Sentenza Sentenza Cassazione Penale n. 36208 del 23/05/2018


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Penale Sent. Sez. 5 Num. 36208 Anno 2018
Presidente: VESSICHELLI MARIA
Relatore: FIDANZIA ANDREA

SENTENZA
sul ricorso proposto da:
LO CASTRO ANDREA nato a MESSINA il 18/01/1963

avverso l’ordinanza del 20/03/2018 del TRIB. LIBERTA di MESSINA
udita la relazione svolta dal Consigliere ANDREA FIDANZIA;
lette/sentite le conclusioni del PG MARIA GIUSEPPINA FODARONI
Il Proc. Gen. conclude per il rigetto

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udito 4, difensoret. ,à31\,), PSY‘tta .

1.-;\

I difensori presenti insistono sui motivi di ricorso e ne chiedono l’accoglimento.

Data Udienza: 23/05/2018

RITENUTO IN FATTO

1. Con ordinanza emessa in data 20 marzo 2018 il Tribunale del Riesame di Messina, in
accoglimento dell’appello proposto dal P.M. presso lo stesso Tribunale, ha ripristinato nei
confronti di Lo Castro Andrea la misura cautelare degli arresti domìciliari, con divieto di
comunicare con persone diverse da quelle conviventi, in relazione al delitto di concorso
esterno in associazione mafiosa.
2. Con atto sottoscritto dal proprio difensore l’indagato ha proposto ricorso per cassazione

affidandolo al seguente motivo.
E’ stata dedotta violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 125 e 274
c.p.p..
Lamenta il ricorrente che l’ordinanza impugnata, dopo essersi dilungata sulla gravità
indiziaria, aveva omesso di motivare adeguatamente sulle esigenze cautelari, e, in particolare
sulla concretezza ed attualità del pericolo di reiterazione del reato della stessa di quello per cui
si procede.
Il Tribunale del Riesame, sconfessando il G.I.P. che aveva ritenuto che il decorso del
tempo dovesse essere valutato ai fini della valutazione delle esigenze cautelari, così come era
stata valorizzata la decisione dell’indagato di sospendersi dall’iscrizione all’Albo professionale,
aveva emesso una motivazione apparente, senza soffermarsi sull’adeguatezza della misura
richiesta dal P.M..
Con motivi nuovi depositati in data 16.5.2018 il ricorrente ha reiterato le sue censure
all’ordinanza impugnata ribadendo l’insussistenza di un pericolo attuale e concreto di
reiterazione del reato.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso non è fondato e va pertanto rigettato.
Va osservato che l’ordinanza impugnata ha preliminarmente evidenziato che il Tribunale
del Riesame di Messina, con ordinanza del 1 agosto – 14 settembre 2017, aveva confermato la
misura cautelare disposta nei confronti del ricorrente degli arresti domiciliari in relazione ai
delitti di concorso esterno di associazione di tipo mafioso e intestazione fittizia di beni
aggravata ex art. 7 L. 203/91, provvedimento che, in quanto non impugnato, aveva dato
luogo ad un giudicato cautelare sia con riferimento ai gravi indizi di colpevolezza, sia in ordine
alle esigenze cautelari.
Successivamente, il G.I.P. del medesimo Tribunale, con ordinanza del 14 dicembre 2017,
aveva sostituito la misura degli arresti domiciliari (con divieto di comunicazione) con l’obbligo
di dimora in Messina e col divieto di esercitare la professione di avvocato, e ciò sul rilievo che
le esigenze cautelari si erano attenuate in relazione al decorso del tempo ed alla sospensione,

disposta a richiesta dell’indagato, dell’iscrizione dall’Albo professionale, circostanza che era 3

valutata come la più significativa espressione di una sostanziale modifica del proprio stile di
vita da parte dello stesso indagato.
L’ordinanza impugnata ha, invece, ripristinato la misura degli arresti domiciliari osservando
che al cospetto del supporto, seppur esterno, che l’indagato aveva offerto ad un pericoloso
sodalizio operante sul territorio messinese, non si ravvisavano sopravvenienze idonee a
giustificare la mitigazione del trattamento cautelare e quindi richiamava integralmente nel
contenuto l’ordinanza del 1 agosto – 14 settembre 2017, che aveva ritenuto come misura
adeguata quella degli arresti domiciliari, evidenziando la scarsa rilevanza della sospensione

condotte che esulavano dall’esercizio delle funzioni di assistenza legale.
Nè poteva attribuirsi una incidenza dirimente sul piano cautelare al mero decorso del
tempo o al contegno tenuto in costanza della misura dall’indagato, ribadendo la scarsa valenza
della misura interdittiva ex art. 290 c.p.p. (misura equipollente alla sospensione dell’indagato
dall’Albo professionale) alla luce del contributo dallo stesso offerto al sodalizio, che esulava da
specifici mandati in procedimenti giudiziari.
Questo Collegio condivide l’impostazione dell’ordinanza impugnata.
Va osservato che in tema di c.d. giudicato cautelare, è orientamento costante di questa
Corte che la preclusione derivante da una precedente pronuncia del Tribunale del riesame è
preordinata ad evitare ulteriori interventi giudiziari in assenza di una modifica della situazione
di riferimento, con la conseguenza che essa può essere superata solo laddove intervengano
elementi nuovi che alterino il quadro precedentemente definito (sez. 5 n. 1241 del 2/10/2014,
Rv. 261724; sez. 2 n. 49188 del 9/9/2015, Rv. 265555).
Orbene, l’ordinanza impugnata con un percorso argomentativo non certo manifestamente
illogico ha evidenziato che non vi fossero sopravvenienze idonee a far ritenere attenuate le
esigenze cautelari.
In primo luogo, correttamente è stato ritenuto di scarsa incidenza il mero decorso del
tempo, essendo orientamento consolidato di questa Corte che, ai fini della sostituzione degli
arresti domiciliari con altra misura meno grave, l’attenuazione delle esigenze cautelari non può
essere desunta dal mero decorso del tempo di esecuzione pur se accompagnato dalla corretta
osservanza dei relativi obblighi, i quali costituiscono parte del nucleo essenziale della misura
che si chiede di rimodulare (sez. 5, n. 39792 del 29/05/2017, Rv. 271119).
Non censurabile in sede di legittimità è neppure la valutazione di scarsa incidenza della
misura interdittiva ex art. 290 c.p.p. (analogamente alla sospensione dall’albo professionale),
sul rilievo che l’apporto multiforme prestato al ricorrente al sodalizio criminale esula da
specifici mandati in procedimenti giudiziari e comunque l’obbligo di dimora consente al
prevenuto di muoversi liberamente nel territorio in cui ha operato la congrega e di riallacciare,
conseguentemente, quei rapporti interrotti dall’applicazione della misura cautelare.

dall’esercizio della professione, potendo il pericolo di reiterazione del reato concretizzarsi con

Dunque, l’ordinanza impugnata ha coerentemente ritenuto insussistenti gli elementi nuovi
individuati dal G.I.P. rispetto al giudicato cautelare già formatosi nel settembre 2017,
conclusione immune da censure.
Il rigetto del ricorso comporta la condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali.
P. Q. M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 23 maggio 2018

Manda alla cancelleria per le comunicazioni ex art. 28 reg. c.p.p..

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