Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36308 del 14/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36308 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: PEZZELLA VINCENZO

ORDINANZA
sui ricorsi proposti da:
BELLINI CHRISTIAN nato il 25/09/1969 a FIRENZE
MURA SARA nato il 25/10/1988 a CHIAVARI

avverso la sentenza del 06/02/2017 della CORTE APPELLO di FIRENZE
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO PEZZELLA;

Data Udienza: 14/03/2018

N. 120/18

RG.
RITENUTO IN FATTO e CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Christian Bellini e Sara Mura ricorrono, a mezzo del comune difensore,
avverso la sentenza in epigrafe, che, sull’appello del PG, in riforma della sentenza
assolutoria di primo grado, li ha visti condannare per il reato di cui agli artt. 110
cod. pen., 73 co. 5 Dpr. 309/90, fatto commesso in Firenze il 2/2/2010.

2. Il difensore ricorrente deduce la violazione dell’art. 192 cod. proc. pen. in
quanto, di fronte ad una prova evidentemente indiziaria, non sarebbe stata correttamente applicata la disciplina che regola la formazione della c.d. prova logica.

Chiede, pertanto, annullarsi la sentenza impugnata.

3. Ebbene, ritiene il Collegio che i motivi sopra richiamati siano manifestamente infondati, in quanto tesi ad ottenere una rilettura degli elementi di prova
che non è consentita in questa sede, e pertanto il proposto ricorso vada dichiarato
inammissibile.
Va rilevato in primis che al ribaltamento dell’assoluzione in primo grado non
si è pervenuti attraverso una rivalutazione della prova dichiarativa, ma i giudici di
secondo grado hanno dato fede al narrato emerso in tale ambito in primo grado,
ritenendo soltanto che quei fatti conducessero a conclusioni giuridiche diverse.
Non si poneva, pertanto, un problema di rivalutazione della prova dichiarativa in
appello, punto sul quale peraltro non vi è stata in ricorso alcuna contestazione,
neanche genericamente sub specie di vizio motivazionale, essendosi l’impugnazione incentrata sull’assunta violazione dell’art. 192 cod. proc. pen.
La censura operata, peraltro, si palesa del tutto generica.
Le censure concernenti asserite carenze argomentative sui singoli passaggi
della ricostruzione fattuale dell’episodio e dell’attribuzione dello stesso alla persona
dell’imputato non sono, infatti, proponibili nel giudizio di legittimità, quando la
struttura razionale della decisione sia sorretta, come nella specie, da logico e coerente apparato argomentativo, esteso a tutti gli elementi offerti dal processo, e il
ricorrente si limiti sostanzialmente a sollecitare la rilettura del quadro probatorio,
alla stregua di una diversa ricostruzione del fatto, e, con essa, il riesame nel merito
della sentenza impugnata.
Il ricorso, in concreto, non si confronta adeguatamente con la motivazione
della sentenza impugnata, che appare logica e congrua, nonché corretta in punto
di diritto, e pertanto immune da vizi di legittimità.
La Corte territoriale aveva già chiaramente confutato, nel provvedimento impugnato tutte le tesi oggi riproposte, ivi compresa quella dell’uso personale dello
stupefacente.

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N. 120/18

RG.

Rispetto a tale motivata, logica e coerente pronuncia di secondo grado, il ricorrente chiede una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione. Ma
un siffatto modo di procedere è inammissibile perché trasformerebbe questa Corte
di legittimità nell’ennesimo giudice del fatto.

prescrizione maturata dopo la sentenza d’appello, in considerazione della manifesta infondatezza del ricorso.
La giurisprudenza di questa Corte Suprema ha, infatti, più volte ribadito che
l’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei
motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude,
pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma
dell’art. 129 cod. proc. pen (così Sez. Un. n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv.
217266 relativamente ad un caso in cui la prescrizione del reato era maturata
successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso; conformi, Sez. Un., n.
23428 del 2/3/2005, Bracale, Rv. 231164, e Sez. Un. n. 19601 del 28/2/2008,
Niccoli, Rv. 239400; in ultimo Sez. 2, n. 28848 del 8/5/2013, Ciaffoni, rv. 256463).

5. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen,
non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna di parte ricorrente
al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della
sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo.
P.Q.M.
Dichiara inammissibdé ricorse e condanna4 ricorrentei al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.

4. Né può porsi in questa sede la questione di un’eventuale declaratoria della

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