Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36318 del 14/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36318 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: RANALDI ALESSANDRO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
MALIA FLORIAN nato il 31/07/1976 a ELABASAN( ALBANIA)

avverso la sentenza del 26/07/2017 del GIUDICE UDIENZA PRELIMINARE di
PERUGIA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ALESSANDRO RANALDI;

Data Udienza: 14/03/2018

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Florian Malja ricorre per cassazione avverso la sentenza in epigrafe indicata,
recante applicazione della pena ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen. in ordine al
reato di cui all’art. 73 del d.P.R. n. 309 del 1990.
L’impugnazione è manifestamente infondata. Questa Corte ha ripetutamente
affermato il principio che l’obbligo della motivazione della sentenza non può non
essere conformato alla particolare natura giuridica della sentenza di
patteggiamento: lo sviluppo delle linee argomentative è necessariamente
correlato all’esistenza dell’atto negoziale con cui l’imputato dispensa l’accusa
dall’onere di provare i fatti dedotti nell’imputazione. Ciò implica, tra l’altro, che il
giudizio negativo circa la ricorrenza di una delle ipotesi di cui al richiamato art.
129 c.p.p. deve essere accompagnato da una specifica motivazione solo nel caso
in cui dagli atti o dalle deduzioni delle parti emergano concreti elementi circa la
possibile applicazione di cause di non punibilità, dovendo invece ritenersi
sufficiente, in caso contrario, una motivazione consistente nella enunciazione,
anche implicita, che è stata compiuta la verifica richiesta dalla legge e che non
ricorrono le condizioni per la pronunzia di proscioglimento ex art. 129 (Sez. Un.
27 marzo 1992, Di Benedetto; Sez. Un. 27 dicembre 1995, Serafino). Tale
orientamento è stato concordemente accolto dalla giurisprudenza successiva.
Anche per ciò che riguarda gli altri tratti significativi della decisione, che
riguardano precipuamente la qualificazione giuridica del fatto, la continuazione,
l’esistenza e la comparazione delle circostanze, la congruità della pena e la sua
sospensione, la costante giurisprudenza di questa Corte, nel solco delle
enunciazioni delle Sezioni unite, ha affermato che la motivazione può ben essere
sintetica ed a struttura enunciativa, purché risulti che il giudice abbia compiuto le
pertinenti valutazioni. Né l’imputato può avere interesse a lamentare una siffatta
motivazione censurandola come insufficiente e sollecitandone una più analitica,
dal momento che la statuizione del giudice coincide esattamente con la volontà
pattizia del giudicabile.
D’altra parte, attesa la natura pattizia del rito, chi chiede la pena pattuita
rinuncia ad avvalersi della facoltà di contestare l’accusa. Ne consegue, come
questa Corte ha più volte avuto modo di affermare, che l’imputato non può
prospettare con il ricorso per cassazione censure che coinvolgono il patto dal
medesimo accettato.
Il ricorso è quindi inammissibile. Segue, a norma dell’articolo 616 cod. proc.
pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed
al pagamento a favore della Cassa delle ammende, non emergendo ragioni di
esonero, della somma di euro 3.000 a titolo di sanzione pecuniaria.

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di 3.000,00 euro in favore della
Cassa delle Ammende.
Così deciso il 14 marzo 2018

Motivi della decisione

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