Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36294 del 14/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36294 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: PEZZELLA VINCENZO

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
MARTINI MATTIA nato il 10/04/1990 a BORDIGHERA

avverso la sentenza del 07/06/2017 della CORTE APPELLO di GENOVA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere VINCENZO PEZZELLA;

Data Udienza: 14/03/2018

N. 53805/17

RG.

RITENUTO IN FATTO e CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Mattia Martini ricorre, a mezzo del proprio difensore, avverso la sentenza
in epigrafe che ha confermato la sentenza con cui il giudice di primo grado, l’aveva
condannato per il reato di cui all’art.186 co. 2 lett. c) e 2sexies CDS, fatto commesso in Bordighera (IM) il 15/9/2012.

2. Il ricorrente deduce violazione di legge e vizio motivazionale in relazione
alla mancata ritenuta applicazione della causa di non punibilità ex art. 131bis cod.

3. Il proposto ricorso è inammissibile.
Questa Corte regolatrice, a Sezioni Unite, ha sgombrato il campo dai dubbi
circa il fatto che la causa di non punibilità in questione, in quanto configurabile in presenza dei presupposti e nel rispetto dei limiti fissati dalla norma – ad ogni
fattispecie criminosa, è applicabile anche al reato di guida in stato di ebbrezza,
non essendo, in astratto, incompatibile, con il giudizio di particolare tenuità, la
presenza di soglie di punibilità all’interno della fattispecie tipica, rapportate ai valori di tassi alcolemici accertati, anche nel caso in cui, al di sotto della soglia di
rilevanza penale, vi è una fattispecie che integra un illecito amministrativo (Sez.
Un. n. 13681 del 25/2/2016, Tushaj, Rv. 266589). Nella stessa pronuncia si è
anche precisato che il giudizio sulla tenuità richiede una valutazione complessa e
congiunta di tutte le peculiarità della fattispecie concreta, che tenga conto, ai sensi
dell’art. 133, primo comma, cod. pen., delle modalità della condotta, del grado di
colpevolezza da esse desumibile e dell’entità del danno o del pericolo (Sez. Un. n.
13681 del 25/2/2016, Tushaj, Rv. 266590). Le stesse SS.UU Tushai, hanno evidenziato che: “chiaramente, quanto più ci si allontana dal valore-soglia tanto più
è verosimile che ci si trovi in presenza di un fatto non specialmente esiguo. Insomma, nessuna presunzione è consentita (…) Da tale ricostruzione della categoria discende che, accertata la situazione pericolosa tipica e dunque l’offesa, resta
pur sempre spazio per apprezzare in concreto, alla stregua della manifestazione
del reato, ed al solo fine della ponderazione in ordine alla gravità dell’illecito, quale
sia lo sfondo fattuale nel quale la condotta si inscrive e quale sia, in conseguenza,
il concreto possibile impatto pregiudizievole rispetto al bene tutelato”.
Ebbene, tale valutazione risulta congruamente e logicamente operata nella
sentenza oggi impugnata, laddove la Corte territoriale ritiene che, valutati gli alti
valori di alcool nel sangue e l’ora notturna in cui sono avvenuti i fatti, il fatto non
potesse ritenersi di speciale tenuità.

2

pen. Chiede, pertanto, annullarsi la sentenza impugnata.

N. 53805/17

RG.

4. Né può porsi in questa sede la questione di un’eventuale declaratoria della
prescrizione maturata dopo la sentenza d’appello, in considerazione della manifesta infondatezza del ricorso.
La giurisprudenza di questa Corte Suprema ha, infatti, più volte ribadito che
l’inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei
motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude,
pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma

217266 relativamente ad un caso in cui la prescrizione del reato era maturata
successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso; conformi, Sez. Un., n.
23428 del 2/3/2005, Bracale, Rv. 231164, e Sez. Un. n. 19601 del 28/2/2008,
Niccoli, Rv. 239400; in ultimo Sez. 2, n. 28848 del 8/5/2013, Ciaffoni, rv. 256463).

5. Essendo il ricorso inammissibile e, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen,
non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura indicata in dispositivo

P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di duemila euro alla cassa delle
ammende.
Così deciso in Roma il 14 marzo 2018

dell’art. 129 cod. proc. pen (così Sez. Un. n. 32 del 22/11/2000, De Luca, Rv.

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