Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36232 del 14/03/2018


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Penale Sent. Sez. 7 Num. 36232 Anno 2018
Presidente: IZZO FAUSTO
Relatore: MONTAGNI ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
DEMMO MONICA nato il 04/05/1958 a PESCARA

avverso la sentenza del 05/02/2016 della CORTE APPELLO di L’AQUILA
dato avviso alle parti;
sentita la relazione svolta dal Consigliere ANDREA MONTAGNI;

Data Udienza: 14/03/2018

Motivi della decisione
Demajo Monica ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza della
Corte di Appello di L’Aquila indicata in epigrafe con la quale è stata confermata la
sentenza di condanna resa dal Tribunale di Teramo, Sezione distaccata di
Giulianova, in data 8.11.2012, in riferimento al delitto di cui all’art. 95, d.P.R. n.
115 del 2002. Fatto commesso il 14.11.2007.
L’esponente deduce violazione di legge e vizio di motivazione.

presentato istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato il 14.11.2007;
che il giudice procedente ammetteva la Demajo al richiesto beneficio in data
23.11.2007; che il relativo procedimento si concludeva con sentenza del
16.09.2009, divenuta irrevocabile il 26.10.2009. Ciò posto, la ricorrente evidenzia
che l’Agenzia delle Entrate con nota del 16.03.2009 aveva comunicato che i redditi
imponibili percepiti dalla Demajo per l’anno 2008 eccedevano il limite previsto dalla
legge per l’ammissione al patrocinio.
L’esponente osserva che il superamento della soglia reddituale riguarda il
2008, annualità diversa da quella oggetto della dichiarazione sottoscritta dalla
imputata al momento della presentazione della richiesta di ammissione. Sottolinea,
inoltre, che il termine di cui all’art. 79, d.P.R. n. 115/2002, entro il quale deve
essere assolto l’obbligo di comunicazione delle variazioni reddituali, veniva a
scadenza il 30.10.2009. Rileva che erroneamente i giudici di merito hanno
affermato che già dal 30.09.2009 la prevenuta era nelle condizioni per eseguire la
dovuta comunicazione reddituale, relativa all’anno 2008.
Il ricorso impone i seguenti rilievi, di ordine dirimente.
Osserva il Collegio che sussistono i presupposti per rilevare, ai sensi dell’art.
129, comma 1, cod. proc. pen., l’intervenuta causa estintiva del reato per cui si
procede, essendo spirato il relativo termine di prescrizione massimo pari ad anni
sette e mesi sei. Deve rilevarsi che il ricorso in esame non presenta profili di
inammissibilità, per la manifesta infondatezza delle doglianze ovvero perché basato
su censure non deducibili in sede di legittimità, tali, dunque, da non consentire di
rilevare l’intervenuta prescrizione.
Pertanto, sussistono i presupposti, discendenti dalla intervenuta instaurazione
di un valido rapporto processuale di impugnazione, per rilevare e dichiarare le
cause di non punibilità a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., maturate
successivamente rispetto alla sentenza impugnata. Al riguardo, occorre considerare
che i giudici hanno escluso la contestata recidiva, di talché il termine prescrizionale
massimo, di anni sette e mesi sei, risulta ad oggi decorso.
Si osserva, infine, che non ricorrono le condizioni per una pronuncia
assolutoria di merito, ex art. 129, comma 2, cod. proc. pen., in considerazione delle

La parte ripercorre i termini della vicenda che occupa, considerando: di avere

conformi valutazioni rese dai giudici di merito, in ordine all’affermazione di penale
responsabilità della ricorrente.
Si impone, pertanto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata,
per essere il reato estinto per prescrizione.
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il reato è estinto per
prescrizione.

Così deciso in Roma in data 14 marzo 2018.

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