Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36266 del 08/07/2015


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Penale Sent. Sez. 6 Num. 36266 Anno 2015
Presidente: PAOLONI GIACOMO
Relatore: CARCANO DOMENICO

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
BIAGI DANIELE N. IL 25/09/1952
avverso la sentenza n. 7342/2014 CORTE APPELLO di MILANO, del
05/02/2015
visti gli atti, la sentenza e il ricorso
udita in PUBBLICA UDIENZA del 08/07/2015 la relazione fatta dal
Consigliere Dott. DOMENICO CARCANO
, .1
Udito il Procuratore Generale in Rersona del Dott. ‘111P Dt
\0.4.04.,0
che ha concluso per 11
0C0..Q Wv10

Udito, per la parte civile, l’Avv
Udit i difensor Avv.

Data Udienza: 08/07/2015

1

Ritenuto in fatto
1.Daniele Biagi impugna la sentenza in epigrafe indicata che ha confermato la decisione
dì primo grado con la quale fu dichiarato responsabile del delitto di calunnia per avere, pur
sapendolo innocente, incolpato Maurizio Centamaro di induzione alla consumazione di salso
ideologico nonché dì falso in atti diretti alla pubblica amministrazione; in particolare, per avere
dichiarato che le auto multate, per violazione dei limiti di velocità superiore comportante la
“riduzione massima dei punti patente”, erano all’epoca in comodato d’uso e condotte Biagì;

querela nei confronti della società FCL Consulting della quale Maurizio Centamaro era all’epoca
amministratore.
Le indagini di polizia acquisivano elementi che portavano la Procura di Milano a richiedere
l’archiviazione della denuncia di Biagi e contestualmente a disporre l’avvio di indagini nei
confronti dello stesso per calunnia.
Nel corso del giudizio di primo processo, si accertavano elementi di prova che davano la
certezza della falsa accusa di Biagi; certezza condivisa dal giudice d’appello, mettendo in rilievo
la circostanza che Biagi ebbe a riferire a Centamaro di avere contestato l’autenticità delle firme
per “prendere tempo nelle pratiche relative ai verbali”.
La Corte d’appello, preliminarmente, ha rigettato la richiesta di rinvio per legittimo
impedimento di Biagì, ritenendo “falso” il certificato medico prodotto dall’imputato e, peraltro,
privo di ogni elemento idoneo a giustificare un rinvio, non accogliendo financo la richiesta di
sentire il medico sull’autenticità della malattia di Biagi.
2.1a difesa deduce:
2.1.Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’ordinanza con la quale è
stato respinta la richiesta di rinvio per legittimo impedimento.
La richiesta è stata corredata da certificato medico, ritenuto però inidoneo ad attestare le
condizioni per il rinvio del processo, anche per incertezze sulla sottoscrizione.
La ritenuta falsità del documento avrebbe dovuto comportare la trasmissione degli atti
alla Procura e, anzitutto, il dovere di sentire il medico che risultava aver redatto il certificato,
come espressamente richiesto dalla difesa.
La giurisprudenza di legittimità è nel senso che il rinvio va disposto anche là dove
l’impedimento appaia probabile.
2.2.Mancata acquisizione di prova decisiva richiesta dalla difesa e vizio di motivazione,
con violazione degli artt. 125, 220, 493 e 507 c.p.p.
La Corte d’appello ha respinto con decisione la richiesta di perizia grafica e fotografica già
respinte in primo grado e riproposte in appello.
La Corte ha ritenuto che le foto non avrebbero potuto essere utili alla identificazione del
conducente, mentre la perizia grafica era superflua, poiché non vi era alcuna incertezza sulla
fondatezza delle contravvenzioni, non contestata da Bìagi; elemento che per il ricorrente non
giustificava la firma di Biagi da parte di persone diverse.

informazioni che Biagi denunciava agli organi dì polizia come false, presentando denuncia-

2
Non vi sono elementi che possa attribuire a Biagi le firme sui predetti documenti.
2.3.Vizio di motivazione in relazione alla configurabilità della calunnia.
Si afferma con certezza che Biagi ha disconosciuto le firme e, pertanto, non avrebbe
potuto essere, in assenza dì tale prova, affermata la responsabilità di Biagi per la calunnia.
Vi è, al riguardo, una grave lacuna probatoria che non avrebbe potuto consentire
l’affermazione dì responsabilità.
Altro profilo importante è la mancanza dell’elemento soggettivo del reato che richiede la

Biagi si è rivolto a Centamaro per rappresentare l’errore in cui era incorsa la FCL
Consulting,

senza però accusare alcuno anche con la denuncia presentata poiché

l’identificazione avvenuta all’esito delle indagini. Manca, ad avviso del ricorrente, non soltanto
l’elemento soggettivo ma anche la prova di quello materiale del delitto di calunnia.
Considerato in diritto
1.11 ricorso è inammissibile.
1.1.La questione preliminare del legittimo impedimento è manifestamente infondata,
trattandosi di una valutazione rimessa al giudice cui la richiesta è formulata. Al riguardo, vi è
stata una risposta corretta sui requisiti richiesti affinché il certificato possa in termini chiari
dimostrare le ragioni dell’impedimento. E legittimo il provvedimento con cui il giudice di merito
rigetti l’istanza di rinvio dell’udienza, per impedimento a comparire, documentata da un
certificato medico che sì limiti ad attestare un’infermità e a non precisare altri elementi che
possano far ritenere in concreto al giudice che vi è impedimento a comparire.
Questa Corte si è espressa nel senso che quanto al legittimo impedimento dell’imputato,
è corretto il provvedimento con il quale il giudice, acquisito il certificato medico prodotto dal
difensore, valuti, anche indipendentemente da verifiche fiscali e facendo ricorso a nozioni di
comune esperienza debitamente esposte nella motivazione, l’insussistenza dì una condizione
tale da comportare l’impossibilità per l’imputato di comparire in giudizio, se non a prezzo dì un
grave e non altrimenti evitabile rischio per la propria salute (Sez. IV 28 gennaio 2014,dep. 19
febbraio 2014 n. 7979).
Elementi che per quanto espresso dalla Corte di merito non risultavano precisati nel
certificato prodotto.
2.Quanto alla doppia conforme di responsabilità, non può che rilevarsi che la motivazione
del giudice d’appello ha ripercorso la ricostruzione effettuata dal giudice di primo grado,
ponendo in risalto i punti più significativi che danno consistenza alle conclusioni raggiunte.
Il contenuto della denuncia-querela, come descritto da entrambi i giudici di merito, nella
sua specificità dimostra la volontà di Biagi di accusare falsamente Centamaro, quale
amministratore della società, anche se non espressamente indicato nella stessa denuncia.
La Corte d’appello ha posto in rilievo, quanto già più volte indicato dal giudice di primo
grado, la circostanza decisiva che Biagi ha avuto sempre contatti con Centamaro e a questi ha

precisa consapevolezza di accusare un innocente.

3
riferito di avere contestato l’autenticità delle firme solo “per perdere tempo nelle pratiche
relative ai verbali”.
Il ricorso è dunque diretto a proporre questioni – peraltro in termini generici e non
pertinenti rispetto al complessivo giudizio espresso nella sentenza impugnata – relative a
corrette scelte di merito.
Si è già detto in narrativa, La Corte d’appello ha condiviso la ricostruzione in fatto operata
dal primo giudice e ha sviluppato un proprio ragionamento probatorio per giungere alla

calunnia.
Le censure, pertanto, non sono altro che dirette a contestare valutazioni di merito
correttamente espresse dal giudice d’appello e coerenti con le risultanze processuali esposte in
sentenza.
Il ragionamento probatorio della Corte d’appello è articolato – come esposto in sintesi e
nei punti significativi in narrativa – con rigore argomentativo dapprima sulle ragioni per le quali
la soluzione riferita non potesse essere ricostruita nel senso indicato dall’imputato e poi sulle
risposte ai punti critici della corretta ricostruzione effettuata dal giudice di primo grado.
In conclusione, la vicenda, riassunta nei suoi punti significativi, è stata oggetto di una
esauriente motivazione nel rispetto dei canoni di ordine logico che debbono orientare il giudice
di merito nelle scelte da compiere nel proprio lavoro dì ricostruzione storica dei fatti da provare
ex art.187 c.p.p. diretta a dare contenuti alla formula generale racchiusa nei commi 1 e 2 del
citato art.192 c.p.p. di dare «… conto … dei risultati acquisiti e dei criteri adottati».
Il ricorso è, dunque, inammissibile per manifesta infondatezza e per avere proposto
censure non consentite nel giudici zio di legittimità e, a norma dell’art. 616 c.p.p., il ricorrente
va condannato, oltre che al pagamento delle spese processuali , a versare una somma, che si
ritiene equo determinare in euro 1.500,00 in favore della cassa ammende, non ricorrendo le
condizioni richieste dalla sentenza della Corte costituzionale 13 giugno 2000, n. 186.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali
e al versamento di euro 1.500, 00 in favore della cassa delle ammende.
C. i • -ciso in Roma , 8 luglio 2015.
igliere elato e

conclusione della sussistenza degli elementi richiesti per la configurazione del delitto di

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