Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36322 del 14/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36322 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: PEZZELLA VINCENZO

ORDINANZA
sui ricorsi proposti da:
SORRENTINO GIOVANNI nato il 17/09/1982 a NAPOLI
TALOCCI FRANCESCO nato il 15/09/1974 a NAPOLI

avverso la sentenza del 06/07/2017 della CORTE APPELLO di NAPOLI
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO PEZZELLA;

Data Udienza: 14/03/2018

N. 1128/18

R.G.

RITENUTO IN FATTO e CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Francesco Talocci e Giovanni Sorrentino ricorrono, a mezzo del comune
difensore, avverso la sentenza di cui in epigrafe che ha confermato la sentenza
del giudice di primo grado che, rideterminata la pena per il solo Talocci, ha confermato per entrambi l’affermazione di responsabilità per il reato di cui per il reato
di cui agli artt. 110 cod. pen. e 73 c. 4 Dpr. 309/90, in Napoli il 12/9/2016.

2. Il difensore ricorrente deduce vizio motivazionale in ordine alla mancata

Chiede, pertanto, annullarsi la sentenza impugnata.

3. In data 11/1/2018, tuttavia, Francesco Talocci depositava dichiarazione di
rinuncia all’impugnazione a propria firma.

4. A seguito dell’intervenuta formale rinuncia va dichiarata l’inammissibilità
del ricorso per cassazione ai sensi proposto da Talocci Francesco dell’art. 591 lett.
d) cod. proc. pen..
Non essendo specificati i motivi delle rinuncia e pertanto non ravvisandosi
assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost.
sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna del Talocci al pagamento delle spese
del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria ai sensi
dell’art. 616 cod. proc. pen. nella misura indicata in dispositivo.

5. Quanto al ricorso proposto nell’interesse del Sorrentino, i motivi sopra richiamati sono manifestamente infondati, in quanto assolutamente privi di specificità in tutte le loro articolazioni e del tutto assertivi. Ne deriva che anche il proposto ricorso di tale imputato va dichiarato inammissibile.
Il difensore ricorrente in concreto non si confronta adeguatamente con la motivazione della Corte di appello, che appare logica e congrua, nonché corretta in
punto di diritto -e pertanto immune da vizi di legittimità.
La motivazione nel provvedimento impugnato è logica, coerente e corretta in
punto di diritto.
I giudici del gravame del merito, hanno dato infatti conto del loro diniego di
concessione delle circostanze attenuanti generiche valutando che la condotta tenuta dagli imputati nella vicenda criminosa in esame, che viene puntualmente ricordata a pag. 3 del provvedimento impugnato, “sia connotata da caratteri di non
poca gravità e certamente non può dirsi marginale”.
La Corte territoriale ha ritenuto, peraltro, che deponesse negativamente per
gli odierni ricorrenti, il fatto che la confessione sia intervenuta solo allorquando la

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concessione delle circostanze attenuanti generiche.

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strategia difensiva volta a dimostrare la non visibilità dell’appartamento-deposito
dal punto di osservazione della PG era ormai fallita e quindi sia stata frutto di mero
calcolo e non di manifestazione di resipiscenza e di volontà di collaborare con la
giustizia.
Il provvedimento impugnato appare perciò collocarsi nell’alveo del costante
dictum di questa Corte di legittimità, che ha più volte chiarito che, ai fini dell’assolvimento dell’obbligo della motivazione in ordine al diniego della concessione
delle attenuanti generiche, non è necessario che il giudice prenda in considera-

atti, ma è sufficiente che egli faccia riferimento a quelli ritenuti decisivi o comunque rilevanti, rimanendo disattesi o superati tutti gli altri da tale valutazione (così
Sez. 3, n. 23055 del 23/4/2013, Banic e altro, Rv. 256172, fattispecie in cui la
Corte ha ritenuto giustificato il diniego delle attenuanti generiche motivato con
esclusivo riferimento agli specifici e reiterati precedenti dell’imputato, nonché al
suo negativo comportamento processuale).
Va ricordato che questa Corte di legittimità ha anche chiarito che, con un
indirizzo assolutamente prevalente, che è legittima in tali casi la doppia valutazione dello stesso elemento (ad esempio la gravità della condotta) purché operata
a fini diversi, come possono essere il riconoscimento del fatto di lieve entità, la
determinazione della pena base, o la concessione ed il diniego delle circostanze
attenuanti generiche (cfr. ex multis Sez. 2, n. 24995 del 14/5/2015, Rv. 264378;
Sez. 2, n. 933 dell’11/10/2013 dep. il 2014, Rv. 258011; Sez. 4, n. 35930 del
27/6/2002, Rv. 222351).
La doglianza proposta sul punto si palesa peraltro generica in quanto i ricorrenti non indicano l’elemento in ipotesi non valutato o mal valutato, mentre la
Corte territoriale ha valorizzato, a fondamento del diniego, i plurimi elementi sopra
ricordati. E in ogni caso è pacifico il dictum di questa Corte secondo cui, ai fini
della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche, il giudice
può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 cod. pen.,
quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del
beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o
all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in
tal senso (così Sez. 2, n. 3609 del 18/1/2011, Sermone ed altri, Rv. 249163; conf.,
ex plurimis, Sez. 6, n. 7707 del 4/12/2003 dep. il 2004, Anaclerio ed altri, rv.
229768).
In caso di diniego, soprattutto dopo la specifica modifica dell’articolo 62bis
c.p. operata con il d.l. 23.5.2008 n. 2002 convertito con modif. dalla I. 24.7.2008
n. 125 che ha sancito essere l’incensuratezza dell’imputato non più idonea da sola

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zione tutti gli elementi favorevoli o sfavorevoli dedotti dalle parti o rilevabili dagli

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a giustificarne la concessione va ribadito che sarebbe stato assolutamente sufficiente che il giudice si fosse limitato a dar conto, di avere ritenuto l’assenza di
elementi o circostanze positive a tale fine
In tema di attenuanti generiche, infatti, posto che la ragion d’essere della
relativa previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in
senso più favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, la meritevolezza di detto adeguamento

per il giudice, ove questi ritenga invece di escluderla, di giustificarne sotto ogni
possibile profilo, l’affermata insussistenza. Al contrario, secondo una giurisprudenza univoca di questa Corte Suprema, è la suindicata meritevolezza che necessita essa stessa, quando se ne affermi l’esistenza, di apposita motivazione dalla
quale emergano, in positivo, gli elementi che sono stati ritenuti atti a giustificare
la mitigazione del trattamento sanzionatorio; trattamento la cui esclusione risulta,
per converso, adeguatamente motivata alla sola condizione che il giudice, a fronte
di specifica richiesta dell’ imputato volta all’ottenimento delle attenuanti in questione, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto di detta richiesta, senza
che ciò comporti tuttavia la stretta necessità della contestazione o della invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda (così, ex plurimis, Sez. 1,
n. 29679 del 13/6/2011, Chiofalo ed altri, Rv. 219891; Sez. 1, n. 11361 del
19/10/1992, Gennuso, Rv. 192381; Sez. 1 n. 12496 del 21/9/1999, Guglielmi ed
altri, Rv. 214570; Sez. 6, n. 13048 del 20/6/2000, Occhipinti ed altri, Rv. 217882).

6. Essendo anche il ricorso del Sorrentino inammissibili e, a norma dell’art.
616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della
causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), anche alla condanna di tale ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue
quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo
P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali nonché Talocci Francesco al versamento della somma di millecinquecento euro alla cassa delle ammende e Sorrentino Giovanni al versamento della
somma di tremila euro alla cassa delle ammende.

non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all’obbligo,

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