Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36279 del 08/05/2015


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Penale Sent. Sez. 1 Num. 36279 Anno 2015
Presidente: SIOTTO MARIA CRISTINA
Relatore: NOVIK ADET TONI

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BUDA VINCENZO N. IL0.3/11/1960
avverso la sentenza n. 1674/2013 CORTE APPELLO di REGGIO
CALABRIA, del 28/04/2014
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 08/05/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. ADET TONI NOVIK
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.
upel

,
che ha concluso per n
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ft-QtzsLoAde et,K,

gI

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 08/05/2015

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza emessa in data 25 febbraio 2014, la Corte di appello di
Reggio Calabria confermava quella del Giudice dell’udienza preliminare del
tribunale della stessa sede. emessa il 23 maggio 2013, che aveva condannato
Vincenzo Buda alla pena complessiva di due anni nove mesi di reclusione ed euro
4300 di multa per due episodi di furto di energia elettrica, detenzione illecita di
un ordigno esplosivo e di 18 cartucce, concesse le circostanze attenuanti
generiche dichiarate prevalenti sulle aggravanti e sulla recidiva. La continuazione

commisurata: due anni di reclusione ed euro 4000 di multa per la detenzione
dell’ordigno e delle munizioni; nove mesi ed euro 300 di multa per i due furti.

2. Secondo la concorde ricostruzione operata dai giudici di merito, i fatti
erano emersi nel corso di due distinte perquisizioni che avevano portato al
rinvenimento delle cartucce nella camera da letto dell’abitazione dell’imputato,
dell’ ordigno esplosivo di costruzione artigianale e degli allacci abusivi alla
corrente elettrica. L’ordigno era collocato sul tetto di una baracca, posta
all’ingresso di un terreno che si presentava ben curato, recintato e chiuso con
catena munita di lucchetto, le cui chiavi erano nella disponibilità di Buda.

3. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione personalmente – Buda Vincenzo, e deduce mancanza e manifesta illogicità della
motivazione. La sentenza impugnata aveva riproposto la stessa motivazione
adottata dal primo giudice per affermare la sua responsabilità in merito alla
detenzione dell’ordigno esplosivo, ritenendo inverosimile che altri potessero
averlo occultato sul tetto di un manufatto insistente sul terreno altrui, ma aveva
omesso la valutazione delle circostanze indicate dalla difesa per escludere che
l’ordigno fosse stato effettivamente occultato e che l’imputato avesse il controllo
costante del terreno. In realtà, non vi era nessuna certezza in proposito e non
emergeva da nessuna deposizione che l’ordigno, come esposto in sentenza,
fosse circondato da un cerchione di gomma. Il rudere su cui lo stesso era stato
rinvenuto era a ridosso della strada che poteva essere raggiunto da chiunque. La
mancata risposta ai rilievi formulati nell’atto d’appello non soddisfaceva l’obbligo
di motivazione. Erano state valorizzate dichiarazioni di tale Maceri, indicato teste
di polizia giudiziaria, ancorché costui fosse stato sentito nella sua veste di teste
della difesa. Vi erano state lacune investigative, non essendo state rilevate
impronte sull’ordigno, e non era stata data risposta ai dubbi sollevati in ordine
all’effettiva potenzialità dell’ordigno. Contesta ancora che non sia stata
riconosciuta la continuazione tra tutti i reati e che al reato di furto non sia stata
1

è stata riconosciuta tra i due distinti gruppi di reati e la pena è stata così

applicata l’esimente dello stato di necessità, dimostrato dalla circostanza di
essere stato ammesso al patrocinio a spese dello Stato.

CONSIDERATO IN DIRITTO
1. La Corte ritiene che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile. Le
censure attinenti alla motivazione sono inammissibili, in quanto manifestamente
infondate, laddove contestino l’esistenza di un apparato giustificativo della
decisione, che invece esista, e non sono consentite laddove pretendano di

contrasto con quelle del giudice del merito, chiedendo alla Corte di legittimità un
giudizio di fatto che non le compete. Esula, infatti, dal poteri della Corte di
cassazione quello di una rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della
decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito,
senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una
diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali
(Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011, Scibè). Nel controllo di legittimità, la Corte di
cassazione non deve stabilire se la decisione di merito proponga effettivamente
la migliore possibile ricostruzione dei fatti, ne’ deve condividerne la
giustificazione, ma deve limitarsi a verificare se questa giustificazione sia logica e
compatibile con il senso comune. L’illogicità della motivazione, come vizio
denunciabile, dev’essere, inoltre, percepibile ictu ocu/i, dovendo il sindacato di
legittimità essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti
le minime incongruenze. In secondo luogo, per la validità della decisione non è
necessario che il giudice di merito sviluppi nella motivazione la specifica ed
esplicita confutazione della tesi difensiva disattesa, essendo sufficiente, per
escludere la ricorrenza del vizio di motivazione, che la sentenza evidenzi una
ricostruzione dei fatti che conduca alla reiezione della deduzione difensiva
implicitamente e senza lasciare spazio ad una valida alternativa (cfr. sez. 2^, n.
24847 del 5 maggio 2009, Polimeni). Dunque, non è possibile per questa Corte
procedere ad una ricostruzione alternativa dei fatti, sovrapponendo a quella
compiuta dai giudici di merito una diversa valutazione del materiale istruttorio;
laddove le diverse osservazioni dei ricorrenti non scalfiscono l’impostazione della
motivazione e non fanno emergere profili di manifesta illogicità della stessa,
finendo per risolversi in prospettazioni di diverse interpretazioni del materiale
probatorio, non sono proponibili in questa sede. Queste operazioni
trasformerebbero, infatti, la Corte nell’ennesimo giudice del fatto e le
impedirebbero di svolgere la peculiare funzione assegnatale dal legislatore di
organo deputato a controllare che la motivazione dei provvedimenti adottati dai
giudici di merito (a cui le parti non prestino autonomamente acquiescenza)
2

valutare, o rivalutare, gli elementi probatori al fine di trarne conclusioni in

rispetti sempre uno standard di intrinseca razionalità e di capacità di
rappresentare e spiegare l’iter logico seguito dal giudice per giungere alla
decisione.
Ancora, i vizi di motivazione, per essere rilevanti in sede di legittimità,
devono inficiare e compromettere, in modo decisivo, la tenuta logica e la
coerenza della motivazione, introducendo profili di radicale incompatibilità
all’interno dell’impianto argomentativo; a tal fine, non è sufficiente un vaglio
atomistico degli elementi probatori, dei quali spesso si offre non più che un mero

complessiva e sistematica dell’intero materiale istruttorio.

3. Esaminata in quest’ottica la motivazione della sentenza impugnata è,
all’evidenza, esente dai vizi denunciati. Infatti, pur denunciando formalmente
plurimi vizi della motivazione, sia sotto il profilo della mancanza che della
illogicità e contraddittorietà della motivazione, nonché violazione dei canoni di
valutazione della prova, il ricorrente non critica in realtà la violazione di
specifiche regole inferenziali preposte alla formazione del convincimento del
giudice, bensì, postulando un preteso travisamento del fatto, chiede la rilettura
del quadro probatorio e, con esso, il sostanziale riesame nel merito,
inammissibile invece in sede d’indagine di legittimità sul discorso giustificativo
della decisione, allorquando la struttura razionale della sentenza impugnata
abbia – come nella specie – una sua chiara e puntuale coerenza argomentativa e
sia saldamente ancorata, nel rispetto delle regole della logica, alle risultanze del
quadro probatorio. I giudici di merito a base della dichiarazione di colpevolezza
hanno posto elementi di indubbio spessore rilevando che il terreno era nella
disponibilità di Buda, da lui coltivato e frequentato, sicché era inverosimile che
altri potesse aver avuto interesse ad accedervi (con i rischi connessi), per
occultare l’ordigno contenente polvere pirica, integro e in grado di funzionare
(come dichiarato dagli esperti della Polizia), idoneo a danneggiare un’autovettura
o una serranda di negozio. A fronte di questa non implausibile ricostruzione dei
fatti, la censura del ricorrente si risolve in una, per lui preferibile e più
favorevole, diversa e alternativa interpretazione del materiale acquisito che, per
quel che si è detto, è preclusa in questa sede di legittimità.

4. Quanto alla doglianza relativa alla omessa applicazione da parte del primo
giudice della continuazione tra tutti i reati, si rileva che il motivo è del tutto
generico. Il ricorrente ha affermato di aver dedotto il motivo in appello, ma non
ha comprovato questa circostanza allegando l’atto, e, comunque, non ha allegato
elementi specifici e concreti a sostegno della richiesta, attesa la disomogeneità
3

stralcio, non dovendosi dimenticare che la decisione si fonda su una valutazione

delle violazioni che offendono beni giuridici diversi. È insegnamento di questa
Corte di legittimità che ai fini del riconoscimento della continuazione, costituisce
in sede di giudizio di cognizione un vero e proprio onere della prova a carico
dell’imputato l’allegazione degli specifici elementi dai quali è desumibile l’unicità
del disegno criminoso. (Sez. 5, n. 18586 del 04/03/2004 – dep. 22/04/2004,
D’Aria, Rv. 229826).

5. Manifestamente infondata è infine la doglianza relativa all’omesso

Correttamente la Corte distrettuale ha osservato che l’imputato non aveva
fornito la prova di uno stato assoluto di indigenza, che solo può integrare la
detta scriminante che, come noto, richiede l’estremo del “pericolo grave alla
persona”. Né detta condizione può identificarsi con i presupposti che legittimano
l’accesso al patrocinio a spese dello Stato, dal momento che questo è concesso
in relazione a limiti di reddito (C 11.369,24, elevabili per i familiari conviventi)
che, se pur non elevati, consentono al normale cittadino di far fronte alle spese
ordinarie di vita, tra cui il pagamento dell’energia elettrica, senza dover
commettere il reato.

4. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso e la condanna del ricorrente al
pagamento delle spese del procedimento nonché al versamento in favore della
Cassa delle Ammende, di una somma determinata, equamente, in Euro 1000,00,
tenuto conto del fatto che non sussistono elementi per ritenere che “la parte
abbia proposto ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di
inammissibilità”. (Corte Cost. 186/2000).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e al versamento della somma di Euro 1000,00 alla Cassa delle
Ammende.
Così deciso in Roma, il 8 maggio 2015
Il Consigliere estensore

Il Presidente

riconoscimento dello stato di necessità per i reati di furto di energia elettrica.

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