Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36239 del 14/03/2018


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Penale Ord. Sez. 7 Num. 36239 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: SERRAO EUGENIA

ORDINANZA
sul ricorso proposto da:
FORCUCCI GIOVANNI nato il 17/05/1955 a L’AQUILA

avverso la sentenza del 11/11/2015 della CORTE APPELLO di L’AQUILA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere EUGENIA SERRAO
41100
;

Data Udienza: 14/03/2018

Forcucci Giovanni ricorre avverso la sentenza della Corte di Appello di
L’Aquila indicata in epigrafe, che ha confermato la pronuncia di condanna
emessa dal Tribunale di L’Aquila, in relazione al reato previsto dall’art.189,
comma 6, d. Igs. 30 aprile 1992, n.285 commesso in L’Aquila il 19 febbraio
2011.
L’esponente censura la sentenza impugnata per omessa indicazione delle
ragioni per le quali si potesse ritenere provato che l’imputato fosse al corrente dì
aver provocato lesioni con la sua condotta di guida; con un secondo motivo
deduce omessa applicazione della causa di non punibilità prevista dall’art.131 bis
cod. pen.
Il ricorso è inammissibile.
La prima censura è manifestamente infondata, avendo i giudici di merito
rimarcato che l’imputato, dopo aver provocato un sinistro in cui erano rimaste
coinvolte altre due autovetture, si era precipitosamente dato alla fuga,
ritornando sul luogo un’ora dopo e fornendo una giustificazione non credibile in
rapporto alla minima distanza della sua abitazione dal luogo dell’incidente.
Il vizio denunciato risulta, pertanto, insussistente nel caso concreto, posto
che la circostanza che l’agente non abbia percepito di aver provocato lesioni non
è valutazione idonea ad escludere l’elemento soggettivo del delitto previsto
dall’art.189, comma 6, cod. strada; per tale reato, il dolo deve investire la sola
inosservanza dell’obbligo di fermarsi in relazione all’evento dell’incidente
stradale, riconducibile al comportamento dell’agente ed in concreto idoneo a
produrre eventi lesivi, e non anche la constatazione dell’esistenza di un danno
effettivo alle persone che vi risultino coinvolte (Sez. 6, n. 21414 del 16/02/2010
– dep. 07/06/2010, Casule, Rv. 24736901). Secondo la giurisprudenza della
Corte di legittimità, l’elemento soggettivo del reato previsto dall’art.189, comma
6, cod. strada è infatti integrato anche in presenza del dolo eventuale, che si
configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere
anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di
accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo
comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso il rischio: ciò
significa che, rispetto alla verificazione del danno alle persone eziologicamente
collegato all’incidente, è sufficiente che, per le modalità di verificazione di questo
e per le complessive circostanze della vicenda, l’agente si rappresenti la
probabilità – o anche la semplice possibilità – che dall’incidente sia derivato un
danno alle persone e, ciononostante, ometta di fermarsi (Sez.4, n.17220
del 06/03/2012, Turcan, Rv. 25237401; Sez. 6, n.21414 del 16/02/2010,
Casule, Rv. 24736901).
La questione dell’applicabilità dell’art. 131 bis cod. pen. va risolta
diversamente se il predetto articolo era già in vigore alla data della deliberazione
della sentenza d’appello (Sez.6, n.20270 del 27/04/2016, Gravina, Rv.
26667801; Sez.3, n.21474 del 22/04/2015, Fantoni, Rv. 26369301), rispetto
all’ipotesi in cui la norma sia entrata in vigore dopo la deliberazione della
sentenza di appello (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 26659301).
Al momento della deliberazione d’appello (11 novembre 2015) la nuova
causa di non punibilità era già efficace nel sistema normativo (d. Igs. 16 marzo
2015, n.28 entrato in vigore il 2 aprile 2015). L’imputato e la sua difesa non
hanno proposto il tema al giudice d’appello, che conseguentemente non si è
confrontato con le peculiarità del fatto rilevanti ai fini del giudizio ‘di non
punibilità in esame. Quando la sentenza di merito è successiva alla vigenza della
nuova causa di non punibilità, la questione dell’applicabilità dell’art. 131 bis cod.
pen. non può essere posta per la prima volta nel giudizio di legittimità, secondo
la regola ricavabile, come già accennato, dal combinato disposto degli artt.606,
comma 3, e 609, comma 2, cod. proc. pen. Tale regola dispone che non possano
essere dedotte in cassazione questioni non prospettate nei motivi di appello, a
meno che si tratti di questioni rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio
2

Motivi della decisione

P. Q. M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle
spese processuali e della somma di euro 2.000,00 in favore della Cassa delle
Ammende.
Così deciso il 14 marzo 2018

o di questioni che non sarebbe stato possibile dedurre In grado dì appello. Essa
trova il suo fondamento nella necessità dì evitare che possa sempre essere
dedotto un difetto di motivazione della sentenza dì secondo grado con riguardo
ad un punto del ricorso non sottoposto al controllo della Corte di Appello, in
quanto non devoluto con l’impugnazione (Sez.4, n.10611 del 4/12/2012, dep.
7/03/2013, Bonaffiní, Rv.25663101). Dalla lettura di tali disposizioni in
combinato disposto con l’art.609, comma 1, cod. proc. pen., che limita la
cognizione della Corte di legittimità ai motivi di ricorso consentiti, si evince
l’inammissibilità delle censure che non siano state, pur potendolo essere,
sottoposte al giudice di appello, la cui pronuncia sarà inevitabilmente carente con
riguardo ad esse (Sez. 5, n.28514 del 23/04/2013, Grazioli Gauthier, Rv.
25557701; Sez.2, n.40240 del 22/11/2006, Roccettí, Rv.23550401; Sez.1,
n.2176 del 20/12/1993, dep. 1994, Etzi, Rv.19641401).
La questione non è, peraltro, inquadrabile nella disciplina dettata
dall’art.129 cod. proc. pen. per la ragione che le ponderazioni sull’esistenza dei
presupposti essenziali per l’applicabilità della causa di non punibilità ex art. 131
bis cod. pen. sono caratterizzate da un’intrinseca ed insuperabile natura di
merito; e come tali sono proprie del giudizio di merito e quindi destinate ad
essere tempestivamente proposte per essere poi valutate solo in tale sede
(Sez.U, n. 13681 del 25/02/2016, Tushaj, Rv. 26659001). Non sì potrebbe,
pertanto, con il richiamo alla regola generale dell’applicabilità nel giudizio dì
legittimità anche delle cause dì non punibilità, pure preesistenti alla deliberazione
di merito, porre questione che presuppone un apprezzamento di merito che la
Corte di legittimità non può svolgere e che invece ben avrebbe potuto essere
proposto (con motivi d’appello) o almeno sollecitato (in sede di conclusioni nel
giudizio d’appello) al giudice del merito (Sez. U, n. 8413 del 20/12/2007,
dep.2008, Cassa, Rv. 23846701).
Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso segue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 2.000,00
in favore della Cassa delle Ammende.

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