo per equivalente emesso dal Gip presso il
medesimo tribunale.

2.

Per la cassazione dell’impugnata ordinanza il ricorrente, tramite il

173 disposizioni di attuazione al codice di procedura penale, nei limiti
strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la mancanza, la
contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione su punti decisivi per il
giudizio nonché per violazione della legge processuale in relazione agli articoli
125 e 321 codice di procedura penale (articolo 606, comma 1, lettere c) ed e),
codice di procedura penale), dolendosi del fatto che il Gip, pur potendo
identificare i beni suscettibili di sequestro per equivalente, ha omesso di indicarli
nel decreto di sequestro.
2.2. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la mancanza, la
contraddittorietà e la manifesta illogicità della motivazione su punti decisivi per il
giudizio nonché per violazione della legge processuale in relazione agli articoli
125 e 321 codice di procedura penale (articolo 606, comma 1, lettere c) ed e),
codice di procedura penale).
Sostiene il ricorrente che erroneamente il tribunale cautelare ha ritenuto che
il bene immobile sequestrato, attribuito con la sentenza di separazione alla
moglie del Russo, fosse pro quota nella disponibilità del ricorrente.
2.3 Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la contraddittorietà e la
manifesta illogicità della motivazione su punti decisivi per il giudizio nonché per
violazione della legge processuale in relazione agli articoli 125 e 321 codice di
procedura penale nonché erronea interpretazione della legge penale in relazione
all’art. 321 ter codice penale e articolo 10 ter d.lgs. n. 74 del 2000 (articolo 606,
comma 1, lettere b) ed e), codice di procedura penale).
Osserva il ricorrente che , attraverso il deposito di una consulenza di parte,
aveva dimostrato l’insussistenza dell’elemento psicologico del reato contestato in
considerazione della comprovata impossibilità di provvedere al versamento
dell’imposta, rilevando l’impossibilità di poter reperire le risorse necessarie a
consentirgli un corretto adempimento dell’obbligazione tributaria.

difensore, ha articolato tre motivi di gravame, qui enunciati, ai sensi dell’articolo

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è inammissibile.

2. Quanto al primo motivo, questa Corte ha più volte affermato che, in tema
di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente, il giudice che
emette il provvedimento ablativo è tenuto soltanto ad indicare l’importo
complessivo da sequestrare, mentre l’individuazione specifica dei beni da
apprendere è riservata alla fase esecutiva demandata al P.M. (Sez. 3, n. 37848

Ne consegue che, pur in presenza di dati informativi sul valore dei beni, il
giudice cautelare non ha alcun obbligo di indicarli specificamente nel
provvedimento cautelare.

3. Anche il secondo motivo è manifestamente infondato.
Il tribunale cautelare ha sufficientemente spiegato che l’assegnazione del
bene alla moglie del ricorrente, a seguito di provvedimenti adottati in sede di
procedimento di separazione personale tra coniugi, non produce alcuni>
estromissione del bene stesso dal patrimonio dell’indagato.
Quanto alla nozione di disponibilità in materia di sequestro di valore, questa
Corte ha chiarito che il sequestro preventivo funzionale alla confisca per
equivalente (art. 322-ter cod. pen.) può essere applicato ai beni anche nella sola
disponibilità dell’indagato per quest’ultima intendendosi, al pari della nozione
civilistica del possesso, tutte quelle situazioni nelle quali i beni stessi ricadano
nella sfera degli interessi economici del reo e quindi qualsiasi relazione effettuale
con il bene, connotata dall’esercizio dei poteri di fatto corrispondenti al diritto di
proprietà, ancorché il potere dispositivo su di essi venga esercitato per il tramite
di terzi (Sez. 3, n. 15210 del 08/03/2012, Costagliola e altri, Rv. 252378; Sez.
2, n. 22153 del 22/02/2013, Ucci e altri, Rv. 255950).

4. Il terzo motivo non è consentito per la genericità della sua proposizione.
A fronte di una prospettata situazione di impossibilità di reperire le risorse
economiche per provvedere al pagamento del debito tributario, il tribunale
cautelare ha risposto, enunciando le coordinate giuridiche, che non erano
integrati i presupposti per ritenere inesigibile la condotta tenuta, rispetto a quella
che si doveva tenere, ed il ricorrente, anziché prendere posizione rispetto a tale
chiara affermazione, si duole del fatto che i Giudici cautelari non abbiano
valutato una consulenza tecnica dalla quale, a suo dire, emergerebbe la prova
cautelare circa l’insussistenza del dolo.

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del 07/05/2014, Chidichimo, Rv. 260148).

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L’approdo del tribunale cautelare era tuttavia collegato agli atti della
procedura incidentale e dunque teneva conto anche della consulenza tecnica
della difesa; ed allora il ricorrente avrebbe dovuto spiegare quale elemento
contenuto nella consulenza tecnica il tribunale della libertà avrebbe dovuto
valutare e non ha valutato per giungere al diverso approdo auspicato dal
ricorrente stesso e non dolersi genericamente di una omessa motivazione.
Il motivo manca dunque di specificità e perciò non è consentito.

5. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e, tenuto conto della sentenza
13 giugno 2000, n. 136 della Corte costituzionale e rilevato che non sussistono
elementi per ritenere che la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa
nella determinazione della causa di inammissibilità, alla relativa declaratoria,
segue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e al versamento della somma, ritenuta
congrua, di euro 1.000,00 alla cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 1.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 18/06/2015

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